Vescovo di Andria: «Il Sud considerato periferia d’Italia». Delrio ascolta.

Angelo Forgione Chiara denuncia di Monsignor Luigi Mansi, vescovo di Andria, ai funerali delle vittime del disastro ferroviario in Puglia che è costata la vita a 27 persone. Parole di flemmatica condanna alla colonizzazione meridionale, pronunciate alla presenza del ministro alle infrastrutture Graziano Delrio e delle alte cariche dello Stato.

«[] inadempienze nei confronti del proprio dovere, verso i diritti delle persone, di tutti, senza diversità e distinzione. E noi temiamo che queste terre, le nostre terre, sono state considerate, e lo sono ancora, le periferie dell’Italia. Sospiriamo il giorno in cui tutto questo possa dirsi concluso per sempre».

Proprio Delrio, il giorno seguente la tragedia, aveva riferito alla Camera, respingendo le accuse del Movimento 5 Stelle di aver privilegiato il Nord nell’assegnazione dei fondi per le ferrovie.

«Circolano affermazioni profondamente strumentali, sbagliate e pericolose e cioè che la legge di Stabilità avrebbe dato fondi solo al Nord per il trasporto pubblico locale. Il contratto di programma prevede 9 miliardi di euro destinati a tutta la rete nazionale e 4 e mezzo sono per tecnologie di sicurezza e di questi una parte per le reti a carattere regionale. In Italia non si è mai fatta la “cura ferro”, ma con questo Governo c’è stata un’inversione di tendenza netta rispetto al passato ed abbiamo destinato diversi miliardi al trasporto ferroviario regionale».

La “cura del ferro” è stata annunciata a febbraio scorso (► http://wp.me/pFjag-6Zo): investimenti per 8.971 milioni stanziati dal Governo Renzi, vero, ma Delrio non ha detto che solo 474 milioni sono destinati al Sud. Il Ministro ha risposto alle accuse fornendo dati generali riferiti all’intero investimento nazionale, senza lo specifico dato del Sud. Ma il confronto tra gli interventi finanziati nel Settentrione e quelli da Roma in giù parla chiaro: 4 a 0 sull’Alta Velocità; 8 a 4 sulla linea tradizionale regionale; 4 a 1 sull’intensificazione del traffico; 4 a 2 sul collegamento con gli aeroporti. Addirittura 3 a 0 sui collegamenti coi porti, interventi prioritari per intercettare i traffici merci nel Mediterraneo dopo il raddoppio del Canale di Suez, con Napoli, Gioia Tauro, Taranto e tutto il Sud tagliati fuori. Totale strategico della “cura del ferro”: 23 interventi e 95% di stanziamenti al Nord contro 7 interventi e 5% di stanziamenti al Sud.
Gli investimenti previsti riguardano Roma (172milioni), Firenze (70milioni), Milano (45milioni), Torino (30milioni) e Bologna (30milioni). Nulla è invece programmato nelle città metropolitane del Sud. E poi 1.500 milioni per l’alta velocità Brescia-Verona; 1.500 milioni per la tratta Verona-Vicenza; 869 milioni per il valico del Brennero e 600 milioni per quello dei Giovi. Nei 474 milioni per il Sud, cioè le briciole, tutti i fondi destinati al trasporto regionale vantati da Delrio. Il Ministro l’ha definita “una parte”.

La bella cera di Ferdinando e Maria Carolina

Angelo Forgione Qualche anno fa, visitando il Palazzo Reale di Napoli, mi trovai di fronte un impressionante busto di cera raffigurante Maria Carolina d’Austria, una scultura colorata talmente realistica da darmi l’impressione di avere l’ex regina di Napoli proprio davanti a me. Dopo qualche ricerca sul pezzo, unico nell’esposizione, risalii alla storia dell’autore, il boemo Joseph von Deym, scultore di corte viennese, che nel 1792, quando non esisteva la fotografia e Marie Tussaud realizzava le sue prime ceroplastiche nella Parigi della Rivoluzione, ricevette l’incarico di realizzare delle realistiche raffigurazioni dell’intera famiglia reale d’Asburgo-Lorena e di portare in dono alla corte di Napoli quello di Maria Carolina. Joseph von Deym, nel 1793, partì alla volta del Vesuvio insieme al collega austriaco Leonhard Posch, consegnò l’omaggio e in cambio ottenne dalla Regina l’autorizzazione sovrana per poter osservare e realizzare calchi di preziosi reperti classici conservati esclusivamente nel Real Museo Borbonico (attuale Archeologico), perfezionando così le proprie conoscenze anatomiche in modo notevole. I due, forti della preziosa esperienza acquista nella città che diffondeva in Europa il Neoclassicismo dilagante, eseguirono anche un ceroplastica di Ferdinando di Borbone per la corte di Vienna, in nome del legame tra le due città. In quel tempo – è bene ricordarlo – la modellazione della cera era utile agli artisti del presepe napoletano per la realizzazione di frutta, ortaggi e alimenti vari.
I manufatti in cera d’api modellata di Joseph von Deym erano iperrealistici, e lo sono ancora oggi, con capelli naturali e occhi di vetro. Il busto di Ferdinando, col suo proverbiale nasone e con la croce dell’Ordine di San Gennaro in petto, è oggi conservato in perfetto stato nella Biblioteca Nazionale d’Austria della Hofburg di Vienna, peraltro restaurato nel 2002. Quello di Maria Carolina sparì temporaneamente, forse in epoca napoleonica o più plausibilmente in quella unitaria risorgimentale, e fu ritrovato solo nel 1978 in un deposito del Palazzo Reale di Napoli, in una scatola di legno che aveva contenuto bottigliette d’aranciata, abbandonata dietro alcune sedie rotte. Maria Carolina era calva e nuda, privata di capelli e di abiti. Per ridarle dignità, le fu messa in testa una cuffietta, realizzata con uno vecchio straccio di sottoveste, e un drappo blu addosso. E finì nel percorso borbonico dell’esposizione palatina.
Con tanto di efelidi, nei e fedeli cromie, i busti della coppia reale di Napoli sono impressionanti e ci restituiscono le loro sembianze in tempo di Statuto Leuciano e in piena Rivoluzione francese, quando i due avevano poco più di quarant’anni e i problemi dovevano ancora travolgerli.

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80 volte auguri a Lino Banfi, da Canosa a Roma passando per Napoli

Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, spegne 80 candeline, dopo oltre cinquanta di carriera nel mondo dello spettacolo. Un viaggio cominciato con l’abbandono del seminario nella natìa Puglia e l’approdo a Napoli, all’avanspettacolo con il nome d’arte di Lino Zaga, prontamente modificato su consiglio di Totò. Furono anni di durissima gavetta, di povertà profonda ma anche di conoscenza con la solidarietà partenopea, che l’attore ricorda così:

“Il mio nome d’arte lo devo soprattutto a Totò. Andai a trovarlo e mi chiese come mi chiamassi. «Lino Zaga, principe. Lino diminitivo del mio nome, Pasquale, e Zaga diminutivo del mio cognome, Zagaria». Lui mi disse di cambiare perché il diminutivo del cognome portava male. Andai dal mio impresario a dirglielo e questi, che faceva anche l’insegnante di scuola, aprì un registro di classe che aveva a portata di mano e prese il primo cognome che gli capitò sotto gli occhi: Aureliano Banfi. Lino Banfi… suonava bene.
Napoli è una città alla quale sono legati tanti miei ricordi di gioventù. Lì ebbi le prime scritture con la compagnia di Arturo Vetrani, che conobbi quando passò per Canosa e con cui partii per muovere i miei primi passi nel mondo del varietà. Ricordo la Galleria Umberto I, ritrovo di musicisti e attori alla continua ricerca di scritture quando andava bene e di pranzi e cene a scrocco in periodi di magra. Giorni bellissimi, a ricordarli adesso, ma pieni di difficoltà a viverli allora. Non ho mai dimenticato quel posteggiatore abusivo che una sera di Natale, vedendomi ciondolare senza meta attorno alla Galleria, indeciso se utilizzare i pochi spicci che avevo per mangiare o per dormire, che non bastavano, mi portò a casa sua, mi fece mangiare con la sua numerosa famiglia, mi fece dormire e la mattina dopo mi diede anche un po’ di soldi per tornare a casa. A quell’uomo, come ad altri che, nel corso dei difficili anni all’inizio della mia carriera, mi hanno aiutato senza avere niente in cambio, va senz’altro la mia riconoscenza e il merito di avermi insegnato il valore della solidarietà.
A Napoli è legata anche la mia iniziazione sessuale. Il giorno in cui compii 18 anni, alle nove del mattino, mi recai alla storica “casa” di via Sergente Maggiore, finalmente in regola con l’età per usufruire dei “servizi” delle gentili signorine che l’abitavano. Era troppo presto e la casa chiusa era, appunto, chiusa e, quando suonai, una signora mi disse di tornare più tardi. Io rimasi lì, deciso ad attendere l’orario di apertura. La signora si accorse che ero rimasto e mi chiese perché.
«Voglio entrare – dissi – perché oggi sono diventato maggiorenne». La donna mi fece entrare fuori orario e cominciò a chiamare «Maria… Giovanna… Carmela… Venite! Ce sta ‘nu guaglione che fa 18 anni oggi». Mi festeggiarono come volevo, tutte, e non mi fecero pagare!”

video di Marco Rossano al Napoli Film festival del 2011 (Castel Sant’Elmo)

Le quattro giornate pop-fashion di Napoli

Angelo Forgione Ho visto modelle di rango sfilare sui settecenteschi e impervi basoli di pietra vesuviana, e senza tappeto rosso. Ho visto il contrasto tra gli sfavillanti tessuti e l’anima popolare del cuore di città. Ho visto la nobiltà neoclassica della villa di Chiaja riempire il vuoto del nulla moderno. Ho visto il tufo giallo del castello sull’acqua meravigliare gli ospiti dei due impavidi stilisti. Ho visto il mito italiano più premiato della storia del cinema firmare per la nazionalità napoletana, che già sentiva sua. Ho visto una giostra festaiola e semiseria… e non l’hanno vista coloro cui non ha destato interesse lo scintillante mondo delle passerelle depatinato e avvolto dal geniale contrasto di un’antichità preservata, ma incomprensibile e stracciona per l’omologazione globale. Ci sarebbe voluto il provvidenzial scippetto per scatenare uno tsumami mediatico su Napoli, e non sul mondano evento a Napoli. Purtroppo per voialtri, tutto a posto quaggiù!
Domenico e Stefano, ambasciatori del Made in Italy, avrebbero potuto invadere per quattro giorni Milano per il trentennale della loro maison, e si sarebbe schierato il battaglione mediatico per darne conto. Ma a me non piace il lamento, che pure sento e leggo. I giornalisti accreditati erano quasi tutti stranieri, dal mondo, e tanto basta. Altro ancora vedrò, e preferisco sapere, e lo so da tempo, che esisto in un posto che detiene l’unicità nel mondo. L’UNESCO l’ha capito. D&G l’hanno capito. Molti napoletani non ancora. Gli altri, chissà dove esistono, e cosa davvero capiranno mai.

Dolce e Gabbana a Napoli per l’identità conservata

Angelo Forgione La maison Dolce&Gabbana festeggia a Napoli i 30 anni di attività. L’appuntamento, propiziato dal foto-shooting dello scorso giugno nel Centro Storico Unesco, è dal 7 al 10 luglio. Tutto è pronto. Previsto un ricco programma di eventi esclusivi in forma privata, tra sfilate e cene di gala alle quali parteciperanno vip di richiamo internazionale, insieme alla madrina della kermesse, Sofia Loren. Il via il 7 luglio, con una speciale sfilata di moda che partirà dalla Villa Pignatelli. Il giorno seguente si sfilerà in passerella a via San Gregorio Armeno. Il 9 luglio, grande cena di gala con sfilata a Castel dell’Ovo. E infine, il 10 luglio, evento conclusivo con suggestiva cena sulla spiaggia di Palazzo Donn’Anna, a Posillipo.
Ma perché i due famosissimi stilisti hanno scelto proprio Napoli per questo importante anniversario? La bellezza mediterranea del golfo, nella stagione estiva, ha pesato solo in parte. In realtà il motivo è l’identità che Napoli conserva, quella che l’Unesco riconosce come bene dell’umanità da proteggere. E i nostri si sono resi conto di quanto Napoli sia diversa da tutte le città occidentali proprio trascorrendo del tempo per gli scatti della collezione. L’hanno vissuta e conosciuta bene, e se ne sono innamorati, decidendo di tornare a luglio per festeggiare con l’hashtag #DGLovesNaples. «Ci piacciono le strade – dicono Domenico e Stefano – perché sono ancora come negli Anni ’50. È un posto che non ha dimenticato le sue radici ed è una cosa che apprezziamo molto. Amiamo le grandi città, la tecnologia e il futuro, ma per comprendere la vita vera degli Italiani hai bisogno di vedere le loro radici. Ci siamo innamorati subito di questo luogo. E i napoletani sono molto sinceri ed espressivi, veri attori di cinema. Siamo qui a Napoli perché pensiamo che queste persone siano le migliori del mondo. Davvero forti e con un cuore gigante. I napoletani sono le persone più avanti in Italia, sono molto creative. La gente di Napoli non ha fatto altro che aprirci il proprio cuore. Abbiamo ricevuto un benvenuto meraviglioso. E poi il cibo qui è molto di più che mera sostanza, è ragione di vita». Insomma, per onorare il made in Italy, D&G hanno scelto il made in Naples e un palcoscenico perfetto per una festa memorabile. E gli ospiti, vedrete, saranno catturati dal fascino di Partenope più che dalle sfilate.
Per l’occasione, il Comune ha omaggiato l’organizzazione dell’occupazione del suolo cittadino, ma gli stilisti finanzieranno restauri ai Decumani e editeranno una pubblicazione su Napoli da mandare in giro per il mondo, oltre a pagare la locazione di Castel dell’Ovo e di Villa Pignatelli, il risarcimento per gli esercizi commerciali costretti a chiudere e la retribuzione di netturbini e polizia municipale, perché ci sarà da sopportare alcuni disagi. Lascino che sia i napoletani, generosamente e pazientemente, offrendo al mondo dell’Alta Moda uno spettacolo a loro concesso tutti i giorni. Poi verrà il ritorno di immagine per una città in buona rincorsa.

Bud Spencer, il gigante dal cuore napoletano

Se n’è andato un napoletano fiero delle sue radici. Eppure lasciò Napoli che era un ragazzino. Girò il mondo. Avrebbe potuto abbracciare altre identità. Restò Napoletano. Urlò al mondo di esserlo.
L’ultima parola pronunciata su questa terra è stata un «grazie» ai figli. È la stessa parola che i napoletani dicono a Carlo Pedersoli, al secolo Bud Spencer.

Un viaggio nel real gusto neoclassico

Sabato 9 luglio 2016, dalle ore 10.15, arte, cultura e alta gelateria vi attendono. Una speciale sinergia tra Palazzo San Teodoro, Gelatosità ed Angelo Forgione per un‘esperienza che sa d’estate e di storia napoletana. Nelle meravigliose sale della dimora storica di Palazzo San Teodoro alla Riviera di Chiaja, il percorso museale con realtà virtuale (viaggio nella Napoli borbonica con particolare tecnologia Samsung Gear VR) sarà arricchito dalla degustazione del gusto ‘Regno delle due Sicilie’ di Gelatosità, vincitore della tappa napoletana del Gelato Festival 2015: pistacchio di Bronte, cioccolato di Modica, nocciola tonda di Giffoni, arancia bionda di Sorrento e tranci di biscotto nocciola IGP. Per divulgare le origini napoletane dell’architettura neoclassica, i tour delle 11.15, 12.15 e 14.15 saranno arricchiti dalla presenza di Angelo Forgione, che, in modo sapiente, calerà i visitatori nel periodo dei fasti di Napoli al tempo del Regno delle due Sicilie, con un focus sul Neoclassicismo e un racconto sul noto sorbetto napoletano, progenitore del gelato! Al termine del percorso sarà possibile acquistare il suo fortunatissimo libro Made in Naples ad un prezzo speciale.

Evento con prenotazione obbligatoria
Info e prenotazioni al numero 3398798494

Costo: 8,00 euro
degustazione gelato gratuita
acquisto libro Made in Naples facoltativo

Orari dei tour:
10.15
11.15 con Angelo Forgione
12.15 con Angelo Forgione
13.15
14.15 con Angelo Forgione
15.15

Museo di Palazzo San Teodoro Experience
via Riviera di Chiaia 281

La mozzarella di bufala in pole position in Inghilterra

Angelo Forgione Qualcuno ricorderà il sudafricano Jody Scheckter, campione del mondo di Formula 1 con la Ferrari nel 1979, l’ultimo prima dell’era Schumacher, ed ex compagno di scuderia di Gilles Villeneuve. Sapete di cosa vive oggi? Ha un’azienda di agricoltura biologica nell’Hampshire, sud dell’Inghilterra, la Laverstoke Park Farm, considerata un modello da esperti internazionali, dove alleva bufale e produce mozzarella, formaggi e carni bufaline con tecnologia tradizionale italiana. Qualche anno fa, cercando di sfuggire al destino di invecchiare sul ponte di uno yacht a Montecarlo, si mise in testa di offrire alla famiglia il meglio in fatto di cibo. E lui la differenza la conosceva dai tempi delle gare. In scuderia Ferrari gustava pranzi fatti di pasta, formaggi e ogni altro ben di Dio. Negli altri team in cui era stato solo sandwich fatti con pane di gomma e ingredienti poco nutritivi. E allora è tornato in Italia, ha iniziato a girare le aziende agricole e nel 2010 si è fermato nel Casertano, restando favorevolmente colpito dagli allevamenti, dalla lavorazione casearia e dal gusto unico delle mozzarelle di bufala campane che vi si producevano. Qui ha capito perché gli italiani volevano quella mozzarella, distante anni luce dai prodotti che circolavano nel Regno Unito e in buona parte anche nella stessa Italia, e così ha deciso di avviare la nuova attività investendo molti danari allo scopo. Ha fatto piantare 130.000 alberi, ha fatto crescere 31 differenti varietà di erba per dare un pascolo paradisiaco alle bufale che ha fatto venire dall’Italia e dalla Romania. Alla fine ha preso la cosa sul serio, si è ingrandito, si è dotato di un sofisticato e costoso macchinario di un’industria modenese per la specifica produzione e ha creato lavoro per un centinaio di persone. Il tutto all’insegna del bio, della guerra ai pesticidi e del primo trattore al mondo che scorrazza nella tenuta con un pieno di olio di colza. E ora è il miglior produttore inglese di mozzarelle di bufala.

La Villa Comunale di Napoli paradigma dei disastri moderni

Angelo Forgione La devastazione della Villa Comunale di Napoli, antica Villa Reale, è paradigma della direzione in cui va la città. L’ultimo colpo al cuore è un ascensore per disabili della Linea 6 Metropolitana sottostante spuntato all’altezza della già maltrattata Cassa Armonica. Per ora si staglia una parallelepipedo in cemento armato, che sarà rivestito di acciaio riflettente per provare a mimetizzarlo. E mi chiedo come sia possibile che la cervellotica Soprintendenza napoletana abbia potuto autorizzare un manufatto moderno all’interno di un ambiente storico neoclassico.
Lo sfregio all’impronta neoclassica della passeggiata reale, che di reale ormai non ha più nulla, è iniziato con Antonio Bassolino e l’allora assessore competente Dino Di Palma. Tra il 1997 e il 1999, infatti, fu chiamato un designer moderno, Alessandro Mendini, a realizzare un intervento di riprogettazione che sollevò giustissime polemiche per l’evidente contrasto con l’ambiente creato da Carlo Vanvitelli. Napoli chiamava Milano, l’illuminata capitale del design moderno, consentendo a un contemporaneo di sovrapporsi a un architetto della storia locale. Lo stesso sarebbe poi accaduto con la meneghina Gae Aulenti per la ridefinizione con altrettante polemiche di piazza Dante. Questo dovrebbe far riflettere sulla cancellazione di una tradizione gloriosa, a favore di una modernizzazione coloniale. Ne vennero fuori degli chalet-scatolette a colori, l’alterazione dell’aspetto botanico della storica villa ottocentesca (che sconvolse la scelta delle essenze arboree fatta nell’800 dal tedesco Friedrich Dehnhardt, ispettore dell’Orto Botanico), la cancellata in alluminio anodizzato e la sostituzione degli storici lampioni in ghisa con dei “siluri” sempre in anodizzato. Non bastò. Arrivò la nuova linea metropolitana a mangiarsi gli spazi e a devastare la falda acquifera sottostante, con inevitabili danni agli alberi della villa e pure alla stabilità dell’intera Riviera di Chiaja. Poi le vicende della Cassa Armonica. Ora è la volta dell’ascensore, che pare dovesse essere realizzato inizialmente fuori il perimetro della Villa.
Certo che non si può restare ostaggi della storia da valorizzare, ma a Napoli la modernità non ha lasciato segni grandi e durevoli, soprattutto quando mischiata all’antichità. Quasi tutte le creazioni importanti della città appartengono, infatti, alla sua storia.
Senza una tradizione sentita e rispettata si conservano male le attrattive culturali e si offrono servizi inadeguati ai turisti. Le straordinarie creazioni sono state realizzate da artisti e sovrani che avevano come prospettiva la Storia, non il calcolo di corto respiro da amministratori periferici, che beneficiano anche di silenzio e a volte appoggio ideologico da parte di un certo ceto accademico e intellettuale “sensibile” alle suggestioni del potere. Voltare pagina è una necessità. Ma per poterlo fare occorre una coscienza collettiva che alzi la voce di fronte alla devastazione dell’identità napoletana. Prima che sia troppo tardi.

Premio “Città di Ottaviano” 2016

Nella chiesa del Santissimo Rosario di Ottaviano, si è svolto sabato 18 giugno il IV Premio “Città di Ottaviano”, organizzato dal Comitato Civico “A. Cifariello”, di cui è presidente Carmine Granato, e da Gennaro Barbato. Un premio destinato a segnalare l’attività di coloro che si impegnano nella tutela e nella promozione dell’immenso patrimonio di valori culturali, scientifici e ambientali di Napoli e del suo territorio. Quest’anno i premi – delle targhe incastonate in una cornice di pietra lavica vesuviana – sono stati assegnati ad Angelo Forgione, divulgatore di storia e di civiltà napoletana e studioso di Questione meridionale, a Rino Genovese, che spesso porta le telecamere del TG3 Campania alla scoperta dei luoghi meravigliosi e delle tradizioni della nostra regione, e al preparatissimo storico ottavianese Carmine Cimmino. Menzioni speciali anche per il fotoreporter Antonio Cangiano, delatore del degrado dei siti archeologici minori della Campania, e per il maestro Luigi Monterossi, ex “prima tromba” dell’orchestra del teatro San Carlo.
Le premiazioni sono iniziate con Angelo Forgione, premiato dalla vicesindaco Virginia Nappo, a nome del sindaco Capasso e dell’intera città di Ottaviano. La motivazione riguarda la capacità dimostrata dallo scrittore nello svelare nei suoi testi con occhio critico la realtà partenopea troppo spesso imbrigliata in una ragnatela di bugie. Forgione ha sottolineato quanto con i suoi due libri Made in Naples e Dov’é la vittoria abbia puntato a far conoscere la priorità e la peculiarità della cultura napoletana dal Seicento ad oggi, riconoscendo quanto ancora ci sia da fare per portarla all’attenzione nazionale in un periodo come quello attuale in cui leggere è sempre più un’attività marginale. L’autore ha sottolineato l’importanza di eventi come questo tenuti in luoghi così carichi di storia come la chiesa del SS Rosario in cui sono custoditi i resti di Luigi De Medici, figura importantissima nella creazione del Regno delle Due Sicilie, che tanto ha significato in termini economici e culturali per le nostre terre. Nel ringraziare per il premio assegnatogli, Forgione ha invitato i partenopei a non fare finte rivoluzioni ma piuttosto a conoscere e consolidare la propria cultura, e a diffonderla.
Altra premiazione eccellente è stata quella riservata al giornalista del TGR Campania, Rino Genovese.
A consegnare il premio il presidente del comitato Cifariello, Carmine Granata che non ha voluto mancare di sottolineare il contributo che Genovese presta nel dare lustro alla cultura vesuviana nel raccontare con la rubrica “tg itinerante” le bellezze spesso sconosciute dei piccoli paesi campani. Anche Rino Genovese ha subito sottolineato la valenza della materia utilizzata per il premio: la pietra lavica. Un ulteriore legame con la natura e la cultura locale. Il giornalista Rai ha poi affermato di ritenersi un privilegiato per il lavoro che svolge con passione e di non essere propenso ad accettare premi, eccezion fatta in nome dell’affetto che lo lega alla città di Ottaviano, che ha frequentato da giovane raccontando un episodio di gioventù in cui, spinto dalla sorella, era partito proprio dai sentieri locali per giungere sul Vesuvio. Ebbene prima della partenza, a causa dei fatti di cronaca che ascoltava al telegiornale negli anni Ottanta, ammette di aver avuto paura di trovare davvero solo violenza e camorra cutoliana. Si dovette invece ricredere, e forse da allora ha iniziato ad acquisire uno spirito critico di fronte alle notizie. Oggi dunque è un acceso sostenitore dei tesori nascosti nelle piccole realtà e lo fa con orgoglio e con l’intento di recuperare la memoria storica troppo spesso persa in parte anche a causa delle razzie dei piemontesi durante il processo di unificazione. L’augurio di Rino Genovese è che quel vigore raccontatotici dalla storia possa riproporsi ripartendo dal turismo fonte di sviluppo e di rinascita per un futuro nuovamente brillante.
Particolarmente apprezzata l’interpretazione di Munasterio ‘e Santa Chiara da parte di Raffaello Converso, tra una esecuzione e l’altra dei giovani musicisti dell’associazione “Aquas Musica – Centro Urtado” di Scampia, diretta dallo stesso Monterossi.
L’edizione 2016 del Premio ha avuto il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, del Consiglio Regionale della Campania e dell’Amministrazione Comunale di Ottaviano, che era rappresentata dalla Virginia Nappo, vicesindaco, e da Marilina Perna, assessore alla cultura.