La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

La sceneggiata della Fornero offesa alla dignità

Imprenditori suicidi, la spia del crollo del modello Italia

Angelo Forgione – Effetto crisi: calo del potere d’acquisto al Sud e le aziende chiudono anche al Nord con conseguenti drammi mai conosciuti prima. Si sta tragicamente avverando il monito degli economisti Paolo Savona, Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis (a proposito dello studio sui cui chi scrive insiste da tempo): «È nato un tale intreccio tra le regione del Nord e del Sud che per metterci le mani si potrebbe causare un danno irreversibile al modello di sviluppo italiano». Qualcuno ci ha messo le mani e il danno è ormai in corso. Ed ecco in qualche modo spiegati i 23 suicidi di imprenditori dall’inizio dell’anno, uno ogni quattro giorni. Solo 9 sono avvenuti in Veneto, il 40 per cento del totale, regione che è sempre stata motore dello sviluppo economico per la piccola e media impresa. 3 suicidi a testa per Puglia, Sicilia e Toscana, 2 nel Lazio, 1 in Lombardia, Liguria e Abruzzo. E il dato riguarda solo chi aveva deciso di mettersi in proprio, pensionati, operai e dipendenti a parte. Questi altri lasciano questo mondo al ritmo di uno al giorno, a partire da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. 53,4% di casi al nord, 20,5% al centro e 26,1% al sud.
Suicidi che rappresentano un vero e proprio allarme. Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti fanno del suicidio un gesto di ribellione e liberazione da un sistema sordo che non vuole cogliere la gravità della situazione e strangola i lavoratori senza misure di sviluppo. E dietro i suicidi, centinaia di imprese che chiudono i battenti, una su due entro i primi cinque anni di vita. Ma Mario Monti si ritiene soddisfatto del raffronto con i 1725 suicidi in Grecia.
In un paese in cui una parte produce e l’altra acquista, la caduta nel baratro è in corso. La parte produttiva trattiene a sé la maggior quota della ricchezza prodotta e invia denaro al Sud per ottenerne due vantaggi: tagliare fuori dal mercato il Meridione e sottrargli reddito e occupazione. Ma con la morsa degli ultimi governi il potere di acquisto è calato fortemente in tutto il paese, e al Sud particolarmente. Questo ha causato il restringimento dei consumi e, di conseguenza, il vistoso calo dei profitti delle aziende del Nord. Le più piccole hanno chiuso, ed ecco spiegati i suicidi.
L’Italia è configurata in due aree non amalgamate ma intrecciate da particolari flussi, e il crollo di chi paga è automaticamente il crollo di chi incassa. I dati degli ultimi dieci anni evidenziano la crisi del Sud ma sopratutto la forte crisi delle aree forti del Nord. Insieme a fondo, legate allo stesso destino, come non vogliono ammettere i leghisti che professano secessione e superiorità. Sono loro i principali colpevoli di una concezione teorico-politica ventennale che nasconde la verità con bugie e offese dirette al Sud. E così, mentre anche gli imprenditori del Nord chiudono e si suicidano, l’elettorato leghista crede alle idiozie di chi, dopo gli scandali, ha rincarato ancor di più la propaganda razzista-separatista.
Tutto questo mentre il ministro del Lavoro Elsa Fornero entra in conflitto coi sindacati. «Sono piemontese e sono abituata a lavorare», ha detto rispondendo con tracotanza ai rappresentanti di CGIL, CISL e UIL sulla querelle degli “esodati“. Beata lei che può farlo con grande reddito, così come tutta la sua famiglia. Il marito Mario Deaglio è professore ordinario di Politica Economica alla facoltà di economia della stessa università di Torino, la stessa dove lei insegna macroeconomia ed economia del risparmio, della previdenza e dei fondi pensione. La figlia, Silvia Deaglio, a soli 37 anni è divenuta ricercatrice in oncologia e professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, indovinate un po’, dell’università di Torino, oltre che responsabile della ricerca presso la “HuGeF“, una fondazione che si occupa di genetica sponsorizzata dalla “Compagnia di San Paolo” di cui la mamma è vicepresidente.
Eppure ci aveva provato Elsa a ricoprirsi di umanità quando annunciò la riforma delle pensioni. Fu il momento del pianto sulla parola “sacrificio”, ma si trattò di una sceneggiata (ricordate sempre la scultura del “Disinganno“) che confermò il luogo comune sui piemontesi falsi e cortesi. Si interruppe simulando le lacrime e una commozione senza alcuno spessore teatrale; e quando Mario Monti prese la parola al suo posto, si girò verso un collega a bisbigliare. Fu proprio il glaciale premier a smascherarla, infastidito dal brusio, con un richiamo eloquente: «commuoviti ma correggimi». E lei, da brava scolaretta imbarazzata tra le risate dei giornalisti: «si, mi sono commossa ma adesso mi sono ripresa».
In molti ci erano cascati ma era evidente che la messa in scena doveva (e deve) far capire la “mission” del governo tecnico espressione del potere bancario, scevra da scrupoli e inutilmente ammantata di umana tenacia. Ma il cinismo è venuto fuori a Reggio Calabria, quando la Fornero (che non gradisce che il suo cognome sia anticipato dall’articolo) ha risposto ai sindacalisti. «Io sono… (ghigno fiero) piemontese». E la maschera è andata giù, ma ce ne eravamo già accorti.

Il caso Matteo Salvini, disco rotto della Lega

Il caso Matteo Salvini, disco rotto della Lega

il dato di Ricolfi continuo refrain, silenzio su quello di Savona & Co.

Tempi duri per la Lega Nord che si nasconde dietro le origini meridionali di qualche capro espiatorio designato. A fare la parte del kamikaze più che del samurai sembra che sia stato designato lui, Matteo Salvini, onnipresente in tv e in radio. Rai, Mediaset, La 7, Sky, Radio24, Radio Padania e tutto il macrocosmo delle emittenti locali… lui è dappertutto con faccione e doppio mento ad ostentare sicurezza e a lanciare strali contro Roma ladrona e il Sud parassita, persino a cantare cori razzisti da stadio contro i napoletani. Arriva persino ad essere nello stesso momento a “Porta a Porta” e a “Matrix”. Ci contrabbanda la sua Lega ad ogni ora, da mane a sera, continuando imperterrito a parlarci di valori sani e di pulizia etica, di fatto etnica, del partito fondato dal nepotista Bossi. Lui resiste, insiste e persiste, forse sa anche che davvero non se ne può più di vederselo sempre davanti, ma persevera.
E i comitati di redazione, presentatori e giornalisti compresi, che evidentemente si mettono in fila per ospitarlo, finiscono per tollerarne le intolleranze per dovere di ospitalità. E così tutto diventa normale, proprio come i cori contro i napoletani negli stadi. La dinamica è la stessa: una parte inveisce, l’altra subisce, nessuno interviene e tutto diviene lecito. Eppure non lo è.
Ai leghisti è consentito dire di tutto, perchè è un partito che ha governato e che intende farlo ancora. Nulla di strano se non fosse che per statuto e ideologia è secessionista, cinico ed egoisticamente indipendentista, è ostile al Sud e vuol dividere l’Italia. Hai detto niente! Qualcosa non quadra ma sembra tutto normale. E allora li si ospiti pure i fazzoletti verdi, anche incessantemente, ma che nessuno li contraddica quando dicono cose fuori dalla grazia di Dio.
Il bruno Matteo, di cui francamente non se ne può più, è sempre in onda. Arriva, neanche il tempo di microfonarlo fuori onda che lui parte con la canzone: “Il Nord stacca ogni anno un assegno di ics miliardi per mantenere il Sud”. Dove per ics sta una somma ormai a discrezione di Salvini. Aveva iniziato con 50 e sono diventati talvolta 80. In realtà il dato è fissato a circa 50 miliardi ed è ispirato dal sociologo torinese Luca Ricolfi che nel libro “Il sacco del Nord” ha scritto che l’apparato statale trasferisce senza giustificazione la cifra annuale dalle regioni settentrionali a quelle meridionali, Lazio compreso. Tanto Ricolfi quanto l’adepto Salvini non spiegano che quei 50 miliardi non scendono dal Nord al Sud ma si trasferiscono dalle regioni più ricche a quelle più povere, secondo un principio di solidarietà su cui si fondano tutte le democrazie più avanzate. E che il Nord è ricco mentre il Sud è povero non lo scopre nè Ricolfi nè lo nasconde Salvini ma lo sanno gli italiani da quando esiste la questione meridionale, cioè da 150 anni.
Salvini rende dogma leghista il dato del sociologo Ricolfi ma ignora o fa finta di ignorare (è pur sempre un giornalista) il dato dell’economista Paolo Savona, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, professore emerito di Politica economica e docente di Geopolitica economica, coadiuvato da Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis nella pubblicazione-studio ‘‘Sviluppo, rischio e conti con l’estero delle regioni italiane” e avallato anche dai colleghi dello Svimez: 63 miliardi che ogni anno dal Sud finiscono al Nord, frutto della vendita di merci prodotte nelle regioni ricche del Settentrione competitive nel Mezzogiorno ma non in Europa, quelle che detengono e fanno di tutto per detenere la maggior quota di ricchezza prodotta. In verità a quei 63 miliardi andrebbero aggiunti altri 34 miliardi circa di stima
dell’emigrazione culturale e sanitaria. Ma il meridionalista, che pure può giustificare le cifre in eccesso, non faccia come Salvini e resti sul dato preciso dell’economista da contrapporre a quello del sociologo. Ad assegni staccati, a conti fatti chi incassa è il Nord che poi taglia fuori dal mercato il Meridione per sottrargli reddito e occupazione.
Come mai Salvini è dappertutto? Perchè canta la canzone stonata e nessuno lo ferma? Possibile che nessuno conosca il dato di Paolo Savona-Rotondi-De Bonis? Possibile che nessuno sappia che la ricchezza di un paese va distribuita per evitare collassi? Oppure tutti danno per scontato che abbia ragione e che il vero problema sul tavolo del governo sia ora la questione settentrionale? È qui il nodo della vicenda, Salvini è sempre in vista perchè capacissimo di cambiare le carte in tavola. Ed ecco forse svelato il suo ruolo che, con la complicità forte e colpevole di buona parte dei media, ha indirizzato il dibattito a Nord, sostituendo un proprio vantaggio ad un problema reale del paese. La questione prioritaria da meridionale è diventata settentrionale. Se si risolvesse la prima e il paese si riequilibrasse, il Nord smetterebbe di staccare l’assegno e il Sud smetterebbe di comprare l’intero 70% della produzione industriale del Nord. E forse i fondi FAS destinati alle aree da sviluppare non sarebbero dirottati su quote latte degli allevatori del Nord. Caro Salvini, al momento tu e i tuoi amici ci guadagnate. Vi conviene? Altro che “sacco del Nord”, il sacco è a Sud ed è pieno di merci settentrionali. A noi non la date a bere. Domani è un altro giorno, e lui sarà di nuovo in tv. 


Beppe Severgnini “diversamente leghista”

«Lega Nord nepotista come i Borbone, ma ne abbiamo bisogno»

Angelo Forgione – Disgustoso dibattito su La7 a “Le Invasioni Barbariche” del 6 Aprile, all’indomani delle dimissioni del leghista Umberto Bossi. Quello che doveva essere un piccolo processo alla Lega con Borghezio imputato si è trasformato in una sorta di apologia leghista. Indecente l’analisi dello scrittore lombardo e giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini che, criticando la Lega da un punto di vista tutto settentrionale e non italiano, ha imputato al partito verde un nepotismo risalente al regno borbonico. Insomma, gira e rigira, il Nord è sul banco degli imputati e il Sud diventa termine di paragone negativo (ricordate Paolo Villaggio?). Scompare d’emblée il periodo tragicamente attuale di “parentopoli” e il problema viene riportato al regno preunitario del Sud, quindi monarchico, quando la discendenza diretta era un diritto-dovere dappertutto. Al termine della discussione, lo stesso Severgnini ho voluto dare alla Lega dei consigli per migliorarsi «perchè ce ne è bisogno, ma di una Lega che non dice sciocchezze sugli immigrati e che abbia il coraggio delle opinioni». Tutto qua, stop! Smussato questo spigolo, la Lega può continuare a dividere l’Italia. Omesso il principale difetto del partito secessionista: la propaganda anti-meridionali che ha devastato il Paese. Senza dimenticare che per Severgnini è Maroni l’uomo giusto «anche agli occhi degli italiani».
Detto che per i meridionali in primis, ma in generale per gli italiani, un partito secessionista non è mai un “bisogno” ma un’aberrazione, che della Lega può avere bisogno solo il Nord, che il nepotismo non è un male borbonico ma semmai della società italiana da sempre, che non si può non redarguire i leghisti per l’odio nei confronti del Sud se se ne analizzano i difetti, è facile dedurre che gli “italiani” di Severgnini sono i settentrionali “diversamente leghisti”.

Juventini, milanisti e interisti del Sud colonizzati sportivi

Juventini del Sud colonizzati sportivi

Angelo Forgione – Proprio stasera ho ricevuto una email di Gennaro, pugliese, da circa un anno meridionalista e assiduo lettore di questo blog nonchè simpatizzante di V.A.N.T.O. Mi ha scritto di non seguire il calcio, ma fino a qualche tempo fa lo ignorava completamente, fin quando leggendo alcuni miei articoli si è reso conto che se si vuole capire meglio la nostra società è necessario capire il mondo del calcio in Italia.
In questi giorni il dibattito sugli juventini del Sud è divampato, toccando anche picchi esasperati dopo il clima di intolleranza verso i napoletani allo “Juventus Stadium” di Domenica scorsa. Sempre più meridionali, per la verità, stanno prendendo coscienza di quanto racconto e divulgo da tempo anche attraverso il calcio, testimoniando di “conversioni” dettate dalla conoscenza della storia. Sono quelli che hanno capito non solo il passato ma anche l’attualità, figlia di quel passato trascinato ai giorni nostri, quella questione meridionale evidente anche nel calcio con cui il potere del nord ha truccato il nostro paese e con esso il suo sport più popolare.
Ne ho parlato oggi a “Sorrisi e Palloni” su Radio CRC e Capri Event, prima denunciando i fatti di Domenica scorsa e poi facendo chiarezza sull’appartenenza dei tifosi juventini di Napoli e del Sud, e non solo juventini, legati ad un potere costruito ad arte e sempre in vita.

Tosel, il calcio-business e il disinganno

Tosel, il calcio-business e il disinganno

ipocrisia e finzione, ma Napoli si svegli!

Angelo Forgione – Ci devo ritornare e avrei voluto evitare, ma i risvolti in sede di giustizia sportiva mi impongono di tenere aperta la questione Juventus-Napoli. Con la nausea dettata dalle ultime vicende di calcioscommesse, il calciatore Masiello che ha confessato di aver fatto autogoal per vendersi una partita e non solo una. Fino a ieri era un botta e risposta a sfondo sportivo-culturale, un pretesto per parlare a noi più che agli altri che difficilmente ascoltano. Ma poi la questione è diventata di principio etico visto che il giudice sportivo Giampaolo Tosel non ha preso alcuna decisione nei confronti della Juventus, né per i cori razzisti oltre il regolamento né tantomeno per le aggressioni ai bambini e disabili di fede azzurra.
Premesso che il giudice sportivo sanziona in base al referto arbitrale, il problema è più ampio perchè investe i calciatori che potrebbero segnalare i cori razzisti (ricordate Zoro del Messina o il portiere Kawashima dell’Anversa?) ai direttori di gara, i quali a loro volta dovrebbero rilevarli autonomamente in quanto, appunto, non consentiti dalle norme. Dunque, anche ieri sul tavolo di Tosel non è arrivata alcuna nota a referto, evidentemente. Detto questo, ciò che accade fuori lo stadio è ben altra cosa, e Tosel può essere sordo ma non cieco.
Questo vale per quel che di vergognoso accade a Torino piuttosto che a Napoli e in tutte le parti d’Italia, fermo restando che il razzismo è intollerabile e, sulla carta dei regolamenti federali e solo su quello, intollerato.
Il mio amico Pino Aprile scrive nel libro “Giù al Sud” che per far sentire l’effetto del razzismo basta usare un metodo gandhiano: invertire i fattori, nella fattispecie rigirare al Nord gli slogan oggettivamente razzisti contro il Sud; al Salone del libro di Torino, così come altrove, disse alla platea: “Torino è una fogna da derattizzare, perchè anche i topi votano”, e mentre un fremito percorreva gli ascoltatori giustamente offesi, avvertiva che nella frase originale di Calderoli la città-fogna è Napoli. Cosa succederebbe allora se i tifosi del Napoli cominciassero a invocare frane di valli nordiche, esondazioni di fiumi e terremoti? Cosa accadrebbe se si urlasse all’indirizzo di Torino o Milano “la vergogna dell’Italia siete voi”? Sarebbe un “fatto” di cui parlerebbero tutti i giornali e le tv d’Italia. Eppure i napoletani gli argomenti storici li avrebbero, senza doversi inventare nulla; Vesuvio wash it? Bidet what’s it! Basterebbe urlare “lavatevi” ai piemontesi che non conoscevano il bidet prima di scoprirlo a Napoli, gridare “colerosi” ai milanesi che lo sono stati più volte o “terremotati” ai friulani, etc etc.
Le aggressioni e gli agguati a bambini e disabili sono state denunciate agli organi di polizia. Gli striscioni erano evidenti e nessuno li ha rimossi. I cori erano rumorosi e nessuno li ha sentiti, destinatari a parte. Ma qualcuno continua a fare finta di nulla, a non parlarne a livello nazionale e a preservare un certo potere e un determinato stato di cose. Tutto quello che accade a Napoli è giustamente sanzionato e messo sotto la lente d’ingrandimento, ma quello che accade altrove è talvolta un mistero di Pulcinella. A Napoli si dice che ‘o pesce feta d’ ‘a capa, e quindi violenza e razzismo non sono colpa dei tifosi gretti, napoletani compresi, ma delle istituzioni del calcio che fingono di introdurre delle norme contro il razzismo per poi non applicarle o farlo solo quando qualche giocatore di colore si rizela come invece non accade ai calciatori nati a Napoli e provincia. Loro tirano avanti, preferiscono giocare e basta, evidentemente meno sensibili al problema. Perchè? Perchè il problema non esiste. Perchè il razzismo ha effetto in egual misura sia su chi lo esercita che su chi lo subisce: il non napoletano ritiene l’offesa legittima e insiste, il napoletano altrettanto e tira avanti. Non è affatto un caso che a difendere Napoli siano giocatori del Napoli non napoletani. Cioè, il razzismo non è più razzismo in quanto intolleranza ma diventa prassi. Per i neri è diverso perchè sentono il problema che è universalmente tale, non prassi. In poche parole, il razzismo verso Napoli è prassi, non problema, ed è quindi consentito; e tutto questo fa da sempre parte della nostra storia, nasce con l’unità d’Italia quando i piemontesi definivano i Napolitani (tutto il Sud) “beduini affricani” con due effe. Prima non accadeva, dopo accade ancora.

Da questo pulpito lo diciamo da anni ma le cose non cambiano. Però continuiamo a denunciarlo, nella consapevolezza che il calcio è espressione finta e maligna di un paese maligno e finto. Ipocrisia, violenza, razzismo, calcioscommesse… questo è il valore diseducativo di uno show-business che arricchisce tutti tranne chi lo tiene in piedi di tasca propria con biglietti, abbonamenti alle tv, magliette e merchandising di ogni tipo. Uno show-business che si riveste di buoni e sani valori per nascondere la sua vera funzione. Vale dunque la pena riversare in questa scatola di illusioni tanta passione? Napoli, come sempre, insegna. Nell’esoterica Cappella di Sansevero che detta la “via” all’uomo, c’è una scultura di gran significato (come tutte le presenti) che accompagna il più celebre “Cristo velato”. È il magnifico Disinganno del Queirolo, in cui un uomo (il padre del principe Raimondo) si libera da una rete che rappresenta l’inganno delle perdizioni, dei piaceri e delle passioni mondane, avvertendo l’osservatore sulla principale insidia dell’esistenza umana: la finzione!

Ora i più scalmanati cosa faranno? Andranno a Roma il 20 Maggio a farsi giustizia sommaria cadendo magari in un nuovo tranello? Se questo è il clima, meglio non andarci. Solo l’intelletto può frenare la nostra cecità e le nostre pulsioni tribali, può sbarrarci gli occhi e dirci che siamo tutti vittime della passione calcio, e su questo non c’è alcun dubbio. Ma non per questo dobbiamo evitare di denunciare. Denunciare la nostra consapevolezza di essere schiavi e denunciare che siamo oggetto di uno scontro sociale che qualcuno vuole che perduri in questo paese. E all’indirizzo di Tosel e di chi sta sopra di lui spingiamo il messaggio di un altro amico, Simone Schettino, vittima anch’egli della passione calcistica ma non a tal punto da anteporre il tifo alla sua identità e al suo intelletto. Per lui, come per chi scrive, il rispetto per un’intera comunità è la prima cosa, calcio o non calcio. E non è più ammissibile che tanto orgoglio lo si metta solo ed esclusivamente nelle questioni che riguardano la squadra che porta il nome della città e i colori della sua grande storia. Continuare a inalberarsi e sentirsi napoletani solo quando c’è una palla di mezzo per poi maltrattare la propria città significa avere in tasca un’unica tessera, non quella del tifoso ma quella del vittimista.

indirizzi utili:
giustiziasport@lega-calcio.it
segrepres@lega-calcio.it
figc.presidenza@figc.it

L’arte senza cultura in autostrada

L’arte senza cultura in autostrada

una mostra raffigura Napoli come “informe parassita”

I tantissimi simpatizzanti di V.A.N.T.O. rappresentano i mille occhi del movimento. Un’altra dimostrazione arriva da Giuseppe, un napoletano in viaggio di piacere in Toscana che ci ha inviato queste foto scattate in un’area di servizio “Chef Express”. Si tratta di una mostra itinerante dal nome “Viaggio in Italia” di Giulio Galgani, realizzata in collaborazione con Autostrade per l’Italia e Gruppo Cremonini, allestita nell’ingresso del punto ristoro con opere polimateriche raffiguranti le regioni italiane con precisi significati simbolici spiegati nelle didascalie. Tutte piacevoli tranne una, quella “dedicata” alla Campania, che ha giustamente offeso Giuseppe per l’utilizzo di significati degradanti nonchè offensivi. “Un fondo reticolato blu su cui Napoli si staglia come un’immensa concrezione abusiva, una specie di informe parassita, dove elementi religiosi si affollano e convivono insieme a cozze e vongole”.
Avete letto bene, non è uno scherzo: Napoli incrostazione abusiva, parassita senza forma, sovrapposizione di credenza a vita decerebrata (i mitili). Concetti descrittivi espliciti ed esplicitati che ne nascondono uno subliminale implicito nel raffigurazione visiva: Napoli cancro, una metastasi che corrode la purezza della vita (il mare o il cielo blu).
Se la mostra avesse come tema la denuncia delle mafie, la creazione potrebbe essere apprezzabile. Ma ciò non è, e l’opera fa arte sostituendo alla cultura i luoghi comuni sbattuti in faccia agli automobilisti italiani.
La mostra è patrocinata dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana, dalla provincia di Arezzo e nasce come contributo di creatività alle celebrazioni per i 150 anni d’unità d’Italia in cui è inserita. E meno male! Il nome “Viaggio in Italia”, poi, ci ricorda Goethe e il “Grand Tour”; anzi è proprio quello. “Napoli è un Paradiso, tutti ci vivono in una specie di inebriata dimenticanza di sé…”, scrisse il letterato tedesco nel vero “Viaggio in Italia”.

per contatti:
info@giuliogalgani.com
galgani.giulio@yahoo.it

info@cremonini.com
info@chefexpress.it

“Barbarossa”, flop leghista

“Barbarossa”, flop leghista

Cesario Console primo esempio di unità

Angelo Forgione – Preannunciato flop per la fiction “Barbarossa” trasmesso Domenica 25 e Lunedì 26 Marzo dalla RAI. Battuto da “Report” e anche dal derelitto “Grande Fratello”, col solo 10% di share in Lombardia e in Veneto. Persino più visto al Sud che al Nord, la produzione è costata circa 15 milioni di euro, finanziata con 6 milioni dalla RAI ma anche del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, quindi soldi degli italiani sottratti magari alla salvaguardia dei degradati monumenti italiani. Già proiettato al Cinema nel 2009, incassò solo un milione di euro e invece di essere messo nel cassetto è stato riproposto in tv per precisa volontà di Bossi se è vero che in una famosa intercettazione telefonica Belusconi dice ad Agostino Saccà (che perde per questo la carica di direttore di Rai Fiction) “avevo bisogno di vederti perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta con questa cavolo di fiction del Barbarossa”. Un’insistenza con successo politico ma senza successo televisivo che fa capire quale sia il legame tra politica e informazione storica e non in Italia, paese in cui nel 1999 arrivò nelle sale cinematografiche il film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono… briganti” sulla resistenza dei popoli del Sud all’invasione sabauda, subito sospeso e mai riproposto in tv.
Il “senatur” incassa, non al botteghino, e deve arrendersi alla disattenzione degli italiani alle vicende storiche del popolo “padano”, soprattutto a quella della sua gente evidentemente poco sensibile ad accadimenti storici peraltro strumentalizzati dagli inventori del partito verde.
Federico “Barbarossa”, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si sarebbe scontrato con Alberto da Giussano, che è il guerriero ritratto nella bandiera della Lega Nord. Alberto da Giussano avrebbe lottato per unire i comuni ribelli del Nord contro il tentativo di conquista di “Barbarossa”, mettendo insieme la “Compagnia della Morte” contro i germanici e sollevando il Nord col giuramento di Pontida dove nacque la “Lega Lombarda”. La battaglia finale si svolse a Legnano nel 1176 e la vittoria del Nord-Italia viene ricordata come esempio di coesione italica contro il nemico straniero.
La Lega (politica) ha eletto l’episodio storico riguardante l’intero popolo italiano ad emblema secessionistico ma in realtà la battaglia di Legnano è simbolo di unità nazionale settentrionalista nell’inno massonico di Mameli in cui si canta “dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano”. Quindi, mettetevi d’accordo voi che prima invadete il Sud per l’Italia unita e poi dopo 150 anni gridate “Padania libera”.
Alberto da Giussano in realtà non è mai esistito ed è un personaggio leggendario, cioè di fantasia, come la stessa Padania; un falso storico non presente in nessun documento o cronaca che qualche storico identifica invece in Guido da Landriano, console di Milano.
La “Lega Lombarda” non è neanche il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verifica intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le repubbliche marinare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud. Le battaglie decisive avvennero a Gaeta e ad Ostia, entrambe vinte da Cesario Console.
Al tempo della battaglia di Legnano, i comuni del Nord erano aspramente conflittuali, soprattutto nei confronti di Milano, ma momentaneamente coalizzati sotto un unico ideale, mentre da circa 50 anni era già una realtà il Regno di Sicilia, poi divenuto delle Due Sicilie, ovvero la Nazione di tutti i territori e i popoli del Sud, nato sotto Ruggero il Normanno nel 1137 (il primo da sinistra raffigurato sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli). Regno durato fino al 1860, quindi per oltre 720 anni, mentre la cosiddetta Padania non è mai esistita né su una cartina geografica, né su una bandiera, né in un inno. A proposito di falsi storici.

a 2:30, storia e significato di Cesario Console in una passata videodenuncia
(poi andata a buon fine)

Napoli città più videosorvegliata d’Italia

Napoli città più videosorvegliata d’Italia

414 nuove telecamere di videosorveglianza e lettori ottici installati in 20 quartieri di Napoli nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Sicurezza 2007-2013 che portano a 700 i dispositivi operativi in città. 8.800.000 euro di spesa per le nuove telecamere collegate con le sale operative di Polizia e Carabinieri. Il nuovo progetto di videosorveglianza territoriale per Napoli è stato presentato in Prefettura alla presenza del ministro degli Interni Annamaria Cancellieri e del vicecapo della Polizia Nicola Izzo e contribuirà sensibilmente a fronteggiare i reati in città. Ma anche la provincia si prepara a installare in 22 comuni dell’area nolana, finanziate con uno stanziamento di un milione di euro da parte della Provincia di Napoli.

Piccoli espedienti per non cambiare gli italiani

Piccoli espedienti per non cambiare gli italiani

Giovanni De Luna ignora il PIL senza differenze del 1861 

Sul n° 1252 de “Il Venerdì” (16 Marzo) è apparso a pagina 42 un articolo a firma dello storico Giovanni De Luna dell’Università di Torino, curatore scientifico di una mostra apertasi nel capoluogo piemontese il 17 Marzo dal nome Fare gli italiani con il patrocinio del “Comitato Italia 150”.
Sulle pagine del periodico di “Repubblica”, De Luna parte proprio dalla mostra per descrivere le trasformazioni del nostro paese, dall’unità ad oggi. Lo scritto è corredato da alcune tabelle di confronto tra dati più o meno attuali e quelli del 1861. Tutte, tranne una, ovvero la tabella riferita all’Economia che stranamente riporta il dato del PIL per abitante al 1871, quello che evidenzia la prima differenza tra Nord e Sud destinata poi ad aumentare a dismisura: Centro-Nord a 2.230, Sud a 1.884. La quantomeno subdola tabella non solo falsa la percezione del dato al momento dell’unificazione ma è anche l’unica con una ripartizione tra Mezzogiorno e resto d’Italia ed è chiaro che il dato tenda ad avvalorare tesi costruite sul classico accorgimento della considerazione di dati regionali noti dal 1871, dopo dieci anni di vera e propria guerra civile per la repressione del brigantaggio che devastò il Sud unitamente alla spoliazione dell’apparato economico e industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie. De Luna, come tutto l’ambiente della storiografia di sistema, continua ad ignorare il dato del saggio dei professori Malanima e Daniele così come quelli dello SVIMEZ e della Banca d’Italia, tutti eloquenti sul fatto che, al 1861, il PIL fosse identico tra Nord e Sud.
Si fa proprio di tutto affinché l’origine della questione meridionale sia anteriorizzata all’unità, nascosta da qualche parte nel tempo della nostra frammentazione prerisorgimentale. Il fatto è che l’unificazione forzata dai Savoia, per chi si oppone ai dati sempre più schiaccianti, non deve essere comunicata come l’origine dei mali economici e sociali del Sud.
È chiaro a tutti che le condizioni del paese siano migliorate in un secolo e mezzo (molto più al Nord che non al Sud), ma la gente, che certe ovvietà le conosce già, vuole approfondire altri spaccati della nostra storia. E invece la canzone è sempre la stessa, e se la cantano e suonano ormai solo loro.

Crollo palco Pausini, Ramazzotti sbaglia il tiro

Crollo palco Pausini, Ramazzotti sbaglia il tiro

«Amo il Sud ma li non c’è sicurezza». Eppure a Trieste e Milano…

Eros Ramazzotti, in un’intervista rilasciata a “La Repubblica”, ha commenta così la tragedia di Reggio Calabria in cui ha perso la vita Matteo Armellini di 31 anni durante l’allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini«Innanzitutto il dolore, il dispiacere personale, perché io Matteo Armellini lo conoscevo, ha lavorato per me per tutti i tour, abbiamo giocato anche a pallone decine di volte nel backstage. Era un professionista. Dire che non c’è professionismo in questo campo è falso. In Italia purtroppo – ha detto Ramazzotti – le cose non funzionano come dovrebbero. Gli spazi per la musica, sono inadatti. Poi, più vai a sud più la situazione peggiora: menefreghismo, mancanza di professionalità, costruzioni di 40 anni mai ammodernate. Ci sono spazi in cui è impossibile montare una struttura per un concerto, ed è per questo che da molto tempo non faccio più date al sud, nonostante io ami quel pubblico e il suo calore. Ma la realtà è questa: vai all’estero e trovi spazi per concerti costruiti in modo perfetto, per accogliere sport e musica, poi torni in Italia e sembra un viaggio all’indietro nel tempo».
Il pensiero di Ramazzotti riguardo le strutture del Sud, certamente inadeguate, non è sindacabile ma bisogna ricordare che la questione non riguarda il solo Meridione e la testimonianza è arrivata subito dal Teatro “alla Scala” di Milano, il più importante della città meneghina e tra i primissimi in Italia, dove è crollata una scenografia di 12 metri per 16 schiantandosi sul palco durante l’allestimento del “Donna senz’ombra”. Tragedia sfiorata, ma i lavoratori denunciano la poca attenzione alla sicurezza e il lavoro organizzato secondo logiche di iperproduttività.
A Ramazzotti bisognerebbe poi ricordare che a Dicembre il morto, Francesco Pinna di 19 anni, ci è purtroppo scappato a Trieste durante l’allestimento del palco per il concerto di Jovanotti. E simili avvenimenti luttuosi o comunque gravi si ripetono in ogni parte del mondo, come ad esempio in Francia in occasione di un concerto di Madonna.
Va bene denunciare le carenze infrastrutturali al Sud, ma qui non si tratta tanto di spazi quanto di misure di sicurezza che non ci sono neanche nelle buone strutture del Nord. Quelle vanno denunciate così come le basse paghe, magari non nel caso di Armellini, ma certamente in quello di Pinna che guadagnava 5€ all’ora. E se il Sud deve rinunciare alla musica di Ramazzotti, questo non vale per l’Uzbekistan dove il cantautore ha suonato per una somma da capogiro lo scorso Ottobre al soldo della figlia del dittatore Islam Karimov; nulla di grave, ma eticamente forse qualcosa non quadra perchè in quel paese il regime locale sfrutta un milione di bambini-schiavi per la raccolta del cotone. Un po’ come montare palchi per pochi euro senza sicurezza, a Sud come a Nord.
Allora diciamocela tutta, caro Eros: forse non suoni al Sud perchè non ci sono strutture capienti disponibili per la tua dimensione artistica.