L’Ercole Farnese, il grande rimpianto di Napoleone

Angelo Forgione –  È uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. L’Ercole Farnese fu trasportato da Roma all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV, e inizialmente collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione, quella pittorica. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutte la sculture della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, finì nelle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciarono spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare ad arricchire l’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale a Palermo era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone, diventato imperatore, continuò nel suo proposito di appropriarsene, ritenendola il grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte fu fatto Re di Napoli, spuntarono ulteriori propositi per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione, e lo chiarì ad Antonio Canova nell’ottobre del 1810, quando lo chiamò a Parigi affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro, e l’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Ma avremo anche questo».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, mandato a succedere a Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto con il cognato Imperatore da cui si sentiva manovrato e svalutato, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua rimase a Napoli nella sua definitiva collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo una suggestione di Napoleone, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò.

fonte: Storia di Pio VII scritta da Alexis Francois Artaud

La mozzarella di bufala fa bene alla salute

Angelo Forgione – La mozzarella di bufala campana è antiossidante, è altamente digeribile e contiene poco sale. Questo il responso di tre ricerche distinte presentate durante un convegno organizzato dal “Consorzio per la tutela del formaggio mozzarella di bufala campana Dop”.
Uno studio condotto dal professor Ettore Novellino, docente di Chimica farmaceutica e tossicologia presso l’Università “Federico II” di Napoli, ha dimostrato che, durante il processo digestivo, la mozzarella di bufala favorisce lo sviluppo di alcuni peptidi che, agendo sulle cellule intestinali, svolgono un’azione antiossidante.
Il professor Vito Corleto, docente di Gastroenterologia a “La Sapienza” di Roma, ha dimostrato invece che la mozzarella di bufala è facilmente digeribile. L’alimento, infatti, ha un contenuto di lattosio inferiore a quello presente nei prodotti ad alta digeribilità.
Infine, il professor Germano Mucchetti, docente di Scienze e tecnologie alimentari presso l’Università di Parma, ha rilevato che il latticino ha un limitato contenuto di sale.
Niente male per un prodotto talvolta sotto attacco e spesso nell’occhio del ciclone per le numerose sofisticazioni che subisce, ma che è comunque garantito dal marchio a dalla denominazione di origine (Dop). Se non è stampato sulla confezione, meglio lasciar perdere.

Benitez, l’ispettore federale e la percezione delle offese

Angelo Forgione – Monello Rafa! Benitez in punizione per aver detto “calcio italiano di m…” durante Parma-Napoli del 10 maggio. Frase condannabile, certo, ma chi sapeva che l’aveva pronunciata? Nessuno, proprio nessuno, almeno fino alla squalifica inaspettata. L’unico che ha udito è stato uno zelante ispettore federale, che ha messo a referto e inviato tutto al giudice sportivo Tosel, a mo’ di intercettazione telefonica. E così una frase senza alcun effetto tangibile, che nessun quotidiano e nessuna tivù aveva riportato, e senza alcun soggetto dichiaratosi offeso, è spuntata fuori all’improvviso, due giorni dopo, amplificata in maniera deflagrante. C’e n’era il bisogno? E non veniteci a dire che Ibrahimovic ha preso 4 giornate di squalifica per aver detto “Francia paese di m…”. Lo fece davanti alle telecamere, e se ne accorse tutta la Francia.
Benitez non ci sta, e in conferenza stampa dall’Ucraina non le manda a dire: “Sono sorpreso che hanno sentito la mia frase sull’ostruzionismo del calcio italiano quando i cori sul Vesuvio erano sempre lì. E’ strano non sentire qualcosa per tutta la partita”. E il problema è tutto qui. Già, perché, come previsto dall’articolo 11 comma 3 del Codice di Giustizia sportiva, per i cori di discriminazione territoriale, cioè razzisti, vige l’aleatoria “dimensione e percezione reale del fenomeno”, cioè la valutazione caso per caso dell’entità del fenomeno e la relativa capacità di raggiungere l’offeso. Cioè, se cento tifosi urlano “Vesuvio lavali col fuoco” non sono punibili, perché rispetto a 30mila persone risultano irrilevanti, anche se l’ispettore federale li ascolta. Tutto discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e pure influenzabile da pressioni esterne. In poche parole, nessuna sanzione certa. Se invece Benitez offende l’Italia e il suo calcio, da solo e senza che nessuno se ne accorga, è punito politicamente, non sportivamente, con una giornata di squalifica, anche se l’unico che l’ha ascoltato e l’ispettore federale.
Offendere Napoli si può, a pagamento, e a volte anche gratis se si tratta di “sole” cento persone. Offendere l’Italia e il suo calcio non si può, anche se a farlo è una sola persona. È tutto così assurdo.

Thuram: «Napoletani terroni? Non ci trovo nulla da ridere!»

Angelo Forgione Significativa apparizione di Lilian Thuram a Le Invasioni Barbariche, talk-show in onda su La7. Impegnato nella lotta al razzismo, sfruttando la sua popolarità per una causa importante, l’ex calciatore di colore della Juventus e del Parma ha evidenziato, tra l’altro, l’anomalia di Carlo Tavecchio, eletto presidente federale dopo aver pronunciato frasi indegne (per le quali non è stato sanzionato dalla sua stessa Federazione, al contrario di UEFA e FIFA; ndr). «L’elezione di Tavecchio – ha detto il campione francese – ti fa capire qual è la situazione della società italiana». Intelligente il passaggio sul razzismo strisciante degli italiani del Nord verso quelli del Sud, e significativa la risposta alla conduttrice Daria Bignardi, scoppiata a ridere quando l’intervistato ha ricordato che il suo ex compagno di squadra Fabio Cannavaro, napoletano, veniva apostrofato come “terrone”. «Questo a me non faceva ridere perché dimostra i pregiudizi del Nord verso il Sud!». Così Thuram ha freddato la giornalista emiliana. Grazie a Tavecchio, il Calcio italiano è tornato a ridere della “discriminazione territoriale”, e lo stesso Thuram aveva già in passato dichiarato di non essere affatto d’accordo con le sole multe per questa forma di razzismo.

La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna

Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli

Angelo Forgione Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.

Il re della truffa settentrionale condannato… a morte

Il re della truffa settentrionale condannato… a morte

sta male ma i giudici vogliono il tesoro nascosto

Il Tribunale di Appello di Bologna ha condannato l’ex patron della Parmalat Calisto Tanzi a una pena di 17 anni e 10 mesi per il crack da 14,5 miliardi confermando la sentenza di primo grado di 18 anni inflitta dal Tribunale di Parma.
Tanzi è un uomo finito, nel senso umano e non cinico della vicenda. Il cinismo resta alle famiglie dei tanti risparmiatori che si sono visti sottrarre piccoli capitali utili a costruire un avvenire che forse non c’è più.
«Porterò per sempre il peso indelebile per le sofferenze causate a quanti per colpa mia hanno subito danni». È il mea culpa pronunciato da Tanzi in aulo lo scorso 26 Marzo. Troppo tardi, i giudici non hanno dimenticato i silenzi e le bugie degli anni precedenti sulle tante vicende oscure dell’imprenditore parmigiano che paga i suoi errori. Il suo tesoro non è stato ancora trovato e quindi nessuna pietà per un uomo che sta male davvero. Un intervento al cuore, ripetute cadute per improvvisi mancamenti, numerose ferite, nutrito con un sondino infilato nel naso, anoressia. Mesi d’ospedale e condizioni cliniche al limite che potrebbero giustificare gli arresti domiciliari garantiti attualmente per molto meno a mafiosi e criminali di vario stampo, categoria di cui fa parte anche l’ex presidente del Parma che pure in campo sportivo ci mise del suo, facendone le spese il retrocesso Napoli.
Tanzi, prima Cavaliere del Lavoro della Repubblica Italiana e poi Cavaliere di Gran Croce con Ordine al Merito (onorificenze revocate per indegnità), è solo la punta dell’iceberg del mare di truffe seriali in larga scala compiute nel NordItalia, differenti per concezione e valutazione dalle piccole truffe, molte volte causate da disoccupazione e indigenza, perpetrate al Sud che però sono le più reclamizzate. Tanzi è un “bondeggiatore”, non un borseggiatore; non ha impugnanto armi e non ha ucciso nessuno ma ha rubato, insieme ad altri come lui, molti più soldi e speranze di quanto non abbiano fatto tutti i “mariuoli” messi insieme dal dopoguerra ad oggi. Secondo gli atti processuali, ha “creato un sistema perverso dal quale per anni tutti hanno tratto la propria convenienza (politici, banche, giornali), eccetto i piccoli investitori, sui quali si sono riversati gli enormi costi di un’esposizione debitoria accumulatasi negli anni senza essere frenata da nessuno dei soggetti istituzionalmente deputati a vigilare sulla solidità patrimoniale della Parmalat (Consob, Banca d’Italia, società di rating, società di revisione)“. Tanzi è un delinquente pericoloso e lo sanno bene le 32mila parti civili circa in cerca di un minimo risarcimento per i danni causati dalla sua associazione a delinquere, non qualche Rolex scippato per strada. Consolazione per loro la disposizione della provvisionale immediatamente esecutiva da due miliardi dovuta alla Parmalat in amministrazione straordinaria e il 5% riconosciuto ai circa 40 mila risparmiatori truffati dai titoli Parmalat. Il problema resta trovare i beni visto che il presunto tesoro di Tanzi è ancora occultato e che i patrimoni degli imputati da soli non consentono di coprire la cifra astronomica della provvisionale. Se l’imputato-condannato, che non ha santi in paradiso, vuotasse il sacco otterrebbe più clemenza.

Gene Gnocchi il “rompinapoletani”

Gene Gnocchi il “rompinapoletani”

Angelo Forgione – Lo abbiamo ascoltato a “Quelli che il calcio” l’altra Domenica con questa battuta: «Sono andato a Napoli, mi sono messo un cartello di cartone al collo dove ho scritto “NON HO ROLEX” e me l’hanno scippato». E abbiamo sorvolato… era “solo” una battuta.
Ieri abbiamo letto sul “Rompipallone” della Gazzetta dello Sport la battuta sul turn over del furto ai giocatori del Napoli: «Il Napoli farà il turnover. Ad essere rapinate, questa settimana, saranno soltanto le mogli dei panchinari». E due!
E in serata, alla Domenica Sportiva, ancora una domanda “ironica” inopportuna a Dzemaili su eventuali brutte presenze a Castelvolturno, mentre Paola Ferrari (che con noi si confronta, e si vede) ci metteva una pezza parlando a favore di Napoli per rompere l’imbarazzo dell’intelligente calciatore del Napoli. Il tono confidenziale di Gnocchi nei confronti di Dzemaili, ex giocatore del Parma, tendeva a sottolineare in maniera subliminale una differenza tra la città emiliana con quella partenopea che l’interlocutore brillantemente rifiutava, mentre il pubblico timidamente applaudiva a comando alla “simpatia” del comico. E tre!
Paola Ferrari, durante la trasmissione, sottolineava la rapina a Muntari della sera precedente e dopo la diretta scriveva in privato al sottoscritto dicendosi stufa e arrabbiata con Gnocchi.
Siamo Napoletani e gradiamo l’umorismo quando è innocente, intelligente, sopraffino e ben distribuito, ma l’accanimento stufa e si nota quando c’è! E Gnocchi è ufficialmente entrato in un terreno impervio. 
Di furti continuano a susseguirsi dappertutto nel silenzio generale. Ultimi casi, Panucci ai Colli Romani con pistola e Muntari a Milano con cassaforte svaligiata. E i comici, in carenza di ispirazione, cosa fanno?
A Gnocchi consigliamo di pensare alla Parma del maxi-truffatore seriale Tanzi, tempestata negli ultimi tempi da una valanga di furti.
Ridi… ridi… che mamma ha fatto Gnocchi. 
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Furto in casa Cavani, ma quanto clamore!

Furto in casa Cavani, ma quanto clamore!
indignarsi si, ma per chi davvero rovina l’immagine di Napoli

Angelo Forgione – Furto in casa Cavani. Portati via dalla residenza del campione, tra Bacoli e Pozzuoli, monili d’oro e magliette da calcio. E mentre la vittima, furibonda, annuncia di cambiare di nuovo casa, c’è chi grida alla vergogna di essere Napoletani.
L’atto amareggia certamente ed è da condannare, a prescindere dal fatto che sia ai danni di un idolo piuttosto che dell’ultimo degli indigenti cittadini per i quali non c’è la ribalta. Ma quanto clamore! Mica scopriamo oggi che i esistono i “topi da appartamento”?! A Cavani l’amarezza passerà e non cambierà certamente la sua idea di Napoli avendo già dimostrato intelligenza a chi lo provocava sulla sua vita in una città in cui c’è la camorra (“la mia idea verso Napoli e il suo popolo non è mai stato influenzato dal fatto che in città è presente il fenomeno della Camorra”). I furti nelle ville degli idoli sportivi sono un classico, in ogni parte del mondo, non una vergogna solo Napoletana. I ladri di professione non guardano in faccia, anzi, puntano proprio al bottino assicurato. L’elenco è lungo: Seedorf, Ronaldinho, Eto’o, Snejider e Kaldze a Milano, NedvedDel PieroBuffon e Motta a Torino, MenezPanucciEmerson e Konsel a Roma, ZuculiniCurci e lo stesso Maggio a Genova, Asamoah e Armero a Udine, MontolivoKroldrup a Firenze, Miccoli a Palermo, Mancini in Costa Smeralda, Mourinho sul Lago di Como, Cosmi a Perugia… solo per citare i casi italiani più eclatanti.
Indignati perchè si tratta di un idolo profanato? C’è da vergognarsi di essere Napoletani per colpa di chi imbratta e devasta i monumenti, per l’inciviltà di chi sporca le strade. C’è da indignarsi per chi non si idigna di fronte a chi rovina l’immagine della città con ben altri atti indegni che non sono riscontrabili dappertutto, come invece lo è un furto con scasso d’appartamento. Fenomeno questo che, come testimonia il rapporto sulla criminalità del Ministero degli Interni, è in forte aumento in tutta Italia e Napoli è per statistica città dove ne accadono di meno in rapporto alla popolazione. E poi, chi ha detto che si tratta di ladri napoletani e non di extra-comunitari che sono soliti agire furtivamente nella zona dell’abitazione di Cavani?
Attenti a vendere e reclamizzare Napoli solo per le sue ombre dimenticando le sue luci. Chi parla della fantastica mostra de “Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli” in corso al Museo di Capodimonte? Poi hai voglia a risollevare l’immagine della città e l’indotto turistico.
Dunque, grossa amarezza, ma non c’è da deprimersi e fare il gioco di chi vuole sparare a tutti i costi su Napoli come se fosse un inferno a parte.

Napoli danneggiata dall’informazione non verificata

Napoli danneggiata dall’informazione non verificata
come un TG nazionale può influenzare l’opinione pubblica

Un importante TG nazionale propone un servizio sulla vicinanza della malavita al mondo del calcio. Ma le informazioni raccolte non vengono verificate e l’informazione passa in maniera dannosa. V.A.N.T.O. protesta e chiede immediata rettifica che giunge nell’edizione successiva. Ma il danno non è completamente riparato.

“La Domenica Sportiva estate” cancella il Napoli

“La Domenica Sportiva estate” cancella il Napoli
la conduttrice preannuncia gli azzurri che non arrivano

L’edizione del 7 Agosto della “Domenica Sportiva estate” è stata fortemente scorretta nei confronti dell’utenza Napoletana. La conduttrice, dopo aver introdotto approfondimenti su Milan, Inter, Bologna, Parma, Cesena e Roma, ha lanciato la pubblicità preannunciando di trattare al rientro in studio anche di Juventus e Napoli. Dopo la fascia pubblicitaria si è infatti argomentato della Juventus insieme agli ospiti Ivan Zazzaroni, Serse Cosmi e Gigi Maifredi ma subito dopo si è chiuso l’argomento calcio passando ad altri sport, tagliando il preannunciato approfondimento sul Napoli (che proprio in serata era sceso in campo in amichevole contro il Siviglia). Tutto questo senza alcuna spiegazione.
Gli utenti Napoletani che pagano il canone alla tv di stato, qualcuno dei quali verosimilmente in attesa almeno del risultato (e non delle immagini) della partita trasmessa in pay-per-view, sono così rimasti con un palmo di naso di fronte ad una scelta editoriale scorretta e discriminatoria firmata dalla redazione Rai di Milano che cura l’edizione estiva del noto programma sportivo.
È chiaro che gli highlights della partita Napoli-Siviglia, fino alle ore 1:30, non potevano essere mostrati dalla RAI che non ne deteneva i diritti, ma la scorrettezza è relativa a quanto preannunciato dalla conduttrice, presumibilmente qualche approfondimento pronto in regia sulla preparazione estiva del Napoli (così come per le altre squadre) che ha messo interesse ai tifosi azzurri in visione, che è stato poi cancellato dalla scaletta. Fermo restando che, in merito a Napoli-Siviglia, si poteva certamente informare sul risultato della partita. E invece il taglio è stato fatto senza motivarlo con problemi tecnici o mancanza di tempo, mancando così di rispetto ai tifosi partenopei in ascolto. Complimenti!
Ai Napoletani che hanno visto la trasmissione la “consolazione” di ascoltare un tifoso juventino dichiarare il suo sogno: “vedere Lavezzi nella Juve”.

per proteste: domenicasportiva@rai.it e ScriveR@i