Una targa per celebrare l’antica amicizia tra Napoli e la Russia

Scoperta a Napoli, al principio della via Toledo, incrocio via Nardones, la targa commemorativa delle relazioni tra la città e San Pietroburgo, inaugurate nel 1777, quando a Napoli si trasferì il primo ambasciatore ad aver mai rappresentato la Russia sul suolo italico. Si trattava di Andrey Kirillovich Razumovsky, e prese domicilio proprio nel Palazzo Pescolanciano di via Nardones 188.

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Le relazioni divennero profonde e legarono da fraterna vicinanza il re Ferdinando di Borbone e l’Imperatrice Caterina II. Napoli divenne la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura. Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, furono maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali di San Pietroburgo, allora capitale russa. Nel 1794 il napoletano Josè de Ribas, nato dal matrimonio tra il console spagnolo e un’aristocratica irlandese, fondò la città di Odesso, col nome dell’antica colonia greca, sulla base di Khadjibev, un villaggio periferico sul Mar Nero. Fu l’Imperatrice a femminilizzare il nome di quella che divenne per sempre Odessa. Il legame tra i due Paesi, durante la riconquista del Regno da parte dei Borbone di Napoli dopo la repubblica giacobina del 1799, produsse l’aiuto militare russo a favore dell’Armata della Santa Fede del cardinale Ruffo.
Con il boom del gusto neoclassico, l’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovič perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli, riempì di monumenti San Pietroburgo, compreso il teatro Alexandrinsky, con facciata molto somigliante a quella del San Carlo, dove andarono in scena i successi napoletani. Il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale russa, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, visitata e tanto ammirata dallo Zar Nicola I, affettuosamente ospitato a Napoli da Ferdinando II alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina Aleksandra Fëdorovna di giovarsi del clima della Sicilia, e grato nel ricambiare con due pregevoli cavalli di bronzo con palafrenieri, identici alle statue di ornamento del ponte Aničkov di San Pietroburgo, che furono sistemati all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale, di fianco al San Carlo. A Napoli iniziarono a giungere grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le pregiate lavorazioni della pasta.
Durante la Guerra di Crimea, combattuta dal 1853 al 1856, la Russia si trovò a fronteggiare l’Impero ottomano, la Francia e il Regno Unito. La coalizione nemica chiese l’aiuto del Regno di Sardegna dei Savoia, che accettò volentieri per garantirsi potenti amicizie, e del Regno delle Due Sicilie, che rifiutò di combattere contro gli amici russi, dichiarandosi neutrale, salvo poi offrire alla flotta russa i propri porti nel Mediterraneo per i rifornimenti. Alla fine della guerra, persa dai russi, Inghilterra e Francia ritirarono i loro ambasciatori da Napoli, che divenne paese nemico da punire quanto prima. Dopo soli quattro anni fu organizzata la caduta dei Borbone attraverso il finanziamento dell’esercito irregolare di Garibaldi, cui fu affidato il compito di invadere il Regno delle Due Sicilie e consegnarlo ai Savoia.
Nel 1898, proprio davanti a un tramonto sul mare di Odessa, Eduardo Di Capua trovò l’ispirazione per musicare la celebre canzone-capolavoro ‘O Sole Mio, parolata da Giovanni Capurro.
Da qualche anno si è diffusa la conoscenza del significato dei “Cavalli Russi”, comunemente ma erroneamente detti “cavalli di bronzo”. Ora la nuova targa ribadisce quella che fu forse l’unica vera amicizia dell’antico Regno di Napoli, quella con l’impero Russo.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato l’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa in Italia, Sergey Sergeevich Razov, e il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

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la notizia alla televisione russa

 

L’euforia tricolore di Napoli raccontata alle Americhe da ESPN

Angelo Forgione Fuera de Juego è un programma televisivo prodotto per la catena ESPN che da quindici anni si occupa di storie di calcio, ed è trasmesso in tutto il continente latinoamericano e negli Stati Uniti. Lo scorso 11 agosto, la fortunata trasmissione ha dedicato uno speciale al primo scudetto del Napoli del 1987, a 30 anni dallo storico traguardo, con ampio dibattito in studio sui risvolti di quel periodo vincente del club partenopeo, compresi quelli sociali legati alla contrapposizione Nord-Sud. A indirizzare il tema è stato il giornalista argentino Daniel Martínez, corrispondente di ESPN, anche sulla scorta della condivisione del mio Dov’è la Vittoria (Magenes). Martinez ha confezionato a Napoli un racconto di quegl’indimenticabili momenti con le voci di Corrado Ferlaino, Giuseppe Bruscolotti, Salvatore Carmando, José Alberti, Antonio Corbo, Romolo Acampora, Gianfranco Coppola e, appunto, il sottoscritto. La mia “riflessione” a 8:18 utile a capire perché un club marginale come quel Napoli potè avere in dote dalla politica il più grande calciatore del mondo.

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Quattro libri da leggere per capire Napoli

Una selezione di quattro libri per capire Napoli nelle sue varie epoche. La Napoli recente, la Napoli dei bombardamenti, la Napoli del grande Settecento e la Napoli di Masaniello. Ovviamente, dopo aver letto Made in Naples e Napoli Capitale Morale.

Napoli pericolosa? Sì, perché fa innamorare.

Angelo Forgione Il The Sun di Londra bolla Napoli come una delle undici città più pericolose al mondo. Esagerazione!
Non siamo di fronte a un problema nuovo. Gli inglesi, nel solco della loro storica ambiguità, hanno sempre raccontato tutto il bello e tutto il brutto di Napoli. Siamo semmai di fronte a un sensazionalismo più spinto, a una narrazione della realtà che non corrisponde alla realtà, e che ne amplifica ancora di più la percezione, dettata da una narrazione cinematografica del Male napoletano di grande successo. Qui non si tratta di un reportage confezionato da un bravo giornalista che ha girato il mondo ma di un cimento estemporaneo, tipico del The Sun, di tale Guy Birchall, che certamente si è spostato dal divano del suo salotto alla scrivania prima di sentenziare.
Il problema ha chiaramente una radice interna. Gli stereotipi su Napoli hanno un’origine toscana. Già nel Quattrocento, il sacerdote fiorentino Piovano Arlotto scrisse nei suoi Motti e Facezie che “L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini che nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti. E senza dei quali Napoli sarebbe un paradiso”. Eppure allora si parlava di “Napoli gentile”, e non c’era ancora la camorra, e non tutti i mali italiani di cui è afflitta oggi la metropoli. Penso proprio si trattasse di rivalità tra Firenze e Napoli (non tra le due corti medicea e aragonese, in stretti rapporti), due grandi realtà rinascimentali d’Europa in un’Italia totalmente conflittuale e in un’epoca in cui i mercanti fiorentini, già dal Trecento, trafficarono nella Napoli angioina.
Dal momento che il male fa da sempre più sensazione del bene, certe metafore hanno evidentemente esercitato nei secoli la loro energia negativa in misura ben maggiore di quella positiva. Da lì si arriva al famoso “paradiso abitato da diavoli”, che poi trova terreno fertile nel Positivismo tardo ottocentesco, il vero propagatore degli stereotipi su Napoli in Italia e poi in ogni angolo del mondo. Del resto, anche i napoletani ripetono spesso il detto «‘O presebbio è bello ma ‘e pasturi nun so’ bbuoni». Ora, però, la notizia diffusa dal The Sun fa riflettere sul ruolo del giornalismo che si affida alle fiction che raccontano la cattiveria di certi napoletani, non alle fonti statistiche, e tantomeno all’esperienza diretta.
Napoli è malata, molto, non c’è dubbio, ma certamente non infettiva. Anzi.

Scrivo in Napoli Capitale Morale:

“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte […] che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana.
[…]
Dal dopoguerra in poi, gli elementi dominanti della narrazione di Napoli e di Milano sono diventati la criminalità organizzata napoletana, autorizzata a sostituirsi allo Stato sul territorio, e la finanza milanese, che ambisce a prendere il posto di quella londinese nel dopo Brexit. Il paradosso […] di Napoli, assai pernicioso, è l’occultamento dei suoi enormi e positivi valori dietro l’immagine imposta del Male […].

‘Napoli Capitale Morale’ a ‘La Radiazza’

Due chiacchiere sul nuovo libro Napoli Capitale Morale, nel giorno dell’uscita in libreria, al fortunato show radiofonico La Radiazza di Gianni Simioli, sulle frequenze di Radio Marte.

—— Napoli Capitale Morale ——

Dal Vesuvio a Milano
Storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa

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La definizione “capitale morale” è sinonimo di Milano, la città che, dall’Unità d’Italia in poi, si è messa alla guida del progresso del Paese e ha saputo guadagnarsi il ruolo di città-faro, pur non essendo la capitale ufficiale. Eppure, alla vigilia della spedizione di Garibaldi e della conquista del Sud da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia, Milano era città subordinata a Vienna, cioè alla capitale di quell’Impero austriaco che dialogava con la capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, la “capitale morale” dell’Italia pre-risorgimentale.
Napoli e Milano, La “capitale morale” preunitaria e quella postunitaria, le città che hanno fatto la storia dell’Opera, i due poli uniti da rilevanti intrecci tra il Quattrocento e il Settecento, tra il Rinascimento e l’Illuminismo, allontanate dall’Unità nazionale e completamente separate dall’americanizzazione post-bellica, si proiettano nel futuro come diverse realtà dello stesso Paese. Ma davvero si tratta di mondi inconciliabili?

Napoli Capitale Morale è un documentato racconto dei percorsi e degli incroci tra le città-metafora delle due Italie, con un occhio vigile alle componenti Politica, Massoneria e Chiesa. È un chiarimento dei loro destini, necessario per ragionare su quanto ereditano dalle rispettive scelte storiche, culturali, economiche e urbanistiche, e per individuare i motivi delle differenti velocità del loro sviluppo. Una narrazione di due paradigmi, utile alla comprensione dell’origine della “Questione meridionale” e del differente progresso di Nord e Sud del Paese.

ncm_foto_libroDici “capitale morale” e pensi a Milano. Dici Milano e pensi a finanza e panettone, ma anche ai suoi simboli: la Scala, il Corriere della Sera, l’Alfa Romeo. Eppure, il padre del glorioso teatro scaligero non avrebbe mai potuto costruire quella sala e la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli. In quel teatro si giocava così febbrilmente d’azzardo che uno scaltro barista milanese, con l’opportunità di servir bevande, riuscì a spillare tanti soldi ai suoi concittadini come croupier da guadagnarsi la direzione del più importante San Carlo di Napoli e diventare nientemeno che “il principe degli impresari”, determinando dal Golfo le carriere internazionali degli artisti italiani e mettendo su, con la fortuna messa da parte, l’impresa edile che innalzò la basilica di San Francesco di Paola. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e fu ancora un napoletano a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi. E sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”. Si potrebbe proseguire oltre a snocciolare gli incroci tra le due città, ma tanto basta per dedurre quanto sia significativa l’impronta di Napoli nella storia recente della città della Madonnina e nei suoi simboli e per rimandare alla lettura di Napoli Capitale Morale. Nel titolo è chiarissimo il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita, raccontandone il percorso ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. Sembra, appunto, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese. Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel profitto. Eppure vi fu un tempo dei Lumi e della Cultura in cui Napoli dialogava con Vienna, allorché la corte asburgica portò la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato di Milano, compreso l’emblema contemporaneo della cultura milanese, quel Regio Ducal Teatro di Santa Maria alla Scala che fu diretta emanazione del Real Teatro di San Carlo di Napoli e del Teatro di Corte della Reggia di Caserta. Dal 1861 in poi è stata Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli.
Due anni di indagine e scrittura per chiarire come si sia concretizzato un capovolgimento nazionale: da Napoli, universalmente riconosciuta come la città più importante dell’Italia di metà Ottocento, a Milano, periferica contea asburgica cresciuta enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea. Due città che, per diversi aspetti, hanno in Torino la rivale comune e che, forti delle proprie identità, hanno cancellato Roma dalle loro toponomastiche. Due metropoli che rappresentano il Nord e il Sud, raccontate sullo sfondo delle vicende politiche nazionali, ma anche di quelle apparentemente estranee della Chiesa e della Massoneria in conflitto tra loro, che invece proprio nelle evoluzioni del processo unitario ebbero grande importanza.

Napoli Capitale Morale
edizioni Magenes
collana ‘Voci dal Sud’
pagine 320

Indice del libro

INTRODUZIONE

I – TRA RINASCIMENTO E DOMINIO DI SPAGNA

La nascita della Napoli europea – Napoli e Milano nell’Italia delle arti e delle armi
La dominazione spagnola e l’età barocca – le trasformazioni sociali al tempo dei Vicereami

II – NAPOLI MODELLO PER MILANO NEL SECOLO DEI LUMI

La nascita del tempio napoletano della musica
la rivoluzione architettonica del teatro

L’erudito Karl Joseph von Formian
un diplomatico asburgico porta la cultura di Napoli a Milano

Mozart nel paese della musica
il genio di Salisburgo influenzato dai musicisti napolitani

Giuseppe Piermarini, il padre della Scala
un vanvitelliano apprende a Napoli e applica a Milano

III – DAI MASSONI AI GIACOBINI

Il rosicruciano Raimondo de’ Sangro
il primo Gran Maestro dei territori italiani

La politicizzazione delle logge
lo scontro tra poteri nella capitale della Massoneria italiana del ’700

L’intromissione degli Illuminati di Baviera
un agente segreto a Napoli per sobillare i frammassoni

La diffusione del giacobinismo
il completo deragliamento della Massoneria

IV – L’ITALIA DI NAPOLEONE: BEAUHARNAIS A MILANO, MURAT A NAPOLI

La grandeur di Milano
la città specchio del potere di Napoleone

Napoli a Gioacchino Murat
il Maresciallo dell’Impero diventa Re del Sud

La nuova facciata del Teatro di San Carlo
il milanese Barbaja irrompe sulla scena partenopea

Napoli anello debole della grandeur
scontro in famiglia tra Napoleone e Murat

V – VERSO IL RISORGIMENTO

La nuova sala del Teatro di San Carlo
Antonio Niccolini firma il teatro più bello del mondo

Il regno di Domenico Barbaja
“il principe degli impresari”, la primadonna e il successo di Rossini

Lo slancio verso il progresso
Napoli e Milano in cerca di autonomia

La Scala verso la gloria risorgimentale
il teatro di Milano diviene simbolo dell’Unità

Milano con la rivale Torino, Napoli con Roma
l’unione anti-austriaca al Nord e il legittimismo al Sud

La Massoneria risorgimentale
il contributo delle logge alla cancellazione del Regno di Napoli

VI – NEL REGNO D’ITALIA

Il processo di modernizzazione
crescita di Milano e ritardo di Napoli tra Unità e Grande Guerra

Napoli e Milano tra le due Guerre
dalla riorganizzazione fascista ai bombardamenti degli Alleati

VII – DAL DOPOGUERRA AL TERZO MILLENNIO

Gli anni Cinquanta e Sessanta
la ricostruzione postbellica e il “miracolo economico”

Gli anni Settanta e Ottanta
la grande recessione e il gran disimpegno

Gli anni Novanta
dalla Tangentopoli milanese all’effimero “rinascimento napoletano”

DIREZIONE FUTURO

Usa la testa, non le mani. Non sparare!

Non fare della festa una tragedia!

In occasione del Capodanno propongo una cruenta foto della cui violenza mi scuso con i più sensibili, ma non esiste miglior deterrente di un’immagine autentica che mostra i gravi danni, spesso irreversibili, provocati dagli ordigni illegali fatti esplodere per salutare il nuovo anno.

clicca sulla foto per ingrandire


Lo scatto, tratto dal sito del dottor Andrea Atzei, chirurgo di mano, polso e gomito del Policlinico “G.B. Rossi” di Verona, si riferisce all’aspetto terrificante che presentava la mano di un giovane veneto di 22 anni, vittima di un incidente da esplosione accidentale di fuochi pericolosi nella notte del 29 dicembre 2010. La mano fu amputata al polso. Il ragazzo non credeva che potesse accadergli; voleva provocare solo uno stupido e insignificante boato.
Non è solo una questione di botti illegali ma anche di uso di armi da fuoco, eccessi di alcool e droghe, e pure di fuochi inesplosi del giorno dopo.
Le indicazioni sono sempre più confortanti. I bollettini “di guerra” della notte di Capodanno fanno registrare miglioramenti di anno in anno. Merito soprattutto dei controlli ma anche della lenta penetrazione di una giusta sensibilità rispetto alla pericolosità degli ordigni illegali, perché di questo si tratta.

IL NUMERO DI MORTI E FERITI PER LE FOLLIE DELLA NOTTE DI CAPODANNO INDICANO LA CIVILTÀ DI UN POPOLO.

Alcuni semplici consigli per chi accende fuochi d’artificio legali:

  • Rimanere almeno a 100 metri dalla sede in cui vengono fatti esplodere i petardi, preferibilmente al riparo;
  • Evitare assolutamente di raccogliere i frammenti del petardo esploso o peggio i petardi inesplosi: i frammenti possono essere ancora caldi tanto da ustionarvi, e i petardi  inesplosi possono rianimarsi all’improvviso ed esplodervi nelle mani;
  • Evitare di affidare ai bimbi più piccoli le cosiddette “stelline luccicanti”: circa il 10% dei danni da fuochi d’artificio sono provocate da queste “stelline”, in  particolare nei  bimbi di età inferiore ai 5 anni.

Buon Capodanno a tutti!

Vicenda Felicori: Renzi benedice Velardi

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Velardi e Renzi al forum de ‘Il Mattino’

Angelo Forgione Antonello Velardi, il caporedattore de Il Mattino in quota al PD di Renzi che ha reso famosa la figura del direttore della Reggia di Caserta Felicori con l’articolo scritto dieci giorni dopo il comunicato sindacale della discordia e subito dopo la cena di Marcianise, colui che ha fornito al segretario di partito la possibilità di gonfiare il petto per un direttore nominato dall’esecutivo di Governo, ha posto il mattone più importante sulla non facile strada verso le elezioni comunali di Marcianise. Il 6 aprile, in occasione della prima visita settimanale a Napoli di Matteo Renzi per la cabina di regia su Bagnoli, Velardi ha incontrato il leader del PD nella sede de Il Mattino per il forum con i giornalisti del quotidiano, sedendo alla sua destra al tavolo dei relatori. A riflettori spenti, il caporedattore ha ottenuto il supporto alle sue aspirazioni di governo della sua Marcianise. Un mattone pesantissimo sulle speranze della corrente interna al PD casertano a lui avversa che invoca le primarie per la poltrona di sindaco dell’importante cittadina casertana.
Durante il forum, proprio Velardi ha fornito a Renzi un altro assist su Caserta. Mentre il Primo Ministro snocciolava le opere al Sud su cui il suo Esecutivo è teoricamente impegnato, tralasciando proprio la vicenda Reggia, il caporedattore gli ha ricordato ad alta voce «Caserta, la Reggia di Caserta… Felicori». Renzi ha spinto ancora una volta in rete a porta vuota.

non solo Matera, anche Avellino e Castellammare senza treni.

E mentre a Bari si dibatteva sulle ragioni del Sud da affermare partendo da un treno che finalmente possa raggiungere o partire da Matera, ad Avellino e Castellammare di Stabia chiudevano per diversi motivi le stazioni ferroviarie, quella stabiese inaugurata nel 1842 sulla storica tratta di prolungamento della prima linea ferroviaria d’Italia.
Matera, Avellino e Castellammare, tre città del Sud senza collegamenti ferroviari. E le chiamano Ferrovie dello Stato.