video / Subito misure di “difesa” monumentale contro l’inciviltà

intervista ad Angelo Forgione a “Rapporto Napoli” (TeleCapriNews)

Ragazzini che si calano nei reperti delle Mura Greche di Piazza Bellini. Ragazzini che entrano nottetempo in Galleria “Umberto I” in sella agli scooter per sgommare sul marmo. Il  pericolo, identico per i due siti come per tutti i monumenti della città, non riguarda solo la pulizia me è anche e soprattutto minorile, ma non solo minorile.
Urge una lastra trasparente di copertura delle antiche murazioni e l’immediato ripristino della pattuglia di sorveglianza h24 in galleria per evitare danni al patrimonio ma anche alle persone. È una battaglia senza fine, ma se anche le istituzioni mollano è anche senza speranza.

io, Benjamin Taylor, innamorato di Napoli… nel bene e nel male

«All’inizio avevo la testa piena di paure e pregiudizi, ora amo tutto di questa città. Non esiste nel mondo popolo più ospitale e raffinato di quello napoletano»

Benjamin Taylor è uno scrittore di origine texana che vive a New York dove è titolare della cattedra di Letteratura alla “Columbia University”. In questi giorni, per la dodicesima volta, è a Napoli per guidare una troupe di Discovery Channel alla scoperta della città. Lui Napoli la conosce benissimo e recentemente ha pubblicato il libro “Naples Declared – a walk around the bay”, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, che negli Stati Uniti sta raccontando obiettivamente una Napoli diversa e sorprendente pur senza nascondere le sue vergogne, giungendo nella “top 10” americana dei libri dedicati ai viaggi.
Taylor in realtà racconta un po’ la sua esperienza personale, la sua scoperta di Napoli che ha sgretolato i suoi pregiudizi e l’ha condotto ad innamorarsene. Scoperta Iniziata per caso proprio dalla lettura in America di un fatto di cronaca nera accaduto a Napoli. Alla metà degli anni ’90 vi si recò per la prima volta ma per vedere gli scavi vesuviani e Capri. Poi, si legge dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Settembre ’12, prima di spostarsi sull’isola per un po’ di relax, volle conoscere la scrittrice Shirley Hazzard residente a Posillipo, vedova di quel Francis Steegmuller di cui aveva letto un racconto. Gli era capitato di essere rapinato con violenza a Napoli ed era finito in ospedale; lì aveva avuto modo di conoscere l’altra faccia della realtà: circondato da mille attenzioni, da grande umanità e comprensione, di quella brutale esperienza, alla fine, gli era rimasto un ricordo assolutamente positivo. Anche la Hazzard, nonostante tutto, era follemente innamorata di Napoli e invogliò Taylor a restare in città e a scoprire le cose veramente importanti, quelle nascoste nel cuore della città. «Furono giorni indimenticabili. Per questo sono sempre tornato», dice lo scrittore americano.
Taylor non ama i luoghi comuni, nel bene e nel male, ma questo è il suo preciso e lusinghiero pensiero sui napoletani: «Non ho mai trovato, in nessun’altra città del mondo, un così spiccato senso dell’ospitalità. E non credo che esista un popolo più raffinato del napoletano. Credo che la generosità e l’apertura mentale dei napoletani siano incomparabili. E credo che nessuno dovrebbe mai pensare che la camorra possa rappresentare la realtà di Napoli. No: la camorra è un esercito di invasori e conquistatori, niente di più. Anch’io prima di venire a Napoli avevo la testa piena di pregiudizi. E una certa paura. Quando arrivai in città e feci la mia prima visita al centro storico, decisi di infilare il passaporto in una sacca che portavo ben assicurata sottobraccio. Andai a vedere il duomo — posto fantastico! — e forse dovetti chinarmi o fare un movimento strano. Fatto sta che qualche ora dopo, quando ormai ero molto lontano da lì, mi accorsi che il passaporto non era più nella sacca. Tornai quasi di corsa sui miei passi fino al duomo, ma lo trovai chiuso e sbarrato: era ormai quasi sera. Disperato, mi guardai intorno con un senso d’impotenza, e fu allora che, seduto su un gradino del sagrato, vidi un tizio che si faceva vento con una specie di libretto. Era il mio passaporto, e lui mi stava aspettando per restituirmelo. Fu la mia iniziazione alla favolosa gentilezza dei napoletani. E del resto lo so bene anch’io che basta andare a Roma, a un’ora da Napoli, e avere la sensazione di essere quasi in Scandinavia, in tutt’altro mondo. Ma il problema è sempre quello: non bisogna fermarsi alla superficie, si deve andare più a fondo».
La domanda da porsi è: cosa sarebbe Napoli se anche il senso civico fosse generalmente diffuso? Ma forse è una domanda inutile.

leggi l’articolo sul Corriere del Mezzogiorno

Forgione e Villaggio, duro e civile confronto culturale a “La Radiazza”

Villaggio: «Non ho mai detto certe frasi sul Sud».
Forgione: «Gliele ricordo io due o tre cosette»

Dopo l’intervista rilasciata a calcionapoli24.it alla vigilia di Sampdoria-Napoli e terminata con un forte scontro di opinioni nato dalle sue dichiarazioni rilasciate a SKYtg24 al tempo dell’alluvione di Genova, la posizione di Paolo Villaggio rispetto alla responsabilità esclusiva del Sud rispetto al disastro italiano meritava di essere chiarita.
Nel corso del programma “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, abbiamo contattato l’attore genovese che, remissivo e cauto, ha negato l’evidenza (documentata) di aver espresso certi giudizi circa la migliore cultura meridionale. Ne è comunque venuto fuori un confronto dialettico molto interessante, interrotto per esigenze di programmazione non prima di aver fornito a Villaggio degli spunti di riflessione. Speriamo ne faccia tesoro, e non solo lui.

Multa alla Juventus: zingaro no, coleroso si! C’è un problema e non è Tosel.

arbitri e ispettori federali non sentono i cori razzisti indirizzati ai napoletani

Siamo al pastrocchio totale. Un’ammenda di 15mila euro è stata comminata dal giudice sportivo Tosel alla Juventus per cori offensivi nei confronti dell’allenatore della Roma Zdenek Zeman nel corso del match disputato sabato allo Juventus Stadium. Nel comunicato ufficiale si legge che la Juve è stata multata “per avere suoi sostenitori, nel corso della gara, rivolto continuativamente all’allenatore della squadra avversaria grida e cori insultanti e costituenti espressione di discriminazione etnica”.
Dunque, gli ispettori federali o uno dei sei arbitri ha ascoltato i cori volgari, non discriminatori, all’indirizzo di Zeman. Cosa che non accade mai, e dico MAI, quando i cori razzisti, non solo volgari. vengono indirizzati ai Napoletani. Come a Genova, ad esempio, quando i napoletani sono stati etichettati al solito come colerosi; o come proprio a Torino la settima scorsa quando i tifosi bianconeri, durante Juventus-Chievo, al minuto 13 e 30″ hanno intonato un coro di pulizia etnica inneggiante al Vesuvio.
“Zeman tu sei un figlio di…”“Noi vogliamo morto il boemo”, per quanto volgari, non sono cori razzisti. La multa arriva per il “Seiuno zingaro”. Insomma, gli juventini, e non solo loro, non possono urlare “zingaro” a Zeman ma “coleroso” ad un napoletano si. Poi piovono bottigliette dagli spalti del “Ferraris” sulla testa di Hamsik in diretta tv e viene in mente la confezione di yogurt che costò la squalifica del “San Paolo”.
Ribadisco che il problema non è Tosel ma gli ispettori federali e la sestina arbitrale. Sono loro che non riportano al giudice sportivo il quale si limita ad applicare sanzioni in base ai referti. Se nei referti non c’è scritto un fatto, quel fatto non può essere punito. E la conferma sta nel fatto che solo una volta c’è stata sanzione per cori razzisti contro i napoletani. La cosa stupì tutti a Napoli perchè gli azzurri non erano neanche in campo; si trattava di Inter-Genoa di Coppa Italia del Gennaio scorso. E sapete perchè Tosel ebbe la notifica a referto? Perchè l’arbitro era Russo… di Nola. Tutto chiaro, no?

 

 

 

Jean-Noël Schifano, un Masaniello per la verità storica

Premio “Masaniello” all‘intellettuale francese che non teme lobby e consorterie

Angelo Forgione – Non da oggi, Jean-Noël Schifano è ambasciatore della cultura e della storia napoletana in Europa e nel mondo. Per chi non lo sappia, non è italiano l’intellettuale di nazionalità francese nato in Francia da madre lionese e padre siciliano, e questo lo pone al di fuori da ogni interesse di divulgazione di parte. Lui, come Ledeen e Gilmoure, arricchisce quel fronte di intellettuali stranieri che possono per questo raccontare senza filtri la storia di Napoli e dell’Italia.
Ma Napoli, consegnandogli il “premio Masaniello – napoletani Protagonisti”, scultura del maestro napoletano Domenico Sepe, lo ha formalmente investito del ruolo che tutti i conoscitori della storia, quella vera, gli attribuiscono da sempre, ribadendo che, al di là della sua cittadinanza napoletana onoraria, è più napoletano di tanti napoletani di nascita, “civis neapolitanus” come lui stesso si autodefinisce. Il premio, di fatto, è assegnato ai migliori esempi di napoletani protagonisti nell’evidenziare la cultura, l’intraprendenza e l’arte partenopea.
Il letterato non qualunque, critico di Le Monde, direttore editoriale di N.R.F. e traduttore dei romanzi di Umberto Eco, è autore di tanti libri dedicati a Napoli (“Cronache napoletane”, “Neapocalisse”, “La danza degli ardenti” – Tullio Pironti editore), ultimo della serie il “Dictìonnaire amoreaux de Naples” (Plon) pubblicato in Francia e in attesa di un editore italiano, che in 579 pagine ripercorre storia, luoghi ed emozioni di una città che l’autore considera tuttora «una delle capitali d`Europa». E proprio nell’ultimo lavoro analizza la figura di Masaniello in chiave revisionistica, come sempre opportuna. “Masaniello non è per nulla rivoluzionario, non si rivolta contro la nobiltà spagnola, ma contro la nobiltà napoletana che lo riduce letteralmente alla fame, che affama la plebe di tutta la Città: senza tregua giurerà fino alla morte la propria autentica fedeltà alla Spagna. I suoi alleati camorristi dell’inizio, per compiacere la nobiltà e raccogliere favori e benefici, lo uccidono alla fine, nello stesso momento in cui lui rinuncia a un potere che non ha mai esercitato (…)”.
A questa osservazione si riallaccia lui stesso in un intervista di Salvo Vitrano per “Il Mattino” del 30 Settembre ’12 in cui, ancora una volta e con la solita franchezza, ha espresso il suo pensiero controcorrente che da fastidio a quei pochi storici schierati (italiani e napoletani) che ancora si ostinano a difendere lo schema narrativo precostituito. Partendo dall’attacco alla falsa rivoluzione della Repubblica Partenopea del ’99 e ai suoi simboli lontani dalla figura popolare di Masaniello: «Lottò contro i nobili non per la presa del potere ma per una presa della libertà e per dare al popolo giustizia, non come quella boriosa di Eleonora Pimentel Fonseca che con i suoi amici nobili giocò nel 1799 a fare la rivoluzione mentre continuava a trattare sprezzantemente i suoi domestici dando loro ordini in latino».
Schifano non si è mai lasciato irretire per amore di Napoli e del suo destino. «Cerco di liberare questa storia da tutti i bugiardi luoghi comuni che le sono stati sovrapposti, soprattutto come effetto dell`Unità d`Italia, che per la città è stata un saccheggio di beni materiali e di memoria. I giornali hanno scritto in questi giorni che ci vorrebbero 400 anni per far recuperare a Napoli e al Sud il divario col Nord italiano. Nessuno ricorda però che prima dei 150 anni di Unità il divario non c`era (ovviamente noi che siamo in trincea con lui si, n.d.r.). Anzi Napoli era all`avanguardia in molti settori, dalle arti alle industrie. È banchiere Salomon Rotschild nel 1821 mandò i suoi figli, perché studiassero il mondo e gli affari, in 5 capitali europee che erano Parigi, Londra, Berlino, Vienna e Napoli, non aTorino o a Roma».
Poi la domanda che inizia a farsi sempre più assillante nell’opinione pubblica: “Erano meglio i Borbone dello Stato italiano?”E Schifano risponde così: «Senza dubbio. E dicendo questo non voglio discolpare i Borbone, che certo commisero errori gravi. Voglio dire che con loro, come con altri governanti nel passato, Napoli aveva avuto rango di capitale di uno Stato che aveva come territorio il Sud Italia. Con l`Unità il Sud e Napoli diventarono una colonia a cui sottrarre ricchezze e memoria. Altro che assistenzialismo al Sud! Napoli dovrebbe chiedere un risarcimento all`Italia per i danni subiti con l`Unità».
Infine il giudizio sulla capitale di oggi: «Il mio rapporto con la città contemporanea è sempre stato molto attivo: ho condiviso i suoi entusiasmi e i suoi drammi, dal colera, alle speranze di svolta e al degrado dei rifiuti. A me appare chiaro che il problema dei rifiuti non si è prodotto a Napoli, Napoli ne ha solo subito il danno». Era possibile gestire meglio i problemi? «Considerando le condizioni storielle e l`atteggiamento dello Stato verso il Sud, era molto difficile. Due sindaci importanti hanno reagito. Bassolino, che io definisco il “realista”, capace di osservare con la lente ogni aspetto della realtà locale spicciola, senza trascurare l`immagine internazionale della città,  con il G7, ma che poi è andato a scontrarsi con l`ossessione dell`inceneritore. De Magistris, che ora vediamo all`opera, lo definisco un sindaco “imperiale”: vuole restituire ai napoletani l`imperio, il dominio della loro storia, della loro memoria, del loro futuro. Senza compromessi. Spero che, dopo aver liberato il lungomare, sappia affrontare con la stessa determinazione i problemi del centro storico».
Val la pena ricordare che Schifano è anche autore della prefazione del pamphlet “Malaunità, 1861-2011, centocinquant’anni portati male”.

Ancora l’ignoranza storica di Paolo Villaggio

Angelo Forgione – Per un napoletano che ha studiato (Nino D’Angelo), un genovese che non ha fatto tesoro degli errori. Paolo Villaggio, intervistato da calcionapoli24.it, si è visto costretto a tornare sulle sue dichiarazioni post-alluvione di Genova e ha rincarato la dose finendo con mandarsi letteralmente a quel paese con il giornalista Dino Viola che vi si confrontava.
Esplicita la domanda: Dopo l’alluvione di Genova lei ha detto: “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”Non le sembra fuoriluogo ed ingenerosa questa dichiarazione? Ci motiva il nesso tra la disgrazia Borbone? Paolo Villaggio ha risposto così: “Noi sfortunatamente abbiamo avuto una cultura e l’abbiamo imparata dai Borbone, l’abbiamo imparata dalla mafia siciliana, dalla ‘ndrangheta calabrese e voi in casa avete una camorra che non scherza. Quindi lasci perdere ingenerosa. Si faccia un giro per Napoli con un turista inglese quando c’è la monnezza e poi senta i commenti. Lei capisce che Napoli è una grande capitale ma è diventata una città, purtroppo, più criticata. Una vergogna assoluta. La cultura borbonica l’ha presa la politica italiana. Io ho ottant’anni e non me ne frega un cazzo, ma c’è bisogno che i giovani di Napoli e del sud capiscono che devono liberarsi da quel cancro maledetto. (…) “La cultura dei Borbone era solo mafia”. Dichiarazioni che hanno fatto alzare i toni della conversazione e chiudere nettamente l’intervista.
Villaggio continua nell’equivoco di fondo, e cioè a pensare che l’Italia l’abbiano unita (con la forza) i Borbone e non i Savoia, a pensare che l’Italia è napoletanizzata mentre è piemontesizzata. Un grande uomo di cultura qual è Philippe Daverio, che non è certo meridionale, dice che lo Stato ha fallito in confronto ai Borbone. La cultura mafiosa di cui parla Villaggio non è certo borbonica, visto che Garibaldi si fece dare una grossa mano da mafia e camorra, avversarie dei Borbone, per risalire la penisola. Piccole organizzazioni di quartiere sostituite da quel momento allo Stato che al Sud non ha mai veramente messo piede.
La risposta, il comico genovese se la da da solo; Napoli è diventata una città criticata proprio da quel momento mentre prima era la capitale, e non solo del Sud. E la politica italiana non ha preso alcuna cultura borbonica ma semmai il burocratismo piemontese. La tutela del territorio era una priorità dello Stato borbonico (guarda il video), devastato ad esempio dall’applicazione a tutto il Paese dello Statuto Albertino che, essendo tarato per il territorio piemontese a bassissimo rischio sismico, non prevedeva norme edilizie antisismiche e di contrasto alle calamità naturali. Il Sud ne rimase improvvisamente sprovvisto e le conseguenze si palesarono molto presto poichè, secondo la cultura governativa sabauda, non era compito dello Stato preoccuparsi del soccorso per le popolazioni sinistrate. L’Italia che frana, tra torritorio e monumenti, è conseguenza di quegli errori mai veramente riparati.
La smetta il nostro di parlare di cultura (borbonica) alludendo a sottocultura senza essere acculturato in materia e senza conoscere veramente la differenza tra cultura borbonica, fatta di arte e difesa attiva del territorio, e cultura piemontese basata sul militarismo e sulle spese belliche che necessitavano di risorse da incamerare, comprese quelle del Sud. Se l’Italia è famosa nel mondo per essere truffaldina è perchè è nata da una truffa. Piemontese, non Napoletana. La cultura è cultura ed è napoletana la sola aristocrazia europea d’Italia, è meridionale la lingua italiana nel mondo, la buona cucina e il buon gusto. Questo ha preso l’Italia da Napoli e dal Sud ma non vuole prenderne atto.
Solo in una considerazione Villaggio ha in parte ragione: i giovani di Napoli e del Sud devono capire che bisogna liberarsi di un cancro maledetto. Gran parte ne farebbe volentieri a meno, ma se lo Stato non fa la sua parte al Sud, lasciandolo in mano alle mafie, non possono essere i cittadini onesti a dover andare in guerra contro la malavita organizzata, quella che, rubando il futuro a tutti, dà da mangiare ai disoccupati. Perchè questi dovrebbero decidere di morire di fame?
Insomma, un Villaggio tra ignoranza cronica e demagogia pura. E pure presunzione visto che, a differenza dell’umile Nino D’Angelo, ha snobbato tutte le precisazioni dopo il suo “peccato originale”. Anche in questo la Napoletanità ha vinto, ancora una volta.

informazioni@paolovillaggio.com

Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!

“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile

Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!

Vedova Almirante senza rispetto per Napoli. Le risponde Marcellì…

«Alemanno ha ridotto Roma uno schifo come Napoli». De Magistris incassa?

Angelo Forgione – Parole dure quanto irrispettose quelle ai microfoni di Radio Città Futura pronunciate da Assunta Almirante che per “misurare” il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha preso il solito metro di paragone, che però è appunto sempre il solito. «Alemanno è proprio da azzerare. Ha ridotto Roma uno schifo. Sono andata al cimitero e non mi sono rotta le gambe per miracolo, era tutto rotto, sporco e fracassato: siamo arrivati al livello di Napoli».
Curiosamente era stato anche lo stesso Alemanno a difendersi qualche mese fa dalle accuse di non aver saputo arginare la delinquenza romana dicendo che Roma non è Napoli, mentre in realtà lo scorso anno si è rivelata molto peggio sotto tale aspetto. Ora non è che la vedova Almirante, meridionale, abbia bestemmiato. Napoli è città fortemente degradata (come altre, n.d.r.) e umiliata nella sua bellezza, questo è lapalissiano e chi la ama davvero non lo nega. Ma la Almirante non è stata interpellata per dibattere su Napoli e per suggerire soluzioni; è stata chiamata in causa per giudicare Alemanno. E pertanto il paragone è non solo fuori luogo ma irrispettoso per il semplice fatto che non conserva una critica d’amore per Napoli ma solo disprezzo diretto per Alemanno e indiretto per Napoli che ancora una volta ne riceve pubblicità negativa, e proprio non ne ha bisogno.
Noi che da queste pagine informiamo della nostra lotta attiva al degrado dell’amata Napoli non possiamo accettare una simile dichiarazione e ci chiediamo perchè il sindaco De Magistris non si indigni e metta a posto la Signora invitandola a formalizzare delle scuse ufficiali. Non vorremmo che chi amministra la città chini il capo perchè consapevole che senza soldi non potrà arginare il degrado. In tempi di blatte e massacro mediatico nazionale e internazionale, proprio De Magistris, chiamato in causa con la sua amministrazione, dichiarò che «il riscatto di Napoli da fastidio, questo è un tema che inizia nel 1861 con l’unità d’Italia e i rapporti tra Nord e Sud del paese» e annunciò azioni legali nei confronti di chiunque ledesse l’immagine della città. Sarebbe il caso che la voce la si iniziasse ad alzare anche quando si colpisce la città intera e non solo la sua amministrazione, magari impegnandosi ancor di più per migliorare la vivibilità di tutta Napoli e non solo del suo splendido lungomare.
Noi, da operatori della comunicazione e da sentinelle anti-degrado, invitiamo la Signora Almirante a sforzarsi di decifrare Napoli che, marciapiedi e strade dissestate a parte, ha ancora un’anima bianca che le altre città non hanno e che si contrappone a quella nera che fa la felicità dei media. E le diamo uno spunto di riflessione sulle parole di Marcello Mastroianni (guarda il video) che, da profondo conoscitore delle realtà di Napoli e Roma, espresse il suo giudizio da uomo di cuore. Eppure anche lui sapeva che Napoli era degradata ma non si sarebbe mai consentito il lusso di mancarle di rispetto strumentalizzandola in un’arida discussione politica, per giunta personale.
Nelle sue parole, retorica a parte, c’è tutta la descrizione del vero degrado che è sociale. Ci manchi, Marcellì!

Aggressione agli svedesi. Non sono napoletani, chiamatele bestie!

Tifosi svedesi vengono in città sfidando un viaggio scomodo per godere di una trasferta di sole, cibo e divertimento. Finiscono in ospedale in tre perchè dei teppisti camuffati da ultras li sorprendono vigliaccamente a volto coperto con coltelli e mazze da baseball in una pizzeria del centro. È il trionfo dell’ignoranza!
Non è la prima volta che certi fatti accadono nella zona, lontano dallo stadio e il giorno prima della partita. Questo è teppismo puro e la partita è un mero pretesto per creare disordini e dare sfogo all’istinto tribale di qualche anima nera in cerca del proprio diversivo premeditato. Il tifo non c’entra niente, questi non sono né tifosi né napoletani ma semplice feccia di Napoli da cui ogni vero napoletano deve prendere le distanze. Sono loro che costringono gli innamorati della città e della sua storia a dover lottare ogni giorno per ripararne i danni.
Senza leggi e pene esemplari tutti si ripeterà. Siamo loro ostaggi e paghiamo ogni giorno per chi distrugge l’immagine di una città stanca. Grazie al ristoratore per essere intervenuto in difesa dei suoi clienti con il risultato di prendersi una coltellata. È lui che ha onorato il nome dei Napoletani. E infatti ha pagato.

Intanto V.A.N.T.O. condivide l’iniziativa degli amici Carmine Attanasio e Francesco Borrelli (Verdi Ecologisti Campania) che chiedono di individuare e punire immediatamente i responsabili della vile aggressione ed invitano gli albergatori del lungomare ad ospitare gratuitamente, nelle loro strutture e per tutto il fine settimana, gli svedesi aggrediti. Gino Sorbillo della storica pizzeria ai tribunali si è gia reso disponibile ad ospitare gratuitamente fino a domenica sera, a pranzo e a cena, gli svedesi aggrediti mentre Arturo e Antonio Sergio titolari del caffè Gambrinus li invitano a colazione. I Verdi chiedono al sindaco Luigi De Magistris che il Comune di Napoli riceva poi tali tifosi e si faccia carico del loro ritorno in Svezia.
V.A.N.T.O., associandosi, chiede altresì che il Comune, una volta individuati i responsabili, si costituisca parte civile per danno d’immagine della città nel mondo. Inoltre non dimentichi di ringraziare il ristoratore e il cameriere che si sono presi delle coltellate per tentare di ripristinare l’ordine e difendere i malcapitati in una città che specialmente la sera è terra di nessuno.

il Napoli, finalmente regina del Sud!

il rapporto 2012 della Demos & PI evidenzia i grandi numeri del tifo azzurro

Angelo Forgione – La settimana scorsa, al Club Napoli Cercola avevo parlato ai presenti proprio della questione meridionale nel calcio, di quei circa 30 anni di campionato nazionale giocato da sole squadre del Nord, di differenti opportunità per fare calcio tra le due parti del paese e, con il rapporto della Demos & PI relativo al 2011 alla mano, di quel fastidioso dato demoscopico che fino a ieri evidenziava un primato della Juventus nelle preferenze dei tifosi del Sud. Fino a ieri, appunto, perchè la Demos & PI ha aggiornato il dato al Settembre 2012 sancendo nel suo annuale rapporto il primato del Napoli al Sud. Appagante per chi si batte (anche) per la diffusione della storia del paese e del calcio per far comprendere la differenza tra tifosi che si identificano nel potere e tifosi identitari. Insomma, “Ma perchè sei tifoso della Juve se sei di Napoli?”. Trovano così conferma le tante email degli ultimi tempi da parte di appassionati meridionali che, conosciute talune verità e entrati nell’orbita della consapevolezza meridionalista, hanno abbandonato il tifo per la Juventus per sposare la causa del Napoli o di altre società del Sud.
Il mondo del tifo è fluttuante, condizionato in grandissima parte dagli eventi e dalle vittorie soprattutto per i più piccoli, ma qualcosa può pur farla la cultura soprattutto in età adulta. E così l’Inter, i cui trionfi di qualche anno fa cominciano a diventare un ricordo sbiadito, perde tantissimi consensi. Più di tutte, ma non è la sola. Segno meno per le tre strisciate-stellate, salgono il Napoli e la Roma. Il che significa che il calcio malato sta scalfendo le tre squadre del potere mediatico-politico del Nord a vantaggio delle due big del centro-Sud.
Certo, la Juventus resta saldamente la squadra più amata dagli italiani ma gli scandali e la protervia dirigenziale hanno fatto evidentemente scendere le preferenze dal 29.2 al 28.5. Emblematico in questo senso il disgusto verso la dirigenza bianconera espresso da Marco Travaglio. Più contenuto il calo del quasi stabile Milan, da 16.0 a 15.8, mentre l’Inter, come detto, crolla verticalmente dal 18.6 al 14.5. La incalza il Napoli che guadagna 4.2 punti e si attesta a 13.2 mentre più staccata è la Roma a 7.3 che pure incamera un +0.8.
A confermare il calo bianconero da autocritica è anche il dato che analizza le squadre più odiate: la Juventus su tutte, detestata da milanisti, interisti, napoletani e romani indistintamente con una quota di tifosi ostili che in un anno è raddoppiata, dal 14 al 27%. Frutto evidente di una politica sportiva completamente sbagliata che i dati confermano essere perdente in termini d’immagine.
E poi il dato più coerente e atteso: fino a un anno fa la Juventus era la squadra più amata in tutte le aree del Paese, anche al Sud. Ora non più, finalmente, superata dal Napoli nel Meridione come non accadeva dai tempi di Maradona (e dalla Roma nelle regioni del centro), con un +2.3 a vantaggio degli azzurri (-2.9 nel 2011 e addirittura -10 nel 2010).
Sempre meno (23.6%) i tifosi che seguono il calcio allo stadio e tantissimi quelli che credono che gli arbitri non siano completamente “puliti” (63.3% in totale), di cui i napoletani i più diffidenti. Da non tralasciare il calo di 2.4 punti del parco tifosi in Italia rispetto al 2011, addirittura di 12.7 rispetto al 2010. In un paese in cui gli scandali, il malcostume negli stadi, l’inadeguatezza della politica sportiva, le polemiche tra i dirigenti e l’incoerenza dell’intero sistema sono in agguato, la passione per il calcio scende come non mai. Dappertutto, ma non a Napoli.