‘Napoli Capitale Morale’ alla libreria Vitanova di Napoli

NCM_vitanova_2Angelo Forgione saluta l’inverno e, con la primavera, riapre la stagione delle presentazioni e dei racconti profondi di Napoli Capitale Morale. Appuntamento alla libreria Vitanova, al viale Gramsci di Napoli, ore 18.
Introdotto da Pietro Antonio Toma, l’autore discuterà appassionatamente con Agnese Palumbo di verità storiche poco note, accompagnati dai piacevoli interventi musicali ispirati al libro di Lino Blandizzi.

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Napoli deve riavere la sua spiaggia e il suo mare!

Angelo Forgione La mia battaglia di sensibilizzazione per la restituzione del mare ai napoletani continua. Ne ho parlato anche in un frangente del mio intervento all’evento pubblico “Resto al Sud, l’agorà” e poi ieri in tivù, alla trasmissione Club Napoli All News.

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Resto al Sud, l’agorà

Lunedì 26 marzo, ore 18.45, presso il celebre locale “Alter Ego” del centro storico di Napoli (via Santa Maria di Costantinopoli 105), l’emittente radiofonica Radio Amore organizza l’evento “Resto al Sud, l’agorà”. L’incontro è aperto alla cittadinanza e sarà trasmesso sulle frequenze di Radio Amore.
Apriranno i lavori il professor Alessandro Cecchi Paone, lo scrittore Angelo Forgione, il professor Gennaro de Crescenzo e lo youtuber Lambrenedetto XVI, tutti presenti di persona. Seguirà una performance artistica.

Si discorrerà dei punti di forza della nostra terra e della nostra storia, tra aneddoti e racconti poco conosciuti. Si dibatterà in merito agli albori del Sud, dalla Magna Grecia sino ai giorni nostri, teatro – per molti mass media – solo di spazzatura e camorra. L’obiettivo sarà, anche e soprattutto, quello di sfatare i falsi miti mediatici che attanagliano la nostra terra.
A seguire vi sarà un dibattito con la cittadinanza, invitata anche a proporre delle idee progettuali per la nostra terra. Tali idee verranno messe in discussione e ne verrà scelta una da parte di una commissione di esponenti politico-istituzionali ivi presenti: Andrea Santoro (fdi), Francesco Flores (Fi), Maria Muscarà e Francesca Menna (M5S), Laura Bismuto (Potere al Popolo) e Marco Sarracino (PD). Questi ultimi esporranno anche un loro punto di vista sulla tematica in oggetto di concerto con tre associazioni che si occupano di tematiche di respiro internazionale (Europportunity, Aegee ed Erasmusland). Il progetto “premiato” sarà adottato dalle istituzioni cittadine e si cercherà di concretizzarlo entro un mese.
La moderazione sarà affidata a Luca Antonio Pepe e a Luca Genovino, con la collaborazione di Marco Altore, Dario Carotenuto e Sergio Facchini.

Il recupero delle tecniche antisismiche borboniche

Angelo Forgione In Made in Naples ne scrissi già nel 2013. Poi giunsero i test del CRN Invalsa e quelli dell’INGV a dare fondamento scientifico e infine i recenti terremoti a dimostrare la validità costruttiva dell’edilizia antisismica d’epoca borbonica e la necessità di recuperarla, perché le costruzioni degli ingegneri di quel tempo sono le uniche ad aver resistito ai terremoti più o meno violenti, da quello di Reggio Calabria del 1905 a quello di Ischia del 2017. L’assenza di leggi antisismiche nell’ordinamento piemontese, esteso a tutta l’Italia dopo il 1861, aveva sotterrato le competenze degli ingegneri borbonici, ma negli ultimi anni, verificati i danni causati da terremoti anche di non preoccupante entità, le facoltà di ingegneria hanno incentivato il recupero dell’elasticità costruttiva d’insieme. L’edilizia odierna, a più di due secoli di distanza, pare aver recepito la necessità delle intelaiature con ossature disposte in senso orizzontale, verticale e diagonale a croce di Sant’Andrea, collegate tra loro da un sistema di travi racchiuse entro delle murature perimetrali. Tornano le “case baraccate” borboniche, rivedute e corrette secondo le moderne tecnologie. Torna il legno, elastico e resistente, o viene surrogato da nuovi materiali, per riprendere il concetto introdotto dagli ingegneri di un Sud che fu: la risposta sismica di una struttura dipende in primo luogo dal suo comportamento d’insieme.

Ai David di Donatello 2018 vince Napoli

Angelo Forgione Incetta di premi per film, registi, attori e maestranze napoletane e, se non napoletane, declinate alla napoletana nel galà del cinema italiano, concluso da Carlo Conti e i Manetti bros con un meritato «viva Napoli» a proclamare la vincitrice morale dei David di Donatello 2018.
Nelle ultime pagine di Napoli Capitale Morale, al capitolo “Verso il futuro”, scritto un anno fa, scrissi:

Tra tutto ciò che manca per far deflagrare un pur interessante incremento turistico affiora però un risveglio culturale, in una Napoli che offre al Paese una nuova importante generazione di scrittori, musicisti, registi, attori e produttori di animazioni, mentre la produzione culturale milanese, in ogni suo ambito, risulta in stallo. Tutto combacia con una nuova rilettura della storia partenopea, una sentita riscoperta identitaria […].

Provate a cassarla questa città, se proprio non volete valorizzarla, e avrete meno cinema, meno animazione, meno musica, meno teatro, meno letteratura e meno sapori. Avrete meno cultura italiana.

Barbaja, il principe degli impresari

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Angelo Forgione La Barbajada è una bevanda-dessert di gran successo nella Milano dell’Ottocento, a base di caffè, cioccolata e panna. La inventò un giovane Domenico Barbaja, prima di diventare biscazziere della Scala e poi impresario al Real Teatro di San Carlo, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat. La sua creazione divenne l’appuntamento delle ore 17 nella città lombarda e fu esportata anche a Napoli. Scomparsa dopo la guerra, nel gennaio del 2007 ha ottenuto il Riconoscimento De.Co. (Denominazione Comunale) da parte dell’amministrazione comunale di Milano, insieme a pochi altri prodotti gastronomici tradizionali milanesi. Oggi la si può gustare solo in qualche bar storico di Milano e di Napoli (quella in foto è servita al Gran Caffé Gambrinus, di fronte al Massimo napoletano).
Partendo da questa bevanda, Domenico Barbaja divenne uno degli uomini più potenti d’Europa, ma anche il più napoletano dei milanesi.barbaja_1.jpg F
u artefice delle prolungate fortune del Real Teatro borbonico dopo il tramonto della Scuola Napoletana del Settecento determinato dal giacobinismo rivoluzionario. Con lui, Napoli divenne la città di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e diversi altri artisti di spicco dell’epoca.
Acquistò un intero palazzo su via Toledo, all’angolo con Santa Brigida, e mise persino in piedi una ditta edile da cui si fece costruire un villino a Mergellina per ospitare cantanti e musicisti e un’esclusiva villa a Casamicciola d’Ischia per ospitare diplomatici e uomini di gran rispetto. Gli fu affidato il compito di costruire la nuova facciata esterna del San Carlo, poi la nuova sala interna, dopo l’incendio che la devastò, e addirittura la nuova costruzione-simbolo del neoclassicismo napoletano, la basilica di San Francesco di Paola innanzi Palazzo Reale.
barbaja_2Ignorante di studi quale fu, Barbaja finì col parlare uno stentato italiano misto a termini e inflessioni meneghine e partenopee. Ma parlava con re, principi e diplomatici europei, e riuscì nell’ineguagliata impresa di ricoprire contemporaneamente le cariche di direttore del San Carlo di Napoli, della Scala di Milano e del Kärntnertortheater di Vienna, avendo come base la capitale borbonica.
Con i suoi affollati funerali a Santa Brigida si chiuse l’epoca d’oro del San Carlo e iniziò quella della Scala, legata alle vicende risorgimentali e all’opera di Verdi.

approfondimenti su Napoli Capitale Morale

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Luigi Necco, un napoletano perbene

Angelo Forgione Non mi piace la retorica dei lutti. Di Luigi Necco è superfluo dire che è stato, per i napoletani, il volto più atteso delle domeniche pomeriggio fatte di un calcio romantico. Non era un giornalista sportivo ma un uomo di cultura e amore per la verità prestato allo sport, ma lui non vi si abbandonò. Lo gambizzarono a colpi di pistola una domenica di novembre del 1981, all’uscita di un ristorante di Mercogliano prima di recarsi allo stadio di Avellino, perché aveva raccontato qualcosa di scomodo. Nel novembre del 1980, qualche giorno prima del tragico sisma irpino, il proprietario dell’Avellino, Antonio Sibilia, un ricco costruttore edile di Mercogliano, era passato a prendere il calciatore brasiliano Juary e lo aveva portato con sé al tribunale di Napoli, dove era in corso il processo al boss della camorra Raffaele Cutolo. Sibilia si era avvicinato alla cella con la giustificazione che il boss fosse un supertifoso dell’Avellino, lo aveva salutato con tre baci sulle guance prima di presentargli l’ignaro calciatore, cui era stato dato l’incarico di consegnargli una medaglia d’oro con incisa una dedica: “Con stima dalla società e dai suoi giocatori”. Necco aveva raccontato tutto e ne subì ritorsione. Nonostante la disavventura continuò a raccontare il calcio giocato col suo sorriso.
Amava l’archeologia e amava Napoli, ma questo lo sanno un po’ tutti. Quello che non si sa è che venne a presentare il mio libro sulla storia del calcio italiano qualche ora dopo un delicato intervento all’occhio cui si era sottoposto. Non si negò, nonostante fosse visibilmente frastornato e debilitato. Quel libro lo riteneva vero, come era lui, perché ricostruiva la verità del calcio, compreso il suo episodio, di cui non volle parlare ai presenti. Disse: «hai scritto tutto tu, qui parliamo di cose più allegre».
Era un Cittadino che si muoveva senza paura tra malavita, inciviltà e calcio, sempre, o quasi, col sorriso in volto e disponibile con tutti. 
Il 90° è scaduto anche per lui.
Grazie di tutto Gigi… a voi studio.

La parità dei sessi nel Regno di Napoli

Angelo Forgione La Festa della Donna, l’8 marzo, non avrebbe avuto senso in una comunità settecentesca del Regno di Napoli, dove fu fatto valere, per la prima volta nella storia, il principio della parità dei sessi. Nella Real Colonia delle seterie di San Leucio, nei pressi della Reggia di Caserta, come mai prima di allora, la donna valeva per legge esattamente quanto l’uomo, e i matrimoni potevano essere contratti per sentimento invece che per scelta genitoriale.
Lì, nel 1789, mentre a Parigi scoppiava la Rivoluzione, fu promulgato il Codice leuciano per il buon governo degli abitanti del borgo, faro d’avanguardia per il sistema sociale dell’intera Europa.

“Nessun di voi pertanto, sia uomo, sia donna, presuma mai pretendere a contrassegni di distinzione, se non ha esemplarità di costume, ed eccellenza di mestiere […]”

In un’epoca in cui i matrimoni erano forzati per casta e rango, lo Statuto di San Leucio rivoluzionò anche le scelte sentimentali, prevedendo che i giovani potessero sposarsi per libera scelta, senza consenso dei genitori e per volontà delle donne, cui spettava l’ultima parola.

“Nella scelta non si mischino punto i Genitori, ma sia libera dei giovini, da confermarsi nella seguente maniera. […]”

In occasione della messa solenne del giorno di Pentecoste, in Santa Maria delle Grazie, nel quartiere della vaccheria, andavano posti all’ingresso della chiesa dei canestri pieni di rose precedentemente benedette all’altare, bianche per gli uomini e rosse per le donne. Al termine della funzione, davanti a tutti, i pretendenti avrebbero donato un fiore alle future spose, che avrebbero dovuto rispondere con il proprio bocciolo, da portare al petto fino alla sera e innanzi al parroco per la registrazione della parola. Gli sposi, entrambi avviati al mestiere, avrebbero ricevuto in dote un’accogliente casa con servizi igienici, giardino e quant’altro necessario per i comodi della vita.

“Capo di questa Società coniugale è l’uomo. Natura gli deferì questo dritto: ma gli proibì nel tempo stesso di opprimere, e di maltrattare la sua moglie: Con tuono di maestà in ogni occasione gl’intima l’obbligo di amarla, di difenderla, e di garantirla da’ pericoli, a’ quali la sua debolezza la porterebbe. Il marito deve alla moglie la protezione, la vigilanza, la prevedenza, gli alimenti, e le fatiche più penose della vita. La moglie deve al marito la giusta deferenza, la tenera amicizia, e la cura sollecita per cimentare da più in più la cara unione. […]”

Il testo Origine della popolazione di San Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa fu voluto dalla regina Maria Carolina, scritto da Antonio Planelli su suggerimenti di Gaetano Filangieri e firmato da re Ferdinando. Con la sua visione di parità dei sessi, raggiunse gli entusiasti intellettuali europei. Solo due anni più tardi, nel 1791, la drammaturga Olympe de Gouges avrebbe pubblicato nella Parigi rivoluzionaria la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi considerato il primo testo giuridico femminista. Rivolgendosi a Maria Antonietta, rivendicò senza successo l’estensione alle donne dei diritti naturali assicurati all’uomo. Nel 1792, l’americana Mary Wollstonecraft pubblicò a Londra il libro Rivendicazione dei diritti della donna, il primissimo testo filosofico del femminismo liberale. Solo nel 1832 giunse la prima opera della filosofa inglese Harriet Hardy Taylor, esponente dell’emancipazionismo suffragista per la parità giuridica dei sessi. Parità che a San leucio, per ben dieci anni interrotti dai venti della Rivoluzione francese, era già stata una realtà.
Il mondo moderno prevede che una effettiva parità di genere potrebbe essere raggiunta entro il 2030. Se così sarà, saranno passati 241 anni dal momento del primo esperimento, quello che inaugurò il percorso verso le pari opportunità, attuandole concretamente in un tempo assolutamente diverso dal nostro.

Il PD ha affossato il Mezzogiorno

Angelo Forgione Dicono che il Mezzogiorno parassita ha votato per il reddito di cittadinanza. Letture semplicistiche, cariche di stereotipi, di chi non sa e non vuole andare al cuore delle questioni. Sì, certo, il cavallo di battaglia pentastellato ha indubbiamente suggestionato qualcuno, ma il voto ai 5 Stelle è arrivato anche da larghi settori della borghesia, da quelle famiglie che un’occupazione e un reddito sufficiente ce l’hanno. Il Mezzogiorno non è come lo raffigura certa stampa, così come il resto del Paese non è tutto razzista, perché così, alla rovescia, si potrebbe interpretare la crescita della Lega (Nord). Il 5 Stelle ha preso voti al Sud, al Centro e al Nord, altro che solo Meridione, ed è accaduto per i salvataggi alle banche (del Nord), per i criteri scellerati della “buona scuola” e per diversi altri buoni motivi offerti dal Partito Democratico. E se nelle regioni del Mezzogiorno ha fatto il pieno è perché lì è palpabile una condizione di regresso sempre più drammatico.
I dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, sono a disposizione di tutti sul web e raccontano coi numeri perché il PD ha fallito soprattutto al Sud, nonostante Renzi e i suoi abbiano più volte annunciato la fine della Questione meridionale. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna continuano ad essere tra le Regioni europee coi più alti tassi di disoccupazione, superiori almeno al doppio della media Ue. Basilicata, Molise e Abruzzo vanno leggermente meglio. La ricchezza pro-capite delle regioni del Mezzogiorno è inferiore del 30/40% della media Ue. Il dato inappelabile è che nell’ultima legislatura 2013-2017, tutta targata PD, i tassi di occupazione delle regione del Sud sono calati, mentre altrove sono rimasti più o meno stabili. La Calabria, la regione italiana con meno occupati, è piombata dal 44% al 36%. I dati SVIMEZ dicono che, nell’ultima legislatura, nel Sud sono diminuite le esportazioni, meno 9%, mentre il resto del Paese ha fornito un più 9%. È aumentata anche l’emigrazione, e fermiamoci qui.
Gli elettori non leggono i dati ma ascoltano il proprio umore prima di votare. I proclami non potevano bastare, tantomeno quelli di Renzi, tronfio nell’avvisare che il suo esecutivo si sarebbe ripreso il Sud “pezzo dopo pezzo”. Non gli era bastato che i suoi predecessori l’avessero smontato più di un secolo prima; lui era pronto a proseguire sulla stessa strada, a tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno affinché restasse ancora colonia interna e mercato di sbocco della produzione settentrionale, e a nascondere il disastro certo nelle dichiarazioni di facciata. Il dramma è palpabile, lo avvertono addosso i meridionali, molto meno gli opinionisti e gli avversari politici che i dati avrebbero pure il dovere di divulgare.
La sconfitta del PD è soprattutto al Sud, dove il M5S ha sbancato non perché ha promesso assistenzialismo ma perché i governi Letta-Renzi-Gentiloni, come quelli precedenti, hanno fatto danni, e li hanno fatti perché non hanno capito che alla più antica ed esiziale delle questioni italiane, quella meridionale, era legata la possibilità che il Paese si rimettesse in moto davvero e che un ciclo politico potesse durare più di cinque anni. Il Presidente della Repubblica non può dare fiducia alla Lega (Nord), che per il Sud non ha alcun interesse e che, come recita il suo statuto, ha per finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Una cosa è certa: chiunque governerà, ammesso che gli sia possibile farlo, dovrà capire che per non fare la stessa fine degli altri dovrà mettere mano alla Questione meridionale, l’unica via affinché l’intero Paese abbia un futuro.

Il Regno delle Cinque Stelle

Angelo Forgione Elezioni 2018 in stile referendum del ’46 e Italia spaccata. Il Nord controllato dal centrodestra a trazione leghista. Il Sud con marcato passaporto pentastellato. E ancora una volta il Paese mostra le sue differenze native.
Paese ingovernabile e situazione prevedibilmente ingarbugliata, con il Movimento 5 Stelle boicottato col Rosatellum ma scudettato per distacco e la di Lega di Salvini in Champions nascondendo il linguaggio del razzismo. Dov’è la vittoria? Lo dirà Mattarella. Di certo finisce l’epoca breve della rottamazione del PD (Renzi ancora fallimentare dopo il referendum costituzionale) e la lunga stagione del decotto Berlusconi. Inizia quella dello “sfascismo”, ed è il Mezzogiorno, isole comprese, a lanciare il vero messaggio alla politica nazionale: la “seconda Repubblica” è al tramonto. Altro che voglia di assistenzialismo e trappola del reddito di cittadinanza, il Sud è stanco di corruzione, mafie, emigrazione ed eterna Questione meridionale!

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Pur nel plebiscito per il Cinque Stelle, il Mezzogiorno, nella sua definizione “allargata”, ha comunque dato qualcosina alla Lega di Salvini, che ha cancellato la parola Nord dal simbolo e chiesto scusa per i suoi storici attacchi ai meridionali. Anni di odio e di offese, di cori e di strali, improvvisamente mandati in archivio con una svolta non culturale ma di facciata, finalizzata ad espandere il consenso oltre il recinto padano, perché i napoletani puzzano, canta qualcuno, ma i voti (e i soldi) non hanno odore. E infatti, la conversione leghista non ha trovato corrispondenza nell’attività parlamentare, visto che le proposte di legge del Carroccio depositate in Parlamento dall’inizio dell’ultima legislatura non sono mai state rivolte al Sud, fatta eccezione per il tema immigrazione a Lampedusa e Linosa. Di interrogazioni parlamentari sui temi e sui problemi del Sud neanche l’ombra. Piuttosto, avanti coi referendum per le autonomie di Lombardia e Veneto. Eppure qualcuno ci è cascato e qualche voto pure è arrivato.
La regione più leghista della macroarea meridionale è l’Abruzzo (%13,80), trainata da un’economia più solida delle altre ma comunque connessa al Mezzogiorno in termini di politiche per lo sviluppo. Picchi nell’Aquilano (%17,69) ma doppia cifra anche nella povera Sardegna, mentre il Carroccio non passa in Campania (%4,32), là dove Napoli, con la memoria lunga, con la dignità che spesso dimostra e con la percentuale più bassa d’Italia di filoleghisti (%2,53), fa capire di non volerne sapere nulla di Salvini e della Lega (Nord).

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