‘Ricomincio da Sud’, puntata 5

Ricomincio Da Sud è una trasmissione radiofonica, in onda il mercoledì alle 22.00 su Radio Punto Nuovo, che scandaglia il mondo del meridionalismo dotto. Ospiti della puntata numero 5 Federico Salvatore e Angelo Forgione. In studio Bruno Gaipa, Annamaria Pisapia e Salvatore Argenio.

Centinaia di persone ad Avellino per “Made in Naples”

avellino_ottopaginedi Ilde Rampino per Ottopagine del 7 dicembre ’14

avellino_6Una presenza importante nel giorno in cui la ’Accademia dei Dogliosi’, presieduta dall’Avv. Fiorentino Vecchiarelli, con il contributo fondamentale del Preside Giovanni Sasso, presidente della Società Filosofica di Avellino, assegna annualmente borse di studio “Pina Cerullo”agli studenti meritevoli delle scuole superiori di Avellino e provincia, è stata quella del giornalista e scrittore napoletano Angelo Forgione, che ha presentato all’Hotel de la Ville di Avellino il suo libro Made in Naples che sta ottenendo un grande successo.

L’intervento di Angelo Forgione è stato molto interessante e ha trasmesso la sua passione e il suo impegno per ridare dignità alla nostra terra che deve risollevarsi dal baratro in cui sembra essere caduta, e con estrema disponibilità ha risposto ad alcune domande.

Cosa rappresenta per lei Napoli e il Meridione?

Una sola parola: universalità. Napoli rappresenta un pilastro culturale, a livello mondiale, con tutto ciò che ha espresso e ha trasmesso oltre i suoi confini e quelli dello Stato.

Qual è stato secondo lei, il periodo storico che più degli altri ha lasciato un’impronta sulla città di Napoli?

Sicuramente il periodo borbonico, perché è quello che dal punto di vista culturale ha dato di più in tutti i campi, anche a livello sociale, al di là delle pecche innegabili e che pur vanno riconosciute, ma è stato il periodo che ha reso Napoli una capitale europea, e abbiamo il dovere di affermarlo con forza. Nella descrizione del centro storico di Napoli patrimonio dell’Umanità UNESCO c’era scritto che con Garibaldi finiva “il regime e la tirannia borbonica”. Io mi sono battuto per ottenere una modifica e oggi c’è scritto che “si chiuse l’epoca della dinastia borbonica.

Come si è posto nei confronti dell’indifferenza con cui gli italiani trattato la città di Napoli e i meridionali?

Si tratta in realtà di una sorta di vero e proprio accanimento nei confronti della città e del Meridione, che credo sia dettata da un profondo senso di invidia per il nostro passato importante; l’identità di Napoli e del Sud Italia è forte, ed è anche temuta, perché l’Italia nel mondo è un po’ vista come una grande Napoli, nel bene e nel male. Non dimentichiamo mai che l’intolleranza verso la diversità nasce da ciò che è percepito come un pericolo.

Il suo libro è stato scritto con uno scopo revisionistico o rappresenta un atto d’amore nei confronti della sua città?

Entrambe le cose, non c’è rabbia, ma tanto amore per Napoli che deve essere raccontato per quello che è, per questa grande capitale che faceva e promuoveva cultura in tutto il Sud, è un libro denso di nozioni storiche e di riflessioni basate su fonti documentarie.

Da cosa può rinascere un senso di riscatto da parte dei napoletani e dei meridionali in genere per recuperare il senso di ciò che siamo stati nel passato?

Ci sono dei passaggi obbligati per recuperare ciò che ci è stato tolto: la memoria, la rabbia, l’orgoglio e il riscatto. Siamo al terzo stadio e per arrivare alla fine c’è bisogno di unione e condivisione per pervenire a una piena coscienza popolare.

Dopo la proiezione di un DVD sulla storia delle rivolte avvenute in Irpinia nel 1860–61, scritto e diretto dall’Avv. Antonio De Martino, il Presidente Fiorentino Vecchiarelli, ha affermato la necessità di stabilire la verità storica in un territorio che fino al 1860 era molto importante e ricco, che ha subito ingiustizie e soprusi, e ha proposto che le strade siano intitolate a personalità importanti del nostro Sud, al fine di rivendicare il nostro orgoglio meridionale. Angelo Forgione è rimasto molto colpito ed emozionato dalle vicende storiche presentate nel filmato e ha invitato tutti a chiedersi chi avesse il diritto di invadere le nostre terre e sottomettere il nostro popolo, poiché è stata portata avanti una verità storica che non è tale, riguardo al compiersi dell’Unità d’Italia: «C’è stata una carneficina – ha detto lo scrittore – ma noi non abbiamo un sacrario della memoria per i nostri morti. È necessario capire chi siamo. L’Unità d’Italia non è nata per un moto liberale spontaneo, ma è stata voluta dalle nazioni forti d’Europa».
Forgione ha ricordato l’importanza che Napoli e il Regno delle Due Sicilie avevano nell’’800, e i rapporti di amicizia tra Ferdinando II di Borbone e lo zar Nicola I – a tal proposito ha ricordato i due cavalli “di bronzo” posti davanti al Maschio Angioino, dono dello Zar, ve ne sono di simili a San Pietroburgo sulla Neva – e i problemi di carattere economico, che sorsero in occasione dell’apertura del Canale di Suez, nel 1869, perché il Regno delle Due Sicilie ne sarebbe stato favorito commercialmente.
Lo scrittore, spiegando la genesi del suo libro davanti ad un uditorio attento e interessato – all’incontro hanno partecipato 400 persone – ha messo in rilievo che il “muro della cultura” meridionale è stato sfondato e cancellato. Egli ha preso i mattoni sparpagliati e l’ha ricostruito. Ed è di tufo giallo, simbolo della zona vulcanica e del nostro essere capaci di assorbire culture diverse. «Napoli le ha sempre accettate», ma ora, secondo Forgione, sta venendo fuori la convinzione di essere colonizzati.
Sulla copertina vi è l’immagine della mela annurca, la regina delle mele, ma nessuno la compra più, perché ci sono alcuni territori inquinati – in realtà solo il tre per cento del territorio campano – riferendosi alla “Terra del Fuochi”, «ma fare certe battaglie non deve creare altri problemi: la mela annurca è diventata nera di rabbia, ma serve positività».
Il libro è fatto di mattoni: fiabe che nascono nel territorio campano come “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile; l’Opera e la Musica sacraMozart ha frequentato i conservatori di Napoli, città che apprezzava molto – e a questo punto lo scrittore spiega che in origine questi erano luoghi in cui venivano accolti i bambini poveri e si dava loro un’istruzione, ma poi, vista la grande tradizione di questa città, l’insegnamento musicale divenne preponderante e quindi il termine definì principalmente le scuole di musica. Tra i vari “mattoni” del libro Made in Naples troviamo: la Canzone, che nell’’800 fu influenzata da Donizetti; la Tolleranza e le Pari opportunità (a San Leucio, prima della Rivoluzione francese, Ferdinando IV e Maria Carolina convivevano con i coloni e le donne potevano scegliere chi sposare); la Previdenza sociale, per cui si poteva chiedere assistenza sociale anche senza dare le proprie generalità; la Protezione Civile e il Governo del territorio; l’Economia civile, il cui termine deriva da “civitas” romana che includeva anche il popolo; la Pasta di grano duro, rivoluzione alimentare della conservazione; il Presepe, che non era la rappresentazione di una grotta, bensì di Pompei, con gli archi e le rovine che si offrono al mondo, in seguito alla cui scoperta nasce il Neoclassicismo che ha influenzato persino la Casa Bianca a Washington; gli Antibiotici con la scoperta della penicillina fatta prima di Fleming dallo studioso napoletano Vincenzo Tiberio.

1860/1861, L’Irpinia in rivolta – Appuntamento con ‘Made in Naples’ alla presentazione del docufilm

copertina_1Appuntamento con Made in Naples ad Avellino, sabato 29 novembre presso la sala congressi dell’Hotel de la Ville di via Palatucci 20. Alle ore 17 si terrà la presentazione del film-documentario “1860/1861 l’Irpinia in rivolta“, realizzato da Antonio Di Martino con il contributo artistico del maestro Pino Lucchese, autore delle immagini presenti nel filmato. All’incontro, organizzato dall’Accademia dei Dogliosi, parteciperà anche lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, che parlerà della cultura napoletana e meridionale. Durante la cerimonia saranno in mostra le tavole di Pino Lucchese, appositamente ideate e realizzate a corredo del documentario.
La storia del docufilm racconta le drammatiche scene di violenza durante l’invasione piemontese nei territori irpini, dalla rivolta di Carbonara (Aquilonia) fino ai moti del luglio del 1861 nelle valli del Sabato e del Calore, che coinvolsero anche Montefalcione e Montelmiletto.

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Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.

Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.

L’inghilterra calunniava, il Borbone si difendeva

Angelo Forgione – Su Il Mattino di domenica 13 luglio Ugo Cundari ha commentato il Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone, rarità editoriale – col contributo di una mia postfazione – che illustra un lungo elenco di realizzazioni compiute dai sovrani borbonici e da Ferdinando II in particolare. Cundari scrive (giustamente) che il testo vide (probabilmente) la luce per volontà dello stesso Ferdinando II, citando l’editore, il quale, a sua volta, nella premessa scrive che si tratta (probabilmente) di “un’operazione di restyling dell’immagine pubblica voluta dalla dinastia, la quale doveva essere seriamente preoccupata di ristabilire un consenso che appariva corroso e minato”. La frase, così limitata, induce a pensare a una propaganda spontanea, mentre in realtà si trattò di autodifesa da quella che lo stesso editore chiama “propaganda contraria – prevalentemente di stampo anglosassone (vedi l’operato di Lord Gladstone) – che condusse una battaglia interna allo stesso Regno delle due Sicilie […], preparando uno schieramento favorevole a quelli che sarebbero dovuti apparire, quindi, liberatori del popolo da una secolare oppressione”. L’elenco del Cenno storico fu pubblicato con tanto di spese effettuate per dimostrare che l’immobilismo del governo borbonico non corrispondeva alla realtà dei fatti, e per contrastare la propaganda contraria di delegittimazione.
Cundari scrive inoltre che delle opere pubbliche di cui si parla nessuna fu progettata in certi territori, lasciati apposta fuori da ogni nuovo investimento. Non è specificato di quali territori si tratta. Erano quelli siciliani. In effetti, gran parte degli interventi riguardano il territorio continentale “al di qua del Faro”, e decisamente più rari – ma non inesistenti – furono i lavori compiuti in Sicilia. L’Isola, su cui insistevano gli interessi degli Inglesi, era il luogo da cui provenivano maggiori malcontenti e moti di rivolta, sobillati dai britannici, veri e propri destabilizzatori del Regno, ed è più o meno noto che la politica di governo attuata in quella zona fu, per così dire, mirata a un certo isolamento. Non a caso è lì che sarebbero sbarcati i Mille garibaldini.
Erano tempi di sotterfugi e grandi mire internazionali. Era l’epoca in cui si iniziava a scavare il Canale di Suez. Era il principio delle politiche economiche dei governi consegnate all’indebitamento bancario. Eppure le opere elencate furono effettivamente realizzate, senza particolare indebitamento. Il mio contributo alla pubblicazione vuole proprio dimostrare che quanto fatto, e fu fatto, non si avvalse dei prestiti bancari e non arrecò particolare aggravio per il popolo.

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La chiesa anglicana di Napoli e quella riconoscenza tra massoni

Angelo Forgione per napoli.com La cappella anglicana di Napoli, in via San Pasquale a Chiaja, è il simbolo imperituro del contributo della triplice alleanza britannica (Stato, Chiesa e Massoneria) all’Unità d’Italia e alla cancellazione di Napoli capitale. Fu Garibaldi in persona, nel suo dittatoriale autunno partenopeo del 1860, a concedere suolo napoletano e autorizzazione per la costruzione di una cappella per il culto anglicano. Era lui che comandava a Napoli e gli amici inglesi andavano ringraziati per il fondamentale sostegno ricevuto nella spedizione delle camicie rosse. Sino a quel momento, i culti diversi nella cattolicissima capitale borbonica e in tutto il Regno erano stati vietati, e le funzioni erano state celebrate nelle legazioni extraterritoriali. Quelle anglicane si svolgevano nella legazione britannica di Palazzo Calabritto in piazza della Pace, l’attuale piazza dei Martiri, dove si ergeva una colonna dedicata alla Madonna della Pace voluta da Ferdinando II per la pace riconquistata dopo i moti del 1848. Pace impossibile da conservare a lungo. Già nel 1844 Garibaldi era entrato a far parte della Massoneria a Montevideo, in Uruguay, e nel 1846 aveva incontrato Lord Palmerston per ottenere appoggio per la sua battaglia per l’indipendenza del Paese sudamericano e per quelle future in Italia. Tra Massoneria inglese, nata in seno al Protestantesimo, e Anglicanesimo il legame era già forte, in nome dell’anti-Cattolicesimo e dell’avversione al Papa di Roma, e lo è ancora oggi (nel settembre 2013, nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra, si sono radunati un migliaio di massoni per la celebrazione del bicentenario della Gran Massoneria dell’Arco Reale). Fin dalla sua nascita, la Massoneria inglese era stretta in un’alleanza con lo Stato e la Chiesa anglicana. Proprio la Chiesa d’Inghilterra aveva dichiarato l’indipendenza dall’autorità papale nel 1534, e nel 1563 il Parlamento aveva approvato i 39 articoli della fede anglicana, i cui scopi contemplavano anche la centralità dell’Evangelo. Tre secoli dopo, il “gran nemico” era  Pio IX, di fatto un alleato politico di Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale, nonostante le insistenti richieste della diplomazia londinese, per nessun motivo concesse mai il suo suolo cattolico napolitano per una chiesa del culto anglo-massonico. La morte del sovrano rappresentò l’occasione giusta per invadere il Regno meridionale, poco sicuro nelle mani del giovane erede Francesco II.
Il massone Garibaldi sbarcò a Marsala, dove fu accolto dai piroscafi bellici dritannici “Argus” e “Intrepid” e da una vastissima comunità inglese coinvolta nei grandi affari dei vini di Ingham e Whoodhouse; attraversò la Sicilia e risalì la Penisola sempre scortato, finanziato e armato dagli inglesi. Fiumi di piastre turche gli giunsero per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole a largo di Capri. Quel rendiconto, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbe acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. A Napoli, il 6 settembre, Garibaldi entrò col treno borbonico, “accompagnato” via mare dal legno britannico “Intrepid”, che si piazzò davanti al litorale di Santa Lucia fino al 18 ottobre, quando gli fu dato il cambio da altre imbarcazioni inglesi, proprio mentre il dittatore Garibaldi donava ai sudditi di Sua Maestà la Regina il suolo scelto in via San Pasquale a Chiaja per edificare la cappella protestante, lì dove era un maneggio per cavalli di proprietà dell’esercito borbonico. Era solo un piccolo atto di riconoscenza per il fondamentale appoggio ricevuto (un’altra cappella anglicana sarebbe stata costruita a Palermo nel 1872). Il nuovo governo italiano-piemontese cedette ufficialmente la proprietà del terreno il 10 agosto 1861. La comunità dei residenti inglesi, con sottoscrizioni private e pubbliche sia a Napoli che in Gran Bretagna, riuscì a raccogliere l’ingente somma necessaria per la realizzazione della costruzione. Dopo un concorso, fu dato incarico per l’opera all’inglese Thomas Smith, che aveva appena ultimato la chiesa della comunità inglese a Nizza, città natale di Garibaldi. La prima pietra fu posata il 15 dicembre 1862 e l’edificio ultimato fu consacrato dal primo vescovo anglicano di Gibilterra il 3 marzo 1865.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815 la Massoneria era stata messa al bando dai governi di tutti gli Stati preunitari. Non è un caso che la rifondazione manifesta della Massoneria italiana sia datata 1859, anno di costituzione della prima loggia italiana chiamata “Ausonia”. Dove? A Torino, ovviamente. Quando la capitale sabauda “unì” (parzialmente) l’Italia, Stato vaticano ancora escluso, il massone Garibaldi fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia proprio a Torino. Era il 17 marzo 1862, primo compleanno dell’incoronazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Compiuta l’invasione del Mezzogiorno e ben saldi i suoi propositi di violare la Roma papalina, il Generale si recò a Londra per far visita al governo inglese e alla frammassoneria con l’intento di rimediare altri fondi per le sue imprese rivoluzionarie. Fu accolto dal tripudio di una folla oceanica, riconoscente per il lavoro compiuto nelle Due Sicilie e per la sua battaglia contro il Papa, quindi per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Riconoscenza attestata di persona, nel corso di quel viaggio nell’aprile del 1864: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina». Gli obiettivi, ovviamente, non erano solo religiosi ma anche e soprattutto politici, economici e commerciali, ma chiaro fu il contributo che la fede britannica diede al processo politico e sociale che attraversò l’Italia risorgimentale. Garibaldi, prima della caduta di Roma, preconizzò: «Non sarà il cannone a liberare Roma dal Papa, ma l’Evangelo». Il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, i Bersaglieri del Generale Cadorna entrarono a Roma preceduti dai venditori di libri al grido di «il libro.. il libro» (la Parola di Dio). Il Potere Temporale del Papa era alla fine e la libertà religiosa in Italia era conquistata.
Nel 1965 fu scoperta sulla facciata della chiesa anglicana di Napoli una lapide bilingue a ricordo del regalo di Garibaldi. Vi era scritto “a grata memoria di Giuseppe Garibaldi”, l’uomo che aveva consegnato non un semplice suolo agli inglesi ma, di fatto, l’intero Regno. Era passato un secolo esatto da quando il primo vescovo anglicano di Gibilterra aveva consacrato l’edificio a Gesù Cristo. Con buona pace dei tanti massacri, delle profanazioni, dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle collusioni con la malavita e dei privilegi elargiti ad assassini e prostitute per compiere il piano internazionale per la cancellazione del fastidio vaticano-borbonico dal territorio europeo.lapide_chiesa_anglicana

Jean-Noël Schifano illustra la disunità d’Italia nella città di Garibaldi

al C.U.M. di Nizza conferenza su “la désunité italienne”

Angelo Forgione per napoli.com  – Sempre affascinato da Napoli, Jean-Noël Schifano, direttore letterario per l’editrice Gallimard e critico di Le Monde, ovunque si trovi, descrive la Capitale con stile e ricrea il fascino di una civiltà che mantiene la sua autonomia culturale.
Schifano è stato protagonista mercoledì 4 giugno di una conferenza al Centre Universitaire Méditerranéen di Nizza dal titolo “la désunité italienne”. Sì, la disunità italiana, raccontata proprio nella città natale di Garibaldi. Un’ora e mezza di racconti storici, più un quarto d’ora di risposte alle domande dei più di 300 presenti, per descrivere la realtà meno nota del Regno delle Due Sicilie nel 1860, le sue eccellenze, e l’interruzione del progresso ad opera di Garibaldi il nizzardo, Bixio, Cialdini, Vittorio Emanuele II e Cavour, «i criminali», attraverso «le menzogne e i plebisciti falsati agli occhi di tutti e sempre benedetti dalla Repubblica italiana».
Il percorso storico è culminato nel disastro del presente, nel degrado sociale del Mezzogiorno di oggi che muore sempre più e non può trovare speranze nelle contraddizioni verbali del premier italiano Matteo Renzi, «un nanomachiavelli», prima lusinghiero in campagna elettorale europea nei confronti dell’antico Stato meridionale, a tal punto da eleggerlo a modello di rinascita economica, e poi offensivo subito dopo le elezioni.
Vibrante anche la denuncia del museo lombrosiano di Torino, definito da Schifano «un obbrobrio dell’umanità». Quando dal pubblico l’esposizione è stata definita “una sfumatura della storia”, Schifano ha risposto con decisione: «Fatti e date, caro Signore, fatti e date che il mondo intero può controllare… E, scusi, se lei scoprisse un bel giorno in un museo, su uno scaffale nuovo fiammante, in un boccale conservato da 150 anni, la testa del suo bisnonno, farebbe delle sfumature?» Applausi scroscianti in sala.
Significativa una citazione di Rocco Scotellaro: «Bisogna strappare le maschere con i denti…». Vera emozione del pubblico, unita alla commozione per le reclusioni nel forte di Fenestrelle e per la descrizione, con dovizia di particolari, di alcuni massacri commessi delle truppe piemontesi.
Schifano ha pure messo in evidenza le campagne denigratorie di cui Napoli è vittima da più di un secolo e mezzo, descrivendo per esempio le varie copertine de l’Espresso, tra cui l’ultima titolata “Bevi Napoli e poi muori”: «Innumerevoli umiliazioni per coprire la sola Città capitale d’Italia di onta identitaria e rinforzare a spazi regolari, da 154  anni, una xenofobia storica degna dei peggiori colonizzatori».
«Non immaginate – ha detto l’intellettuale francese – con quanta rabbia Napoli e il Sud stiano riprendendosi sempre di più l’identità rubata, nonostante tutte le razzie economicamente mortali che da 154 anni si sono fatte, da Marsala alla Campania Felix. E questo grazie anche al coraggio di scrittori come Pino Aprile e Angelo Forgione (ringraziamenti, NdR), determinati a pubblicare libri-verità accecanti».
Chiusura con una sentenza: «A giudicare dalla partecipazione, Garibaldi, a Nizza, sembra “seppellito” da molto tempo».

Renzi e le sue contraddizioni

«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole:
«Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera: «La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.

Pistole nel calcio, la prima volta fu dei tifosi del Bologna

Gli spari a Roma prima di Fiorentina-Napoli non sono stati i primi tra tifoserie.
Storia del calcio violento e truccato di sempre.

Leandro Arpinati

Angelo Forgione – I tristi eventi romani del 3 maggio che hanno preceduto la finale di Coppa Italia hanno un lontano precedente, che risale alla stagione 1924/25, quando Bologna era un faro del fascismo e Genoa e Bologna si contesero l’accesso alla finale scudetto contro i vincitori della Lega Sud. Ecco i fatti drammatici di quel tempo.
I liguri, una potenza calcistica di inizio Novecento, rincorrono il decimo scudetto. I felsinei, un’ambiziosa realtà emergente, sono guidati dal gerarca fascista e accolito del Duce Leandro Arpinati, presidente degli emiliani e vicepresidente della Lega Calcio. Un uomo potentissimo, una delle figure principali del regime fascista, capo dello squadrismo bolognese che già nel novembre del 1920 ha guidato i militanti armati nelle vicende della strage di Palazzo d’Accursio seguita all’insediamento della nuova giunta comunale socialista massimalista. Arpinati è vicesegretario del partito e podestà di Bologna, presidente del CONI e della FIGC, nonché, in seguito, sottosegretario agli Interni, cioè di fatto ministro.
La finale d’andata della Lega Nord va in scena a Bologna il 24 maggio 1925 ed è vinta dal Genoa per 2-1. I gol dell’ex Alberti e di Catto, con Schiavio che accorcia nel finale, indirizzano la vittoria verso i liguri. Sette giorni dopo, le squadre si ritrovano di fronte per il ritorno allo stadio di Marassi, gremito e pronto ai festeggiamenti. Ma il Bologna, a sorpresa, restisce il 2-1 con le marcature di Muzzioli e di Della Valle, dopo il provvisorio pareggio di Santamaria, e porta gli avversari allo spareggio in campo neutro. Il 7 giugno, a Milano, le squadre si ritrovano di fronte e il Genoa, grazie ai goal di Catto e Alberti, va all’intervallo sul punteggio di 2-0. Al 15’ della ripresa, il portiere genoano De Prà devia in angolo un potentissimo tiro del bolognese Muzzioli; l’arbitro Giovanni Mauro indica regolarmente la bandierina e a quel punto dirigenti e sostenitori bolognesi, tra cui alcuni uomini in camicia nera, irrompono armati sul terreno di gioco per accerchiare il direttore di gara e imporgli la convalida di un goal non visto per un buco nella rete, ma di fatto inesistente. Parole grosse, minacce e percosse conducono alla concessione del goal fantasma, con l’arbitro che promette ai liguri di mettere tutto a referto per far assegnare la vittoria a tavolino. Il Genoa la prende per buona e prosegue la partita tra ulteriori risse e tensioni che portano pure al pareggio felsineo dopo un fallo sul portiere genoano. Troppo per poter proseguire la farsa anche ai supplementari, il Genoa si rifiuta di giocarli e si affida al referto arbitrale. Ma il signor Mauro non fa alcuna menzione dell’aggressione e delle pressioni ricevute e omologa il risultato di 2-2 tra lo stupore dei liguri. Arpinati ha fatto valere la sua influente figura di dirigente della Lega e, soprattutto, di rampante gerarca fascista, imponendo un secondo spareggio, fissato per il 5 luglio a Torino, dove le due contendenti chiudono ancora in parità per 1-1. La forte tensione non genera nessun problema in campo ma violentissimi scontri si verificano in serata all’esterno, nella stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove i treni delle due tifoserie si ritrovano divisi da quattro binari e un terzo convoglio, che all’improvviso si allontana. Bolognesi e genoani ora si guardano, prendono a inveire gli uni contro gli altri. Sui binari scendono i più scalmanati, si sfidano in una prima sassaiola mentre la polizia accorre a dividerli e a dare tempestivamente l’ordine di partenza del treno dei felsinei. La rincorsa al convoglio in corsa sembra riportare la calma, ma i tifosi di estrema destra del Bologna girano armati; e qualcuno fa fuoco: tra i venti e i trenta colpi, tutti in aria tranne tre. Due colpiscono di striscio un genoano e il capostazione. A terra resta un altro ligure, Vittorio Tentorio, trapassato da una pallottola in un punto fortunatamente non vitale e immediatamente trasportato in ospedale per le lunghe e necessarie cure.
I quotidiani tentano di minimizzare la vicenda, il governo, di destra, probabilmente copre i colpevoli, ma l’indignazione è tanta perché per la prima volta si è sfiorata la tragedia per una partita di calcio. Il Consiglio Direttivo del Bologna addossa ai sostenitori del Genoa la colpa degli incidenti e fa arrabbiare i vertici fedarali, che allora multano il club di Arpinati e gli impongono di identificare i colpevoli per evitare l’esclusione dal campionato. Il braccio di ferro è violento e il gerarca, dietro le quinte, fa radunare in piazza Nettuno a Bologna una folla ribelle. Va in scena un folle comizio sportivo, il primo del genere tenuto in Italia, da cui si leva il grido di protesta contro la FIGC. In un clima del genere non si può più andare avanti e si decide la sospensione della sfida tra le due squadre. Sembra una tregua per calmare le acque in vista dell’ennesimo spareggio da giocarsi a settembre, ma un nuovo colpo di scena firmato Arpinati è pronto: in Consiglio Federale della Lega Nord impone un nuovo spareggio a porte chiuse da disputare alle 7 del mattino del 9 agosto in un campo secondario del quartiere Vigentino a Milano. Bisogna che la notizia resti segreta per evitare ulteriori scontri, ma di quell’appuntamento il Bologna viene avvisato per tempo, mentre il Genoa riceve la notifica soltanto qualche giorno prima. I suoi calciatori sono al mare, non si allenano e non sono preparati, ma vengono convocati d’urgenza per essere catapultati in campo a Milano a prima mattina. Nelle case sono ancora tutti a dormire ma attorno al terreno di gioco ci sono carabinieri a cavallo e camicie nere emiliane ad assistere alla vittoria del Bologna per 2-1. Il Genoa è finalmente piegato, la conquista del decimo tricolore fallisce. Dopo la sfida finale contro i meridionali dell’Alba Roma, lo scudetto va al Bologna, il primo dei felsinei, sul quale gravano le manovre di Arpinati, l’unico uomo veramente decisivo del club emiliano. Sarebbe diventato l’anno seguente, guarda un po’, presidente della FIGC. Pistole e proiettili non si sarebbero più visti nelle dispute calcistiche fino al 2 dicembre 1973: un tifoso della Roma avrebbe colpito il napoletano Alfredo Della Corte con uno sparo alla bocca. E poi il 3 maggio 2014: a ottantanove anni dai fatti di Torino un altro romano e romanista, Daniele De Santis, ha fatto fuoco contro un altro tifoso napoletano, Ciro Esposito. Era anch’egli legato ad ambienti di destra.

Renzi a Napoli: «Il modello è il Regno delle Due Sicilie»

Angelo Forgione Il premier Matteo Renzi, a Napoli per incontrare in prefettura i Comuni che rientrano nella Città Metropolitana e discutere sui fondi strutturali, ha annunciato nel suo discorso ai presenti che il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie, l’antico stato preunitario che, coi suoi progressi in ogni campo, si faceva notare in Europa e nel mondo. “Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia”. Così ha chiosato l’ex sindaco di Firenze.
Il contraddittorio Renzi, l’unico a conoscere il significato del 17 marzo in un triste servizio de Le Iene fuori Montecitorio (guarda il video), è il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica dell’Italia unita, quell’entita geopolitica che, con la sua nascita, ha segnato di fatto l’interruzione di quel progresso e la nascita della “questione meridionale”. Almeno a parole, dopo un secolo e mezzo, un’alta carica istituzionale annuncia di volerlo riattivare e riallacciare i fili col retaggio culturale e sociale del Mezzogiorno, ed è la prima volta che accade. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la politica, che i fischi all’inno nazionale li stigmatizza ma, evidentemente, inizia a capirli.