Augias chiede l’oblio del Risorgimento

Angelo Forgione “Abbiamo una secolare questione irrisolta, quella meridionale, tra l’altro rinfocolata da una risorgente pubblicistica neoborbonica la quale dice che il Piemonte compì un’operazione di invasione e sfruttamento del Sud”.

Così Corrado Augias per inoltrare la sua inaccettabile tesi dell’oblio delle vicende che portarono all’unità d’Italia.

La chiama pubblicistica “neoborbonica” quella di chi racconta un’altra storia, ma a me non pare che sia neoborbonico lo storico americano Michael Ledeen, ad esempio, per cui “i Piemontesi crearono dei campi di concentramento”; e neanche il suo connazionale John Anthony Davis, per il quale “nel 1860 le differenze economiche tra il Nord e il Sud erano di gran lunga inferiori a quelle che ci sarebbero state 40 anni più tardi quando lo stato italiano smantellò le barriere protettive che avevano portato allo sviluppo delle industrie tessili, di ingegneria e di edilizia navale meridionali”. Oppure l’inglese David Gilmour, per cui “i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”. Ed è forse neoborbonico Eugenio Scalfari, per il quale «non fu Unità ma fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente”?

Magari, andando indietro di un secolo, vorremmo forse considerare neoborbonici tutti i grandi storici meridionalisti di inizio Novecentonto, come Gaetano Salvemini, che nel 1911 si domandò “a che scopo continuare con questa Unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord?”.
L’elenco degli storici che hanno raccontato la verità sul Risorgimento e i suoi effetti, ieri come oggi, è lungo, ma Augias, oltre a delegittimare, chiede persino l’oblio, la dimenticanza, ossia il silenzio su quelle vicende per guardare soltanto all’avvenire. E però sui libri di scuola può continuare a raccontarsi la storia scritta dai vincitori, e nelle nostre piazze dedicate ai vincitori possono continuare a troneggiare i loro monumenti.
E vien da chiedersi perché allora ricordare le vicende tristi delle guerre mondiali e commemorare fatti orrendi come quelli delle fosse ardeatine o delle foibe? Forse perché si tratta di vittime italiane nelle guerre contro gli stranieri mentre l’unità è figlia di una guerra mossa dagli italiani del Nord a quelli del Sud?
Ma di quale elogio all’oblio parla Corrado Augias se la premessa è quella di una questione irrisolta da 160 anni? Cosa vuole nascondere, ora che il nascosto è tornato alla luce, lui che qualche tempo fa disse che “l’Italia è nata malata, come una bella mela rossa con un baco dentro, che era nel Mezzogiorno”? Sostenne ciò interloquendo con Nicola Gratteri, il quale gli disse bene che il baco del Mezzogiorno, ossia le mafie, servirono al baco piemontese-lombardo. “Lei ha detto parole terribili”, rispose uno sgomento Augias. Terribili davvero sono le sue, quelle sull’oblio delle torbide vicende unitarie.

Franceschini tra il dire e il fare

Angelo Forgione Dario Franceschini, che va dicendo che «non c’è regione al mondo che abbia lo stesso potenziale culturale della Campania» e che «Napoli, se investe in cultura, è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha», ci spiega che senso hanno gli interventi nazionali e comunitari di coesione (PON e FSC), utili a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni del Mezzogiorno in ritardo, se poi con il Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali del Ministero dei Beni Culturali si è creato un intervento di investimenti statali concentrati al Centro-Nord?
Da poco approvati 11 progetti per la nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre esistenti. Complessivi 103 milioni e rotti, di cui solo 3 al Sud (Parco e Museo Archeologico a Sibari), a fronte degli oltre 100 per il Centro/Nord. Per quanto riguarda il circuito della grandi città d’arte, 51 milioni a Roma, 20 a Venezia, 16.5 a Firenze e 0 spaccato a Napoli.
Ma quale gap vogliamo colmare se da un parte si mette e da un’altra si leva?

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Beirut come Napoli nel 1943

Angelo Forgione Vedo e rivedo l’enorme deflagrazione nel porto di #Beirut, roba da film che è purtroppo realtà. Tutto polverizzato nel raggio di centinaia di metri e decine di disgraziate vittime. Ma che triste destino per una bellissima capitale di cultura qual è Beirut.
Si è ripetuto in qualche modo quanto accaduto al porto di Bari il 9 aprile 1945 per l’esplosione della nave “Charles Henderson”, ma soprattutto a Napoli il 28 marzo del 1943, giorno tragico dell’esplosione della motonave “Caterina Costa”, attraccata nel porto con ben 800 tonnellate di carburante, 1700 di munizioni e decine di carri armati a bordo destinati a rifornire le forze armate italiane in Tunisia. Prima l’incendio, chissà se provocato dolosamente, e poi, improvvisa, la terribile deflagrazione che fece sprofondare il molo e rase al suolo tutti gli edifici del quartiere attorno lo scalo marittimo, spezzando improvvisamente la vita a ben 600 persone e ferendone altre 3000. Un fungo altissimo verso il cielo e lo spostamento d’aria fecero piombare lamiere e detriti vari in tutta la città, oltre le colline del Vomero, Posillipo e Capodimonte. Dopo mesi si contarono altre centinaia di morti, molti dei quali per complicazioni polmonari dovute all’inquinamento atmosferico.
Insomma, un incubo ad occhi aperti, proprio come a Beirut, città in qualche modo sorella alla quale, senza retorica, va il mio pensiero.

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Quel giorno d’agosto del 1926 in piazza Carità

stemmi_calcio_napoliAngelo Forgione Sì, lo so, ci risiamo. Al primo giorno d’agosto io continuo ad avvertire che il Calcio Napoli è nato nell’agosto del 1922 e il mondo azzurro continua ovviamente a festeggiare la data convenzionale del 1 agosto 1926. Siamo alle 94 candeline, ufficialmente, ma in realtà gli anni sono 98.
Club nato come Internazionale Naples Foot-Ball Club 1922, abbreviato in Internaples, e poi semplicemente ridenominato Associazione Calcio Napoli nell’agosto del 1926 per compiacere il regime fascista con una gradita italianizzazione. Nel giugno del 1964 il cambio in Società Sportiva Calcio Napoli.
D’altronde, con la Carta di Viareggio emanata il 2 agosto 1926, fu l’Internaples ad essere ammesso dal Coni fascista alla Divisione Nazionale. Se l’A.C. Napoli fosse stata fondata “ex novo”, non avrebbe potuto partecipare al massimo campionato ma sarebbe partita dalla Terza Divisione Campana.
Il facoltoso Giorgio Ascarelli era già presidente dall’agosto del 1925, quando la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale, primo presidente, a cedergli il club così da garantire più sicurezza economica al club.

ascarelli

piazza_carita_acnapoliChe poi, il cambio di denominazione non avvenne neanche in quel primo giorno d’agosto ma nel venticinquesimo, come testimonia un articolo de Il Mezzogiorno del 26-27 agosto 1926, dove si informava che l’assemblea dei soci del 25 agosto aveva formalizzato un cambio di nome: da Internaples Foot-Ball Club, appunto, ad Associazione Calcio Napoli.
Quella riunione non si tenne nemmeno al ristorante D’Angelo, come qualcuno narra, ma nella sede sociale di piazza Carità, presso il palazzo Mastelloni. L’insegna dell’Associazione Calcio Napoli è ben visibile in una foto d’epoca dello slargo, in cui si trovava il monumento a Carlo Poerio poi spostato nel 1939 in piazza San Pasquale a Chiaia.

Non si comprende da dove sia venuta fuori la data del 1 agosto, riferendosi peraltro a una fondazione che non fu. Facile che qualche storico/giornalista abbia commesso per primo l’errore, e tutti gli siano andati dietro acriticamente.
Il fatto è che una narrazione imprecisa, ripetuta continuamente, diventa ufficiale, come dimostra la falsa datazione della nascita della pizza margherita.

Ma voi non date troppo conto alle mie ricostruzioni e fate gli auguri alla SSC Napoli, che sempre in agosto fu. L’importante, alla fine, è che il club scalci come il Corsiero del Sole, il suo primo simbolo, che poi è quello della città sin dal XIII secolo: il nobilissimo cavallo imbizzarrito significante l’indomito e sfrenato popolo napoletano.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, A. Forgione (Magenes)

Il crimine è meridionale? La storia dice di no.

Angelo Forgione Scrive post razzisti e Facebook gli cancella, ma lui li riscrive sul suo blog. È Daniele Martinelli da Treviglio (BG), ex-componente del gruppo comunicazione del Movimento 5 stelle alla Camera dei deputati, che sale alla ribalta per uno scritto degno del positivismo lombrosiano di cui resta traccia e secondo il quale la predisposizione a delinquere e a fare del male è prettamente di chi nasce, cresce e si forma al Sud. Lo dice in merito alla vergognosa e squallida faccenda dei sei Carabinieri arrestati a Piacenza per associazione a delinquere, originari di Campania, Sicilia e Puglia.

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Il pensiero è quello limitato di chi è incapace di capire che le mafie nascono al Sud in epoca carbonara/risorgimentale come evoluzione delle associazioni “spagnolistiche” dedite alla delinquenza, che erano al Sud come al Nord. Basta leggere I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni per capire che la violenta Milano spagnola del Seicento arrivò a sostituire il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, in un luogo in cui ai soprusi dei nobili ci si poteva opporre solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti. Poi, dopo l’Unità d’Italia, per le disparità economiche tra Nord e Sud, le “fratellanze” meridionali sono diventate quelle che conosciamo, alimentate dai ripetuti patti stipulati con lo Stato. E pure il fenomeno dei tanti meridionali che scelgono la carriera in divisa, per sopravvivenza e non per delinquenza, è conseguenza diretta delle problematiche esistenziali generate dalla Questione meridionale.
Certo, che le mafie siano devianza disumana, feccia che infesta il Paese e zavorra il Sud, è chiaro a tutti. Un siciliano ha sciolto un bambino nell’acido, orrore vero, come è vero che i tedeschi, guidati da un austriaco, hanno sterminato milioni di ebrei e non solo, tra cui tanti bambini.

Martinelli dovrebbe sapere che il termine “teppista” prende il nome dalla milanesissima Compagnia della Teppa di inizio Ottocento, gentaglia malvivente dedita al vandalismo e alla delinquenza gratuita nella Milano austriaca. La “teppa” era il misto fra erba e sassi attorno al castello Sforzesco di Milano.
Certo, teppista non è esattamente criminale assassino, ma Martinelli deve aver dimenticato la famigerata banda della Uno bianca, un gruppo di poliziotti deviati in servizio tra Bologna, Cesena e Rimini che seminarono violenza e sangue negli anni Novanta. 103 crimini che provocarono la morte di 24 persone e il ferimento di altre 102. Si consolerà Martinelli per il fatto che quei poliziotti criminali non erano lombardi ma romagnoli. Un po’ più meridionali dei valtellinesi, dirà.

SOS Centro storico di Napoli patrimonio Unesco

Angelo Forgione Il Centro Storico di Napoli, patrimonio UNESCO, è un unicum di valore inestimabile per significati e per ricchezza monumentale ed edilizia, ma si sta sgretolando nella sostanziale indifferenza generale.
Con Antonio Pariante del Comitato Civico di Portosalvo e la restauratrice Isabella Fiorentino, ho accettato l’invito di Maria Muscarà, consigliera regionale del M5S, a denunciare i ritardi degli interventi del Grande Progetto UNESCO, 27 interventi complessivi nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano di Neapolis, che avanzano – si fa per dire – con spesa rendicontata dal Comune di Napoli al 18 aprile 2019 di circa 15 milioni, pari al 15% del totale delle risorse disponibili.
Consiglio di prestare attenzione al video. Questa è la nostra denuncia, non senza proposta: un garante civico per il controllo dei fondi e dell’esecuzione dei lavori per il restauro delle opere architettoniche ed artistiche di Napoli e della Campania.

 

L’eterna impalcatura senza lavori dove sei anni fa moriva Salvatore Giordano

galleria_ingresso_toledo_1Angelo Forgione Sono trascorsi sei anni dalla tragedia che ha travolto Salvatore Giordano, il quattordicenne napoletano colpito da un grosso frammento staccatosi dal frontone della monumentale Galleria Umberto I di Napoli, sul lato di via Toledo. Una tragedia annunciata dalle tante segnalazioni di crolli che si erano ripetute per anni prima dell’evento luttuoso ma sottovalutate da Comune e condomini. Il fatto è che la Galleria è privata e frammentata in più amministrazioni condominiali, che avrebbero dovuto osservare l’atto di riparto datato 1890 e provvedere periodicamente alla manutenzione interna ed esterna. Secondo l’articolo 24 del suddetto atto, il Municipio ha la facoltà di richiedere l’adempimento e, in caso di inadempienza, di eseguire i lavori in danno. Ma il Comune di Napoli era (ed è) alla canna del gas e allora nessuno mise mano alla tasca per sistemare quella porzione di Galleria.

galleria_ingresso_toledo_2È inaccettabile che i genitori di Salvatore attendano ancora giustizia, con il timore della prescrizione delle responsabilità. Tutto bloccato nell’accertamento delle colpe, così come nel ripristino del decoro di quella facciata della Galleria Umberto I, che versa esattamente nelle medesime condizioni di quel triste 5 luglio di sei anni fa. Nulla è stato fatto, a parte le impalcature che da allora furono innalzate. I napoletani, ormai, si sono abituati all’indecente catafalco, e i turisti credono magari che si tratti di una situazione momentanea, ma la realtà è che i lavori, lì, non sono mai davvero partiti per un contenzioso tra Comune e condomini. Ognuno dice che i lavori spettano all’altro, e di operai non se ne vedono. In ogni caso, così come prima del 2014, ancora oggi l’ente municipale non opera i lavori in danno, e l’ingresso resta indegnamente ingabbiato, mostrando il peggior volto dell’immobile e incurante popolo napoletano.
Nel frattempo altri pezzi si sono staccati, fortunatamente senza conseguenze solo perché rimasti “intrappolati” nell’eterne lamiere arrugginite. Ad oggi, il timpano superiore è ancora in condizioni di degrado preoccupante, come si evince dalla fotografie scattate lateralmente.

galleria_ingresso_toledo_3Stiamo parlando di un bene monumentale che dovrebbe stare a cuore a tutti, e invece resta tristemente impresentabile, anche considerando lo scempio del restauro parziale e inorganico operato all’interno. Squallida fotografia di una città che non spende neanche i fondi per il grande progetto Unesco, che prevede dal 2007 una serie di restauri e ristrutturazioni di monumenti e strade nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano di Neapolis conosciuto come centro antico. Si tratta di un programma di iniziali 400 milioni poi ridotti a soli 100, già troppo pochi per un centro storico come quello di Napoli. Dopo più di dieci anni dall’avvio, la spesa rendicontata dal Comune di Napoli al 18 aprile 2019 aveva raggiunto circa 15 milioni, pari al 15% del totale delle risorse disponibili.
Inammissibili situazioni che umiliano la bellezza di una città unica (lo hanno sancito l’Unesco e l’Icomos) e offendono la memoria delle vittime dell’incuria.

La piazza più grande d’Italia? È a Caserta

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Angelo Forgione 130mila metri quadri di prato con tre viali che verticalizzano sul portico ottico detto “cannocchiale” della Reggia di Caserta. È l’antica piazza d’armi, oggi piazza Carlo di Borbone, un’ellisse voluta dal Re perché fosse la più grande piazza d’armi d’Europa, e lo è stata per due secoli, ovvero fino al dopoguerra, quando a Varsavia fu realizzata la piazza della Parata (240.000 mq). Fu progettata da Luigi Vanvitelli nella seconda metà del Settecento come piazza totalmente recintata per le parate ma anche per gli spettacoli, delimitata da edifici destinati a scuderie e alloggi per militari e servitù. Fu Carlo Vanvitelli, figlio d’arte, a sistemarla nell’Ottocento con le modifiche dovute al taglio dei finanziamenti, progressivo dopo la partenza di Carlo di Borbone per il trono di Madrid.


Resta la piazza più ampia d’Italia, a prescindere dalla funzione pubblica che ricopre. Dietro, tre piazze di Milano, ovvero piazza Castello (95mila mq), largo Marinai d’Italia (78mila mq) e piazza della Repubblica (73mila mq), inframezzate dalla terza piazza più ampia della Penisola: Prato la Valle a Padova (88mila mq). Chiude la top 6 il largo più grande di Napoli, che non è il noto Plebiscito bensì la piazza Garibaldi (70mila mq). L’antico Largo di Palazzo, la piazza reale della capitale del Regno, infatti, è sì il più bello e famoso della città partenopea ma solo il quarto spazio cittadino per estensione. “Soli” 25mila mq, circa un quinto dell’immenso piazzale casertano, costruito per volontà del Re di Napoli quando Caserta non era che un villaggio di campagna, detto Torre. La città sorse disordinatamente a sud della Reggia senza seguire i dettami urbanistici che lo stesso Vanvitelli aveva pensato e disegnato nel progetto generale (vedi sopra). Dal portone principale della Reggia si snodava il grande viale che collegava direttamente a Napoli, oggi viale Carlo III, e tutt’intorno palazzi e strade su geometrie precise. State certi che la Caserta di don Luigi sarebbe stata bellissima.

Piazze italiane oltre i 20mila mq di estensione
1) Piazza Carlo di Borbone – Caserta (130.000 mq)
2) Piazza Castello – Milano (95.000 mq)
3) Piazza Prato la Valle – Padova (88.600 mq)
4) Largo Marinai d’Italia – Milano (78.500 mq)
5) Piazza della Repubblica – Milano (73.500 mq)
6) Piazza Garibaldi – Napoli (70.000 mq)
7) Piazza del Campo del Palio – Asti (66.000 mq)
8) Spianata del Foro Italico – Palermo (62.500 mq)
9) Piazza Dante – Livorno (59.000 mq)
10) Piazza Vittorio Emanuele II – Roma (55.000 mq)
11) Piazza del Colosseo – Roma (45.500 mq)
12) Piazza dei Cinquecento – Roma (45.000 mq)
13) Piazza del Municipio – Napoli (42.000 mq)
14) Piazza Castello – Torino (35.000 mq)
15) Piazza san Giovanni in Laterano – Roma (33.000 mq)
16) Piazza Mercatale – Prato (33.000 mq)
17) Piazza Vittorio Veneto – Torino (31.000 mq)
18) Piazza d’Azeglio – Firenze (30.000 mq)
19) Piazza Duomo – Milano (28.500 mq)
20) Piazza Mercato – Napoli (28.000 mq)
21) Piazza Libertà – Salerno (27.000 mq)
22) Piazza del Plebiscito – Napoli (25.500 mq)
23) Piazza Bra – Verona (25.000 mq)
24) Piazza Duccio Galimberti – Cuneo (24.000 mq)
25) Piazza della Magione – Palermo (22.200 mq)

Sciagurati tifosi in sciagurata politica

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Angelo Forgione Il Napoli vince la Coppa Italia della “rinascita” ma scoppiano le sterili polemiche per i festeggiamenti dei tifosi nelle strade del capoluogo campano. Strumentali quelle di Matteo  Salvini, che tuona dopo aver portato migliaia di persone in piazza a Roma per la sua propaganda di centrodestra, per non parlare dei gilet arancioni di Pappalardo a Milano e senza dimenticare gli assembramenti per le celebrazioni repubblicane del 2 giugno, per l’inaugurazione del ponte di Genova, per l’arrivo a Ciampino di Silvia Romano e via discorrendo. E ora ce la vogliamo prendere con una folla di tifosi festanti? Le folle sono veementi, indisciplinate, e non si arginano (se non con l’Esercito e la Polizia antisommossa), semmai si prevengono, magari con appelli ripetuti. Non ne è stato fatto alcuno prima della finalissima di Roma. Nessuno, nei quattro giorni che hanno preceduto il match, ha sensibilizzato gli juventini d’Italia e i napoletani di Napoli a festeggiare in casa la vittoria, e non veniteci a dire che era implicito. Non lo era, perché il lockdown è finito da un pezzo.
In tempo di strette misure del calcio anticovid, nel quale nessuno può accedere agli spalti degli stadi, il ministro dello sport Spadafora ha suggerito che, prima di riprendere il campionato, si ripartisse con la Coppa Italia in palio per le quattro squadre più tifate d’Italia, così da creare audience televisiva e interesse mediatico. La competizione della ripresa ha così assunto il valore di un torneo post Covid d’élite, pronto a far esplodere l’eccitazione sopita dei tifosi. Nessuno ha pensato alla conseguenza di far disputare subito la finale della Coppa Italia, che invece, per evitare il rischio di affollamenti in tempo di verifica della contagiosità del virus, sarebbe stato opportuno posticipare il più possibile. Anzi, per non correre rischi del genere, oggi o tra un mese e mezzo, non si sarebbe dovuto proprio riprendere. Si è ripreso per salvare capra e cavoli del calcio sul lastrico? Bene. Il destino ha voluto che vincesse il Napoli, i cui tifosi non sono certo freddi e nordici, e vivono nel Sud a basso contagio, in una città che l’emergenza la vive solo di riflesso e che paga pesantemente gli errori altrui. Ed ecco che è venuta fuori la prevedibile festa-sfogo, perché quella dei napoletani era esattamente probabile, e sono saltate pericolosamente tutte le norme di distanziamento sociale. Era meglio evitarlo in qualche modo, ma da lassù si è pensato solo a tamponare le perdite del calcio e agli ascolti televisivi, “colorando” gli spalti tristi dell’Olimpico di tifosi virtuali ma ignorando che esistono i tifosi in carne e ossa, senza i quali non esiste il calcio. Magari qualcuno pensava di risolvere il problema riempiendo anche le strade di Napoli di scintillanti e algidi pixel.

Il piacere di dispiacere a quelli di Libero

Angelo Forgione È un piacere sapere che quelli di Libero leggono i miei libri con dispiacere. Lo fa almeno Renato Farina, che della testata è stato co-fondatore insieme a Vittorio Feltri, e poi, da vicedirettore, ha collaborato con i Servizi Segreti e pubblicato per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un simil giornalista dalla pura coscienza e dalla retta deontologia, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, mi cita da opinionista nel suo “La Camorra è il cancro d’Italia ma tutti infangano la Lombardia”, articolo con cui commenta la retata contro i 59 camorristi di un paio di giorni che fa ha fatto stappare fiumi di spumante nella redazione del quotidiano filoleghista. Non dev’essere sembrata vera, a Feltri e i suoi, la notizia, una manna dal cielo per la cartaccia di Libero, che solo ieri l’altro aveva dato una botta di inopportuno vittimismo alla sua tipica informazione razzista: “Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno”. Una doppia fesseria in un solo titolo, ma non era di certo un record per la testata razzista. Puntuale erano giunte le cronache della festa: “Arrestati 59 napoletani”, non “59 camorristi” o “59 arresti nel Napoletano”. Subliminale messaggio per colpevolizzare un popolo intero e provare a spostare l’attenzione altrove. Sottotitolo: “Il cancro del Paese è la mafia, ma lo sport nazionale è attaccare Fontana”. Iuri Maria Prado si è lamentato dello squilibrio culturale, scrivendo frasi in correttissimo napoletano (qui gli applausi sono sinceri) conosciute dai contadini padani per la presenza di terroni da quelle parti, mentre al Sud non si comprendono i dialetti nordici, e lagnandosi del fatto che la pizza e la mozzarella sono l’immagine alimentare dell’Italia, non la polenta. Scrive Renato Farina: “Questi sguazzano nella camorra fino alle ginocchia, e invece di bonificare la loro palude che inquina il mondo, si permettono di tirar sassi alla Madonnina?”. Questi. E canzonando Vincenzo De Luca, sostiene che bisogna assecondare il presidente della Regione Campania alzando “un bel muro per difendere il festoso popolo campano dall’infezione nordista, dovuta – come ha scritto seriamente Angelo Forgione, autore immortale di “Napoli capitale morale” – al vizio del lavoro esagerato. E si vede che il mio lettore non ha ben capito ciò che ha letto, cioè non ha capito che ho ben parlato di Milano, città che si accontenta beatamente dell’immagine di città del lavoro e non si affanna più di tanto per mostrare la sua cultura:

Milano-modello appare inscalfibile, capace di passare indenne ogni inciampo e tenere vive tutte le sue emanazioni contemporanee, che la rendono capofila nazionale. E la città meneghina, ricca di un importante patrimonio culturale, sembra accontentarsi di ciò in cui si identifica. Vivace, dinamica e laboriosa, l’immagine meneghina di efficienza e inclusione si è ammantata di una retorica stantia e si è fatta troppo ingombrante per una città che non trova il tempo per guardarsi allo specchio. Chi vi arriva da qualunque parte d’Italia per trovare fortuna sente una mano che spinge alle spalle; deve iniziare a correre, deve dimenticare la contemplazione, e diventare milanese. Solo se vi si arriva da turista, senza il dovere di cittadinanza, si inizia a coglierne la bellezza.

Questo è quanto ho scritto in Napoli Capitale Morale, evidenziando l’ingombro degli stereotipi della Milano della finanza e della Napoli della camorra – da Farina ampiamente confermati – a scapito delle culture anche intrecciate delle due città. E non oso immaginare cosa avrebbe elaborato il mio lettore se io, in malafede come lui, avessi scritto di una Milano culturalmente mediocre. Forse gli sarà andato storto che nel libro è narrata la cruciale vicenda politica di Karl von Firmian, erudito governatore austriaco di Milano, che attinse alla cultura napoletana per accrescere la città lombarda quando questa contava la metà degli abitanti della capitale morale dell’Italia settecentesca (Napoli). Il fatto è che io scrivo per amore della storia e della verità, non come i dannati della scrittura, condannati per aver preso soldi in cambio di falsità da pubblicare, e ancor continuano a farlo evidentemente. A certe penne lascio l’onore delle tante fake news diffuse negli anni, i procedimenti disciplinari, le querele, le condanne e la carta neanche igienica di Libero. E tante grazie per l’aggettivo “immortale”, da cui comprendo che ascoltano con fastidio il mio respiro incessante. È un piacere!

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