La chiesa anglicana di Napoli e quella riconoscenza tra massoni

Angelo Forgione per napoli.com La cappella anglicana di Napoli, in via San Pasquale a Chiaja, è il simbolo imperituro del contributo della triplice alleanza britannica (Stato, Chiesa e Massoneria) all’Unità d’Italia e alla cancellazione di Napoli capitale. Fu Garibaldi in persona, nel suo dittatoriale autunno partenopeo del 1860, a concedere suolo napoletano e autorizzazione per la costruzione di una cappella per il culto anglicano. Era lui che comandava a Napoli e gli amici inglesi andavano ringraziati per il fondamentale sostegno ricevuto nella spedizione delle camicie rosse. Sino a quel momento, i culti diversi nella cattolicissima capitale borbonica e in tutto il Regno erano stati vietati, e le funzioni erano state celebrate nelle legazioni extraterritoriali. Quelle anglicane si svolgevano nella legazione britannica di Palazzo Calabritto in piazza della Pace, l’attuale piazza dei Martiri, dove si ergeva una colonna dedicata alla Madonna della Pace voluta da Ferdinando II per la pace riconquistata dopo i moti del 1848. Pace impossibile da conservare a lungo. Già nel 1844 Garibaldi era entrato a far parte della Massoneria a Montevideo, in Uruguay, e nel 1846 aveva incontrato Lord Palmerston per ottenere appoggio per la sua battaglia per l’indipendenza del Paese sudamericano e per quelle future in Italia. Tra Massoneria inglese, nata in seno al Protestantesimo, e Anglicanesimo il legame era già forte, in nome dell’anti-Cattolicesimo e dell’avversione al Papa di Roma, e lo è ancora oggi (nel settembre 2013, nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra, si sono radunati un migliaio di massoni per la celebrazione del bicentenario della Gran Massoneria dell’Arco Reale). Fin dalla sua nascita, la Massoneria inglese era stretta in un’alleanza con lo Stato e la Chiesa anglicana. Proprio la Chiesa d’Inghilterra aveva dichiarato l’indipendenza dall’autorità papale nel 1534, e nel 1563 il Parlamento aveva approvato i 39 articoli della fede anglicana, i cui scopi contemplavano anche la centralità dell’Evangelo. Tre secoli dopo, il “gran nemico” era  Pio IX, di fatto un alleato politico di Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale, nonostante le insistenti richieste della diplomazia londinese, per nessun motivo concesse mai il suo suolo cattolico napolitano per una chiesa del culto anglo-massonico. La morte del sovrano rappresentò l’occasione giusta per invadere il Regno meridionale, poco sicuro nelle mani del giovane erede Francesco II.
Il massone Garibaldi sbarcò a Marsala, dove fu accolto dai piroscafi bellici dritannici “Argus” e “Intrepid” e da una vastissima comunità inglese coinvolta nei grandi affari dei vini di Ingham e Whoodhouse; attraversò la Sicilia e risalì la Penisola sempre scortato, finanziato e armato dagli inglesi. Fiumi di piastre turche gli giunsero per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole a largo di Capri. Quel rendiconto, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbe acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. A Napoli, il 6 settembre, Garibaldi entrò col treno borbonico, “accompagnato” via mare dal legno britannico “Intrepid”, che si piazzò davanti al litorale di Santa Lucia fino al 18 ottobre, quando gli fu dato il cambio da altre imbarcazioni inglesi, proprio mentre il dittatore Garibaldi donava ai sudditi di Sua Maestà la Regina il suolo scelto in via San Pasquale a Chiaja per edificare la cappella protestante, lì dove era un maneggio per cavalli di proprietà dell’esercito borbonico. Era solo un piccolo atto di riconoscenza per il fondamentale appoggio ricevuto (un’altra cappella anglicana sarebbe stata costruita a Palermo nel 1872). Il nuovo governo italiano-piemontese cedette ufficialmente la proprietà del terreno il 10 agosto 1861. La comunità dei residenti inglesi, con sottoscrizioni private e pubbliche sia a Napoli che in Gran Bretagna, riuscì a raccogliere l’ingente somma necessaria per la realizzazione della costruzione. Dopo un concorso, fu dato incarico per l’opera all’inglese Thomas Smith, che aveva appena ultimato la chiesa della comunità inglese a Nizza, città natale di Garibaldi. La prima pietra fu posata il 15 dicembre 1862 e l’edificio ultimato fu consacrato dal primo vescovo anglicano di Gibilterra il 3 marzo 1865.
Dopo il Congresso di Vienna del 1815 la Massoneria era stata messa al bando dai governi di tutti gli Stati preunitari. Non è un caso che la rifondazione manifesta della Massoneria italiana sia datata 1859, anno di costituzione della prima loggia italiana chiamata “Ausonia”. Dove? A Torino, ovviamente. Quando la capitale sabauda “unì” (parzialmente) l’Italia, Stato vaticano ancora escluso, il massone Garibaldi fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia proprio a Torino. Era il 17 marzo 1862, primo compleanno dell’incoronazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Compiuta l’invasione del Mezzogiorno e ben saldi i suoi propositi di violare la Roma papalina, il Generale si recò a Londra per far visita al governo inglese e alla frammassoneria con l’intento di rimediare altri fondi per le sue imprese rivoluzionarie. Fu accolto dal tripudio di una folla oceanica, riconoscente per il lavoro compiuto nelle Due Sicilie e per la sua battaglia contro il Papa, quindi per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Riconoscenza attestata di persona, nel corso di quel viaggio nell’aprile del 1864: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina». Gli obiettivi, ovviamente, non erano solo religiosi ma anche e soprattutto politici, economici e commerciali, ma chiaro fu il contributo che la fede britannica diede al processo politico e sociale che attraversò l’Italia risorgimentale. Garibaldi, prima della caduta di Roma, preconizzò: «Non sarà il cannone a liberare Roma dal Papa, ma l’Evangelo». Il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia, i Bersaglieri del Generale Cadorna entrarono a Roma preceduti dai venditori di libri al grido di «il libro.. il libro» (la Parola di Dio). Il Potere Temporale del Papa era alla fine e la libertà religiosa in Italia era conquistata.
Nel 1965 fu scoperta sulla facciata della chiesa anglicana di Napoli una lapide bilingue a ricordo del regalo di Garibaldi. Vi era scritto “a grata memoria di Giuseppe Garibaldi”, l’uomo che aveva consegnato non un semplice suolo agli inglesi ma, di fatto, l’intero Regno. Era passato un secolo esatto da quando il primo vescovo anglicano di Gibilterra aveva consacrato l’edificio a Gesù Cristo. Con buona pace dei tanti massacri, delle profanazioni, dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle collusioni con la malavita e dei privilegi elargiti ad assassini e prostitute per compiere il piano internazionale per la cancellazione del fastidio vaticano-borbonico dal territorio europeo.lapide_chiesa_anglicana

L’autoesclusione dello Stato all’ultimo saluto per Ciro

Angelo Forgione – Dov’era lo Stato al funerale di Ciro? Quale alta carica c’era a simboleggiare un dramma nazionale nato da un errore nazionale? Escluso dalla famiglia o autoesclusosi da sempre? Lo Stato non poteva essere in un sottosegretario, più “amico” di famiglia per stessa ammissione di mamma Antonella – come il presente del CONI – che uomo di politica. E dov’era il Comune di Roma? Il giorno prima addirittura un ministro, in rappresentanza del Governo, era stato alla festa del re delle cravatte a Palazzo Reale, dove si era visto anche un Cardinale della Chiesa, mentre Ciro si è dovuto “accontentare” della visita di un prete di strada. Già, la strada. Quello di Ciro è stato un funerale di strada, non di Stato, e questo indica che non c’è alcuna volontà di mettere un punto. In fondo «sono solo sfottò», si era detto lungo tutto l’anno che si è chiuso con la pistola. E infatti, con tempismo perfetto, la Corte di “Giustizia” federale ha annullato la chiusura “sospesa” della curva interista per cori razzisti. Vincono ancora i dirigenti, i telecronisti e tutti coloro che per un anno intero hanno dato man forte ai capricci delle curve italiane. Ne vedremo delle belle molto presto, a cominciare dalla prossima ridiscussione delle sanzioni per “discriminazione territoriale”.
Il segnale giunto ieri è sempre lo stesso: Napoli è sola e se la sbrighi da sé. E si pianga pure il suo morto, ma senza troppo clamore e vittimismo.

Mezza marcia indietro del San Carlo: il Mondiale non va in Scena

Angelo Forgione – Mezzo passo indietro della direzione del Real Teatro di San Carlo. Come da mia proposta, le partite di Calcio del Mondiale brasiliano saranno proiettate nel foyer e nell’Opera Cafè, preservando la sacralità della Sala. È pur sempre un brutto segnale, ma è il minore dei mali auspicato.
Per la giornata di sabato 28 è indetto un sit-in dinanzi al Teatro per chiedere di cancellare completamente l’iniziativa.

Presentazione “Made in Naples” a Mugnano di Napoli

copertina_1Il Comitato per la Pace “Vittorio Arrigoni”, in collaborazione con Associazione Culturale “NOS Revolution”, presentano il libro Made in Naples di Angelo Forgione – Come Napoli ha civilizzato l’Europa e come continua a farlo.

Venerdì 27 giugno, ore 19.00
Via Salvatore Di Giacomo, 24 – Mugnano di Napoli

Ciro Esposito vittima dell’odio etnico. Basta nascondersi dietro un dito!

Angelo Forgione – Morire non per una partita di calcio. Morire perché napoletano. Morire per la caccia al napoletano, per tutto quello la società italiana, inesistente, ha incubato dalla nascita della Nazione unita e per quel che il Calcio, dagli anni Settanta almeno, ha vomitato su Napoli, senza che nessuno si sia mai indignato. Nessuno! Finché non si è iniziato a protestare, a sfruttare internet e i media, a colpire i vari Amandola di turno, a sollecitare le radio locali, a creare un nuovo fronte di opposizione sdegnata. E solo allora sono arrivate le regole, le squalifiche, con cinquant’anni di ritardo. Troppo tardi: il malcostume era già “costume”. Vaglielo a togliere il giocattolo al bambino viziato!
Alla cieca, e per ignoranza, dalla denigrazione è nato un odio ingiustificabile e inconcepibile, una caccia al napoletano intollerabile. L’omicidio di Ciro Esposito non è un incidente di percorso ma un evento prevedibile. Già nel dicembre 1973 Alfredo Della Corte, un altro giovane napoletano, diciassettenne, festante per la vittoria dei partenopei all’esterno dello stadio di Roma, fu sparato mentre sventolava una bandiera azzurra. Si salvò per puro miracolo. Ciro non ha avuto la stessa “fortuna”, e ora sta morendo per colpa di un folle squilibrato che in un pomeriggio di sport ha deciso di uscire di casa per fare una strage. Si, proprio una strage. Daniele De Santis ha preso di mira un pullman pieno di famiglie e di bambini, creando il panico, finché non è spuntato un ragazzo normale che ha scavalcato la bandiera “New Jersey” e si è precipitato a fermare quel pazzo, dando l’esempio ad altri compagni. Non sapeva che il fanatico (ma non era solo) era sceso di casa con una pistola caricata con proiettili modificati artigianalmente. Quattro colpi esplosi in rapida successione, al grido di «vi ammazzo tutti», dove per tutti si intendono i napoletani. Tre feriti, Ciro il più grave. Cinquanta giorni di strazio e agonia. E poi il coma irreversibile.
La riflessione non servirà. Altri lutti ha prodotto il mondo del Calcio, ad ogni latitudine italiana, ma stavolta, per la prima volta, la tragedia ha l’acre odore della polvere da sparo. Si continua a morire con la scusa di un fenomeno violento inarginabile attorno al pallone. Le responsabilità sono ben chiare, e appartengono a chi, negli anni, se ne è fregato di arginare l’odio anti-Napoli; e al servizio d’ordine di quel giorno, pianificato da un questore superficiale e in modo assolutamente cervellotico e insufficiente. Chi questa colpa sa di averla non finga di essere innocente, non si nasconda, e inizi a preoccuparsi delle conseguenze che questo dramma potrebbe generare, e pensi ad evitare seriamente che la maledizione di Ciro sia prodromo e scintilla scatenante di qualcosa che non deve assolutamente verificarsi. E non si sentano esclusi tutti quei dirigenti e quei telecronisti ed editorialisti che nell’arco di un anno intero hanno minimizzato l’odio per i napoletani cercando di ridurlo a “sfottò”. Ora basta! Il Calcio, lo spettacolo, la gioia, li hanno ammazzati anche loro, dall’alto dei pulpiti del potere. E non si accorgono neanche che sono rimasti soli, a commentare partite poco spettacolari giocate in impianti indecenti e sempre più orfani dei veri appassionati.
Se ne va un ragazzo normale che ha cercato di fare l’eroe ed è finito sotto i colpi di uno scarto politicizzato della società civile. Sta morendo perché napoletano, ed è giusto gridarlo a gran voce, senza ipocrisia o strumentalizzazioni di parte.

Al San Carlo va in scena il Calcio. È sconfitta.

Angelo Forgione – Da appassionato di sport e studioso di Cultura, in tutte le loro mille forme, quando ho saputo che al Real Teatro di San Carlo, in occasione dei Mondiali brasiliani, a partire dagli ottavi di finale sarà calato un maxischermo sul palco per consentire agli amanti dell’Opera di non perdere neanche un secondo dei match mondiali ho avvertito un brivido lungo la schiena. Ma come? Un teatro storico, un tempio sacro della Musica internazionale, adibito ad arena sportiva?
Non è snobbismo. È che il “San Carlo” è il “San Carlo”, è il più antico Lirico esistente, è la casa dell’ineguagliabile Settecento Musicale Napoletano che Muti fa riscoprire al mondo, è il sogno del giovane Mozart. Il “San Carlo” è una cattedrale della Cultura non solo musicale, e non può essere profanata con la stessa facilità con cui, ad esempio, fu violato in passato il “Petruzzelli” di Bari, dove ci finì la manifestazione canora “Azzurro” di Vittorio Salvetti, tanto per rifarsi al Festival di Sanremo. Intendiamoci, coi tempi che corrono va benissimo consentire agli affezionati del Massimo napoletano di non dover optare tra Opera e Calcio, ma lo schermo, se proprio vogliamo accenderlo, andrebbe tuttalpiù preparato nel foyer (e già sarebbe un lusso) o in un altro spazio del teatro (visto che già vi sono passati sposi e prodotti alimentari), non nella sacra sala. È una questione di rispetto per la Storia di Napoli. Il “San Carlo” è una cosa, il “San Paolo” un’altra. La luce è già fioca. Forse si vuole il buio.

Real Orto Botanico di Portici devastato dalla tromba d’aria

Il nubifragio che ha causato numerosi danni e disagi in tutta la provincia di Napoli nei giorni scorsi si è abbattuto con violenza su Portici. L’Orto Botanico è stato letteralmente devastato da una tromba d’aria, che ha distrutto decine di piante e provocato l’abbattimento di un centinaio di alberi preziosi. Numerosissime essenze arboree, gioiello e memoria storica plurisecolare, si sono irrimediabilmente schiantate al suolo. I danni sono inestimabili e molte delle specie botaniche provenienti da tutto il mondo sono perdute.
L’Orto Botanico di Portici, sorto nel 1872 all’atto della fondazione della Reale Scuola Superiore di Agricoltura, è un autentico scrigno naturalistico ora compromesso, nel quale convivono pregevoli testimonianze storico-architettoniche ed importanti collezioni di piante di ogni zona del mondo.
Occorrono risorse ed interventi rapidi da parte del Governo e della Regione Campania per riattare il sito, ma intanto l’associazione degli studenti AUSF (Associazione Universitaria Studenti Forestali) chiama tutti a raccolta con una raccolta fondi, chiedendo massima solidarietà in questo momento difficile.

progetto “Nuova linfa all’Orto botanico”
IBAN IT71F0101040090100000300047
Intestato a: Musei delle Scienze Agrarie – MUSA
Causale: ORTO BOTANICO DI PORTICI

da TG8 (Canale 8)

Lunga serie di killer settentrionali, ma il razzismo leghista è garantista

Lega Nord silente sul presunto assassino di Yara Gambirasio, bergamasco doc

Angelo Forgione – Brembate Sopra, provincia di Bergamo, 26 novembre 2010: la tredicenne Yara Gambirasio esce di casa alle 17:30 per recarsi in palestra. Non ha allenamenti, deve solo portare uno stereo alle maestre. Rimarrà con loro per circa un’ora. Poi andrà via, incontro al suo assassino. Sarà ritrovata morta nella zona industriale tra Chignolo d’Isola e Madone.
Sono passati tre anni e sette mesi, e spunta il nome del presunto assassino della ragazzina. Sarebbe Massimo Giuseppe Bossetti, 44enne muratore residente a Mapello, in provincia di Bergamo. Inzialmente, però, i sospetti erano caduti su una pista sbagliata che portava a Mohammed Fikri, immigrato marocchino. Senza alcuna prova, si riaccese la classica campagne politica della Lega Nord sul tema dell’immigrazione. Matteo Salvini, oggi segretario di partito, affermò che «da quando ci sono così tanti irregolari accadono più omicidi». Mario Borghezio chiese di raccogliere le impronte digitali e sollevò la «necessità di introdurre un’aggravante per i reati commessi dai clandestini». Lo stesso era accaduto a Novi Ligure, provincia piemontese di Alessandria, nel 2001, quando l’adolescente Erika De Nardo uccise la madre e il fratello con la collaborazione del fidanzatino Mauro “Omar” Favaro. Due presunti ladri slavi o albanesi finirono nel mirino dei leghisti, che organizzarono immediatamente una fiaccolata contro gli immigrati. E quando nel 2006 a Erba, in provincia di Como, Rosa Bazzi e Olindo Romano, snervati dai continui litigi coi vicini, massacrarono a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, Radio Padania difese i colpevoli, orientando gli ascoltatori alla presunta colpevolezza del capofamiglia Azuz Marzouk, il marito di nazionalità tunisina di Raffaella, perché uscito dal carcere grazie ad un indulto in seguito a una condanna per per spaccio di droga. Sempre Borghezio dichiarò: «Quel che è successo a Erba può succedere, in ogni momento, dovunque personaggi non integrati semplicemente perché non integrabili, hanno trovato nel nostro territorio e, purtroppo, anche in Padania facile accoglienza, ottusa tolleranza, favoritismi politico-sociali d’ogni genere. È ora di finirla».
Oggi il presunto assassino di Yara Gambirasio è un bergamasco doc, non un extracomunitario, e il Carroccio non si pronuncia. Ma l’ideologia è chiara. Del resto, se oggi Salvini chiede la riapertura dei manicomi per ospitare Davide Frigatti, responsabile dell’accoltellamento di tre passanti a Cinisello Balsamo (uno deceduto e due ricoverati in gravi condizioni) mentre lo scorso anno augurò di «marcire in galera e mai più rivedere la luce del sole» ad Adam Kobobo, il ghanese che uccise tre passanti a picconate a Milano, vuol dire che per la Lega ci sono assassini di Serie A e altri di Serie B, e solo per i primi, in quanto “padani”, dovrebbe vigere il garantismo.
Loro sono gli stessi che dicono che Napoli e il Sud siano un far-west, ma intanto nel Meridione non è sicuramente più pressante l’ansia da passeggio. I killer, seriali o meno, sono evidentemente un prodotto più tipicamente settentrionale: Erika e Omar, Olindo Romano e Rosa Bazzi, Antonio Boggia, Sonya Caleffi, Ferdinand Gamper, Marco Furlan, Andrea Matteucci, Maurizio Minghella, Alessandro Mariacci, Roberto Succo, Giorgio Orsolano, il mostro di Firenze, il mostro di Foligno, il mostro di Bargagli, il mostro di Udine, il mostro di Terrazzo, il killer di Padova, Michele Profeta, Annamaria Franzoni, Milena Quaglini, le bestie di Satana, Guglielmo Gatti, “Acquabomber”, “Unabomber”, i delitti di Garlasco e di Perugia sono solo una parte del lungo elenco più o meno recente di una follia che pervade i territori del Centro-Nord. Forse si dovrà aggiungervi anche Giuseppe Bossetti. Non è teoria ma un dato effettivo fornito dal Ministero della salute, che indica le regioni settentrionali e centrali in testa per numero di ricoveri dovuti a disturbi mentali organici indotti, nevrosi depressive e dipendenze da alcol e droghe (mentre la Campania e altre regioni del Sud sono invece tra le ultime). Alla faccia delle teorie crimonologhe di Cesare Lombroso.

Milano non vuol mollare il calciomercato

Nonostante i forum, le tavole rotonde e i convegni pubblici per cambiare la sede del calciomercato e renderla itinerante, pare che ci si avvii alla conferma dell’Atahotel di Milano. Le candidature di Taormina e Napoli sembrano ostacolate da logiche che l’avvocato Claudio Pasqualin non riesce a comprendere. Parla di “presa in giro” il presidente di AvvocatiCalcio:
«Agli operatori di mercato non interessa chi gestisce l’organizzazione, ma che non si prendano decisioni sulla loro testa nonostante le rassicurazioni di voler cambiare le cose. L’Adise è sempre stata con noi. Il Comune di Taormina si è mosso ufficialmente per ospitare il mercato, cosi come anche la Fiera di Napoli, e non si capisce perché si debba tornare in quella tristezza lì (all’Atahotel di Milano), senza appeal. Valuteremo il da farsi. Siamo cittadini della repubblica del calcio, ma a questo punto potremmo esercitare una disobbedienza civile, fatti salvi ovviamente i primari interessi dei nostri assistiti. Ci sentiamo presi in giro. Si diceva che l’Atahotel era un postaccio e adesso invece tutti torneremo lì. Valuteremo la nostra posizione ufficiale. E ci tengo a precisare una cosa. Non siamo assolutamente rassegnati, continueremo a far valere le nostre ragioni».
Emanuele Cammaroto, ideatore e coordinatore del progetto “Calciomercato a Taormina”, si trattiene in attesa delle sentenze, ma preannuncia battaglia:
«Restiamo rispettosi e fiduciosi circa l’operato delle Istituzioni calcistiche e le scelte definitive che verranno fatte a breve. Vogliamo aspettare prima di spiegare e commentare meglio tutto quello che sta accadendo. Sia chiaro, però, che per questa estate o per il prossimo inverno che sia, Taormina non mollerà niente. Non vorremmo che forse qualcuno pensi che, a prescindere dai contenuti dei progetti, l’Italia debba ancora iniziare e finire in riva al Po o che il futuro del Calciomercato debba appartenere alle solite logiche del passato, con una sede da individuare a priori per fattori geografici e “piramidali”. Nell’era del mondo globale non è più tempo di roccaforti».

«Insigne-Immobile, coppia di oriundi». Discriminazione territoriale in diretta Rai

Ironia “territoriale” in diretta a Mattina Mondiale, trasmissione di Rai Sport 1 dedicata alla Coppa del Mondo di calcio. Ospite Matteo Salvini, ma stavolta non c’entra nulla l’onnipresente segretario della Lega Nord. Il telespettatore Raul, da Firenze, è riuscito nell’impresa di oscurare il suo razzismo con una battuta di dubbio gusto. Il toscano, collegato via Skype, ha chiesto al politico separatista come vedesse la coppia Insigne-Immobile in maglia azzurra. Risposta normale di un Salvini che non ha capito immediatamente dove il telespettatore volesse andare a parare: «Non mi dispiacciono, anche se al posto di uno dei due avrei convocato Gilardino. Però la fantasia non manca a questa coppia qua». Insoddisfatto, l’interlocutore ha manifestato l’intento della sua incursione: «Anche se sono oriundi, va bene lo stesso…». Risata di Salvini e della conduttrice Giovanna Carollo, anch’essa sorridente ma per l’evidente imbarazzo di dover gestire un’uscita infelice in diretta nazionale.