Fiume di gente ad Aversa contro Campania avvelenata

aversaFranco Spinelli per LivioTV “Quando poi tratta di scegliere e di andare…te la ritrovi tutta con gli occhi aperti chè sanno benissimo cosa fare”, mai parole furono più appropriate, perché è in momenti come questi che la gente fa la “storia” come cantava De Gregori nella famosa canzone.
Un’autentica marea umana si è riversata nelle strade di Aversa per partecipare al grido di dolore lanciato nei giorni scorsi dal social network facebook: “la mia terra è avvelenata!”. All’appello hanno risposto migliaia di cittadini, molti i giovanissimi, provenienti da tutta la provincia di Caserta e da quella di Napoli. Nessuna sigla coinvolta nell’organizzazione dell’evento, nè partiti nè associazioni, un esempio lampante della capacità di “autorganizzazione dal basso” della nostra gente che troppo spesso, e incautamente, viene definita come sciatta e dedita ad atteggiamenti omertosi. L’indignazione è stata espressa con un lungo silenzio lungo tutto il percorso, dal Parco Pozzi all’Arco dell’Annunziata (Porta Napoli). Indignati per le emergenze ambientali e sanitarie che interessano gran parte del territorio campano – e che le istituzioni dimostrano di non voler prendere seriamente in considerazione – i cittadini di questa sventurata porzione di Terra di Lavoro hanno finalmente deciso di lanciare un messaggio forte alla camorra e alle istituzioni. Da tutte le parti un coro unanime: subito le bonifiche! Ovvio che non basta una, seppur straordinaria, manifestazione a risolvere il problema. E’ un passo importante, ora tocca a tutti essere costanti nel discutere e portare a conoscenza del problema ambientale una sempre più vasta fetta di popolazione. Siamo sulla buona strada. Non demordiamo!

L’ONU chiede agli Stati di perseguire la felicità

Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.

Vasche neoclassiche sparse per Napoli

l’esemplare di Chiaia è identico a quelli “parcheggiati” a Palazzo Reale

Il Mattino online ha puntato i riflettori su una vasca di marmo, collocabile nel periodo di fine Settecento, abbandonata in via Cupa Caiafa alla Torretta di Chiaia (guarda il video). Roba che altrove finisce nei musei e che a Napoli, invece di indicare il triste degrado contemporaneo, potrebbe raccontare ai turisti l’avanguardia dell’igiene intima che la città mostrò all’Europa intera.
Si tratta, secondo il parere di Gennaro Rispoli, direttore del Museo degli Incurabili, di una vasca per bagnoterapie di malati e nobili. «È certo – ha detto Rispoli – che agli Incurabili, all’ingresso della Farmacia, abbiamo due vasche del tutto uguali a quella, e una è presente all’Elena d’Aosta. Napoli, nei secoli scorsi, rappresentava un’eccellenza per la storia della sanità e dell’igiene a Napoli e questa vasca, il cui modello si diffuse tra ‘500 e ‘700, lo testimonia. Faremo di tutto per sottrarla al degrado e per fermare la dispersione dei tesori artistici e sanitari in atto in città». E allora bisognerebbe farsi un giro nei cortili di Palazzo Reale, e precisamente sul viale a oriente sul lato mare, sotto i Giardini Pensili. Lì, poco prima di arrivare al piazzale che si affaccia sul Maschio Angioino, proprio all’esterno di un ufficio e non in una sala espositiva (eppure si tratta di Palazzo Reale), sono parcheggiate due vasche identiche a quella abbandonata a Chiaia. I turisti passano e fotografano increduli.
Queste vasche risalgono al periodo neoclassico scaturito dalla scoperta di Ercolano e Pompei, quello delittuosamente meno raccontato e valorizzato, se solo pensiamo alle condizioni di Piazza del Plebiscito, statue equestri del Canova incluse. Basta del resto visitare il bagno neoclassico del Re alla Reggia di Caserta, dove una più preziosa vasca di granito ha sostanzialmente lo stesso stile, anche se più ricercato, di quelle marmoree più spartane abbandonate qua e là a Napoli. Esemplari a Palazzo Reale, appunto, ma anche alla Farmacia degli Incurabili, a Villa Pignatelli e al presidio ospedaliero Elena d’Aosta.
Come si può pensare di risvegliare Napoli se due pilastri culturali come il neoclassico e l’igiene intima, corrente artistica e civiltà napoletane, vengono così offesi e dimenticati?

È nata la “Fior di margherita”

La pizza regina ha finalmente abbracciato la sua vera storia. Alla “pizzeria Carmnella”, Vincenzo Esposito ha preparato per i membri del Movimento V.A.N.T.O. la “Fior di margherita”. E non finisce qui: a Novembre, la pizza coi petali sarà presentata in una importante serata-evento anche da una nota pizzeria napoletana. Ne parleremo più avanti.

fiordimargherita

CNR: a costruire case antisismiche ce lo insegnano i Borbone

Angelo Forgione per napoli.com Non dimentico quando Paolo Villaggio disse che “la cultura meridionale borbonica è la piaga di tutta l’Italia”. Entrai in polemica con lui in un confronto telefonico su Radio Marte (guarda video) e poi scrissi in Made in Naples un capitolo/”mattone” dedicato per intero a “LA PROTEZIONE CIVILE E IL GOVERNO DEL TERRITORIO” in cui descrissi come Napoli e il Sud borbonico primeggiassero nella stesura e nell’applicazione, tra le varie cose, di leggi antisismiche all’avanguardia, e di tutto ciò che concerne la difesa attiva del territorio (guarda video).
Ora arriva il CNR a dimostrare scientificamente che le norme antisismiche dei Borbone sono ancora all’avanguardia, parlando del primo sistema antisismico pensato per fronteggiare i terremoti e della costruzione di edifici con “una rete di legno all’interno della parete in muratura”. Questa stessa tipologia di struttura è stata riprodotta in laboratorio e sottoposta a una serie di test per una serie di prove meccaniche, con risultati eccellenti. E ciò dimostra che il sistema ideato dagli ingegneri borbonici può indicare la via all’edilizia moderna, a più di duecento anni di distanza. Il comunicato stampa del CNR non mostra il nome di questi particolari edifici, che è possibile invece apprendere proprio dal mio libro, da cui estraggo un breve stralcio:
“… le cosiddette case baraccate, ideate dal fisico di corte Giovanni Vivenzio e perfezionate dall’ingegnere Francesco La Vega. (…) Restarono in piedi anche dopo il fortissimo terremoto calabro del 1905 e ne sopravvivono alcuni esempi ancora oggi, testimoni del merito degli ingegneri borbonici, i primi a ritenere che la risposta sismica di una struttura dipendeva in primo luogo dal suo comportamento d’insieme, concetto prioritario ripreso dal Regno d’Italia solo dopo il terremoto di Messina del 1908. (…)
Il CNR non scopre nulla ma fa bene a certificarlo scientificamente. Tutto era già chiaro dopo l’ecatombe calabrese del 1908, quando il giornalista Olindo Malagoli evidenziò l’evidenza tra le macerie, scrivendo sul quotidiano “La Tribuna”: “C’era, nella vecchia legislazione borbonica, una provvida legge edilizia che imponeva uno speciale tipo di casa. Le case costrutte secondo questo tipo hanno resistito mirabilmente anche in questo nuovo disastro; noi abbiamo potuto constatarlo in ogni paese.”
Con l’Unità d’Italia, tutte le efficaci normative per la prevenzione e la gestione delle catastrofi, di ogni tipo, furono spazzate via dall’estensione ai territori del Sud dello Statuto Albertino, adottato dal Regno di Sardegna nel 1848. L’ordinamento sabaudo non prevedeva norme edilizie antisismiche perché commisurato al territorio piemontese, che non era interessato da rischio sismico, e neanche misure di contrasto alle calamità naturali. Così, con incredibile miopia, fu estesa al Meridione una legislazione totalmente inadeguata in sostituzione dell’efficace ordinamento borbonico. Persino la legge sulle acque e sui lavori pubblici, adottata dal Regno di Sardegna nel novembre 1859, era insufficiente, non contemplando normative per bonifiche e sistemazioni montane. Il Sud, che certamente aveva ancora gran bisogno di importanti opere pubbliche, fu coperto dalla sola tradizione ingegneristica idraulica sviluppatasi nei territori settentrionali che garantiva unicamente il controllo dei fiumi.
Il dissesto idrogeologico del territorio nazionale ha un’origine e parte dal tempo della piemontesizzazione d’Italia, epoca in cui iniziò il disboscamento degli Appennini. L’avanguardia borbonica in tema è molto più complessa e completa, ed è tutta nel mio saggio. In pochi la riconoscono, ma il tempo è sempre galantuomo, soprattutto per chi conosce la verità e la racconta. E per fortuna la scienza non conosce pregiudizi.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Schiavone: «vera mafia è lo Stato». E lo Stato tace.

A una settimana dalle dichiarazioni a SkyTG24 del pentito di camorra Carmine Schiavone, le istituzioni italiane, chiamate in causa, tacciono.
L’ex collaboratore di giustizia ha chiaramente denunciato l’esistenza di uno “Stato mafioso”, di ministri corrotti, di intere caserme di Carabinieri, Polizia, e Guardia di Finanza conniventi. Il silenzio di chi dovrebbe parlare (e bonificare) è assordante!

Enzo Coccia, il pizzaiuolo consapevole

Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno:
«L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Il più bel loggiato del mondo

Angelo Forgione – «È mai possibile che nella città più laica e repubblicana d’Italia si identifichino con il nome di un Re, che peraltro non ha mai amato la nostra città, alcuni tra i suoi luoghi più significativi e caratterizzanti? Cambiamo denominazione al corso legato prima a Francesco Giuseppe I e poi all’allora Re del Piemonte Vittorio Emanuele, che voleva a sua volta ricordare la “conquista”. Rispettiamo l’iconografia e la storia popolare della nostra città e la nostra antica via di Nord Est ritorni a chiamarsi con il suo nobile ed antico nome di Corsia De’ Servi».
Il dibattito non riguarda chiaramente il corso Vittorio Emanuele di Napoli ma quello di Milano e la proposta è di Franco D’Alfonso, assessore comunale ai Servizi Civici del capoluogo meneghino. Lì ci ridono su, soprattutto perché i tempi moderni non consentono l’approfondimento culturale e perché per i milanesi, anche per loro, le priorità sono altre; ma la questione non è mica tanto da ridere!? Una replica piccata è giunta da Stefano Di Martino, già consigliere comunale di Alleanza nazionale e fervente monarchico, che ha sfidato a duello l’assessore, ritenendo che Casa Savoia sia stata “insultata” dalla proposta. «lo sfido a duello all’alba, in corso Vittorio Emanuele II, invitandolo a scegliere l’arma che più gli aggrada, dai secchi d’acqua alle sciabole».
Insomma, uno spiffero revisionista raggiunge anche Milano con un assessore che ha avuto il coraggio di proporre quello che nessun collega napoletano con delega alla toponomastica ha mai sollecitato affinché si ritornasse alla denominazione originale, cioè corso Maria Teresa. Eppure, quella strada aperta per alleggerire il traffico di carrozze nel centro urbano, collegare i due punti estremi a oriente e a occidente della città e raccordare la zona bassa col nascente quartiere collinare del Vomero, distaccato dal nucleo cittadino storico, meriterebbe di ritrovare la sua storia, perchè non è una strada qualunque. È la prima vera tangenziale urbana, un primo esempio di viabilità cittadina a scorrimento veloce, capace di catturare l’ammirazione e l’apprezzamento di tutta l’Europa proprio per la velocità di esecuzione e per le soluzioni adottate che la resero un’elegantissima strada panoramica di costa, definita nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”. Fu voluta da Ferdinando II che, dopo l’iniziale denominazione di strada delle Colline, la intitolò alla consorte regina Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il toponimo corso Maria Teresa fu mutato subito dopo l’Unità d’Italia e sostituito col nome di corso Vittorio Emanuele. Non basta questo per restituire identità e storia a Napoli? Aggiungiamoci allora che il progetto originale di Errico Alvino, in collaborazione con gli architetti municipali Cangiano, Saponieri, Francesconi e Gavaudan, prevedeva un tracciato misto a mezza costa che avrebbe ricalcato l’orografia dei terreni alle pendici della collina di San Martino, estendendosi fino a Capodimonte; l’arteria, allacciandosi dal complesso monastico di Suor Orsola Benincasa con la via dell’Infrascata, l’attuale via Salvator Rosa, si sarebbe inoltrata a Materdei, congiungendosi alla strada interna realizzata durante il decennio napoleonico della città, l’odierno corso Amedeo di Savoia, per poi versare proprio a Capodimonte. Ciò avrebbe consentito di mettere più facilmente in comunicazione le due colline e la riviera, favorendo inoltre uno sviluppo più logico e ordinato della zona alle spalle del Museo. Ma l’estensione del corso fu realizzata solo parzialmente dopo le vicende risorgimentali e, nel 1873, fu portato a compimento solo il tratto da Suor Orsola Benincasa alla zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, cancellando l’approdo alla strada per Capodimonte, lo sviluppo dell’area di Materdei (oggi tra le più degradate dell’area urbana) e tutti i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. Già, perché Ferdinando II, con un lungimirante rescritto reale in materia di tutela e difesa paesistica, aveva infatti decretato il divieto assoluto di edificazione sul lato panoramico della nuova strada affinché fosse preservata la vista d’insieme del golfo, del Vesuvio e della città bassa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada di oggi. Ma che quella “superstrada” sia stata considerata il più bel loggiato del mondo prima di essere deturpato e stravolto in corso d’opera, solo la storia può insegnarlo… e magari qualche assessore coraggioso.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Animazione MADe in Naples a Venezia

L’opera prima scelta per inaugurare la 28esima Settimana Internazionale della Critica di Venezia è L’Arte della felicità, opera prima di Alessandro Rak, un lungometraggio d’animazione interamente made in Naples, colonna sonora compresa. Prodotto da Luciano Stella con la factory Mad Entertainment, il film, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, sarà in sala a fine ottobre. Stella, ad ADN Kronos, ha dichiarato che “la crisi è un’opportunità soprattutto per noi napoletani che conosciamo l’arte di arrangiarsi”. Ecco perché ha voluto che a lavorare con lui fossero tutti giovani talenti napoletani.
Nello scenario di una Napoli dalle atmosfere cupe, surreali e pre-apocalittiche, L’Arte della Felicità racconta la storia di Sergio, un ex pianista, ora tassista. Sergio ha abbandonato la musica quando suo fratello maggiore Alfredo, con il quale condivideva questa passione, ha lasciato Napoli per trasferirsi in India.
La scoperta della vera ragione della partenza di Alfredo condurrà Sergio a rinchiudersi nel suo taxi, che diviene un microcosmo in cui la sua storia incontra quella dei passeggeri, testimoni di una quotidianità per lungo tempo allontanato da sé, grazie ai quali il protagonista del film troverà una nuova strada per la felicità.

Lo “Speciale Tg1” che rafforza i pregiudizi

Pollice verso, o quasi, per lo “Speciale Tg1” dedicato al colera del 1973 a Napoli. C’era da essere preoccupati a ragione. Napoli è stata dipinta ancora come una Calcutta italiana, nelle stesse condizioni igieniche di quarant’anni fa. Nonostante la crisi dei rifiuti degli anni scorsi, è francamente troppo! Questa è stata la conclusione tratta da Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1 e curatore dello speciale terminato con la notizia del sequestro di due coltivazioni di cozze in acque prossime a scarichi fognari nel Golfo di Napoli. Casi che dimostrano evidentemente il buon monitoraggio dalla Guardia di Finanza, impegnata in una rassicurante opera di prevenzione.
Il taglio del reportage si è rivelato ben diverso dallo speciale “Napoli al tempo del colera” di Sergio Lambiase e Aldo Zappalà realizzato per “La storia siamo noi” in collaborazione con il master in giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa. Quello si che descrive i fatti in maniera più equilibrata e veritiera, scagionando le cozze napoletane seppur coltivate con disinvoltura allo sbocco di cloache e collettori. Nella cozza partenopea c’era magari di tutto, eccetto il vibrione del colera che arrivò da molto lontano nel Pacifico. E senza la partita di mitili tunisini, Napoli e le città mediterranee non sarebbero state contagiate. Lo “Speciale Tg1” ha gettato ancora una volta la croce addosso alla città del Vesuvio, facendo solo qualche piccolo riferimento al coinvolgimento di altre città del Mediterraneo nella pandemia, come se queste fossero state contagiate dal focolaio napoletano. I 6 morti di Bari equivalgono ai 23 di Napoli, se si rapporta la popolazione delle due città, e neanche si è accennato al lungo perdurare dell’emergenza altrove, mentre a Napoli tutto fu risolto in circa due mesi con la più grande profilassi d’Europa favorita dalla compostezza del popolo partenopeo.
Napoli non può continuare ad essere dipinta come una dannata città del Seicento. Questo esercizio non fa altro che alimentare i luoghi comuni, gli stessi che allontanarono i turisti nel 1973, tornati in città solo con la buona vetrina del G7 del 1994. Produrre un reportage con certi messaggi sdoganati dalla rete ammiraglia della RAI in un momento in cui il turismo in Italia è in calo causa danni all’immagine di una città che, dopo lo scandalo rifiuti, di viaggiatori internazionali ne sta intercettando molti e sta reggendo alla flessione del dato nazionale. Chi scopre Napoli resta spesso sorpreso in positivo da ciò che vede, scrollandosi l’immagine distorta della vigilia che prende una forma più fedele al contatto con la realtà osservata coi propri occhi (vedi servizio del TgR Campania del 25 agosto ’13 in basso). Marcello Mastroianni raccontò che negli anni Ottanta, in occasione delle riprese del film “Maccheroni”, Jack Lemmon portò una valigia piena di medicinali: “Chissà cosa gli avevano detto a Hollywood. Colera… vai a sapere cosa poteva prendere a Napoli. E invece rimase sbalordito e si rese conto che non era così… che era una città amorevole, piena di simpatia per lo straniero” (guarda il video).
Il vicedirettore Sangiuliano, serio e preparato professionista napoletano, avrebbe potuto sfruttare l’occasione per parlare di rifiuti tossici delle aziende del Centro-Nord seppelliti nelle campagne tra Napoli e Caserta con la complicità di camorra e colletti bianchi, quello sì un problema tragicamente attuale, invece di ricalcare un pernicioso canovaccio ai danni di Napoli e mettere in guardia da un vibrione che sembrerebbe in agguato.