In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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Whirlpool in rosso taglia l’eccellenza napoletana

Angelo Forgione Gli stabilimenti in Italia del gruppo statunitense Whirlpool sono quasi tutti sotto la capacità produttiva. L’azienda ha perso quote di mercato e i conti sono in rosso.
Via alle cessioni, e si comincia da Napoli, dove vengono realizzate le lavatrici di fascia alta. Una fabbrica di eccellenza, premiata nel 2012 come la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo per coinvolgimento delle risorse umane e capacità manageriale di trasferire ai dipendenti la strategia dell’azienda.

Dunque, si inizia a tagliare dall’eccellenza, non certo da un sito che produce male. Si comincia a dismettere da Sud, come sempre, ma poi vedrete che toccherà anche agli altri siti del gruppo. Perché gli statunitensi sono abituati a operare secondo le logiche del mercato internazionale, e se ne fregano degli accordi presi recentemente col governo italiano se gli obiettivi non sono stati raggiunti.

Ormai non c’è più la possibilità che certi elettrodomestici vengano prodotti in Europa occidentale, e men che meno in Italia, neanche se si tratta di produzione di alta gamma come quella di Napoli che garantisce margini di guadagno molto maggiori di quelli degli elettrodomestici destinati al mercato di massa.
È un problema di costi e di concorrenza cinese e, in generale, di altri mercati competivi. Ormai l’ovest europeo non è più concorrenziale, e i governi stanno abituando lentamente i loro operai a salari sempre più bassi e flessibilità per non soccombere alla produzione a basso costo dell’est. La domanda occidentale di prodotti di gamma alta è più bassa delle capacità produttive, e Napoli è esattamente il paradigma del problema.

La produzione delle migliori lavatrici Whirlpool, quelle made in Naples, sarà spostata in Polonia, che negli ultimi venti anni è diventata il centro della produzione di grandi elettrodomestici come lavatrici, frigoriferi, freezer e lavastoviglie, un po’ come la Cina lo è diventata per quelli più piccoli come ferri da stiro e forni a microonde. La manodopera polacca, quantunque cresciuta in quanto a costi rispetto a qualche anno fa, resta inferiore a quella italiana, così come il costo dell’energia, passando per la più bassa tassazione rispetto all’eccessiva pressione italiana ricca di balzelli.
La Polonia, insomma, favorisce lo sviluppo e l’occupazione, mentre l’Italia la ostacola. E non è un caso che quello polacco sia uno dei paesi più capaci di aggiudicarsi l’accesso ai fondi europei, mentre l’Italia è tra gli ultimi.

C’è da dismettere e si comincia dal sempre più desertificato Mezzogiorno, che sta tornando ai drammatici livelli del dopoguerra, quello delle valigie di cartone chiuse con lo spago. Fu allora che il varesino Giovanni Borghi scese a Napoli dalla Lombardia per un viaggio di lavoro, avvertendo il padre che sarebbe stato via per qualche giorno. Si innamorò della città e della sua umanità, e iniziò così la storia della fabbrica napoletana Ignis, rilevata nel 1991 dagli americani di Whirlpool.

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Illuminare Cruciani

Angelo Forgione Miserabile furto di faretti nei nuovi bagni della Curva A dello stadio San Paolo denunciato qualche giorno fa da Spazio Napoli, una secchiata gelida sulla città perbene. Trent’anni per dare decoro a uno stadio deturpato dall’affarismo politico-edilizio degli anni Ottanta e cinque minuti per allarmare tutti sull’esito del restyling, che rischia di essere vanificato dall’inciviltà e dall’incuranza sempre più diffuse. Ma è davvero accaduto durante la partita o dopo? Sono stati i tifosi o altri soggetti? Nessuno ha visto i responsabili arrampicarsi lassù a smontare e tagliare cavi?
Subito scattata la solita campagna denigratoria di Giuseppe Cruciani, nella sua trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24, pronto a chiedersi, con il suo solito canovaccio e con tanto di tarantella di sottofondo, in quale città spariscano faretti dell’illuminazione dai luoghi pubblici. Ormai famosa la telefonata dai toni a dir poco accesi con l’attore-pasticcere Germano Bellavia, che gli augurava le peggio cose prima di scusarsi col suo pubblico sui social per l’eccesso di bile.
A beneficio di Cruciani, che si rispondeva da solo affermando che «solo in una città sono stati trafugati dodici faretti», un lungo elenco di faretti rubati qua e là lungo lo Stivale, stilata da me, contrario al confronto verbale con il provocatore ma pur costretto controvoglia a
l poco divertente gioco del mal comune. Ricevuta la lista sulla sua posta elettronica, il buon Giuseppe la ricusava sostenendo che si trattava di stadio, e che altri luoghi diversi non facevano troppo testo, perché per lui il bagno di uno stadio in rifacimento è diverso da un altro luogo pubblico. Avrei dovuto quindi elencargli furti avvenuti in altri bagni di stadi in rifacimento. È questo il livello del Nostro.
L’elenco lo rendevo pubblico sulla mia pagina facebook, e così gli veniva ripetutamente proposto fino allo sfinimento e alla necessità di rispondere anche in diretta radiofonica. E ancor lo ricusava, come fatto in privato, con tono eloquente, non aggressivo, come suo solito; e non poteva esserlo di fronte ai fatti schiaccianti. Perché le zanzare sanno arrampicarsi sugli specchi ma prima o poi qualcuno le schiaccia.

Capodichino, il vero volano del turismo napoletano in crescita

Angelo Forgione – Dopo il nuovo volo diretto New York-Napoli della statunitense United, è atterrato oggi a Capodichino il primo Boeing di Flydubai partito dagli Emirati Arabi Uniti. Per il primo effettivo volo da Napoli verso Dubai bisognerà attendere il prossimo 4 giugno, quando saranno attivati fino a cinque voli a settimana. Flydubai è la prima compagnia aerea araba ad offrire collegamenti diretti verso Napoli.

Capodichino è una realtà di eccellenza sul territorio e cresce nel suo ruolo di vero stimolatore di crescita del turismo a Napoli e in Campania, mentre altri si affannano a prendersene meriti quando invece non riescono a dotare la città di sufficienti servizi. Una crescita perpetua, evidente nel grafico dei passeggeri annuali, dai 5,5 milioni del 2013, quando gli internazionali hanno superato i nazionali, ai 10 milioni attuali. Evidente l’impennata negli ultimi due anni. Una crescita dovuta alle numerose compagnie che hanno scelto l’approdo di Napoli. Importanti la bellezza e l’attrattiva della città, certo, ma va detto che le tante low-cost che affollano la pista napoletana scelgono gli aeroporti meno complessi per ridurre il carico fiscale. Scali come Capodichino, inoltre, sfruttano agevolazioni fiscali e fondi pubblici per scontare il prezzo dei servizi che pagano a certe compagnie per portare i loro aerei sulle loro piste. Infine, aeroporti poco complessi e vicini alle mete di vacanza come Capodichino sono molto apprezzati dai viaggiatori.
La crescita del “Niutta” di Napoli è evidente, 
e certificata nel giugno 2017 dal prestigioso ACI Europe Award, il premio come miglior aeroporto d’Europa nella categoria degli scali fino ai 10 milioni di passeggeri. Soglia ormai sfondata.

Oggi Capodichino offre 15 destinazioni nazionali e 91 internazionali, di cui 4 hub. In quanto a traffico passeggeri in Italia, se si eccettuano gli “aeroporti strategici” di Roma Fiumicino (43 milioni), Milano Malpensa (24 milioni) e Venezia (11 milioni), è dietro solo allo scalo di Milano/Bergamo Orio al Serio (13milioni).

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Salvini, “benvenuto” al Sud

lega_sudAngelo Forgione – Proprio come Napoleone, che fu incoronato Re d’Italia nel Duomo di Milano il 26 maggio del 1805, Salvini si prende la corona politica del Paese il 26 maggio 2019, e lo fa con i crescenti voti del Sud.
Sembrava un film surreale qualche anno fa, e invece la sceneggiatura si sta avverando: Matteo Salvini sta scendendo nel Regno del Sud, che resta al momento feudo pentastellato, sì, ma con meno certezze di prima. Partendo dalla conquista dell’Abruzzo, i consensi meridionali per la Lega (Nord) sono aumentati. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata all’espansione del consenso oltre il recinto padano, perché si sa, i napoletani e i meridionali puzzano ma i voti e i soldi non hanno odore.

Ai meridionali sembra non interessare più di tanto che la conversione leghista non abbia trovato alcuna corrispondenza nell’attività parlamentare. Piuttosto, avanti con i referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto, che da soli sarebbero bastati a prendere le distanze. Eppure i meridionali sono cascati nei discorsi alla pancia di Matteo Salvini, e in tanti stanno lentamente voltando le spalle all’ultimo baluardo della protesta, il Movimento 5Stelle, per aprire le porte al nemico padano di ieri, l’ammazza-terroni. Altri elettori pentastellati, delusi dall’accordo di governo giallo-verde, hanno deciso di non decidere, ingrossando il vero primo partito d’Italia, quello dell’astensionismo, che al Sud supera il 50%, con picchi vertiginosi del 62-63% nelle regioni insulari.

Probabilmente quella dei meridionali verso la Lega (Nord) è solo un’infatuazione passeggera, come tante altre negli ultimi decenni seguiti al crollo del populismo cattolico-nazionale della Democrazia Cristiana e alla mancanza di certezze, ma ciò che sembrava impossibile è compiuto.
Di sovrani e conquistatori venuti dal Nord e accolti con entusiasmo dalle genti meridionali sono pieni i secoli andati. È pur sempre il Sud che rifiutò la conquista piemontese, che rimpianse i Borbone dopo aver toccato con mano le promesse tradite dei Savoia, ai quali però restò fedele al referendum del 1946 pur di respingere il “vento del Nord” che voleva decidere per tutti.

Lo scorso anno, alle Politiche, il Mezzogiorno tributò ai 5Stelle un consenso popolare che nemmeno la DC dei tempi migliori. Un mix di protesta e di aspettative portò a un voto contro il potere e per il reddito di cittadinanza, che sta forse diventando un boomerang, poiché la platea degli inclusi è inferiore a quella degli esclusi, quelli che prima nutrivano aspettative e ora risentimenti.

Oggi, per una coincidenza di fattori favorevoli, abbiamo un presidente della repubblica siciliano, un premier pugliese, un vicepremier e un presidente della Camera napoletani. Non accadeva da decenni, ma non cambia la realtà: il Sud non fa opinione politica, e non la fa perché il meridionalismo intellettuale non è più espressione politica come fino al periodo bellico del Novecento, restando esclusivamente espressione culturale che evidentemente non riesce a formare l’idea politica (autenticamente legata agli interessi territoriali) delle classi dirigenti meridionali.

A giudicare dall’aria che tira, il Sud sta imboccando la strada di Salvini. Cosa sta succedendo? Cosa si aspetta dalla Lega (Nord) il meridione che assiste a uno svuotamento senza precedenti? Figli ne nascono persino meno che al Nord, i giovani vanno a studiare o a lavorare altrove, e i genitori si arrendono alla depressione se non decidono di seguirli per accudire i nipoti. Restano gli anziani, i meno istruiti, i migranti e le mafie, che però tarpano le ali allo slancio meridionale e fanno grandi affari con quella settentrionali. Può essere Salvini la soluzione?

La Campania resta la regione meno leghista d’Italia, ma anche qui il consenso per il Carroccio è sensibilmente cresciuto, ed equivale il secondo posto tra i partiti. E #Napoli, l’antica capitale che ne ha subite di tutti i colori dalla Lega (Nord), che conserva la sua identità e non dimentica le offese, resta la provincia meno tollerante verso Salvini, anche se qualcuno che non tira avanti coi sussidi sembra più disposto a chiudere un occhio di quanto non lo fosse in passato.

Intanto il momento politico in Italia sorride alla Lega (Nord), e quello al Sud e da neo-colonizzazione in corso. Una neo-colonizzazione che è tutta nelle parole e nei fatti di Luigi Di Maio. Fu lui a dire in Rai, nel giugno 2017, «io sono del Sud, sono di Napoli, di quella parte d’Italia cui la Lega diceva “lavali col fuoco”, e non ho nessuna intenzione di allearmi con la Lega Nord».
Ha fatto lui per primo quello che sta facendo l’elettorato meridionale, da “mai con Salvini” a “noi con Salvini”.
La dignità calpestata è sempre il principio della fine.

Rissa di Cadice, il festival della generalizzazione

Angelo Forgione – Rissa tra giovani studenti Erasmus all’esterno di una discoteca di Cadice, in Spagna, e via alla caccia alle streghe. La notizia, come inoltrata al Tg1, recita così:

“Tutti e quattro campani gli arrestati, due sono di Napoli”.

Come se essere di Napoli sia un’aggravante degna di essere sottolineata, mentre per gli altri due può essere anche risparmiata l’origine. La notizia la si legge così un po’ ovunque, e pazienza se il “napoletano” che ha mandato lo spagnolo in ospedale è in realtà di Villa di Briano (Caserta), e uno dei quattro non è neanche campano ma brasiliano di origine e residente a Catania.

il Giornale fa anche peggio, iniziando il pezzo così:

“È di Napoli l’autore del violentissimo calcio rifilato ad un giovane spagnolo durante la rissa scoppiata ieri mattina a Cadice”.

La notizia essenziale, dunque, non è aver individuato il colpevole ma aver individuato la provenienza del colpevole. L’avesse indovinata, almeno.

ilmessaggeroIl Messaggero è invece esemplare nel dimostrare il problema: nel sottotitolo definisce “napoletano” il colpevole, mentre nel pezzo si legge a chiare lettere che è di Villa di Briano, paesino del Casertano.

Guasti dell’informazione a parte, ciò che sgomenta della rissa non è solo l’atto incosciente di violenza portato dal ragazzo italiano che sferra un calcio alla testa dello spagnolo come se si trattasse di un Super Santos da colpire di collo pieno. Sconvolge anche l’addetto alla sicurezza della discoteca, che decide di non intervenire e di filmare tutto con lo smartphone, con freddezza singolare, nonostante una ragazza disperata gli chieda di agire.
Almeno ci ha consegnato un filmato che inchioda facilmente le responsabilità del “calciatore”, e che mostra, almeno nelle immagini carpite, tre spagnoli accerchiare un italiano, il quale prende un pugno in volto da dietro. Uno dei tre assalitori, visibilmente ubriaco,viene colpito da un ceffone in pieno viso dagli amici dell’aggredito e cade stordito, ed è allora che prende il calcio alla testa. Cosa sia successo prima, non si sa.
È una di quelle situazioni in cui non c’entrano le provenienze. L’idiozia non ha nazionalità. Quando due branchi – di cosa sceglietelo voi – vengono alle mani, la vigliaccheria anima l’istinto di sopravvivenza e la lucidità svanisce. Le bestie che decidono di scontrarsi in rissa, spesso sotto effetto di alcolici e stupefacenti, sanno come si comincia ma non come andrà a finire, e in certe situazioni è sempre il più sfortunato a rischiare la peggio. Se la vittima non fosse caduta a terra, le sorti sarebbero potute essere diverse, e forse anche la notizia sarebbe stata diversa. Ma il destino ha voluto che uno sconsiderato andasse in ospedale a limitare i danni permanenti e un altro sconsiderato in tribunale a rispondere di tentato omicidio. Due vite segnate.

Due anni fa un ragazzo fiorentino fu ucciso in una discoteca di Lloret de mar da un coetaneo di nazionalità cecena sotto l’effetto di alcol e droga, anch’egli “calciatore”. Tanto per dimostrare che di risse in discoteca è pieno il mondo, e non tutte vengono filmate… e che il comune denominatore è lo sballo, non la provenienza territoriale, che poi non è neanche napoletana.

La fine della A.C. Napoli e il principio della SSCN

Angelo Forgione – 11 maggio 1961. La A.C. Napoli è 14ma in una Serie A a 18 squadre e lotta per evitare la retrocessione in B.
Inutili i tentativi del Comandante Achille Lauro di risollevare la squadra in crisi ingaggiando uno psicanalista e poi esonerando l’allenatore Amadei e il direttore tecnico Cesarini.
I tifosi azzurri, che hanno sostenuto la squadra riempiendo il monumentale e nuovissimo stadio San Paolo, sono amareggiati. Un gruppo numeroso scende in piazza per chiedere una società più organizzata e traguardi più ambiziosi. C’è anche un cartello che ricorda al presidente-sindaco Lauro il suo slogan acchiappa-voti: “Un grande Napoli per una grande Napoli”.
A sostenere la protesta c’è pure ‘o ricciulillo, tale Gennaro Notarangelo, anche detto “il re di Forcella”, un capo storico del tifo azzurro degli anni Cinquanta allo stadio del Vomero, noto per i suoi giri di campo al fianco di un ciuccio bardato d’azzurro.

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Il Napoli perderà le restanti quattro partite e sarà scavalcato da Udinese, Lecco e Bari, finendo tristemente in B per la terza volta nella sua storia.

L’anno successivo, la squadra chiuderà il girone d’andata della Cadetteria nelle ultime posizioni, rischiando la C, e perciò Lauro chiamerà come nuovo allenatore Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie, con cui la squadra risalirà la china fino a raggiungere la promozione in Serie A e addirittura la conquista della Coppa Italia, passando alla storia come unica compagine ad aver conquistato il trofeo nazionale pur non militando nella Massima Serie.

Al ritorno in A, l’Associazione Calcio Napoli sarà immediatamente retrocessa. Oberata dai debiti, il 25 giugno 1964 sarà ricostituita come Società Sportiva Calcio Napoli, terza fondazione dopo quelle del 1922 e del 1926 per un club che tornerà in A l’anno seguente.

Quando la pizza stava per sparire

Agli spagnoli de La Vanguardia, il quotidiano più diffuso in Catalogna, ho raccontato come la pizza napoletana ha rischiato di sparire nell’Ottocento, e che se fosse accaduto la pizza non sarebbe oggi il cibo più famoso del mondo.
Aggirando un certo pregiudizio catalano, ho narrato come da uno scenario di timore nei confronti dei pizzaiuoli napoletani si sia passato a un altro in cui gli stessi pizzaiuoli sono considerati vere e proprie star, custodi di un patrimonio immateriale dell’Unesco. Senza dimenticare accenno alla falsità della pizza tricolore inventata per la regina d’Italia.

Di seguito la traduzione dell’articolo pubblicato in Spagna (a cura di Marc Casanovas) con record giornaliero di visualizzazioni.

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Più di un secolo prima che l’Arte dei “pizzaiuoli” napoletani fosse dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità, decenni prima che l’Associazione Verace Pizza Napoletana formulasse un decalogo di conformità obbligatoria della Pizza napoletana STG, anni prima che migliaia di famiglie italiane si imbarcassero su una nave alla ricerca del sogno americano con la ricetta in valigia, e anche prima che il pomodoro si stabilizzasse come ingrediente fondamentale in Europa, vi fu un momento cruciale nella storia in cui la pizza rischiò di sparire.

Il fatto è che le origini della pizza appartengono esclusivamente al proletariato e sono profondamente radicate nella città di Napoli. “La pizza era il cibo preferito dei lazzaroni, i poveri dei quartieri popolari”, dice Angelo Forgione, storico e autore de Il re di Napoli, un racconto sul pomodoro napoletano. Vale a dire che l’impasto, il pomodoro e la mozzarella furono uniti per sempre a Napoli grazie alla buona arte dei “pizzaiuoli” (artigiani della pizza). Rapidamente, la pizza si consacrò come piatto unico che permise ai più poveri di arrivare sfamati a fine giornata.

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Grazie a questa stretta relazione tra le persone e il loro cibo preferito nacque il concetto di pizza a ogge a otto”, che si riferiva alla possibilità di mangiare una pizza e di pagarla a otto giorni. Tale pagamento posticipato permetteva di nutrire gli affamati e attendere che il debitore recuperasse i soldi necessari a pagare: La pizza e i maccheroni nacquero come cibo di strada. Pietanze a prezzo popolare per la plebe che non aveva cucine attrezzate in casa ed era abituata a mangiava fuori, in piedi”. Lo conferma anche Antonio Mattozzi, autore di Una storia napoletana: “Il sottoproletariato napoletano riuscì a sopravvivere alla fame grazie a due dei principali pilastri della sua gastronomia: i maccheroni e la pizza, entrambi a basso costo e, allo stesso tempo, molto gustosi”. Non a caso, Alexandre Dumas rimarcò il valore simbolico nella prima cronaca gastronomica della pizza:

“A prima vista, la pizza sembra un piatto semplice; dopo averla ben verificata si comprende che è un piatto complicato. (…)È il termometro gastronomico del mercato: aumenta o diminuisce il prezzo secondo il corso degli ingredienti suddetti, secondo l’abbondanza o la carestia dell’annata. Quando la pizza ai pesciolini costa mezzo grano, vuol dire che la pesca è stata buona; quando la pizza all’olio costa un grano significa che il raccolto è stato cattivo (…)”.

Ma la sua umile origine suscitava sdegno e diffidenza tra le classi alte. Senza prove scientifiche, la pizza fu sospettata di trasmettere malattie e non mancò molto perché la sua storia finisse prima del tempo: “La reputazione della pizza fu rovinata dalle diverse epidemie coleriche”, dice Forgione. “Soprattutto quella del 1884, di cui divenne potenziale veicolo di contagio per i più timorosi. Basta leggere quello che scrisse il toscano Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio, per comprendere come sui pizzaiuoli di Napoli incombesse disprezzo e come sulla pizza napoletana vi fosse una pesante reputazione di alimento malsano per straccioni a rischio colera:

Vuoi sapere cos’è la pizza? È una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

Un attacco classista che ha concentrato tutta l’ira su Napoli per l’immagine che stava proiettando all’estero. Per i politici romani era una vergogna nazionale. Fu allora che Agostino Depretis pronunciò le sfortunate parole che lo perseguiteranno eternamente: “Bisogna sventrare Napoli”. Il ministro lombardo faceva riferimento alla situazione insostenibile quando l’epidemia di colera colpì violentemente la città. Interi quartieri traboccavano di gente che faceva quello che poteva per sopravvivere.

Era quasi inevitabile che la pizza fosse collegata all’epidemia di colera, come se fosse esclusivo veicolo di tutti i mali del popolo. Forgione dice che “Le epidemia di colera colpirono continuamente e pesantemente i napoletani nell’Ottocento. La città era rifornita idricamente da due acquedotti sotterranei dalle cui cisterne si attingeva acqua raccolta in vasche scavate nel tufo, una roccia porosa e quindi non isolante dalle falde infette, dalla quale permeava l’acqua del mare, dove finivano gli scarichi delle fogne statiche. L’epidemia del 1884 flagellò la città con la metà dei decessi dell’intera Italia, e diede alla pizza una cattiva fama. Come dimostra Collodi, i pizzaiuoli di Napoli furono a lungo infamati come pure la pizza napoletana, che era fatta con acqua ritenuta infetta”.

Sorprendentemente, lo snobismo italiano perpetuò il cliché quasi fino ai nostri giorni: “Solo dopo la Seconda guerra mondiale la pizza iniziò a diffondersi in Italia con l’emigrazione dei napoletani nel triangolo industriale del Nord”. Per superstizione o paura, molti accettarono come inevitabile il piano per riurbanizzare l’intera città e partire da zero sembrava l’unica soluzione. Quello che non sapevano Depretis e gli altri politici è che i napoletani avevano una grande capacità di sopravvivere nonostante le condizioni avverse e sottovalutavano la forza unificante della pizza come fattore comunitario: “L’esplosione della pizza, nel secondo Settecento, fu talmente veloce che il tribunale borbonico piazzò delle epigrafi nelle strade centrali per avvertire la cittadinanza che l’esercizio della vendita ambulante dei generi alimentari era d’intralcio al passaggio dei pedoni e delle carrozze, e sarebbe stato punito con precise sanzioni pecuniarie. Una lapide è ancora ben visibile sulla strada di Port’Alba, dove si trovava la prima bottega specializzata in preparazione e smercio di pizze, insomma la prima pizzeria del mondo, che è ancora nello stesso posto”.

Ma cosa c’è di vero in questo legame quasi magico tra prodotto e persone che ha scongiurato la scomparsa della pizza? Per Forgione, “la pizza rimase un’esclusiva pietanza del popolo minuto fino alla fine dell’Ottocento, soprattutto perché la facevano pizzaiuoli insudiciati e si mangiava con le mani. I colti e facoltosi viaggiatori del Grand Tour che la vedevano mangiare in strada la considerarono una singolarità che non avrebbe mai potuto avere particolare successo. Mentre nel Settecento si diffondeva per le vie di Napoli, i ricchi, che avevano cucine e cuochi a disposizione, si indirizzarono verso la nuova cucina napoletana di influenza francese. E così nei palazzi nobili si diffusero i sartù di riso, i gattò e altri piatti dal nome francofono. Forgione ribadisce che “non c’erano certamente garanzie igieniche sui cibi venduti nelle strade, e questo costituì un limite per la diffusione della pizza”.

In quel momento cruciale della storia di Napoli, si optò per un’operazione di riabilitazione e marketing patriottico con l’approvazione di una nuova legge: “I Savoia non potevano permettersi di trascurare i problemi sanitari della città più popolosa d’Italia, e così il Governo stanziò i soldi per vari interventi, tra cui un più sicuro sistema fognario e un nuovo acquedotto”La più sicura situazione igienica garantì anche l’igiene alimentare e, di conseguenza, il futuro della pizza: “Da quel momento in poi, i napoletani ripresero a mangiare la pizza senza paura”. E fu allora che, secondo la leggenda, la famosa pizza tricolore fu dedica in onore della regina Margherita. La pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, cioè i colori della bandiera italiana. “Il racconto è stato tramandato fino a noi, ma si sa che alla gente piacciono le leggende”.

Questo destino non permise che la diffusione della pizza su tutto il territorio italiano avvenisse molto prima del previsto. Inoltre, la pizza è uscita dalla categoria dei prodotti umili solo negli ultimi anni. “La pietanza fu abbracciata dalle altre classi sociali nel corso del Novecento, ma solo negli ultimi vent’anni ha conquistato la sua completa dignità, fino a prendersi la ribalta dell’UNESCO. Ancora negli anni Ottanta, anche a Napoli essere pizzaiuolo era qualifica modesta. Ora un bravo pizzaiuolo è considerato una vera e propria star della cucina, e anche le persone ricche corrono a mangiare la sua pizza.


lo storico britannico John Dickie spiega a History Channel il perché la pizza tricolore, già esistente prima della visita dei sovrani sabaudi a Napoli del 1889, avesse bisogno a fine Ottocento di un rilancio d’immagine

le rubriche giornalistiche Rai raccontano l’esistenza della pizza tricolore prima del 1889

La morte della Villa Comunale di Napoli

Angelo Forgione – La prima passeggiata che fece Antonio Canova quando mise per la prima volta piede a Napoli, nel gennaio del 1780, fu alla nuova Villa Reale, oggi detta Villa Comunale. Era una unicità assoluta in Italia, voluta da Ferdinando di Borbone e firmata da Carlo Vanvitelli. Un nobile giardino sul lungomare riempito di gessi, tempietti e fontane, sulla scia della moda neoclassica lanciata da Napoli con gli scavi vesuviani.
Nel suo secondo “Quaderno di viaggio”, l’artista veneto scrisse: «[…] presimo la strada di Chiagia e fumo andati a vedere il nuovo giardino Pubblico, cosa veramente bellissima».
Una delle tantissime visioni che lo condussero a dir di Napoli: “[…] per tutto sono situazioni di Paradiso […]”.

Qualche anno dopo, il tedesco Hermann von Pückler-Muskau, artista tedesco specializzato in architettura del paesaggio, fece la stessa escursione, come tutti gli stranieri in visita culturale alla città, e scrisse:
“[…] giungemmo alla passeggiata che chiamano villa Reale, sita in riva al mare, anche se nell’interno della città e che mi sembrò essere il luogo di convegno della società distinta. Non credo vi sia al mondo giardino pubblico che si possa paragonare a questo, tanto per la sua posizione che per la sua distribuzione. […] Viali di lecci folti, ma nani formano passeggiate ombrose, miste a giardini inglesi, terrazze, fiori e fontane zampillanti”.

Oggi la Villa Comunale di Napoli è paradigma dei disastri amministrativi. Lo sfregio all’impronta neoclassica della passeggiata reale, che di reale ormai non ha più nulla, è iniziato con Antonio Bassolino e l’allora assessore competente Dino Di Palma. Tra il 1997 e il 1999, infatti, fu chiamato un designer moderno, Alessandro Mendini, a realizzare un intervento di riprogettazione che sollevò giustissime polemiche per l’evidente contrasto con l’ambiente creato da Carlo Vanvitelli. Napoli chiamava Milano, l’illuminata capitale del design moderno, consentendo a un contemporaneo di sovrapporsi a un architetto della storia locale, che aveva fatto un capolavoro nel secondo Settecento, quando Milano chiamò Napoli per farsi bella e neoclassica. Lo stesso sarebbe poi accaduto con la meneghina Gae Aulenti per la ridefinizione con altrettante polemiche di piazza Dante, e così si iniziò a cancellare una tradizione gloriosa, a favore di una modernizzazione coloniale. Ne vennero fuori degli chalet-scatolette a colori, l’alterazione dell’aspetto botanico della storica villa a sconvolgere la scelta delle essenze arboree fatta nell’800 dal tedesco Friedrich Dehnhardt (ispettore del Real Orto Botanico), la scellerata pavimentazione in tufo e lo scempio della cancellata in alluminio anodizzato con rimozione degli storici lampioni in ghisa in cambio di scabrosi “siluri” sempre in anodizzato.
Non bastò. Sotto l’amministrazione Jervolino arrivò la nuova Linea 6 metropolitana a mangiarsi gli spazi e a devastare la falda acquifera sottostante, con inevitabili danni agli alberi secolari della villa e pure alla stabilità dell’intera Riviera di Chiaja.
Lungo il corso dell’amministrazione De Magistris il colpo di grazia alla Villa, ormai completamente abbandonata a se stessa, un luogo non luogo, non più ambito dai cittadini e dai turisti. L’unico intervento, il restauro della Cassa Armonica di Errico Alvino, durato anni e inizialmente sbagliato nei colori, ma poi ripresi filologicamente grazie alla ricerca di chi scrive. Ora arrivano 2 milioni per provare a rimediare.

A Napoli, città ricca di storia disseminata nel suo tessuto urbano, la modernità ha violentato l’antichità e le straordinarie creazioni realizzate da artisti e governanti che avevano come prospettiva la Bellezza e la Storia. Carlo Vanvitelli e Giuseppe Piermarini furono gli allievi migliori di Luigi Vanvitelli, e se il primo rimase a Napoli a proseguire l’opera del padre il secondo fu chiamato a Milano dal governatore austriaco Karl von Firmian, amante della cultura napoletana, perché mettesse in pratica in Lombardia quello che aveva imparato al Sud. Oggi i milanesi Mendini e Aulenti rimaneggiano le realizzazioni settecentesche partenopee, al soldo di amministratori miopi e di corto respiro che beneficiano anche di silenzio e, spesso, di appoggio ideologico da parte di un certo ceto accademico e intellettuale “sensibile” alle suggestioni del potere.
Voltare pagina è una necessità. Ma per poterlo fare occorre una coscienza collettiva che alzi la voce di fronte alla devastazione dell’identità napoletana. Prima che sia troppo tardi.

 

Napoli e De Laurentiis, un idillio mai nato

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Angelo ForgioneCon importanti apprezzamenti, parlo di calcio italiano applicandone il contesto alla Questione meridionale, ma qualcuno sostiene: “Forgione è stranamente allineato a De Laurentiis”. Qualcun altro va anche oltre, alludendo al baratto della mia onestà intellettuale con chissà quale vantaggio concessomi. La verità è che non ho rapporti di nessun genere con la proprietà e con la dirigenza del Napoli, e rispondo solo a me stesso. Ho più volte stigmatizzato la persona De Laurentiis, le frasi offensive sui cittadini di Barra o quelle risibili sulla pizza napoletana, e potrei farne diversi di esempi. Sono dotato di un’intelligenza sufficiente per capire che De Laurentiis non fa proprio nulla per farsi amare ed è un disastro in quanto a comunicazione, responsabile di un certo clima, quando gli sarebbe bastato veramente poco per farsi apprezzare dalla tifoseria azzurra. Ma poi c’è ben altro da considerare, guardare la luna dietro il dito, se non si vuol cadere nella trappola dell’ostracismo ideologico, che appartiene a chi cataloga le opinioni tra “papponisti pagati” e “malviventi antipapponisti”.
Prima di esprimermi, di scrivere e di parlare, verifico gli argomenti di cui tratto, sempre, a prescindere da simpatie ed antipatie, da frasi apprezzate e altre molto meno. Bisogna sempre mettere da parte la pancia e usare la testa per capire un fenomeno.

Il fenomeno di cui parlo ha origine nel 2006, allorché scoppiò Calciopoli, tipico scandalo all’italiana solo parzialmente scoperchiato e processato. La Juventus e il Napoli si ritrovarono insieme in Serie B, l’una scendendo e l’altra salendo. Riuscirono a conquistare la Serie A, e dopo tre anni iniziarono a consolidarsi come primissima e seconda forza del campionato italiano, quando a contendere la leadership ai Bianconeri erano Inter e Milan.

A distanza di dieci anni dal ritorno di un Agnelli alla guida della Juventus e del ritorno del Napoli nelle competizioni europee, i Bianconeri hanno aumentato il loro fatturato di 300 milioni di euro e hanno vinto tantissimo, e gli Azzurri di 100 milioni, vincendo qualche coppa nazionale. La tifoseria juventina non si accontenta più dello scudetto, non lo festeggia neanche, e aspetta solo e unicamente la Champions, mentre quella napoletana non si accontenta più di sostenere la seconda forza italiana e pretende la vittoria. Se però la storia della Juventus spiega l’insoddisfazione dei suoi tifosi, quella del Napoli proprio non riesce a giustificare la contestazione all’operato della proprietà attuale, accusata ufficialmente di investire meno di quanto incassa e di impedire il raggiungimento dei massimi risultati.
È il risultato di un’ossificazione del nostro campionato, in cui a vincere è sempre la stessa squadra, e allora i suoi tifosi perdono la libido e i tifosi della prima avversaria perdono la pazienza.

I tifosi del Napoli meritano di più?

Il Napoli non ha mai navigato nell’oro e ha sempre dovuto fare i conti con i bilanci, anche quando la principale fonte di fatturato era la bigliettazione allo stadio e il San Paolo era l’impianto più gremito d’Italia. Nell’unico momento in cui non l’ha fatto, una volta avuto “in dono” dalla politica democristiana il trastullo Maradona e costretto a spendere per consentirgli di lottare per lo scudetto, ha speso ben più di quel che entrava e ha aperto una crisi lunga più di un decennio, culminata nel fallimento.
Le stagioni in Massima Serie degli Azzurri sono 75. I campionati di Serie B ammontano a 12, di cui 11 nell’era 1926-2004 e 1 nel forzato percorso di risalita, cui vanno aggiunti 2 di Serie C. In 89 stagioni disputate nei campionati professionistici, il club partenopeo ha vinto 2 scudetti, si è classificato 8 volte secondo (compresa la stagione in corso) e 10 volte terzo. Tradotto in percentuale, il Napoli è arrivato sul podio della Serie A nel 22,47% della sua vita sportiva.
Dal 2006, anno del ritorno in Serie A, si è classificato 4 volte secondo e 3 volte terzo, tutti piazzamenti racchiusi negli ultimi 9 anni, ed è quindi arrivato sul podio nel 53,84% dei casi, che sale al 77,77% negli ultimi 9 anni e al 100% negli ultimi 4. Il trend segnala chiaramente un consolidamento della posizione.
A questi numeri vanno sommate le 10 partecipazioni consecutive nelle competizioni europee negli ultimi 10 anni, che fanno salire il totale a 31.
È evidente che la contestazione in atto è miope, cresciuta di pari passo con la crescita dei risultati sportivi e con le aspettative, ed è chiaramente portata alla persona De Laurentiis, non al merito. Una contestazione che ha origine in certe frange organizzate osservate dalla Digos, anche se si è ben radicata anche in altre aree moderate della tifoseria. La città è spaccata ma è innegabile che l’antipapponismo sia presente nella Napoli popolare come in quella borghese che mal tollera un uomo certamente distante dall’identità locale, un Marchese del Grillo refrattario alla napoletanità, ma che grazie alla sua disciplina aziendale ha creato una realtà calcistica importante in Italia e in Europa, e l’ha fatto in un territorio in cui l’economia di mercato è agonizzante.
Una contestazione che dura da anni, nata nel 2007, proprio al ritorno in Serie A, con le contestazioni durante la presentazione di Hamsik e Lavezzi, e cresciuta coi risultati, complice il caratteraccio del presidente. Una contestazione che si assopisce solo quando i risultati sportivi non aiutano i contestatori a trascinare la piazza, come ad esempio nello scorso autunno, quando il Napoli ha lottato ad armi pari sul campo contro PSG e Liverpool. Una contestazione che prevede l’avvelenamento sistematico della città a partire da ogni maledetta estate, quando a Dimaro il tifo passionale delle famiglie e degli emigrati rende il ritiro un festoso villaggio vacanze mentre Napoli viene tappezzata di striscioni al cianuro.

Il Napoli investe meno di quanto incassa?

A De Laurentiis si imputa l’assenza di progettualità: il Napoli non ha uno stadio di proprietà, non ha un centro sportivo degno di questo nome, non ha un settore giovanile all’altezza di una grande squadra. Vero, ma lo è proprio per progetto.
Il Napoli di oggi è a livelli di continuità mai raggiunti prima, neanche nei 5 anni d’oro dei secondi anni Ottanta, e questa continuità è esattamente il risultato del progetto aziendale, ovvero del proprio modello di business autosufficiente, che prevede la qualificazione sistematica alla Champions League attraverso la costruzione di rose competitive anche attraverso la cessione redditizia di qualche calciatore. Il fatturato del Napoli si basa soprattutto su diritti televisivi, market pool Uefa e plusvalenze. Non sussistono altre fonti di vera crescita del fatturato. Lo stadio di proprietà non è neanche in progetto, la bigliettazione decresce e il marketing non cresce sensibilmente (nel 2010 apportava 33 milioni di euro di ricavi, attualmente siamo sui 40). Assenze che bloccano la crescita del fatturato da almeno un quinquennio durante il quale i costi sono aumentati, e implicano la necessità di disporre di denaro cui attingere per il monte stipendi in continua crescita e per far fonte agli imprevisti (mancata qualificazione in Champions) senza dover smantellare la squadra o dover ricorrere ai finanziamenti bancari con pagamento di interessi e altre spese, oltre ovviamente all’ammortamento, che graverebbero sulla gestione economica complessiva.
Il “tesoretto” del Napoli equivale attualmente a circa 120 milioni di euro, che fa apparire il club come società ricca, ma in realtà non lo è perché questo patrimonio può essere speso per acquistare calciatori prospettici di buon livello ma non per affermati fuoriclasse dall’ingaggio pesante, e neanche per realizzare strutture che possano produrre ricavi o sviluppare il settore giovanile, a meno che non si abbassi l’asticella degli obiettivi stagionali. La coperta, al momento, è ancora corta e impone una scelta. Quella del Napoli è la competitività ad alti livelli.

Il tifoso del Napoli può pretendere di più?

Per aumentare la sua forza finanziaria, il Napoli dovrebbe essere rilevato da uno sceicco, ammesso che De Laurentiis sia intenzionato a cederlo, e non lo è. Sceicco che mai verrà, perché il nostro pallone non interessa a certi ricconi del petrolio, disinteressati all’economia italiana che non apre ad affari veramente appetitosi. Chi compra una squadra di calcio lo fa per guadagnare consensi e favori in un territorio a cui è interessato per altri affari. Gli sceicchi conoscono perfettamente le condizioni in cui versa il nostro Paese, perché hanno contribuito all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno benissimo che l’Italia è un inferno fiscale. Sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare, e sono pure a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona. Loro che investono in Inghilterra, Francia e Germania, non intravedono vantaggio investendo nel calcio italiano, men che meno al Sud. E infatti a Milano e a Roma vi sono imprenditori cinesi disponibili a rischiare e bancari americani costretti a salvaguardare i loro antichi prestiti. Chi ha tanti soldi e vuole investire senza rischi non sceglie l’Italia, e ancor più difficilmente Napoli. Alla porta del club azzurro non c’è nessuno di veramente facoltoso, siamone certi.

Con De Laurentiis il Napoli non può vincere?

È ormai opinione relativamente diffusa che con questa proprietà il Napoli non possa vincere mai. Intanto ha già vinto due volte la Coppa Italia e una Supercoppa, poco ma non pochissimo nell’ossificazione generata dalla Juventus. Ma è chiaro che la piazza, per “vincere”, intende vincere lo scudetto. Stucchevole, ormai, ricordare che il Napoli ne ha vinti solo 2 in 78 anni senza De Laurentiis, entrambi col più grande di tutti i tempi. Da quello sforzo è nata la crisi che ha condotto al fallimento.
Dal 1992 ad oggi, solo due scudetti sono stati vinti da squadre diverse da Juventus, Milan ed Inter: quelli di Roma e Lazio, in pieno Giubileo, con artifici vari e indebitandosi entrambe fino al collo. La politica e le banche le hanno salvate dai fallimenti ma ancora oggi sono zavorrate da quei debiti da ripianare. Fiorentina e Parma sono ripartite da zero dopo averci provato anch’esse senza poterselo permettere. Eppure una parte di Napoli sogna un presidente tifoso che dilapidi il patrimonio in nome della gloria, per poi passare al prossimo al grido di “è morto il re, viva il re”.
Battere le tre grandi del Nord è storicamente difficile. Il Napoli è riuscito a mettersi dietro le milanesi, frenate anch’esse dai loro passivi di bilancio, ma non la Juventus, che ha accresciuto la sua solidità. Forse sarebbe accaduto con delle sessioni invernali di mercato più adeguate nei momenti di primato, e qui si individua una lacuna del club. L’impresa è stata sfiorata lo scorso anno, e tutti sanno perché non si è concretizzata.
Chissà, magari il terzo scudetto un giorno arriverà, ma sarebbe qualcosa di eccezionale e non certo un evento normale da pretendere.

Il tifoso del Napoli può pretendere la Coppa Uefa (Europa League) come “consolazione”?

L’Italia non porta una squadra in finale in Europa League dal 1999. Da allora, solo tre semifinaliste: la Juventus del 2014, quella dei 102 punti record in campionato, il Napoli di Benitez e Higuain e la Fiorentina nel 2015. Il nostro calcio non è competitivo per i grandi traguardi europei. Vincere l’Europa League per una squadra italiana è oggi un’impresa come lo è vincere la Champions League.

È giusto contestare un club che ha raggiunto certi livelli?

Ogni contestazione è consentita se condotta in maniera civile. “Meritiamo di più” è una rivendicazione civile, ma una rivendicazione che con questo Napoli, oggettivamente, non ha ragione d’essere. “Pretendiamo la Coppa” e “Noi vogliamo vincere” suonano un po’ come il famoso “Nuje vulimmo ‘o posto” dei disoccupati organizzati, dove la pretesa del risultato non segue un forte impegno personale e corrispondere a chissà quale diritto divino, soprattutto in una città in cui l’impegno civile di chi la ama e la rispetta è umiliato da chi la violenta quotidianamente. Anche solo gettando una carta a terra.

De Laurentiis lascerà il Napoli per i contestatori?

Striscioni, lessico consolidato, selfie beffardi e restituzioni di maglie dimostrano che la contestazione al Napoli è in realtà contestazione alla persona del suo proprietario, che non accenna a risentirne minimamente. Anzi, incurante degli umori della piazza, ha acuito le distanze acquistando il Bari, i cui i tifosi sono notoriamente ostili a quelli partenopei.
L’acquisto del club pugliese non significa affatto un disimpegno della famiglia De Laurentiis da Napoli, che tra le due piazze è la più prestigiosa e importante.
In sede di audizioni alla Commissione Parlamentare Antimafia, non alla stampa, Aurelio De Laurentiis ha detto di non avere al momento alcuna intenzione di rinunciare al club azzurro, nonostante le problematiche ambientali discusse in Commissione stessa.
“Per me è un film con una sceneggiatura aperta – ha detto il presidente –, un film in continua evoluzione, che ancora non è uscito nelle sale, quindi non ha cominciato la sua fase finale di utilizzabilità”.

Ho provato a dare delle risposte di testa al brutto clima che si respira a Napoli. Ora, se volete, dite pure che sono allineato a De Laurentiis, concentrandovi sul dito e ignorando la luna. La pancia è esattamente la causa dei veleni, sparsi da una parte e dall’altra.