anche Asterix distribuisce stereotipi antinapoletani

un ladro inglese con un nome “poco inglese”

Nella puntata della serie “The Garfield Show” trasmessa il 25 Luglio da “Boing” i bambini (e i genitori) videro un gatto ladro doppiato in napoletano e il Parlamento delle Due Sicilie inviò una diffida ai responsabili del canale digitale terrestre e alla produzione americana con la richiesta di scuse per razzismo antimeridionale ricevendo riscontro.
Ma non è certamente un episiodio isolato. Anche nella serie del fortunato cartoon “Asterix” esiste un caso analogo. Precisamente in “Asterix e la Pozione Magica” (“Asterix in Britain” e “Asterix chez les Bretons” in Inghilterra e Francia) prodotto nel 1986. Nell’avventura, Asterix e il fedele amico Obelix sono impegnati a trasportare in Gran Bretagna un barile di pozione magica affinché il popolo gallico possa fermare l’inesorabile avanzata romana. Il barile in questione viene trafugato da un ladruncolo locale dai lunghi baffi e con la mascherina in viso, maldestro e codardo. Un ladro dal tipico accento inglese ma dal nome niente affatto bretone. Il ladro si chiama Napoletanx! (nel video)
C’è da pensare che il nome sia frutto del doppiaggio italiano. Ad ogni modo si tratta di un altro episodio di antinapoletanità frutto di luoghi comuni dannosi perchè indirizzati ai bambini. Fortunatamente il nome del ladro, che è personaggio marginale nella vicenda, è pronunciato una sola volta in tutto il cartone animato e pertanto l’associazione napoletano-ladro non è insistente ma subliminale, ma comunque capace di arrivare agli adulti.
Il cartoon è distribuito in Italia dalla Eagle Pictures cui è bene chiedere la modifica del doppiaggio dal momento che il DVD è in commercio (da anni).

L’utopia di Gizzi a “Vele” spiegate

il sindaco annuncia l’abbattimento, il soprintendente rincorre una chimera

Angelo Forgione per napoli.com «Abbattere le Vele!», così ha avvisato il sindaco De Magistris per iniziare a sgretolare il regno degli spacciatori e per ridurre il crimine. Il primo cittadino ha annunciato che entro fine anno sarà messo in campo un piano per demolire gli edifici ma il progetto della giunta rischia però di essere frenato dello stop del Sovrintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici Stefano Gizzi che ritiene le Vele, udite udite, “un patrimono da tutelare”. Già due anni fa Gizzi inviò una lettera all’allora sindaco Rosa Russo Iervolino con cui sollecitò “la predisposizione in tempi rapidi di tutti gli atti propedeutici ad un’eventuale dichiarazione di interesse culturale per il complesso storico-architettonico-urbanistico delle Vele” progettato dall’architetto urbanista palermitano Franz Di Salvo.
Fu la “Cassa del Mezzogiorno”, la fabbrica delle illusioni del Sud e dei profitti del Nord, ad affidare a Di Salvo l’incarico di realizzare a Scampia un grande complesso residenziale. Riunendo utopisticamente concetti architettonici di Kenzo Tange (Centro Direzionale) e Le Corbusier, Di Salvo progettò due tipologie edilizie: “a torre” e “a tenda”. Quest’ultimo tipo è costituito da due corpi di fabbrica inclinati, separati da un vuoto centrale attraversato dai lunghi ballatoi sospesi ad un’altezza intermedia rispetto agli appartamenti. I palazzi furono realizzati, i previsti centri sociali e gli spazi ricreativi per la collettività no. E fu il fallimento di un quartiere.
L’abbattimento è già stato predisposto anni fa e tre Vele sono già andate a terra tra il 1997 e il 2003. Cosa c’è da salvare? Restano ancora in piedi degli edifici che se sono monumenti lo sono al degrado, sociale più che urbano, sopravvissuti al fallimento totale di un’utopia irrecuperabile divorata dall’abusivismo che si annida persino negli scantinati e sui ballatoi. Su 552 nuclei familiari censiti, quelli in regola e quindi legittimati all’assegnazione dei nuovi alloggi di edilizia popolare sono solo il 20%. Se non sono ancora andati giù è per l’assenza di alloggi popolari alternativi. Edifici che nessuno ama e che per questo non sarebbero mai tutelati dal cittadino, primo guardiano del bene pubblico. Il simbolo di una periferia malfamata, emblema della “teoria delle finestre rotte” per cui un vetro frantumato in uno stabile dà l’impressione di assenza di regole invogliando la comunità a romperne altri e innescando una spirale di vandalismo senza fine arrestabile solo se prontamente riparato. È così che Rudolph Giuliani governò New York ridimensionando almeno il teppismo, perchè la criminalità è un fenomeno contagioso, una tendenza che fa di simboli come le Vele il proprio spot. E allora accade che gli adolescenti di Scampia salgano sul “metrò dell’arte” che li porta nei quartieri decorosi e, per dissonanza col loro ambiente, ne frantumino i finestrini a calci dopo aver seminato il terrore. Psicologia sociale di semplice comprensione.
Il Soprintendente Gizzi ritiene dunque che le Vele siano opere d’arte rendendo primario l’aspetto architettonico, nonostante non vi sia un vincolo paesaggistico, rispetto alla “inabitabilità” di edifici senza luce, acqua, gas e servizi essenziali, quindi non a norma e per questo da abbattere per legge. Ma è la stessa persona che ha consentito in silenzio che fosse smontata l’ottocentesca Cassa Armonica di Errico Alvino in villa comunale. È la stessa persona che chiede da Maggio di rimuovere “nel più breve tempo possibile” i prolungamenti dalla scogliera del lungomare realizzati per l’America’s Cup (invece che sollecitare il ripristino della Cassa Armonica), sapendo che non saranno rimossi se non dopo la seconda tappa napoletana. Non è che qualcosa non quadri, è semplicemente che il quartiere più malfamato d’Europa non è il lungomare più bello del mondo.
Napoli e le sue periferie non possono restare ancorate all’immobilismo e ostaggio di improduttive chimere. La priorità della Soprintendenza dev’essere il vero tesoro edilizio e monumentale del centro storico di Napoli patrimonio Unesco che cade a pezzi, non il salvataggio della sperimentazione urbanistica purtroppo fallita di un architetto contemporaneo. Fermo restando che abbattere le Vele non significa risolvere il problema di Scampia.

Un presidente un po’ governatore e un po’ questore

De Laurentiis assicura i trasporti e rafforza l’antiscippo

Accordo in Prefettura a Napoli tra il prefetto De Martino, il sindaco Luigi de Magistris e un rappresentante del Calcio Napoli: la SSC Napoli pagherà gli straordinari per assicurare il servizio di metropolitana oltre il termine delle partite di calcio al “San Paolo” in notturna. Il servizio della Linea 2 “Piazza Garibaldi-Gianturco” dovrebbe essere garantito dalla Regione ma l’ente non ha i soldi e allora è De Laurentiis a risolvere il problema mascherandosi da amministratore pubblico e garantendo cinquemila euro per ogni partita serale. Non si tratta di stabilire se sia giusto o meno; lo è perchè una città che vuole riprendersi il suo posto tra le capitali d’Europa non può prescindere dall’assicurare certi servizi essenziali. Ha fatto il passo chi ha potuto in nome del buonsenso e il vero problema sta nel constatare che Napoli non può consentirsi al momento la fruibilità delle proprie linee metropolitane nelle ore tarde del week-end o in occasione di eventi particolari come accade nelle città di respiro internazionale.
Grazie a De Laurentiis dunque, per questo e per le sue specifiche competenze che hanno portato il Napoli ai vertici. Dove sarebbero oggi gli azzurri senza di lui è difficile dirlo, soprattutto in assenza di imprenditori locali, di altri interessati al Napoli che non siano i cardini dell’industria del Nord che mai investirebbero al Sud o degli sceicchi disinteressati al derelitto calcio italiano fatto di stadi fatiscenti. Un presidente-imprenditore prezioso che però, per troppa attenzione alla vivibilità di Napoli per i suoi tifosi e per i suoi calciatori, finisce scivolando sulla buccia di banana durante la firma-show del nuovo contratto di Cavani che assicura alla squadra le prestazioni dell’unico vero “top-player” offensivo del calcio italiano: «Napoletani, non scippate la signora Cavani, non rubatele niente, fatele capire che è una città dove si vive bene». Il presidentissimo fa un’innocente battuta ma sbaglia a definire i ladri dei “napoletani” (quelli non sanno neanche cosa sia l’appartenenza alla città) e sbaglia a rivolgersi a loro comunicando all’intera nazione l’associazione mentale tanto difficile da sradicare Napoli-ladri. A loro devono rivolgersi le forze dell’ordine in funzione di garanzia della sicurezza non dei soli calciatori ma di tutti i cittadini napoletani (questi si) e i politici nazionali e locali al momento incapaci di arginare la povertà dilagante e assicurare leggi ferree contro la micro e macrodelinquenza. Poi Aurelio cambia il tiro e si rivolge agli stessi calciatori e alla stampa: «Sono cose che capitano ovunque ed è chiaro che se vuoi portare un Rolex e guidi con il braccio fuori è possibile che ti segano il braccio. A me qui non è mai successo nulla».
Si è mai visto Agnelli cercare di arginare scippi del rolex a Vucinic o lo sceicco Al Thani quelli a Lady Ibrahimovic? De Laurentiis cade nella trappola mediatica e la alimenta inutilmente. E del resto è lo stesso Cavani a dire che «la scelta di rimanere a Napoli non è stata dettata solo dai soldi che sono importanti come l’ambiente affettuoso di una delle città più belle del mondo che non ha prezzo». Ma Aurelio è così, istrionico e spettacolare, un presidente un po’ sindaco, anzi governatore, un po’ questore, un po’ sociologo. Capace di uscire dagli schemi, a volte strappando sorrisi e altre lasciando interdetti, ma comunque senza mai cattiveria e con la consapevolezza delle potenzialità della realtà napoletana da sfruttare anche a costo di arrivare dove non arrivano le istituzioni. Prendere o lasciare, e chi scrive prende.

Ilenia Lazzarin, dal Nord alla sorprendente Napoli

L’esperienza napoletana di Ilenia, la bella Viola di “Un posto al sole”

Nata nella provincia lombarda, a Busto Arsizio, trasferitasi a Vercelli a 11 anni per poi approdare a Napoli a 19 anni ed entrare nel cast della “soap” partenopea.
Ilenia Lazzarin racconta Napoli vissuta con gli occhi di una ragazza della provincia settentrionale catapultata appena maggiorenne nella caotica metropoli del Sud, spiazzata dall’impatto con una realtà controversa e spesso eccessiva ma ben presto sorpresa dalla ricchezza culturale, dalla bellezza monumentale e paesaggistica e dall’umanità di una città diversa dagli stereotipi e dai classici pregiudizi al di là dei suoi problemi.
Auguri ad Ilenia per le sue prossime trenta candeline (6 Settembre)… da milanese napoletana. E per la sua prossima laurea napoletana. Ilenia studia infatti Scienze Della Comunicazione al “Suor Orsola Benincasa”.

(si ringraziano Alessandra Del Giudice e napolicittassociale.it)

Boria juventina, Napoli nel mirino

una doverosa considerazione su una juventina napoletana

Angelo Forgione – Non mi appaga analizzare parole prive di grande risalto mediatico ma le tante segnalazioni ricevute mi inducono a cascarci anche perchè ciò che si legge su Tuttojuve.com a firma di Martina Gaudino, napoletana di fede juventina, è di una certa pericolosità. La “signora in rosa” si sfoga e dice «basta!». Non ce la fa più a “vivere in un sistema calcio dove si viene costantemente accusati” da napoletani e interisti e denuncia le “cadute di stile” di altri fronti e l’astio tra napoletani e juventini che sta raggiungendo livelli preoccupanti.
Martina ha ragione, la situazione è veramente preoccupante in una Nazione che, invece di creare movimenti popolari di contrasto ai veri e drammatici problemi del Paese, si perde nelle stupide faide di appartenenza calcistica per le quali si è capaci di accendere le più aspre crociate. Il calcio è arma di “distrazione” di massa capace di far dimenticare Il debito pubblico che avanza, il pil che arretra, la disoccupazione giovanile che non è più solo giovanile, i rifiuti tossici sotterrati al Sud (dalle aziende del Nord), la “questione meridionale” che vegeta, gli stipendi d’oro dei parlamentari, la cassa-integrazione degli operai, compresi quelli della Fiat (a Pomigliano) che minaccia di lasciare l’Italia mentre finanzia le milionarie campagne acquisti della Juventus per farne un veicolo di immagine. E allora la Gaudino fa benissimo a cercare di ridimensionare il tutto, ma nella maniera peggiore e col risultato di alimentare ancor più quelle tensioni che lei stessa denuncia.
Premesso che non solo gli interisti e i napoletani poco apprezzano gli juventini, forse è più giusto dire che gli juventini non apprezzano gli interisti perchè l’Inter ha beneficiato delle vicende di calciopoli (e qualche ragione pure ce l’hanno i bianconeri). Cercare la distensione facendo danni è come essere una guardia forestale e appiccare il fuoco sui monti. Martina Gaudino è una collaboratrice di Tuttojuve.com e commette un errore basilare esternando su una testata juventina, quindi letta da tifosi juventini, un proprio sfogo personale contro i tifosi napoletani che ha l’unico effetto di esacerbare gli animi dei suoi lettori, e di conseguenza dei lettori “ospiti”.
Ma qual è la caduta di stile che lamenta la Gaudino ai suoi? L’invasione di qualche buontempone-smanettone che si è impossessato della pagina Facebook di Barzagli insultando a destra e a manca. Sai che novità? Suvvia, che cassa di risonanza avranno mai certe manifestazioni, goliardiche o maleducate che siano? Non si tratta mica di uno sconcertante Rampulla in tv o di qualche testata nazionale filojuventina che il giorno del rinvio della partita di Napoli dello scorso autunno ne dissero di cotte e di crude sull’ambiente napoletano, prefetto di Napoli e presidente del Napoli compresi, nonostante la presenza di un morto per maltempo nella zona flegrea. Non si tratta mica di 30mila juventini che ogni Santa Domenica, compresa la scorsa, urlano cori discriminatori-razzisti all’indirizzo degli assenti napoletani. La caduta di stile di qualche individualità sul web, rispetto a quell’odio professato davanti alle TV di tutto il mondo, è davvero ago nel pagliaio che non può consentire uno sfogo individuale di chi può scrivere su una cliccatissimo sito. I cori razzisti li sentono milioni di persone, tranne gli arbitri che non annotano a referto come dovrebbero e così accade che il giudice sportivo Tosel non procede e l’intolleranza diventa normalità impunita. Poi finisce che i tifosi del Napoli fischiano l’inno e pagano ritorsione in termini di arbitraggio avverso alla loro squadra nella partita quasi gemella.
La rivalità tra napoletani e juventini c’è da sempre ma è degenerata con certi atteggiamenti da parte bianconera che non sono casuali. È freudiano che la Gaudino accomuni come principali accusatori, che poi sono gli accusati, napoletani e interisti. Lei sa bene che l’astio che l’ambiente juventino ha maturato verso i napoletani (tocca ripetermi ancora) è frutto del logorio causato dal processo a “calciopoli” che si è celebrato a Napoli per iniziativa degli odiati Giuseppe Narducci e Attilio Auricchio (oggi capo della Polizia Municipale di Napoli). La frustrazione che alberga negli appassionati juventini è che Napoli abbia sottratto gli scudetti che si è preso l’Inter. Maledetta Napoli, la stessa fastidiosa città di provenienza dell’odiato procuratore sportivo Palazzi che si becca un coro di insulti (impunito) perchè fa squalificare Conte, punta il dito su Bonucci e Pepe e fa gridare Agnelli al complotto. Sono talmente accecati dal risentimento gli juventini che non si accorgono che Conte paga per i suoi trascorsi senesi e che la procura di Napoli ha sostanzialmente assolto la Juventus dichiarando Moggi colpevole ma operante in proprio e che gli scudetti non gli sono stati sottratti dai giudici delle aule napoletane ma da quelli sportivi della Camera di Conciliazione e Arbitrato del CONI a Roma. Metteteci pure le tante vittorie sul campo senza furto-show in stile pechinese conseguite dagli azzurri dal ritorno a braccetto in Serie A a qui, Coppa Italia compresa che ha tolto l’imbattibilità stagionale proprio sul traguardo alla Juventus, stella d’argento e coccarda tricolore compresa, e il gioco è fatto.
In tanti accusano il mondo juventino di vittimismo e lo scritto della Gaudino avvalorerebbe la tesi, ma in realtà si tratta di ben altro. Inutile farsi la guerra a colpi di opinionismo spicciolo e prese di posizione faziose. Non lo farà il sottoscritto all’indirizzo della Gaudino che dimostra il classico disagio di vivere male la sua juventinità nell’amata (speriamo) e odiata Napoli in cui si sente reietta. Basta però che lei come tutti gli juventini, dirigenza compresa, la smettano di ostentare la loro evidente presunzione, la loro fastidiosa boria che non è vittimismo ma vanagloria che li fa sentire padroni d’Italia e del mondo intero, in diritto di difendere una posizione di ritrovato privilegio a tutti i costi, anche mostrando quella molesta protervia che li rende ormai invisi a tutti, soprattutto a coloro che seguono il calcio in quanto gioco ma non solo quello. E quindi anche a qualche juventino.
Tuttojuve.com e Tuttosport non perdono occasione, quando si presenta, di fare sarcasmo sull’ambiente napoletano. Puntualmente i tifosi bianconeri sbattono in faccia ai napoletani, ma anche ai più vincenti interisti e milanisti, i loro scudetti e le loro coppe. Ma i meridionali sanno cosa significa lavorare per la Fiat o dover emigrare al Nord per sopravvivere, sanno che il calcio è espressione “industriale” e sociale del paese e ne conserva i connotati, sanno che non ci si batte alla pari. “Napoletani accusateci pure, la poltrona è per una sola Signora”, se non è tracotanza questa? Sta agli juventini tutti, dai dirigenti ai più accecati tifosi, riflettere sulla condotta assunta da qualche tempo a questa parte. E, cortesemente, evitino di parlare di signorilità scrivendola con la esse maiuscola autoattribuendosela con stelle e tricolori; la dote è stata sperperata con le proprie mani.
Ai napoletani consiglio la massima compostezza e più impegno nelle questioni che riguardano la loro splendida città.

Procura: «mare di Napoli non balneabile!» Anche il lungomare?

Superperizia a fine stagione ma i napoletani meritavano chiarezza all’inizio

Arrivò l’America’s Cup, in piena Primavera napoletana. All’orizzonte l’estate e ancor più prossimo il “lungomare liberato” che restituiva alla città aria, sciabordii e odor di mare. A sorpresa anche la balneabilità per ordinanza sindacale. Cartelli del Comune con tanto di acqua tre stelle su tre, cioè “eccellente”. Perplessità mista a soddisfazione, dibattito tra scettici e soddisfatti fino al fumine di metà Luglio quando la Procura della Repubblica aprì un inchiesta dopo la scoperta nei pressi dal mare di via Caracciolo di una vasca sotterranea contenente centoventimila litri di liquami corrosivi e inquinanti. C’era bisogno di un gesto forte, di quelli che gli uomini in vista fanno per convincere l’opinione pubblica. E così ad Agosto il sindaco De Magistris si è fatto fotografare in costume rigorosamente arancione mentre usciva dal bacino di “Mappatella beach” con tanto di messaggio sui social network: «Eccomi al mare, spiaggia libera, mare unico, balneabile di qualità eccellente, panorama unico al mondo. È la mia città, la città di tutti, la città dell’accoglienza, dove ogni giorno dimostriamo (tutti, amministrazione e cittadini) che cambiare è possibile». Poco importa che la zona fosse ed è un piccolo feudo dell’abusivismo (ma non solo quella, ndr), l’immagine ebbe subito la sua risonanza e gli scettici subirono una battuta d’arresto. Poi alla vigilia di Ferragosto è arrivata Goletta Verde a guastare la festa dichiarando il mare della Campania il più inquinato d’Italia insieme a quello della Liguria e della Calabria, indicando una percentuale dei depuratori fuorilegge pari al 44% e sette punti di fortissimo inquinamento, uno ogni 34 chilometri. Dati che in Calabria hanno creato forti polemiche da parte delle istituzioni locali che hanno accusato Goletta Verde di aver diffuso analisi falsate da prelievi fatti alle foci dei torrenti e in siti notoriamente critici non sottoposti a depurazione. Che confusione!
Partiamo da un presupposto: il mare può essere generalmente inquinato e balneabile a macchia di leopardo. Il che significha che dal porto al Castel dell’Ovo può essere inquinato e invece pulito per tutto il versante di via Caracciolo. Questione di depuratori e correnti. Ma intanto la Procura ha messo carne a cuocere sulla base degli ultimi dati che indicano una notevolissima quantità di batteri e colibatteri, “escherechia coli” per la precisione, anticamera virtuale di malattie infettive del calibro di tifo, paratifo ed epatite A. Dati che non si riferiscono allo specchio d’acqua antistante il lungomare. La magistratura vuole però vederci chiaro nelle acque torbide e ricostruire la trafila delle certificazioni e delle concessioni per il mare “eccellente”. È partita quindi la superperizia che vuole andare al di là degli sforzi fatti per migliorare la qualità delle acque della Campania e di Napoli. Lavoro affidato ad un consulente esterno, un docente universitario fuori regione, deputato ad emettere una nuova sentenza sulla balneabilità del mare che vuol dire diritto alla salute dei cittadini e alla vita di una città nata sul mare e dal mare. L’allarme lanciato è generlista, nel senso che riguarda il complesso delle acque della provincia di Napoli, dal confine col litorale casertano a quello salernitano, ed è già grave pur essendone tutti consapevoli.
Ora però si vuole verificare lo strano fenomeno del mare “eccellente” di Via Caracciolo minacciato anche dalla vasca dei veleni. Nell’attesa, l’ennesima, non resta che domandarsi sul tempismo, anzi sui tempismi sparsi. È casuale che tutto questo venga fuori quando la stagione estiva volge al termine, quando cioè la gente si è già tuffata (sempre che l’abbia fatto)? È casuale che la balneabilità “eccellente” del mare di Napoli sia spuntata dopo anni di divieti proprio in concomitanza della “liberazione” del lungomare? È casuale quello scatto fotografico del sindaco a pochi giorni dall’attivazione della Procura in merito alla vasca dei veleni?
La chiarezza è fondamentale e i napoletani debbono pretenderla con occhi ben aperti perchè bisogna essere stanchi di querelle fuori tempo e incertezze, di belle notizie foriere di speranze poi disilluse. Napoli non può essere fabbrica di polemiche e illusioni, non deve essere vetrina. Il “lungomare liberato” dev’essere vetrina per Napoli alla cui periferia si muore per i continui roghi illegali e non può essere uno spot per un’amministrazione, altrimenti saremmo al ricorso storico del Plebiscito di bassoliniana memoria.  A proposito, ieri sera il Castel dell’Ovo era avvolto dal buio. Perchè?

Lesa maestà alla Reggia malata

monumento emblema dell’oscurantismo moderno

di Angelo Forgione – Era il Giugno del 2009 quando la piazza Carlo III di Caserta, l’immenso slargo ellittico ai piedi della reggia che si rifà a Piazza San Pietro a Roma, si avviava a compimento di un imponente e costosissimo restyling. Scattai delle fotografie ai nuovi lampioni d’illuminazione (clicca sulle immagini per ingrandire) perchè alla loro vista un senso di disgusto mi prese il ventre. Elementi di arredo urbano futuristici di forma essenziale e fin troppo moderna per essere contestualizzati nella piazza simbolo del neoclassicismo vanvitelliano, troppo forte il contrasto per restarne indifferente. Mancanza di sensibilità da parte di chi è chiamato a decidere nel presente di una testimonianza del passato e della nostra storia, ma anche della gente comune che devasta il patrimonio. Inutile dire che la piazza, la più grande d’Italia, è oggi un luogo deserto occupato e reso impraticabile da clochard e vandali.
Cosa dire per esempio dei furti d’acqua alle cascate della reggia di Caserta? Succede ogni maledetto Agosto! Allarme siccità? E allora via coi prelievi abusivi da parte dei soliti ignoti che si agganciano alla condotta del mirabile Acquedotto Carolino vanvitelliano, patrimonio dell’umanità, per attingere acqua a uso personale. Un reato che minaccia anche i pesci delle vasche e favorisce lo sviluppo incontrollato delle dannose alghe di eutrofizzazione. L’Acquedotto Carolino, nei 38 chilometri di percorso, perde così pressione e l’acqua non riesce ad arrivare dalla fonte alla destinazione ultima. Fontane asciutte e delusione dei turisti che arrivano per ammirare anche quelle meraviglie dell’ignegneria idraulica vanvitelliana e si ritrovano di fronte solo liquami. Niente acqua, niente tuffi. Si, perchè altro malcostume estivo dei giovani senza sensibilità è il lancio nelle vasche della cascata immortalato in passato, manco si trattasse di un acquapark, col rischio di danneggiare le sculture e le proprie ossa sulle rocce.
Spegnere la scenografica cascata che dai monti tifatini riversa acqua verso i giardini della Reggia equivale a deturparne l’architettura, ma questa deduzione è troppo lontana dalla comprensione degli insensibili. Vaglielo a spiegare che la navata centrale dell’edificio è detta “il cannocchiale” per la visione che attraverso di essa si ha dell’asse centrale del parco culminate nella cascata e nel torrione senza interruzione della prospettiva. Vanvitelli pensò anche a questo quando disegnò la Reggia come elemento architettonico lineare che non precludesse la vista della natura, simboleggiando l’osmosi tra potere e territorio, natura e conoscenza, divino e terreno.
E se le cascate languono “il cannocchiale” non sta meglio. Bancarelle e ambulanti di ogni tipo, persino distributrici di numeri del lotto, umiliano la maestosità del tempio, ma questo è problema cronico e non stagionale. E poi lampioni rotti (quelli storici), degrado sparso, automobili del personale che sfrecciano tra i turisti, cortili adibiti a parcheggi. Tutto documentato da Marco Bariletti per l’edizione serale del Tg1 del 25 Agosto (in basso) che ha posto la lente di ingrandimento anche sulle richieste dell’UNESCO disattese dal governo italiano. Il World Heritage per i patrimoni dell’umanità chiede da anni che dal monumento sia sfrattata l’Aeronautica Militare affinché eviti di essere un potenziale obiettivo militare e mostri invece tutto il suo splendore, a cominciare dal teatrino di corte inaccessibile e altri appartamenti oltre il solo piano nobile aperto al pubblico.
Responsabilità del governo centrale ma anche dell’amministrazione locale per arrivare agli strati sociali travolti dalla povertà e dall’ignoranza. Nessuno sembra avere la minima sensibilità per rispettare il sito e la sua storia. I soldi mancano, la sorveglianza non può essere garantita e il degrado avanza indisturbato. Il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio ha commentato il servizio del Tg1 sulla sua pagina Facebook ma le parole non bastano più. La reggia è un complesso unico al mondo che ha nella sola Versailles un opera di pari livello, ma perde progressivamente pezzi e visitatori. E poco più in la, il dramma della reggia di Carditello che stiamo contribuendo dalla primissima ora a tenere alta in classifica nel censimento de “I luoghi del cuore” FAI (magari bisogna portare in alta classifica anche la più maestosa reggia?). Il delegato dell’ufficio del curatore fallimentare della più riservata tenuta borbonica di San Tammaro Tommaso Cestrone, una sorta di angelo custode della piccola reggia, ha riferito che sul posto si sarebbero recati nel mese di Agosto centinaia di visitatori, principalmente settentrionali e spagnoli, accontentandosi di sbirciare dai cancelli sbarrati.
Meglio fermarsi qui perchè la lista è infinita e sottolineare l’oscurantismo moderno quando si parla di luoghi simbolo dell’illuminismo napoletano, cioè europeo, è per chi scrive un autentico supplizio.

L’estate rovente del calcio italiano

dalla Supercoppa al via della Seria A scontri e premesse peggiori

di Angelo Forgione per napoli.com

Il Napoli vince il derby delle Due Sicilie con una rotonda tripletta e parte col piede giusto in campionato. Partita senza veleni nonostante un rigore non fischiato al Palermo per fallo di Maggio su Cetto che però ha calciato. Poche le proteste e grande onestà intellettuale di Sannino che ha riconosciuto senza esitazioni la superiorità schiacciante degli avversari. È questo il calcio che piace e che fa dimenticare per un attimo gli orrori e le nefandezze di Paolo Silvio Mazzoleni e le ombre cinesi di Pechino con cui ci eravamo lasciati prima di Ferragosto. Lo abbiamo ritrovato a dirigere la primissima partita del campionato tra Fiorentina e Udinese senza che il designatore Nicchi si sia posto il problema di sospenderlo. Un arbitro viene sospeso quando si rivela inadeguato al ruolo e con tale atto se ne certificano gli errori. È quindi chiaro che l’A.I.A. ha così “dichiarato” che l’arbitraggio di Mazzoleni fu corretto e, per punire il Napoli che se n’era andato sotto la doccia, l’ha pure promosso per il “vernissage” di Firenze.
Troppe cose non quadrano, tutto sembra una continua sfida all’umano intelletto, alla ragione e al buon gusto. Gli affronti si moltiplicano e danno corpo ad un tutti contro tutti di dimensioni bibliche; società contro gli arbitri, arbitri contro le società, Cassano contro Galliani, Zeman contro la Juventus, Carrera contro Mazzarri, Mazzarri contro Agnelli ed Elkann che bacchettano il Napoli invocando lo spirito olimpico salvo poi ricusare le sentenze della giustizia sportiva e mandare a dirle a Conte che senza lo stemma della Juventus e i suoi avvocati alle spalle ci penserebbe tre volte prima di scagliarsi contro i giudici, innocente o colpevole che sia.
La gravità dell’attacco dell’allenatore bianconero sta nel portare la faccenda in curva, etichettando i giudici come “tifosi” e rivolgendosi a “tutto il popolo juventino” che deve sapere del presunto complotto. Pericoloso e sconsiderato! La tifoseria juventina si sente così investita di un ruolo, quello della vittima designata. E siccome una tifoseria che si raduna in uno stadio è per abitudine cieca ci vuole poco a immaginare cosa potrà succedere nel corso della stagione. Alla prima di campionato, Juventus-Parma, dagli spalti torinesi sono piovute offese per tutti; per il procuratore Palazzi, per Mazzarri, per Zeman e, tanto per non perdere le sane e buone abitudini, per i napoletani. E meno male che la Juve ha maramaldeggiato tra un rigore gentilmente infiocchettato e un goal fantasma che resta fantasma a differenza di altri palloni oltre la linea del passato entrati in porta ma non sui tabellini e negli archivi della FIGC.
La differenza tra un tifoso cieco e un tifoso intellettualmente onesto sta nella differenza tra i cori juventini e le parole di Marco Travaglio che, sempre più disgustato dalla sua squadra del cuore (ma non della testa), a John Elkann ha detto di vergognarsi di cugino Andrea che ha reso più sopportabile l’onta di calciopoli del 2006, prendendosi gli insulti dei primi, i ciechi. Sembra che il calcio italiano, incapace di regalare sogni estivi agli italiani come negli anni 80-90, abbia trovato il modo peggiore per far parlare di sé e il gallo di turno si mette d’impegno per mantenere la sua posizione privilegiata sulla munnezza. Il baratto Cassano-Pazzini è il compendio delle nozze coi fichi secchi che poi sono marci perchè anche Cassano vomita veleno sul Milan e i suoi ex tifosi lo mettono nel mirino. Se il buongiorno si vede dal mattino, questa è un’alba nuvolosa che nasconde il sole.
Ma per fortuna il calcio giocato, non condizionato, ci ha regalato un po’ di divertimento e un raggio di luce, uno squarcio nelle tenebre dopo tanto disgusto firmato Cavani che ancora una volta ha dato un dispiacere ai suoi ex-tifosi e una volta ancora ha contenuto l’esultanza in quello che è stato il suo stadio. Atto spontaneo e non formale di un calciatore con qualche valore in più. Gesto che scalda il cuore sporcato negli studi di Mediaset Premium dal cinismo di Aldo Serena che ha detto di non capire “certi atteggiamenti che mortificano la bellezza del calcio”, spalleggiato da Maurizio Pistocchi che nel gesto del “matador” ha visto una mancanza di rispetto nei confronti dei tifosi del Napoli. I quali invece apprezzano, applaudono e ringraziano pure.
Calcio che trita tutto, anche quei pochi valori residui. Manca il buonsenso oltre i soldi e le idee. Quello che in un passato neanche tanto lontano consentiva di nascondere il volto brutto di uno sport che già si trasformava in show-business. A proposito, Corrado Ferlaino ha parlato con Dario Sarnataro per “Il Mattino” e ha fatto una battuta per commentare il furto di Pechino: «Dopo 150 anni i piemontesi ci hanno fregato un’altra volta. Allora si servirono di Garibaldi, stavolta di Mazzoleni». Non era solo una battuta, di Ferlaino è nota la conoscenza e la passione per le vicende storiche di Napoli condivisa con l’ex moglie Patrizia Boldoni. E l’ex presidente non ha fatto riferimenti casuali perchè sa bene che gran parte delle mille camicie rosse era bergamasca, proprio come Mazzoleni. Ma se il buon Corrado, negli anni degli scudetti, avesse dato ascolto alla sua passione invece di accontentare la sua ex signora affascinata dalla figura di Napoleone oggi non avremmo la N napoleonica sovrapposta all’azzurro borbonico. Chi conosce la storia di Napoli sa che l’epoca di Napoleone iniziò con furti e ruberie all’ombra del Vesuvio (vero Championnet?). Poi arrivarono i piemontesi, mezzi francesi con l’aiuto degli inglesi. E la storia si ripete, non solo nel calcio. Caro Ferlaino, ma allora te le cerchi?!

14 Agosto 1861, l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni

all’alba i bersaglieri appiccano il fuoco tra stupri e massacri

di Angelo Forgione per napoli.com

Il 14 agosto 1861, a meno di un anno dall’ingresso di Garibaldi a Napoli, per vendicare una quarantina di soldati uccisi dai “briganti” e dal popolo che non accettavano l’invasione piemontese e che si erano ribellati ai soprusi, l’esercito di Vittorio Emanuele II massacrò migliaia di  inermi e rase al suolo due paesi del Beneventano: Pontelandolfo e Casalduni.
«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». Così il vile generale Cialdini, Luogotenente del re, diede ordine ai suoi subalterni. Il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti forti di 900 uomini rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni, eseguirono l’ordine con grande diligenza e soddisfazione. «Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Così Cialdini telegrafò il giorno dopo l’eccidio al ministro della guerra piemontese, orgoglioso del massacro avvenuto.
Questo fu il racconto scritto dal bersagliere Carlo Margolfo che partecipò all’eccidio di Pontelandolfo: «Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava… Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava».
Migliaia di morti civili per vendicare quaranta invasori militari armati, in spregio alle norme internazionali, metodi da SS naziste. Quei protagonisti armati oggi sarebbero processati dai tribunali internazionali per crimini di guerra e invasione di uno Stato legittimo senza dichiarazione di guerra e invece godono di ogni onore nella toponomastica e nei monumenti d’Italia. A Pontelandolfo c’è invece un monumento in bronzo in memoria delle vittime dell’eccidio del 14 Agosto e una piazza dedicata a Concetta Biondi, una ragazzina sedicenne brutalmente violentata dalla soldataglia piemontese davanti agli occhi del padre, tra vili risate che anticiparono il colpo letale di bajonetta. Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, era legato ad un palo della stalla mentre dieci bersaglieri denudano la figlia violentandola a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna e per il dolore; fu freddata dal bersagliere che la stava violentando in quel momento, indispettito nel vedere quel corpo esanime proprio quando toccava a lui. Il padre della ragazza fu ucciso mentre, in preda all’ira, cercava di liberarsi dalla fune. Nella casa accanto, un tale Santopietro con il figlio in braccio scappava, fu bloccato, gli fu strappato il bambino dalle mani e fu ucciso. Anche la moglie fu violentata davanti agli occhi del piccolo e poi freddata. Quel bambino, sopravvissuto, non dimenticò mai e si arruolò volontariamente nell’esercito austriaco contro i piemontesi.
Era l’alba e la gente dormiva quando ai due paesi fu dato fuoco, tra urla, lamenti strazianti e pianti di donne e bambini. I bersaglieri avevano posto delle fascine di paglia agli ingressi delle stalle già piene di fieno e così ci volle poco perchè l’inferno divenisse realtà. Il colonnello Negri gridò: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, briganti e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”. Si trattava di pulizia etnica.
Qualche mese prima era stata rasa al suolo la “fedelissima” Gaeta tanto cara ai Borbone e al Papa e altri furono i paesi del Sud che furono piegati con la forza. Fu così che il Piemonte portò il tricolore e le sue esigenze di cassa nel territorio meridionale. Fosse Ardeatine e Foibe meritano commemorazioni e pagine di libri di storia scolastici, il massacro di Pontelandolfo e Casalduni no. Il presidente del comitato per le celebrazioni di “Italia 150” Giuliano Amato si è recato il 14 Agosto del 2011 a Pontelandolfo per porgere le scuse dell’Italia ai cittadini della “città martire”. Troppo poco, troppo silenzioso; le scuse andavano chieste dal Presidente della Repubblica sulla ribalta nazionale e con una solenne commemorazione resa annuale come quella per gli eccidi nazisti e slavi che avrebbe dovuto rendere noti a tutti gli italiani tutti gli scheletri nell’armadio che si continuano a nascondere. Compito che tocca a chi sa, dal basso.

“A Napoli non ostentare gioielli”. Consiglio utile!

“A Napoli non ostentare gioielli”. Consiglio utile!

“Enjoy Napoli”, un vademecum per la vacanza in sicurezza

“Vèstiti male per il viaggio e fai in modo che l’avarizia e la prudenza abbiano la meglio sulla vanità”. Stendhal scriveva così nell’Ottocento alla sorella in procinto di partire per l’Italia che era la meta indiscussa dei colti e facoltosi turisti del “Grand Tour”, invitandola a non mettere in mostra soldi e gioielli per evitare di essere derubata. Era il consiglio di chi quel viaggio l’aveva fatto partendo da Parigi, restando peraltro abbagliato dalla bellezza di Napoli che definì “senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”.
È così che si fa turismo, cioè preparando i visitatori alle insidie di un posto affinché le si evitino e si possa godere delle sue bellezze in tutta sicurezza. Consigli scevri da ogni terrorismo psicologico e non c’è dunque nulla di cui vergognarsi leggendo il vademecum della Camera di Commercio in collaborazione con l’Autorità Portuale che consiglia di non ostentare inutilmente denaro e gioielli per evitare di incorrere in scippi o furti. Così si riducono i rischi e la reputazione nei circuiti internazionali migliora. Napoli non è l’unico posto al mondo in cui il turista corre rischi di questo genere. Accade in ogni città turistica, da Parigi a Barcellona, da Roma a Madrid, da Atene a Praga, da Lisbona a Napoli, appunto.
L’iniziativa si chiama “Enjoy Napoli” ed è rivolta in particolare ai croceristi che nel mese di Agosto stanno riempiendo la città. Alla stazione marittima, al Duomo, in Galleria Umerto I e in Piazza Bovio quattro Infopoint come ce ne sono in altre città che distribuiranno consigli e vademecum dove c’è spazio anche per alcuni itinerari.