Beppe Grillo, l’invasione piemontese e i video di V.A.N.T.O.

Beppe Grillo, l’invasione piemontese e i video di V.A.N.T.O.

Dal suo blog, BEPPE GRILLO parla il 9 Dicembre di invasione piemontese al sud, di falsi padri della patria e pubblica buona parte dei video di V.A.N.T.O. sull’argomento, sul Parlamento delle Due Sicilie e sugli amici del Movimento Neoborbonico.

Stati Uniti d’Italia
“E’ necessario rivedere il nostro passato e dimenticare il “glorioso” Risorgimento per rimanere insieme in una federazione di Stati, simili a quelli pre unitari, ognuno con la sua Storia e la sua autonomia”.
(articolo intero sul blog di Grillo)

Napoli ultima per qualità della vita? Ma facìteme ‘o piacere!

Napoli ultima per qualità della vita? Ma facìteme ‘o piacere!
di Angelo Forgione

Il Sole 24 Ore, come ogni anno, ha pubblicato le statistiche del 2010 sulla qualità della vita in Italia secondo le quali Napoli è inchiodata all’ultimissimo posto, chiaramente penalizzata dalla situazione igienica che ha peggiorato la già poco felice posizione degli scorsi anni.
Ho sempre avuto un mio personale pensiero su questo cimento della testata che tiene in considerazione dati reali ma ne tralascia molti altri non riducibili a freddi numeri. È verissimo, a Napoli si vive male per moltissimi aspetti, ma per altri si vive bene, decisamente meglio che altrove. E sono questi ultimi aspetti non quantizzabili dietro una statistica a rendere il Napoletano che emigra il più nostalgico dei nostalgici. E a rendere chi come me, che ho scelto di restare, comunque felice e orgoglioso… nonostante l’immondizia che pure addolora, nonostante l’Unesco che minaccia di depennarci dalla lista dei siti patrimoni dell’umanità, cosa che angoscia fin troppo, e nonostante la malavita che condiziona ogni nostro intento.
Per fortuna, in mio soccorso è arrivato lo scrittore Erri De Luca, napoletano come me, ma emigrato. E con le sue parole ha espresso esattamente il mio pensiero.
L’idea di essere il solo a pensarla così mi rendeva “muto”, ma ora so che siamo in due e quindi “parlo” tramite il pensiero di De Luca. E magari poi saremo in tre, quattro, cinque…
Io ho deciso di restare, perchè sono fiero della mia storia, del mio sangue, e di ciò che Napoli ha dato al mondo contribuendo alla fondazione della cultura Europea in ogni campo. E perchè so che Napoli è una donna stuprata da una storia minore.
Ho deciso di restare, ma non con le mani in mano.

Una falsa classifica
di Erri De Luca

Il Sole 24 ore pubblica una statistica sulla qualità della vita secondo la quale Napoli è all’ultimo posto. Ignoro i criteri di valutazione ma dubito che siano adeguati allo scopo. C’è qualità di vita in una città che vive anche di notte, con bar, negozi, locali aperti e frequentati, a differenza di molte città che alle nove di sera sono deserte senza coprifuoco. Considero qualità della vita poter mangiare ovunque cose squisite e semplici a prezzi bassi, che altrove sarebbero irreali. Considero qualità della vita il mare che si aggira nella stanza del golfo tra Capri, Sorrento e Posillipo. Considero qualità della vita il vento che spazza il golfo dai quattro punti cardinali e fa l’aria leggera. Considero qualità della vita l’eccellenza del caffè napoletano e della pizza. Considero qualità di vita la cortesia e il sorriso entrando in un negozio, la musica per strada.  Considero qualità della vita la storia che affiora dappertutto. Considero qualità della vita la geografia che consola a prima vista, e considero qualità della vita l’ironia diffusa che permette di accogliere queste graduatorie con un “Ma faciteme ‘o piacere”.
Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare.


COMUNICATO STAMPA / provocazioni e offese dalla Romania

COMUNICATO STAMPA
Provocazioni e offese dalla Romania in vista di Napoli-Steaua.
Napoli non ci caschi! 

 

Le dichiarazioni del Presidente della Steaua Bucarest Becali (“se fossi un tifoso della Steaua non andrei a Napoli. Gli italiani hanno tanto odio verso i rumeni e potranno esserci sangue e scontri”) e del calciatore Gardoş (a Napoli non sono ospitali e spero che i nostri tifosi non ci seguano in questa trasferta per la loro sicurezza”) non sono altro che un vergognoso attacco verbale che nasconde la volontà di innervosire il Napoli in campo e provocare i Napoletani fuori.
Una trappola in cui nessuno deve cadere, dimostrando la superiorità del popolo Napoletano di fronte a certe provocazioni e al cospetto di quell’Europa di cui Napoli è fondatrice nella sua cultura.

Ricordiamo a Becali e Gardoş che nella gara d’andata, dopo il clima di festa della vigilia, furono alcuni violenti rumeni ad aggredire una decina di tifosi del Napoli che si stavano dirigendo verso gli ingressi del settore ospiti dello stadio Ghencea di Bucarest. La polizia rumena bloccò in stato di fermo 14 supporters dello Steaua, colpevoli anche di creare un clima di tensione che si riverberò all’interno dello stadio.

Pertanto si rispediscono ai mittenti le provocazioni e le offese gratuite verso una comunità Napoletana che merita comunque rispetto, quel rispetto già inesistente all’interno dei confini nazionali e ora mancante sempre più anche all’estero (vedi Liverpool).

Napoli, da par suo, dimostri superiorità e riversi orgoglio ed energie nella risoluzione degli umilianti problemi sociali che stanno fornendo alla comunità internazionale motivo per luoghi comuni disgustosiAl resto ci pensi il Napoli in campo.

Tu sì “NA” cosa grande

TU SI’ “NA” COSA GRANDE / Napoli-Palermo 1-0

Da buon “cantore” delle gesta del Napoli, non potevo non dedicare un piccolo “componimento” all’esplosione del San Paolo giunta al culmine del derby delle Due Sicilie contro il Palermo.

Il cronometro di Mazzarri colpisce ancora. Napoli infinito che all’ultimo assalto innesca con Maggio il boato del San Paolo nel derby delle Due Sicilie contro il Palermo. E tutto trema.

Angelo Forgione

guarda il videoclip

8 Dicembre 1860, Francesco II decreta la resa al Piemonte

8 Dicembre 1860, Francesco II e Maria Sofia decretano la resa al Piemonte

150 anni fa, l’8 Dicembre 1860, Francesco II Re delle Due Sicilie emanava questo struggente proclama al suo popolo con cui decretava la resa all’invasore piemontese e tutto il disprezzo per il “cugino” Vittorio Emanuele II per il sangue e il dolore procurato al popolo “Napolitano”.
In memoria.

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ECCO PERCHÈ I NOSTRI MONUMENTI CADONO A PEZZI

ECCO PERCHÈ I NOSTRI MONUMENTI CADONO A PEZZI

A metà Ottobre V.A.N.T.O. denuncia il danneggiamento della statua di Alfonso d’Aragona sulla facciata di Palazzo Reale.
Dopo un mese e mezzo di chissà quali giri del carteggio, la Soprintendenza regionale indica al Ministro Bondi che la segnalazione di V.A.N.T.O. è relativa al Palazzo Reale di Napoli e non alla Reggia di Caserta!
Congratulazioni Sig. Ministro Bondi e Ministero tutto.

 

L’appartenenza agli emblemi e alla nomenclatura della nostra storia

L’appartenenza agli emblemi e alla nomenclatura della nostra storia

La “Real delle Sicilie” è il primo team iscritto al campionato regionale di Calcio a 7 che scenderà in campo con il logo di V.A.N.T.O.
La “fusione” storico-calcistica portata avanti dal movimento sta trasferendo ai giovani di Napoli l’appartenenza agli emblemi e alla nomenclatura della nostra storia, ed è un gran risultato sotto il profilo di un riscatto futuro auspicato.
Un plauso a Stefano Conte, responsabile area marketing “FCS Project”, per la bella iniziativa spontanea e priva di lucro.

La “Real delle Sicilie” parteciperà ai campionati del circuito FCS. Quest’anno si prepara ad affrontare la VI Edizione FCS LEAGUE SOCCER che è il campionato regionale di Calcio a 7 ACSI (Associazione centri sportivi italiani) che si disputa nell’impianto sportivo FCS STADIUM a Pomigliano d’Arco (Na).

Il campionato, che prenderà il via il 20 Dicembre, si avvarrà del patrocinio della REGIONE CAMPANIA e di numerosi partner commerciali, tra cui la GIVOVA, che ne è fornitore Ufficiale dell’abbigliamento tecnico.

www.fcsclub.it

www.facebook.com/group.php?gid=106290760402

www.facebook.com/pages/FCS-LEAGUE-SOCCER/338247049283

www.facebook.com/group.php?gid=149880605025608

www.youtube.com/user/fcsproject?feature=mhum

www.megavideo.com/?v=RHR8OU04

San Giovanni a Carbonara: piove sull’arte sacra mentre l’Unesco…

COMUNICATO STAMPA
IL “NUOVO MEDIOEVO” DI NAPOLI, piove sull’arte sacra mentre l’Unesco…

Il Movimento V.A.N.T.O. esprime il più totale sdegno per le condizioni dell’intero patrimonio monumentale di una città senza una guida, motivo per cui, crisi rifiuti e tagli del governo alla cultura a parte, l’unica vera risorsa della città, ovvero il turismo, è defunta. I pacchetti turistici natalizi non si piazzano e quelli già venduti sono in disdetta.
C’è ora da trattenere il fiato per le decisioni dell’Unesco di Febbraio visto che del “Piano di Gestione” non c’è al momento alcuna traccia, e nessuna risposta o rassicurazione convincente è mai arrivata dal Comune di Napoli dopo la nostra protesta all’ingresso di Palazzo San Giacomo del 24 Settembre scorso, ovvero due mesi or sono.
Napoli e provincia sono in ginocchio e non è esagerato ormai parlare di “nuovo medioevo” per la maniera con la quale si sta distruggendo una città che solo 150 anni fa era la capitale culturale del continente.

Fra tre mesi l’UNESCO potrebbe cancellare Napoli dalla World Heritage List dei siti patrimoni dell’umanità. In questo scenario, i monumenti di Napoli sono sempre più nel degrado perchè senza tutela.
Un nuovo allarme riguarda la splendida chiesa di San Giovanni a Carbonara, una delle più belle, antiche e ricche di storia della città, che ha evidenziato in questi giorni di incessanti piogge delle problematiche piuttosto serie e preoccupanti. La chiesa è soggetta ad infiltrazioni d’acqua in vari punti che mettono a repentaglio le decine d’opere d’arte presenti.

Lo segnalazione arriva dal giornalista Alvaro Mirabelli della rivista Chiaiamagazine, supportato dal Comitato Civico di Portosalvo e dal Movimento V.A.N.T.O.

Un po’ dappertutto sono evidenti delle ampie macchie di umidità e rivoli d’acqua. Grosso rischio lo corre “la Crocifissione”, preziosa opera del maestro del cinquecento Giorgio Vasari, allievo di Michelangelo, accanto alla quale scorre pericolosamente acqua. Infiltrazioni anche dal soffitto dell’altare della purificazione ma basta approssimarsi alla “Cappella Caracciolo del Sole” per notare che manca da ben tre anni una lastra di vetro dai finestron. Da li penetra nella struttura non solo acqua ma anche umidità e vento che minacciano gli affreschi di Perinetto da Benevento e Leonardo da Besozzo.

Ecco le tristi testimonianze fotografiche.


Emergenza patrimonio. Philippe Daverio: “Lo Stato ha fallito, più bravi i Borbone”

Mentre le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia sono sempre più silenziose, decisamente fragorose e sempre più frequenti sono le bombe lanciate da autorevoli personaggi della cultura che stanno pian piano abbattendo il muro della retorica risorgimentale, riattribuendo i giusti meriti al sud pre-unitario e alla dinastia borbonica che lo condusse ai vertici del prestigio internazionale.

Sotto il profilo economico-industriale bastano i saggi di Paolo Malanima, direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR e Vittorio Daniele dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, e quello di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli della Banca d’Italia per dimostrare che il sud non era affatto sottosviluppato rispetto al nord.
Ormai i grandi personaggi della cultura sono sempre più soliti nell’amplificare ciò che noi meridionalisti professiamo e facciamo oggetto della nostra battaglia culturale mai fumosa e poggiata, appunto, su cultura e studi in quanto consapevoli di essere “semplici” divulgatori di verità sotterrate.

Dopo l’amplificazione della legge borbonica sull’introduzione pionieristica della raccolta differenziata portata alla ribalta nazionale da Roberto Saviano, sulle pagine de “IL MATTINO” di Napoli del 1 Dicembre 2010 è il turno di Philippe Daverio, apprezzato e stimato critico d’arte e docente universitario, che decreta il fallimento della tutela del patrimonio artistico in Italia e la superiorità e l’efficienza delle Due Sicilie rispetto alla moderna nazione italica: «La tutela del patrimonio in Italia è un fallimento. Lo Stato ha fallito e l’Italia si è dimostrata meno capace di quanto fecero i Borbone nelle Due Sicilie che era un grande Stato».

Philippe Daverio sta per lanciare “Save Italy”, un progetto per portare all’attenzione dell’intera comunità internazionale il caso Italia e chiedere l’intervento di tutti per far qualcosa di utile alla salvaguardia del nostro impareggiabile patrimonio.
Del resto era stato proprio lui ad avallare la mia video-denuncia “Il ponte sullo Stretto che ammazza la cultura” ammonendo così: «In Italia viene ritenuto prioritario il ponte sullo Stretto di Messina. Vuol dire anche che per realizzare il ponte non si salva la Reggia di Caserta».

E significativo è, in chiave risorgimentale, un passaggio di una sua dichiarazione su “LA STAMPA” di Torino del 12 Dicembre 2009 in cui, pur valorizzando il patrimonio culturale torinese, Daverio trovò comunque il modo per dire ai piemontesi tra le righe che sono invasori: «il Piemonte non è Italia. Torino è la capitale di uno stato che ha conquistato l’Italia senza farne parte». Così confermando che il Risorgimento non fu un moto di unione ma una guerra senza dichiarazione, un’annessione del sud, unica parte del paese davvero indipendente e italiana, da parte di un nord sabaudo filo-francese (e inglese), quindi straniero.

Giorgio Bocca, nuove falsità storiche sul meridione

Il ritorno di Giorgio Bocca

nuove falsità storiche sul meridione

di Angelo Forgione per napoli.com
http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=36246

Giorgio Bocca torna ad occuparsi della questione meridionale e lo fa alla sua maniera, ovvero mistificando la storia. Del suo ostracismo nei confronti del sud ne abbiamo già avuta ampia dimostrazione. Ormai famosi i suoi attacchi verbali a Napoli e al sud dal pulpito di “Che tempo che fa” e il vilipendio della storia della città partenopea in una puntata di “Passepartout” di Philippe Daverio incentrata sui meriti della dinastia borbonica tra settecento e ottocento preunitario.

In quelle occasioni aveva invocato l’Etna e il Vesuvio, indicando Napoli, che solo 150 anni fa fu la Capitale d’Europa insieme a Parigi, come “una città decomposta da migliaia di anni”, definendo la Reggia di Caserta “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”. Bocca aveva dato ai Borbone di Napoli l’appellativo di megalomani perché invece di realizzare il magnifico Museo Archelogico Nazionale di Napoli avrebbero dovuto dedicarsi alle poste e telegrafi. Un fuoco di fila che aveva sdegnato gli ospiti di Philippe Daverio in “Passpartout” ma non Fazio e il suo divertito pubblico a “Che tempo che fa”.

Lo scrittore piemontese è tornato a scontrarsi ideologicamente col meridione definendo “luoghi comuni” quelli che tendono a rivalutare proprio quel sud preunitario depredato dal nord. Lo ha fatto stavolta nella rubrica “L’antitaliano” de “L’espresso” del 26 Novembre su cui ha scritto che il sud è pieno di luoghi comuni contro il nord.
 «Il lamento meridionalista si rinnova (…). Ritorna la vecchia storia del Nord ricco e industriale che sfrutta il Sud povero agricolo e lo depreda dal poco di benessere che aveva raggiunto (…). Il Sud e la Sicilia del regno borbonico, liberati o conquistati da Garibaldi, ricchi e progrediti certamente non lo erano. Il Sud è povero da secoli e lo è ancora».

Scorrendo la lettura dello scritto ci si scontra col tipico esercizio scorretto di chi sostiene a spada tratta la retorica risorgimentale e vede il meridionalismo come un male da sconfiggere. Bocca ripropone, come prova dell’arretratezza del sud, il tipico esempio del chilometraggio delle strade al 1860: al nord erano 67mila e al sud solo 15mila. Un dato strumentale, fuorviante e propagandistico poiché il raffronto è improponibile tra regioni come il Piemonte e la Lombardia che non avevano sbocco sul mare e le regioni del sud che concentravano lo sviluppo sulla fascia costiera. Il Regno delle Due Sicilie attuò una scelta politica puntando sui trasporti marittimi e fu vera lungimiranza poiché la flotta commerciale dello stato duosiciliano divenne per questo la seconda in Europa e quella militare la terza. Con l’imminente apertura del Canale di Suez e lo sviluppo delle ferrovie al sud, il primato assoluto era all’orizzonte grazie ai traffici con l’oriente rispetto ai quali Napoli si avviava ad avere posizione di privilegio nel Mediterraneo rispetto per esempio a Londra, e questo fu uno dei motivi per i quali si pianificò il soffocamento di una grande potenza meridionale che i detrattori di oggi continuano a non voler riconoscere come tale.
Oggi l’Unione Europea spinge per le autostrade del mare col progetto TEN-T, cercando di ripercorrere quel che a metà dell’ottocento era già realtà nel Regno delle Due Sicilie.
Nonostante questa scelta, i collegamenti interni non furono abbandonati, anzi erano anch’essi in buona espansione per precisa volontà di Ferdinando II che fece realizzare strade importanti come l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana, l’Adriatica, la Sora-Roma, la Appulo-Sannitica, l’Aquilonia e la Sannitica. In soli quattro anni, dal 1852 al 1856, furono approntate ben 76 strade nuove e si studiò per la prima volta la fattibilità del Ponte di Messina che Ferdinando II mise da parte perché troppo costoso per il popolo. In questa ottica si inseriscono, con grande risalto dal punto di vista tecnologico, le realizzazioni dei ponti come quello sul Garigliano che fu il primo sospeso a catene di ferro in Italia. E non di minore importanza fu la realizzazione delle prime ferrovie d’Italia e delle prime gallerie ferroviarie al mondo. Un’espansione dei collegamenti anche su terra troncata dall’arrivo a Napoli di Garibaldi… a bordo del primo treno d’Italia.

«Le industrie tessili del Sud – dice Bocca – non vendevano una pezza sul mercato europeo».
 Per smentire una simile affermazione basterebbe l’esempio delle seterie di San Leucio che già allora interessavano le maggiori corti del continente e ancora oggi arredano Buckingam Palace e la Casa Bianca, o anche i tanti opifici di lavorazione delle pelli che sfornavano i pregiatissimi guanti napoletani che erano i più richiesti d’Europa. A Porta Capuana era il lanificio Sava che forniva pantaloni all’esercito francese oltre che a quello napoletano. Nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, e tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra in quella occasione.

«L’arsenale dei Borboni – secondo Bocca – era certamente per l’epoca un grande complesso industriale, con più di mille operai che producevano navi, locomotive, cannoni e macchine, ma fuori mercato, destinato a fallire già nel 1870». 
Gli stabilimenti siderurgici di Pietrarsa e Mongiana in Calabria, a cui fa riferimento Bocca, non erano affatto fuori mercato e per nulla destinati a fallire. Se ciò accadde fu perché boicottati a favore dell’economia settentrionale ed è essenziale l’operato di Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale che, presentando a Torino il suo piano economico-finanziario atto ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, pronunciò una frase riferita ai Napoletani: «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere». Bombrini fu tra i fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa e Mongiana. 
Dopo corposi licenziamenti, le lotte sindacali e gli spari di Carabinieri e Bersaglieri che lasciarono a terra senza vita alcuni operai in sciopero, Pietrarsa fu lentamente declassata da officina di produzione a officina di riparazione, per chiudere definitivamente nel 1975 non perché fosse “fuori mercato” come scrive Bocca. Stessa sorte per Mongiana.

Bocca parla anche di analfabetismo nel meridione: «il 90 percento di analfabeti in Sardegna, l’89 in Sicilia, l’86 in Calabria e in Campania». In primis va precisato che la Sardegna era terra sabauda legata al Piemonte in quello che era il Regno di Sardegna che niente aveva a che vedere col Regno delle Due Sicilie, e lo scrittore questo non può non saperlo. Inoltre va detto che non esistono statistiche attendibili sull’alfabetizzazione al 1860 mentre quelli che sono stati spacciati per preunitari sono i dati al 1870, rilevati dopo dieci anni di chiusura delle “scuole normali” borboniche imposta dal governo sabaudo che si apprestava a scrivere i libri di storia ancora oggi sui banchi delle scuole italiane.

L’articolo di Bocca si scontra non solo con i meridionalisti più accesi ma anche con le tante analisi autorevoli che piovono da più fronti e che negli ultimi anni stanno dando chiarezza all’origine della questione meridionale. Tra queste, quella autorevole della Banca d’Italia firmata dagli studiosi Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli che in un loro saggio dello scorso Luglio affermano con chiarezza che «l’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale ,non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria».
Uno studio basato su tabelle statistiche che prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911 e che consentono agli studiosi di affermare che: «il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali».

Già un altro saggio, quello di Paolo Malanima, direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR e di Vittorio Daniele dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, aveva fornito la prova di un inesistente divario tra il p.i.l. del nord e quello del sud preunitario, scarto che inizia invece a prendere corpo proprio nel 1861 con l’unità d’Italia.

A 150 anni dall’Unità d’Italia, il dibattito sul Risorgimento e sull’origine della questione meridionale impazza e rinvigorisce sempre più con i dati i sostenitori della toeria di un Sud depredato e sfruttato a cui si oppongono strenuamente uomini come Giorgio Bocca che sembrano non starci affatto e argomentano ideologicamente e senza dati oggettivi. Non è raccontando falsità storiche che si fa cultura e si costruisce una nuova identità unitaria che appartenga a tutta la nazione. La verità nascosta è un mostro che alberga in ogni italiano; in tanti l’hanno riconosciuto e lo guardano dritto negli occhi ma chi si ostina a dipingerlo come un cigno continua ad allontanare la realtà storica che è un bisogno insopprimibile. I luoghi comuni che lo scrittore attribuisce ai meridionalisti cercando di delegittimarne la ricerca di verità vanno sempre più nella direzione di quell’antico adagio che recita così: la miglior difesa è l’attacco. E questa non è volontà di unire ma semmai di mantenere le divisioni.

leggi l’articolo di Giorgio Bocca su “L’Espresso”

Giorgio Bocca attacca Napoli a “Che tempo che fa”

Giorgio Bocca infanga la storia di Napoli a “Passpartout”