L’inghilterra calunniava, il Borbone si difendeva

Angelo Forgione – Su Il Mattino di domenica 13 luglio Ugo Cundari ha commentato il Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone, rarità editoriale – col contributo di una mia postfazione – che illustra un lungo elenco di realizzazioni compiute dai sovrani borbonici e da Ferdinando II in particolare. Cundari scrive (giustamente) che il testo vide (probabilmente) la luce per volontà dello stesso Ferdinando II, citando l’editore, il quale, a sua volta, nella premessa scrive che si tratta (probabilmente) di “un’operazione di restyling dell’immagine pubblica voluta dalla dinastia, la quale doveva essere seriamente preoccupata di ristabilire un consenso che appariva corroso e minato”. La frase, così limitata, induce a pensare a una propaganda spontanea, mentre in realtà si trattò di autodifesa da quella che lo stesso editore chiama “propaganda contraria – prevalentemente di stampo anglosassone (vedi l’operato di Lord Gladstone) – che condusse una battaglia interna allo stesso Regno delle due Sicilie […], preparando uno schieramento favorevole a quelli che sarebbero dovuti apparire, quindi, liberatori del popolo da una secolare oppressione”. L’elenco del Cenno storico fu pubblicato con tanto di spese effettuate per dimostrare che l’immobilismo del governo borbonico non corrispondeva alla realtà dei fatti, e per contrastare la propaganda contraria di delegittimazione.
Cundari scrive inoltre che delle opere pubbliche di cui si parla nessuna fu progettata in certi territori, lasciati apposta fuori da ogni nuovo investimento. Non è specificato di quali territori si tratta. Erano quelli siciliani. In effetti, gran parte degli interventi riguardano il territorio continentale “al di qua del Faro”, e decisamente più rari – ma non inesistenti – furono i lavori compiuti in Sicilia. L’Isola, su cui insistevano gli interessi degli Inglesi, era il luogo da cui provenivano maggiori malcontenti e moti di rivolta, sobillati dai britannici, veri e propri destabilizzatori del Regno, ed è più o meno noto che la politica di governo attuata in quella zona fu, per così dire, mirata a un certo isolamento. Non a caso è lì che sarebbero sbarcati i Mille garibaldini.
Erano tempi di sotterfugi e grandi mire internazionali. Era l’epoca in cui si iniziava a scavare il Canale di Suez. Era il principio delle politiche economiche dei governi consegnate all’indebitamento bancario. Eppure le opere elencate furono effettivamente realizzate, senza particolare indebitamento. Il mio contributo alla pubblicazione vuole proprio dimostrare che quanto fatto, e fu fatto, non si avvalse dei prestiti bancari e non arrecò particolare aggravio per il popolo.

cundari_cenno

Una strada per Ferdinando II

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAngelo Forgione – Nel 2009, battendo Eduardo De Filippo e Federico II, Ferdinando II di Borbone fu “eletto” superpersonaggio storico di Napoli in un lungo divertissement online del Corriere del Mezzogiorno. Ora la Fondazione “Il Giglio” e il Movimento Culturale Neooborbonico chiedono al Comune di Napoli di intitolargli una strada, dopo la delibera di intitolazione toponomastica di uno slargo ad Enrico Berlinguer (intersezione pedonale tra Via Toledo e via Diaz) e la proposta del sindaco De Magistris di intitolare una strada, una piazza o un giardino di Napoli a John Lennon.
I promotori dell’iniziativa chedono di inviare una email al Sindaco, all’indirizzo sindaco@comune.napoli.it, chiedendo “che sia intitolata una piazza importante o una strada principale della città a Ferdinando II di Borbone, il Re che fece grandi Napoli capitale e il Regno delle  Due Sicilie”. Lo stesso Corriere del Mezzogiorno sta proponendo un sondaggio (clicca qui) per verificare l’eventuale gradimento della proposta.
L’operato politico di Ferdinando II, di cui ho parlato in Made in Naples e che ho focalizzato sotto il profilo economico nel Cenno Storico sulle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli, è riassunto nell’intervento di Gennaro De Crescenzo, tra i promotori dell’iniziativa, nell’intervento alla trasmissione Baobab di Radio Rai (minuto 8:00).

Crollo Galleria Umberto I non casuale e non isolato

La lunga lista dei momumenti di Napoli che crollano. E l’Unesco aspetta.

Angelo Forgione – Napoli crolla. E non ce ne accorgiamo solo oggi che un ragazzo di quattordici anni è finito sotto i calcinacci della Galleria Umberto I. L’incuria e l’imperizia hanno aggiunto degrado a degrado. Monumenti, palazzi, alberi, lampioni… La mancanza di manutenzione e, soprattutto, di una cultura del decoro e della conservazione dei beni sta presentando il conto da qualche tempo.
Dopo decenni è arrivato il momento del dramma monumentale per il Centro Storico di Napoli, il più esteso d’Europa, e per tutto quello che gli gravita attorno. L’Unesco lo sa benissimo da tempo, e perciò ha deciso di stanziare un bel gruzzolo di euro per riqualificare il cuore di Napoli e non perdere tutto l’antichissimo patrimonio artistico e storico che custodisce. Da Parigi c’è l’attenzione ma a Napoli manca ancora l’azione, che si perde tra ipotesi, dibattiti, progetti e liti tra Comune e Soprintendenza, che non riescono neanche a far rigar dritto i privati. Ma mentre il medico studia il malato muore. Chiese, palazzi storici e monumenti vari sono già coinvolti nella stagione dei crolli, che è iniziata da tempo. Camminare per Napoli, se i cornicioni non mettono a rischio la vita, è una tristezza infinita. Gran parte dei monumenti e degli edifici storici di Napoli sono imbragati, in attesa del miracolo finanziario. E I “visitatori” più assidui  sono diventati i Vigili del Fuoco, pronti a intervenire per spicconare e piazzare reti e teloni di contenimento. Basta alzare lo sguardo e se ne vedono ovunque: Galleria Umberto I, Galleria Principe di Napoli, facciata laterale del San Carlo su piazza Trieste e Trento, Palazzo Salerno, Guglia dell’Immacolata, Guglia di Santa Maria di Portosalvo, Basilica di Capodimonte, Complesso monumentale dei Girolamini, Ponte di Chiaia, Cassa Armonica della Villa Comunale, cortili interni di Palazzo Reale ed edifici nei Decumani. Sono solo alcuni degli sbriciolamenti della storia e della cultura in corso. Senza contare il cedimento del palazzo ottocentesco Guevara di Bovino alla Riviera di Chiaia. E meno male che alla Basilica di San Francesco di Paola sono iniziati i lavori di restauro. Inevitabili dopo la caduta dei calcinacci del porticato. Tutti sapevano che la Galleria Umberto I sputava pezzi su ogni versante da dieci anni almeno. Prima o poi qualcuno ci sarebbe finito sotto. Ma il problema non è circoscritto. Crollano Pompei e la Reggia di Caserta, e non ci vuole molto a capire che la crisi per un’area antichissima come quella napoletana è di sistema.

Italia inquinata. Sud avvelenato.

Situazioni drammatiche per Terra dei Fuochi, Taranto, Sardegna e Sicilia

Angelo Forgione – L’hinterland agricolo della conurbazione Napoli-Caserta, l’area industriale di Taranto e gli insediamenti industriali di Sardegna e Sicilia sono sempre più i simboli moderni delle speculazioni e degli interessi personali che hanno generato picchi tumorali in aumento e devastazione del territorio. L’aggiornamento dello studio epidemiologico “Sentieri” condotto dall’Istituto Superiore di Sanità rafforza la disperazione urlata da oncologi e specialisisti negli ultimi anni.
Nella Terra dei Fuochi, quella tra Napoli e Caserta, dove, secondo la Commissione parlamentare d’Inchiesta preposta, il picco si raggiungerà intorno al 2060, si muore di più “per l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”. L’eccesso di mortalità per l’esposizione a un insieme di inquinanti rispetto al resto della regione è del 10% per gli uomini e del 13% per le donne nei comuni in provincia di Napoli, mentre per quelli in provincia di Caserta del 4 e del 6%. Nella Terra dei Fuochi i bambini nascono malati. “Non si osservano eccessi di mortalità ma resta meritevole di attenzione il quadro che emerge dai dati di ospedalizzazione che segnalano un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori: nella provincia di Napoli un eccesso del 51% e nella provincia di Caserta e del 68% rispetto al “rapporto standardizzato di ospedalizzazione”.
Gravissima la situazione anche a Taranto. Lo studio “conferma le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini. Le analisi effettuate utilizzando i tre indicatori sanitari sono coerenti nel segnalare eccessi di rischio per le patologie per le quali è verosimile presupporre un contributo eziologico delle contaminazioni ambientali che caratterizzano l’area in esame, come causa o concausa, quali: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio nel loro complesso, malattie respiratorie acute, malattie respiratorie croniche”. Inoltre, “il quadro di eccessi in entrambi i generi riguarda anche molte altre patologie, rafforzando l’ipotesi di un contributo eziologico ambientale in un’area come quella di taranto ove è predominante la presenza maschile nelle attività lavorative legate al settore industriale”. A Taranto la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale.
E non va meglio in Sardegna, dov’è la maggiore estensione nazionale di siti contaminati. Qui la situazione peggiore è per Porto Torres e i quartieri settentrionali di Sassari (esposti a maestrale e tramontana), con un eccesso generalizzato di mortalità per tumori rispetto al resto della Sardegna. Complessivamente 447.144 ettari sardi rientrano nei due siti di interesse nazionale per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese e di Sassari-Porto Torres.
In quanto a concentrazione di S.I.N., la mappa stilata nel 2013 dall’Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale (guarda la mappa) è terrificante per la zona che va dalla provincia meridionale di Napoli al basso Lazio. Particolare allarme destano i siti siciliani delle aree di Milazzo, Gela, Biancavilla e Priolo. Ma sono tutti i S.I.N. italiani a presentare un quadro estremamente preoccupante: l’incrocio di mortalità, incidenza oncologica e ricoveri fa emergere un aumento dei tumori anche del 90%. E le politiche sanitarie e ambientali restano oscurate dai fumi, insieme al cielo.

La chiesa anglicana di Napoli e quella riconoscenza tra massoni

Angelo Forgione per napoli.com La cappella anglicana di Napoli, in via San Pasquale a Chiaja, è il simbolo imperituro del contributo della triplice alleanza britannica (Stato, Chiesa e Massoneria) all’Unità d’Italia e alla cancellazione di Napoli capitale. Fu Garibaldi in persona, nel suo dittatoriale autunno partenopeo del 1860, a concedere suolo napoletano e autorizzazione per la costruzione di una cappella per il culto anglicano. Era lui che comandava a Napoli e gli amici inglesi andavano ringraziati per il fondamentale sostegno ricevuto nella spedizione delle camicie rosse. Sino a quel momento, i culti diversi nella cattolicissima capitale borbonica e in tutto il Regno erano stati vietati, e le funzioni erano state celebrate nelle legazioni extraterritoriali. Quelle anglicane si svolgevano nella legazione britannica di Palazzo Calabritto in piazza della Pace, l’attuale piazza dei Martiri, dove si ergeva una colonna dedicata alla Madonna della Pace voluta da Ferdinando II per la pace riconquistata dopo i moti del 1848. Pace impossibile da conservare a lungo. Già nel 1844 Garibaldi era entrato a far parte della Massoneria a Montevideo, in Uruguay, e nel 1846 aveva incontrato Lord Palmerston per ottenere appoggio per la sua battaglia per l’indipendenza del Paese sudamericano e per quelle future in Italia. Tra Massoneria inglese, nata in seno al Protestantesimo, e Anglicanesimo il legame era già forte, in nome dell’anti-Cattolicesimo e dell’avversione al Papa di Roma, e lo è ancora oggi (nel settembre 2013, nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra, si sono radunati un migliaio di massoni per la celebrazione del bicentenario della Gran Massoneria dell’Arco Reale). Fin dalla sua nascita, la Massoneria inglese era stretta in un’alleanza con lo Stato e la Chiesa anglicana. Proprio la Chiesa d’Inghilterra aveva dichiarato l’indipendenza dall’autorità papale nel 1534, e nel 1563 il Parlamento aveva approvato i 39 articoli della fede anglicana, i cui scopi contemplavano anche la centralità dell’Evangelo. Tre secoli dopo, il “gran nemico” era  Pio IX, di fatto un alleato politico di Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale, nonostante le insistenti richieste della diplomazia londinese, per nessun motivo concesse mai il suo suolo cattolico napolitano per una chiesa del culto anglo-massonico. La morte del sovrano rappresentò l’occasione giusta per invadere il Regno meridionale, poco sicuro nelle mani del giovane erede Francesco II.
Il massone Garibaldi sbarcò a Marsala, dove fu accolto dai piroscafi bellici dritannici “Argus” e “Intrepid” e da una vastissima comunità inglese coinvolta nei grandi affari dei vini di Ingham e Whoodhouse; attraversò la Sicilia e risalì la Penisola sempre scortato, finanziato e armato dagli inglesi. Fiumi di piastre turche gli giunsero per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole a largo di Capri. Quel rendiconto, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbe acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. A Napoli, il 6 settembre, Garibaldi entrò col treno borbonico, “accompagnato” via mare dal legno britannico “Intrepid”, che si piazzò davanti al litorale di Santa Lucia fino al 18 ottobre, quando gli fu dato il cambio da altre imbarcazioni inglesi, proprio mentre il dittatore Garibaldi donava ai sudditi di Sua Maestà la Regina il suolo scelto in via San Pasquale a Chiaja per edificare la cappella protestante, lì dove era un maneggio per cavalli di proprietà dell’esercito borbonico. Era solo un piccolo atto di riconoscenza per il fondamentale appoggio ricevuto (un’altra cappella anglicana sarebbe stata costruita a Palermo nel 1872). Il nuovo governo italiano-piemontese cedette ufficialmente la proprietà del terreno il 10 agosto 1861. La comunità dei residenti inglesi, con sottoscrizioni private e pubbliche sia a Napoli che in Gran Bretagna, riuscì a raccogliere l’ingente somma necessaria per la realizzazione della costruzione. Dopo un concorso, fu dato incarico per l’opera all’inglese Thomas Smith, che aveva appena ultimato la chiesa della comunità inglese a Nizza, città natale di Garibaldi. La prima pietra fu posata il 15 dicembre 1862 e l’edificio ultimato fu consacrato dal primo vescovo anglicano di Gibilterra il 3 marzo 1865.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815 la Massoneria era stata messa al bando dai governi di tutti gli Stati preunitari. Non è un caso che la rifondazione manifesta della Massoneria italiana sia datata 1859, anno di costituzione della prima loggia italiana chiamata “Ausonia”. Dove? A Torino, ovviamente. Quando la capitale sabauda “unì” (parzialmente) l’Italia, Stato vaticano ancora escluso, il massone Garibaldi fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia proprio a Torino. Era il 17 marzo 1862, primo compleanno dell’incoronazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Compiuta l’invasione del Mezzogiorno e ben saldi i suoi propositi di violare la Roma papalina, il Generale si recò a Londra per far visita al governo inglese e alla frammassoneria con l’intento di rimediare altri fondi per le sue imprese rivoluzionarie. Fu accolto dal tripudio di una folla oceanica, riconoscente per il lavoro compiuto nelle Due Sicilie e per la sua battaglia contro il Papa, quindi per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Riconoscenza attestata di persona, nel corso di quel viaggio nell’aprile del 1864: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina». Gli obiettivi, ovviamente, non erano solo religiosi ma anche e soprattutto politici, economici e commerciali, ma chiaro fu il contributo che la fede britannica diede al processo politico e sociale che attraversò l’Italia risorgimentale. Garibaldi, prima della caduta di Roma, preconizzò: «Non sarà il cannone a liberare Roma dal Papa, ma l’Evangelo». Il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, i Bersaglieri del Generale Cadorna entrarono a Roma preceduti dai venditori di libri al grido di «il libro.. il libro» (la Parola di Dio). Il Potere Temporale del Papa era alla fine e la libertà religiosa in Italia era conquistata.
Nel 1965 fu scoperta sulla facciata della chiesa anglicana di Napoli una lapide bilingue a ricordo del regalo di Garibaldi. Vi era scritto “a grata memoria di Giuseppe Garibaldi”, l’uomo che aveva consegnato non un semplice suolo agli inglesi ma, di fatto, l’intero Regno. Era passato un secolo esatto da quando il primo vescovo anglicano di Gibilterra aveva consacrato l’edificio a Gesù Cristo. Con buona pace dei tanti massacri, delle profanazioni, dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle collusioni con la malavita e dei privilegi elargiti ad assassini e prostitute per compiere il piano internazionale per la cancellazione del fastidio vaticano-borbonico dal territorio europeo.lapide_chiesa_anglicana

L’autoesclusione dello Stato all’ultimo saluto per Ciro

Angelo Forgione – Dov’era lo Stato al funerale di Ciro? Quale alta carica c’era a simboleggiare un dramma nazionale nato da un errore nazionale? Escluso dalla famiglia o autoesclusosi da sempre? Lo Stato non poteva essere in un sottosegretario, più “amico” di famiglia per stessa ammissione di mamma Antonella – come il presente del CONI – che uomo di politica. E dov’era il Comune di Roma? Il giorno prima addirittura un ministro, in rappresentanza del Governo, era stato alla festa del re delle cravatte a Palazzo Reale, dove si era visto anche un Cardinale della Chiesa, mentre Ciro si è dovuto “accontentare” della visita di un prete di strada. Già, la strada. Quello di Ciro è stato un funerale di strada, non di Stato, e questo indica che non c’è alcuna volontà di mettere un punto. In fondo «sono solo sfottò», si era detto lungo tutto l’anno che si è chiuso con la pistola. E infatti, con tempismo perfetto, la Corte di “Giustizia” federale ha annullato la chiusura “sospesa” della curva interista per cori razzisti. Vincono ancora i dirigenti, i telecronisti e tutti coloro che per un anno intero hanno dato man forte ai capricci delle curve italiane. Ne vedremo delle belle molto presto, a cominciare dalla prossima ridiscussione delle sanzioni per “discriminazione territoriale”.
Il segnale giunto ieri è sempre lo stesso: Napoli è sola e se la sbrighi da sé. E si pianga pure il suo morto, ma senza troppo clamore e vittimismo.

Presentazione “Made in Naples” a Mugnano di Napoli

copertina_1Il Comitato per la Pace “Vittorio Arrigoni”, in collaborazione con Associazione Culturale “NOS Revolution”, presentano il libro Made in Naples di Angelo Forgione – Come Napoli ha civilizzato l’Europa e come continua a farlo.

Venerdì 27 giugno, ore 19.00
Via Salvatore Di Giacomo, 24 – Mugnano di Napoli

Ciro Esposito vittima dell’odio etnico. Basta nascondersi dietro un dito!

Angelo Forgione – Morire non per una partita di calcio. Morire perché napoletano. Morire per la caccia al napoletano, per tutto quello la società italiana, inesistente, ha incubato dalla nascita della Nazione unita e per quel che il Calcio, dagli anni Settanta almeno, ha vomitato su Napoli, senza che nessuno si sia mai indignato. Nessuno! Finché non si è iniziato a protestare, a sfruttare internet e i media, a colpire i vari Amandola di turno, a sollecitare le radio locali, a creare un nuovo fronte di opposizione sdegnata. E solo allora sono arrivate le regole, le squalifiche, con cinquant’anni di ritardo. Troppo tardi: il malcostume era già “costume”. Vaglielo a togliere il giocattolo al bambino viziato!
Alla cieca, e per ignoranza, dalla denigrazione è nato un odio ingiustificabile e inconcepibile, una caccia al napoletano intollerabile. L’omicidio di Ciro Esposito non è un incidente di percorso ma un evento prevedibile. Già nel dicembre 1973 Alfredo Della Corte, un altro giovane napoletano, diciassettenne, festante per la vittoria dei partenopei all’esterno dello stadio di Roma, fu sparato mentre sventolava una bandiera azzurra. Si salvò per puro miracolo. Ciro non ha avuto la stessa “fortuna”, e ora sta morendo per colpa di un folle squilibrato che in un pomeriggio di sport ha deciso di uscire di casa per fare una strage. Si, proprio una strage. Daniele De Santis ha preso di mira un pullman pieno di famiglie e di bambini, creando il panico, finché non è spuntato un ragazzo normale che ha scavalcato la bandiera “New Jersey” e si è precipitato a fermare quel pazzo, dando l’esempio ad altri compagni. Non sapeva che il fanatico (ma non era solo) era sceso di casa con una pistola caricata con proiettili modificati artigianalmente. Quattro colpi esplosi in rapida successione, al grido di «vi ammazzo tutti», dove per tutti si intendono i napoletani. Tre feriti, Ciro il più grave. Cinquanta giorni di strazio e agonia. E poi il coma irreversibile.
La riflessione non servirà. Altri lutti ha prodotto il mondo del Calcio, ad ogni latitudine italiana, ma stavolta, per la prima volta, la tragedia ha l’acre odore della polvere da sparo. Si continua a morire con la scusa di un fenomeno violento inarginabile attorno al pallone. Le responsabilità sono ben chiare, e appartengono a chi, negli anni, se ne è fregato di arginare l’odio anti-Napoli; e al servizio d’ordine di quel giorno, pianificato da un questore superficiale e in modo assolutamente cervellotico e insufficiente. Chi questa colpa sa di averla non finga di essere innocente, non si nasconda, e inizi a preoccuparsi delle conseguenze che questo dramma potrebbe generare, e pensi ad evitare seriamente che la maledizione di Ciro sia prodromo e scintilla scatenante di qualcosa che non deve assolutamente verificarsi. E non si sentano esclusi tutti quei dirigenti e quei telecronisti ed editorialisti che nell’arco di un anno intero hanno minimizzato l’odio per i napoletani cercando di ridurlo a “sfottò”. Ora basta! Il Calcio, lo spettacolo, la gioia, li hanno ammazzati anche loro, dall’alto dei pulpiti del potere. E non si accorgono neanche che sono rimasti soli, a commentare partite poco spettacolari giocate in impianti indecenti e sempre più orfani dei veri appassionati.
Se ne va un ragazzo normale che ha cercato di fare l’eroe ed è finito sotto i colpi di uno scarto politicizzato della società civile. Sta morendo perché napoletano, ed è giusto gridarlo a gran voce, senza ipocrisia o strumentalizzazioni di parte.

Milano non vuol mollare il calciomercato

Nonostante i forum, le tavole rotonde e i convegni pubblici per cambiare la sede del calciomercato e renderla itinerante, pare che ci si avvii alla conferma dell’Atahotel di Milano. Le candidature di Taormina e Napoli sembrano ostacolate da logiche che l’avvocato Claudio Pasqualin non riesce a comprendere. Parla di “presa in giro” il presidente di AvvocatiCalcio:
«Agli operatori di mercato non interessa chi gestisce l’organizzazione, ma che non si prendano decisioni sulla loro testa nonostante le rassicurazioni di voler cambiare le cose. L’Adise è sempre stata con noi. Il Comune di Taormina si è mosso ufficialmente per ospitare il mercato, cosi come anche la Fiera di Napoli, e non si capisce perché si debba tornare in quella tristezza lì (all’Atahotel di Milano), senza appeal. Valuteremo il da farsi. Siamo cittadini della repubblica del calcio, ma a questo punto potremmo esercitare una disobbedienza civile, fatti salvi ovviamente i primari interessi dei nostri assistiti. Ci sentiamo presi in giro. Si diceva che l’Atahotel era un postaccio e adesso invece tutti torneremo lì. Valuteremo la nostra posizione ufficiale. E ci tengo a precisare una cosa. Non siamo assolutamente rassegnati, continueremo a far valere le nostre ragioni».
Emanuele Cammaroto, ideatore e coordinatore del progetto “Calciomercato a Taormina”, si trattiene in attesa delle sentenze, ma preannuncia battaglia:
«Restiamo rispettosi e fiduciosi circa l’operato delle Istituzioni calcistiche e le scelte definitive che verranno fatte a breve. Vogliamo aspettare prima di spiegare e commentare meglio tutto quello che sta accadendo. Sia chiaro, però, che per questa estate o per il prossimo inverno che sia, Taormina non mollerà niente. Non vorremmo che forse qualcuno pensi che, a prescindere dai contenuti dei progetti, l’Italia debba ancora iniziare e finire in riva al Po o che il futuro del Calciomercato debba appartenere alle solite logiche del passato, con una sede da individuare a priori per fattori geografici e “piramidali”. Nell’era del mondo globale non è più tempo di roccaforti».

«Insigne-Immobile, coppia di oriundi». Discriminazione territoriale in diretta Rai

Ironia “territoriale” in diretta a Mattina Mondiale, trasmissione di Rai Sport 1 dedicata alla Coppa del Mondo di calcio. Ospite Matteo Salvini, ma stavolta non c’entra nulla l’onnipresente segretario della Lega Nord. Il telespettatore Raul, da Firenze, è riuscito nell’impresa di oscurare il suo razzismo con una battuta di dubbio gusto. Il toscano, collegato via Skype, ha chiesto al politico separatista come vedesse la coppia Insigne-Immobile in maglia azzurra. Risposta normale di un Salvini che non ha capito immediatamente dove il telespettatore volesse andare a parare: «Non mi dispiacciono, anche se al posto di uno dei due avrei convocato Gilardino. Però la fantasia non manca a questa coppia qua». Insoddisfatto, l’interlocutore ha manifestato l’intento della sua incursione: «Anche se sono oriundi, va bene lo stesso…». Risata di Salvini e della conduttrice Giovanna Carollo, anch’essa sorridente ma per l’evidente imbarazzo di dover gestire un’uscita infelice in diretta nazionale.