Il rinomato sorbetto di Napoli, vero antenato del gelato

Angelo Forgione – Siamo certi di sapere proprio tutto di un simbolo del made in Italy nel mondo qual è il gelato? La genesi di questo prodotto è davvero lunga, complessa e incerta, e attraversa la storia e la geografia, partendo dagli antichi babilonesi e dagli egiziani, che consumavano già ghiaccio tritato o neve con la frutta. Furono gli arabi, nel IX secolo, a portare in Sicilia lo Sherbeth (bevanda fresca), un infuso a base di acqua, zucchero, erbe e spezie che veniva ghiacciato con l’aggiunta di sale. La variante siciliana, italianizzata in “Sorbetto”, prevedeva l’uso della neve dell’Etna e delle Madonie.
Nonostante nel Cinquecento sia stato l’artista fiorentino Bernardo Buontalenti a introdurre l’uso dell’uovo per l’invenzione della “crema fiorentina”, anche detta “gelato buontalenti”, il sorbetto divenne una vera maestria dei napoletani, tant’è che il marchigiano Antonio Latini, scalco (capocuoco) al servizio del reggente spagnolo del viceregno di Napoli Esteban Carillo Salsedo, attribuì proprio ai napoletani un’abilità speciale nella preparazione dei Sorbetti: “(…) qui in Napoli pare ch’ ogn’uno nasca col genio e con l’istinto di fabricar Sorbette”. Lo scrisse ne Lo Scalco alla moderna, overo l’arte di ben disporre i conviti, pubblicato tra il 1692 e il 1694, a pochi anni dalla sua morte; un trattato di cucina in cui racchiuse tutta la sua esperienza sul campo, tra Roma, le Marche e Napoli. Particolare attenzione fu posta alla cucina napoletana, compresi i sorbetti, tra cui la “Sorbetta al latte”: “una caraffa e mezza di latte, mezza d’acqua, tre libbre di zucchero, once sei di cedronata o cocuzza trita”. È un sorbetto cui si aggiungeva il latte, ovvero l’antenato del gelato. Il palermitano Francesco Procopio aveva già aperto a Parigi il primo caffè-sorbetteria della storia, il tuttora famosissimo caffè Procope.
Nel 1775, il medico Filippo Baldini pubblicò a Napoli il “De’ Sorbetti”, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, classificato in tre tipi: subacido (alla frutta), aromatico (alla cannella, al cioccolato, al caffè) e lattiginoso. Iniziò così a diffondersi la distinzione tra sorbetto e gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte. La città partenopea, tra le grandi capitali europee, era ormai rinomata per la qualità e la quantità di gelati e sorbetti, di cui era notoriamente ghiotto Giacomo Leopardi, e i Borbone presero a concedere titoli nobiliari anche a maestri artigiani di queste specialità.
La storia moderna del gelato la scrive Filippo Lenzi, alla fine del Settecento, aprendo la prima gelateria in terra americana. Il gelato ebbe un tale successo negli States che fu l’americano William Le Young a brevettare, a metà dell’Ottocento, la sorbettiera a manovella, precedentemente escogitata da Nancy Johnson. Si trattava di un meccanismo grazie al quale la miscela, mantenuta in continuo movimento, si raffreddava in maniera uniforme dando un composto finale cremoso invece che granuloso.
Nel primo Novecento, il bellunese Italo Marchioni, nato a Vodo di Cadore ed emigrato negli Stati Uniti, registrò il brevetto della tazza di cialda, con tanto di manico, adatta a contenere il gelato, per sostituire i bicchieri di vetro. Capitava frequentemente che i medesimi non venissero restituiti, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti. Dal bicchiere al cono, il passo fu breve. Solo che il gelato, sciogliendosi, spugnava la cialda. E rieccoci a Napoli, nel 1960, quando il gelataio napoletano Spica ebbe la geniale idea di “impermeabilizzare” artigianalmente la superficie interna del cono rivestendola con uno strato di olio, zucchero e cioccolato. Il brevetto di Spica lo acquistò nel 1974 il colosso industriale anglo-olandese Unilever. Nacque così il “Cornetto”, re dei gelati industriali.

L’Ercole Farnese, il grande rimpianto di Napoleone

Angelo Forgione –  È uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. L’Ercole Farnese fu trasportato da Roma all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV, e inizialmente collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione, quella pittorica. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutte la sculture della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, finì nelle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciarono spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare ad arricchire l’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale a Palermo era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone, diventato imperatore, continuò nel suo proposito di appropriarsene, ritenendola il grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte fu fatto Re di Napoli, spuntarono ulteriori propositi per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione, e lo chiarì ad Antonio Canova nell’ottobre del 1810, quando lo chiamò a Parigi affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro, e l’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Ma avremo anche questo».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, mandato a succedere a Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto con il cognato Imperatore da cui si sentiva manovrato e svalutato, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua rimase a Napoli nella sua definitiva collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo una suggestione di Napoleone, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò.

fonte: Storia di Pio VII scritta da Alexis Francois Artaud

Mughini, l’amato Nord e i fichi d’India della maledetta Sicilia

Angelo ForgioneSi è fatto strada in tivù anni fa, partendo dal Maurizio Costanzo show e da L’Appello del martedì, trasmissione sportiva di scarso spessore condotta da Maurizio Mosca, dalla quale iniziò ad agitare le braccia e ad urlare i suoi «ma dai… suvvia» a destra e a manca. È passato a miglior sorte con Controcampo, dando sfoggio della sua juventinità, mentre a tanti sfuggiva che era nativo della Sicilia, della bella Catania per la precisione. Ma lui non ha mai rivendicato certe origini, non le ha mai ostentate, e oggi si comprende il perché. Lo abbiamo capito grazie a un friulano che opera a Palermo, il presidente dei rosanero Maurizio Zamparini.
Entrambi ospiti di Tiki Taka, trasmissione Mediaset, sono venuti allo scontro verbale su tematiche sociali, o meglio sulla ‘Questione meridionale’, consegnandoci uno spaccato di antropologia italiana. Scintilla accesa dal patron panormitano, il quale ha risposto al conduttore Pardo che gli chiedeva quale fosse la cosa più bella di Palermo: «la qualità della vita, dieci volte superiore a quella di Milano». Apriti cielo! A Mughini, preso da un morso al ventre, è partita la scheggia del dissenso: «come mai siamo stati in milioni a venire a cercare la vita e il lavoro del Nord? Io sono fuggito dalla Sicilia!». Qualche istante di silenzio-imbarazzo, rotto timidamente dalla voce fuori campo di Raffaele Auriemma, in collegamento da Napoli. «È una lunga storia», ha ammonito il telecronista tifoso azzurro, che la risposta la teneva in canna e avrebbe potuto sparare un colpo alla psiche del meridionale pentito, ma ha preferito farsi i fatti suoi. Quando Zamparini ha trovato le parole per rispondere a modo suo è stato un crescendo vulcanico.
Superfluo fare tutta la cronaca della contesa tra un settentrionale che sosteneva le ragioni del Sud e un meridionale che sembrava l’immagine più intransigente del Nord di fronte alle briciole sfuggite di mano. In realtà Mughini è parso il più esemplare degli emigrati del Mezzogiorno privi di una visione ampia della verità storica, che anche in età avanzata condannano le condizioni sociali del Sud e non chi e cosa le ha generate. Mughini, sulle orme dell’antenato Alfredo Niceforo, ha condannato in diretta tv nazionale la sua stessa razza (maledetta), ripetendo più volte di essere fuggito dalla Sicilia e rinnegando le sue origini territoriali e il suo parto: «Quando sono andato a Parigi da ragazzo ho detto “ero qui che dovevo nascere, altro che il mare siciliano”!». Complimenti per la schiettezza ma pochi consensi, non solo in studio, per uno scrittore che penna su carta sa metterla, ma ha evidentemente molte carenze in quanto a storia unitaria d’Italia ed emigrazione meridionale. Qualcuno gli dica come sono andate le cose dal 1861 a oggi, e quanti meridionali sono stati costretti ad andare a sopravvivere altrove, piangendo la propria terra. Qualcuno gli dica che l’emigrazione meridionale, prima, non esisteva. La marea degli juventini, di cui lui fa orgogliosamente parte, è pure quella un fenomeno migratorio del cuore meridionale. Il saggista umbro Goffredo Fofi pubblicò nel 1975 lo studio sociologico L’immigrazione meridionale a Torino (Nino Aragno) in cui raccontò cosa accadde nel dopoguerra: “In occasione di Juventus-Palermo, sugli spalti c’erano molti tifosi siciliani entusiasti, i cui figli, ormai, come ogni buon operaio della Fiat, sostenevano la squadra di casa”. La famiglia Agnelli utilizzò le più svariate strategie per attrarre nella famiglia bianconera quei disgraziati cui a Torino non si fittava… ma di queste parlerò con dovizia di gustosissimi particolari nel mio prossimo libro.

Il Napoli allo sceicco? Molti “rumors” e poco realismo.

Angelo ForgioneRispetto il lavoro della redazione di Cronache di Napoli ma non riesco a trovare ragionevolezza nella notizia della cessione del Calcio Napoli allo sceicco Hamad bin Kamad bin Khalifa bin Ahmad Al Thani, presidente della Federcalcio del Qatar, per la sola visibilità in vista dei Mondiali in casa del 2022. Che dei contatti ci siano stati è verosimile, e del resto lo yacht dell’ex primo ministro qatariota Hamad bin Jassim bin Jaber Al-Thani ha fatto bella mostra di sé al porto di Napoli lo scorso luglio. Ma credo che in quell’occasione sia potuta nascere al massimo l’idea di portare la finale di Supercoppa a Doha.
I qatarioti vogliono diventare i padroni del Calcio europeo, certo, ma non per il gusto di alzare coppe e trofei. Attraverso il loro fondo sovrano Qatar Holding, stanno divorando l’economia continentale e il Football gli serve per quel che rappresenta nei tempi moderni, ovvero come strumento per ottenere consensi e accesso ad affari ben più remunerativi. Il Qatar, grande, anzi piccolo come l’Abruzzo, é la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (LNG), risorsa che frutta miliardi di euro. La larghissima famiglia Al Thani va dove si moltiplicano i suoi soldi. A Parigi, ad esempio, dove il tifoso del PSG Nicolas Sarkozy, da presidente della Repubblica, gli aprì le porte firmando un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatariori sul territorio francese, esentandoli dalle imposte sulle plusvalenze immobiliari. Insomma, la Francia è divenuto un paradiso fiscale ad hoc per gli sceicchi e Tamim bin Hamad Al Thani si è preso il PSG.  Con Hollande al posto di Sakozy all’Eliseo le cose non sono cambiate. Tra i due paesi intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio, politiche sociali e cooperazione scientifica.
Un altro pezzo della famiglia, Abdullah Bin Nassar Al Thani, altro uomo d’affari e cugino di quello del PSG, sempre nel 2010, comprò il Malaga in Spagna. Iniziò a metterci bei soldi, perché le sue prospettive erano su un nuovo stadio in periferia e sul porto della città. Gli accordi coi politici spagnoli sono venuti meno e i rubinetti si sono praticamente chiusi. “Non ho trovato il rispetto e la stima: mi dispiace, ma adesso me ne vado“; così ha annunciato il proprietario qualche mese fa, e ora cerca acquirenti per levare le tende.
I qatarioti in Italia ci sono venuti, come in ogni parte d’Europa, ma non per il Calcio. Approfittando della crisi, hanno acquistato la maison Valentino e la Costa Smeralda, e continuano ad investire nel settore immobiliare. Ma il nostro pallone non gli interessa, perché è sgonfio, fallimentare, e non apre ad affari veramente appetitosi. Loro sanno bene in che condizioni versa il nostro Paese, perché stanno contribuendo all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno che l’Italia è un inferno fiscale; e sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare. Sicuramente sono a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona, cioè una colonia interna. Loro che investono in Gran Bretagna, Francia e Germania, quale vantaggio reale potrebbero ottenere immettendo danari nel Napoli? Farebbero più presto a comprarsi quello che gli serve, visto che è in (s)vendita; e infatti già lo fanno, senza girarci troppo attorno.

Un’inglese addolorata dalle parole di Antonella Cilento

Ricevo e pubblico lo scritto di Dawn Bissell, 41enne inglese di Birmingham residente a Roma, amante di Napoli, addolorata per le parole della scrittrice Antonella Cilento al TG1.

Salve. Ho scritto un messaggio alla Signora Antonella Cilento, e volevo farvi conoscere il mio grandissimo dispiacere nel sentire la sua intervista al TG1, dove dice che Napoli nel 1600 era “GIÀ corrotta, sporca, puzzolente…”. Sono INGLESE, e se si indigna un’inglese davanti alle sue parole, figuriamoci tutti quei napoletani che sono orgogliosi della propria città, e che si trovano a dover lottare sempre contro lo sport nazionale di denigrare Napoli in ogni occasione. Parole come quelle della Signora Cilento non aiutano a far aprire gli occhi della gente su tutto ciò che c’è di bello e di apprezzabile a Napoli. Forse sembrerà un’esagerazione, ma ogni parola negativa affidata ai grandi media è una pietra in più che viene scagliata contro la città, che non le permette di avere il rispetto degli italiani.

Dawn Bissell
(residente a Roma, nata e cresciuta a Birmingham-UK)

Antonella Cilento: «Napoli nel 1600 già puzzolente come oggi»

Angelo Forgione – Antonella Cilento, scrittrice napoletana, a TG1 Billy del 18 maggio: «Napoli nel 1600 è la più grande città d’Europa… È già la metropoli di oggi, è già corrotta, sporca, puzzolente…»
C’è qualche “già” di troppo, e troppo pesante, nelle parole ascoltate in tivù, simili a quelle pronunciate in passato da un antimeridionale come Giorgio Bocca. In quell’Europa problematica, funestata da sporicizia ed epidemie, Napoli non era certo peggio di Parigi e Londra, tra le città più sporche e fetide del Continente, afflitte dal sudiciume maleodorante degli abitanti, molti dei quali non praticavano alcun tipo di abluzione.
Nel 1615 un grande napoletano, Giovan Battista Marino, fu severissimo nel descrivere Parigi dopo esservisi recato: “quando piove è il miglior tempo che faccia, perché allora si lavano le strade: in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani”.
Epidemie colpivano tutti a quei tempi, ed è nota la grande peste seicentesca di Napoli, le cui condizioni, nel Settecento e Ottocento, migliorarono (Goethe ne apprezzò la pulizia e detestò la sporcizia del Triveneto e non solo, mentre Restif de la Bretonne denunciò in Les Nuits de Paris il lerciume della capitale francese, dei cui miasmi narrano numerosi racconti dell’epoca) mentre quelle di Parigi e Londra restarono pessime. Si ricorda nel 1858 la drammatica “Grande puzza“, the Great Stink della capitale inglese, causata dal Tamigi, dove venivano gettati i rifiuti solidi e gli escrementi umani (e più o meno lo stesso accadeva nella Senna). Colera e febbre tifoide dilagarono drammaticamente.

Il meridiano di Napoli

Castel Sant’Elmo, punto “Greenwich” per la cartografia moderna

L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, il primo istituto in Italia per la misurazione del tempo esatto, la rilevazione meteorologica e le diverse scienze, fu pensato nel 1791, quando Ferdinando IV di Borbone avviò dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico con quegli scopi. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava agli obiettivi. Il primissimo osservatorio operante fu allora ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte, avviato a costruzione nel 1812 da Gioacchino Murat, progettato in perfetto stile neoclassico dai fratelli Gasse e inaugurato nel 1819 dallo stesso Ferdinando IV, diventato I di Borbone dopo il secondo ritorno sul trono.
Pur in mancanza di un osservatorio astronomico in città, il Sovrano volle degli esperti per “correggere” la carta topografica del regno e così Ferdinando Galiani, Segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi, individuò il talento del grande cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (Padova, 1736 – Napoli, 1814) che soggiornava in Francia e lo segnalò allo Stato Maggiore dell’Esercito del Regno di Napoli, interessato a disporre di carte geografiche precise e a grande scala.
Rizzi-Zannoni operò a Napoli per circa un trentennio, producendo 32 fogli dell”Atlante Geografico del Regno di Napoli di grande pregio tecnico e scientifico, dando luogo alla nascita, nel Mezzogiorno d’Italia, della moderna Cartografia geodetica, basata sulla conoscenza esatta della posizione di alcuni punti. Sul terrazzo di Castel Sant’Elmo, scelto per la vastità dell’orizzonte visibile, il cartografo effettuò il 24 gennaio 1782 una serie di osservazioni astronomiche per calcolare il corretto posizionamento degli elementi da cartografare. Le coordinate di Castel Sant’Elmo ebbero per Rizzi-Zannoni lo stesso ruolo delle coordinate dell’Osservatorio di Greenwich nel Regno Unito (poi designato nel 1884 come “meridiano zero” per la determinazione della longitudine della Terra dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani, nda). Il meridiano di Napoli passava esattamente sul bastione nord della fortezza, incrociando anche il litorale dell’attuale Villa comunale.
Recentemente, in occasione del bicentenario della morte Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, proprio sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo è stata apposta una targa in ricordo dell’opera napoletana del grande cartografo. Da lì, fino alla soglia del 1960, veniva sparato un suggestivo e fragoroso colpo di cannone a mezzogiorno in punto, udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’ora di metà giornata e chi ce l’aveva lo controllava per regolarlo. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perché collegato alla misurazione del tempo con lo Strumento dei passaggi di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque da una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato”, ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.

Parigi e Napoli, città d’arte con modelli distanti

(video) Versailles e Caserta a confronto nella trasmissione Rai “Petrolio”

Angelo Forgione – La trasmissione Rai “Petrolio”, così titolata in quanto metafora delle ricchezze italiane che, per essere utilizzate devono essere identificate, estratte e valorizzate, ha proposto un raffronto tra Parigi e Napoli, le due capitali dell’illuminismo europeo, che però oggi vivono destini opposti. La prima, gettonatissima dai turisti, ai quali è offerta una proposta ben chiara e a sistema. L’altra ha invece perso parte del suo richiamo e non riesce a sfruttare tutte le sue enormi potenzialità. L’esempio più chiaro è stato individuato nelle differenti produttività delle due grandi regge borboniche fuori città, quella parigina di Versailles e quella napoletana di Caserta. La grande dimora vanvitelliana dei Borbone di Napoli, insieme a tutto il patrimonio monumentale campano, è ormai da qualche tempo oggetto di grandi dibattiti, e si susseguono le incursioni di trasmissioni (come quella di Maurizio Crozza, anch’egli adottivo dell’ormai famoso aneddoto del bidet divulgato da chi scrive) che hanno reso note ai più la sua importanza simbolica e artistica quanto le sue criticità.
Francia e Italia raccontano diversamente le storie di Parigi, capitale non abrogata, e Napoli, capitale decaduta. Versailles non appartiene più ai Borbone di Francia ma alla storia della Francia, ed è valorizzata. Caserta non appartiene più ai Borbone di Napoli, e neanche alla storia d’Italia, alla quale è stata associata la meno bella e visitatissima Venaria Reale dei Savoia. È questo il principale motivo per cui le due grandi regge europee di Francia e Italia fruttano in modo molto diverso. È questo il motivo per cui Napoli, grande meta del Grand Tour del Settecento, gioisce per essere risalita nel 2013 al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate. Non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo ma penalizzata oltremisura da una sorta di accanimento mediatico e storiografico. Ancora a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto LUCE (clicca qui per guardare), Venezia, Firenze, Roma e Napoli si contendevano il primato del turismo nostrano e straniero e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano. Ne fa chiaramente sempre parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di degrado e arretratezza. E così, il flusso turistico, una volta stanziale, è divenuto essenzialmente di passaggio, diretto verso località dell’area metropolitana, soprattutto Pompei o le isole del Golfo, il Vesuvio, la Costiera sorrentina e la Costiera amalfitana. Ne paga le conseguenze anche la Reggia di Caserta, per la quale i soldi non bastano mai, e che, come testimonia a “Petrolio” un tour operator internazionale operante a Roma, è fuori dal grande flusso dei visitatori. Eppure, come denunciato dagli operatori turistici locali, in tantissimi stranieri, soprattutto russi con un fortissimo interesse per i brand della moda italiana, si recano a Caserta, ma nel vicino outlet di Marcianise, snobbando il monumento vanvitelliano. Il presidente della Camera di commercio casertana Tommaso De Simone ha provato in tempi recenti a ricordare proprio ai tour operator stranieri che nella città campana, oltre agli outlet, c’è anche la Reggia più bella del mondo, ricevendo come risposta un eloquente «vabbé, se c’è da vedere anche questo “castello”, mezza giornata possiamo impegnarla».

Il rispetto di Parigi per la storia di Napoli

terminata con gran successo di pubblico la mostra sui Borbone delle Due Sicilie

parisNella capitale francese, che ha condiviso nel periodo dell’illuminismo il ruolo di capitale culturale d’Europa con Londra e Napoli, è andata in scena nella seconda metà di Novembre una splendida mostra dedicata alla casa reale dei Borbone delle Due Sicilie. Nella sede dell’8e Arrondissement, dal 16 al 30 Novembre i parigini hanno potuto ammirare l’esposizione “Maison royale de Bourbon des Deux-Siciles” ricca di cultura napoletana fatta di memorie storiche, preziosi, gioielli, sculture, oggetti domestici, porcellane, manoscritti, abiti, ritratti e dipinti prodotti al tempo della Napoli che pensò in grande.
Parigi ha così reso omaggio a un Sud-Italia che “ha segnato la storia d’Europa nei secoli XVIII e XIX”. L’allestimento è stato possibile grazie all’interessamento dell’ambasciatore Antonio Benedetto Spada e alla disponibilità di Carlo e Camilla di Borbone delle Due Sicilie che hanno prestato la maggior parte degli oggetti conservati della Real Casa.
Mostre di questo tipo andrebbero allestite anche a Napoli che ha un forte bisogno di riscoprire la sua storia, rispettata all’estero molto più che nei confini nazionali. Speriamo che accada in futuro.
clicca qui per guardare il video francese

TG5: la camorra si aspetta grandi cose da Cavani

TG5: la camorra ora si aspetta grandi cose da Cavani

riprovevole servizio sul ritrovamento dell’orologio di Soledad

Indegno! Lo scippo alla compagna di Ibrahimovic ha dimostrato che Parigi è insidiosa quanto Napoli ma a qualcuno questo non è chiaro e non vede l’ora di metterci dell’altro. Nell’edizione delle 13:00 del TG5 delle di Domenica 5 Agosto è andato in onda un servizio firmato da Giulio De Gennaro circa il ritrovamento dell’orologio di Soledad Cavani in uno stabile di Fuorigrotta. De Gennaro ipotizza che a Parigi la borsa della compagna di Ibrahimovic non verrà ritrovata perchè non c’è una mafia locale che possa prendere a cuore la faccenda e sostiene viceversa che a Cavani sia andata meglio perchè è la camorra ad essersi attivata affinché lo riavesse. Vero o no, le chiusura è agghiacciante, un finale tutto ad effetto che insinua scenari francamente fuori luogo e tutti da stigmatizzare. «E ora, vista l’evidente passione calcistica del boss locale, Cavani è meglio che cominci ad allenarsi… la camorra si aspetta grandi cose da lui». Il giornalista ricama e fa intendere che il bomber del Napoli è “debitore” di un favore ed è meglio che lo ricambi da par suo. L’avvertimento lo fa lui! Vomitevole per un telegiornale nazionale che infanga Napoli con una semplicità ineffabile e mina, incurante, la serenità della famiglia del calciatore senza uno straccio di prova.
Chi lo desidera, può far pervenire prtotesta a redazionetg5@mediaset.it

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