Quando Sant’Antonio detronizzò San Gennaro

Angelo Forgione – 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona, per circa 15 anni patrono di Napoli, in luogo di San Gennaro.
All’alba del 1799, i giacobini francesi avevano instaurato la Repubblica Partenopea, affidandola alla pochezza politica della borghesia e della nobiltà locale, incapaci di produrre riforme e indulgenti rispetto ai furti di opere d’arte e danaro che i francesi operarono in città. Ferdinando IV fu costretto a riparare a Palermo ma godette del sostegno del popolo, che, ingrossando l’inferocito Esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, risalendo dalla Calabria, dopo soli sei mesi gli restituì il trono. Su pressione inglese e per risentimento della tradita Maria Carolina, furono giustiziati un centinaio di repubblicani giacobini e furono inflitte detenzioni ed esili. Tra questi, Domenico Cirillo, ex medico personale della regina, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, per vent’anni sua amica e bibliotecaria personale, prima di cambiare atteggiamento e definire la Regina “tribade impura”. Certamente, con quel centinaio di esecuzioni, al patibolo venne traumaticamente strozzata l’intellighenzia che aveva costituito linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma le migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani, che gli riversarono colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo, sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma ne furono probabilmente di più; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima, limitata ai primi cinque mesi di governo franco-giacobino, di sessantamila vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica, oltre ad incalcolabili saccheggi dalle Calabrie alle Puglie.
I napoletani arrivarono addirittura a “detronizzare” San Gennaro, accusato di parteggiare per i giacobini, artefici di una guerra sistematica contro la fede cattolica. Il generale francese Jean Étienne Championnet impose all’arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare che la liquefazione del sangue era avvenuta nel giorno dell’arrivo dei francesi. Quando le armate della Santa Fede giunsero a liberare la città, era proprio il 13 giugno, e il posto di patrono di Napoli fu assegnato a Sant’Antonio da Padova, raffigurato da quel momento con la bandiera borbonica. San Gennaro sarebbe tornato al suo “posto” solo dopo la Restaurazione del 1815, circa quindici anni dopo.
Celebre il Canto dei Sanfedisti, in cui Sant’Antonio è protagonista della riscossa.

Alli tridece de giugno sant’Antonio gluriuso.
‘E signure, ‘sti birbante ‘e facettero ‘o mazzo tante
So’ venute li francise, aute tasse n’ci hanno mise.
Liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te.
Sona sona sona Carmagnola
sona li cunsiglia viva ‘o rre cu la Famiglia.

(video) Pastore: «’Dov’è la Vittoria’ sarà materia di studio»

dlv_feltrinelliÈ stato presentato mercoledì 10 giugno a la Feltrinelli di Napoli Chiaia il saggio Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione. Con l’autore sono intervenuti Rosario Pastore, storica firma della Gazzetta dello Sport, e Luigi Necco, altrettanto storico volto della Rai.
Proprio Rosario Pastore, concluso l’appuntamento ricco di belle parole, ha affidato alla sua pagina facebook un convinto invito alla lettura del libro (di seguito riportato).

Da un po’ di tempo, fra me e Angelo Forgione è in atto un simpatico duetto: io lo chiamo Maestro e lui, del tutto indebitamente, chiama maestro me. In realtà, da parte mia è un po’ più che un giochetto: perché quando chiamo maestro Angelo, lo faccio del tutto seriamente. Ho sempre seguito questa linea: chi merita di essere chiamato Maestro è uno che, almeno nel suo campo, ne sa molto più del suo prossimo. E Forgione ha ampiamente dimostrato che ben pochi, o forse nessuno, è in grado di competere con lui negli argomenti che lo appassionano. Un’altra cosa ho imparato nella mia, ahimè, lunga vita. Ed è che è abbastanza facile scrivere la prima opera, molto più difficile scrivere la seconda. Una legge che vale un po’ in tutti i campi. Si può dipingere un bel quadro, si può scattare una attraente fotografia, si può recitare con successo in una “piece” teatrale, si può scrivere un buon libro, alla prima botta. Perché quando ti accingi ad una cosa del tutto nuova, dai fondo a quanto sai, gratti il barile della tua esperienza, ti affidi alla tua incosciente faccia tosta e magari riesci ad avere successo. Quando devi fare il bis, però, cominciano le difficoltà. Perché non è più il tuo istinto ad aiutarti ma quello che hai veramente dentro, il tuo talento naturale. Ebbene, quando ho letto la prima opera di Forgione, Made in Naples, mi tuffai con molto godimento nelle pagine di uno che dimostrava di conoscere a fondo la materia che presentava. E infatti, ci troviamo di fronte non ad un improvvisatore ma ad un vero, approfondito studioso di uno Stato, di una città che purtroppo non esistono più e che sono state offese, calpestate, mortificate nelle loro stessa essenza. Chi vi parla non è un borbonico e quindi non accetta di prendere per oro colato tutto quello che gli viene propinato. E infatti Forgione col suo libro non voleva convincere ma raccontare, illustrare, dimostrare. Made in Naples ha avuto il successo che meritava e continuerà ad averlo. Ma ora eccoci davanti alla seconda opera, questo Dov’è la Vittoria. Non un trattato, non un raccontino, non un “excursus”, ma una vera e propria denuncia, proprio come una vera e propria denuncia era stato Made in Naples. Angelo Forgione, nell’accingersi a scrivere la sua seconda opera, quella della verità, non ha inanellato una serie di fattarielli, ha studiato la materia, si è tuffato in questo mondo prendendolo di petto, ne ha studiato gli aspetti più sconcertanti. Ne è venuto fuori un prodotto che sarà materia di studio e un libro praticamente obbligatorio sia per gli addetti ai lavori sia per quanti si pongono domande alla quali, fino ad oggi, non sono state date risposte esaurienti. Alcune di queste domande le troviamo nella controcopertina del libro. Ma sono solo alcune. A tante altre, a tutte, Forgione dà le sue risposte e lo fa in maniera del tutto esauriente. Non è un caso che quanto sta accadendo nel Napoli in questi giorni rispecchia quanto Angelo anticipa nella sua opera. Dopo anni di illusioni di grandezza, gli obiettivi della squadra sono ridimensionati. Non più sogni europeisti, con un allenatore con fama, a torto o a ragione, internazionale come Rafa Benitez ma un bravo tecnico, per di più napoletano, i cui meriti sono di aver dato un gioco decente ad un Empoli appena arrivato in serie A, guidandolo ad una tranquilla salvezza. E dando alla squadra un gioco piacevole ed a tratti spettacolare. In ogni caso, un allenatore i cui meriti sono da verificare in un ambiente difficile come il nostro. Perché questo ridimensionamento? E perché, mentre il Napoli, agli inizi del XXI secolo, veniva mandato in serie C senza pietà, altre squadre, come la Roma e specialmente la Lazio di un certo Lotito, venivano risparmiate ed i loro debiti venivano spalmati in comodi pagamenti, anche con scadenza venticinquennale e senza interessi? E come mai la Juve, coinvolta pesantemente in Calciopoli, veniva punita solo alla serie B e gli venivano tolti solo due scudetti mentre, stando alle indagini, sarebbero molti di più quelli conquistati più o meno legittimamente? Il calcio meridionale raccoglie solo le briciole di quanto gli lascia, con tanta magnanimità, il calcio del Nord. Squadre che rappresentano realtà importanti, come il Palermo, non hanno mai vinto uno scudetto. Il Napoli ne ha conquistati due, ma solo grazie al fatto di poter contare sul giocatore più forte del mondo, un lusso che, negli anni seguenti, fu pagato amaramente. Di tutto questo e di moltissimo altro parla e discute Forgione in Dov’è la Vittoria, una pubblicazione, che ripeto, deve trovare posto nelle vostre librerie. Dopo averla letta, naturalmente.
R. P.

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Van Aalderen: «L’Italia non può prescindere da Napoli»

Angelo Forgioneforgione_vanaalderen_maggio15Interessante appuntamento con Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia, alla scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del suo libro Il Bello dell’Italia. L’inviato per l’Italia e la Turchia del quotidiano olandese De Telegraaf ha risposto alle domande degli allievi sulla professione giornalistica e ha accennato ai motivi per cui ha voluto parlare di Napoli nell’introduzione del suo saggio.

Nel video, un piccolo estratto della conferenza relativo ai passaggi sulla città partenopea.

Al Suor Orsola Benincasa “Il Bello dell’Italia” e Napoli

Angelo Forgione – Giovedì 28 maggio, alle ore 15.30, nell’aula “Giancarlo Siani” dell’Università Suor Orsola Benincasa, sarà presentato per la prima volta a Napoli il libro Il Bello dell’Italia. Il Belpaese visto dai corrispondenti della stampa estera di Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera. Il libro racconta l’Italia vista dai colleghi corrispondenti stranieri, chiedendo loro cosa amano del Paese che li ospita. Spazio anche a Napoli, che l’autore ha visitato con chi scrive, dedicandovi spazio nell’introduzione. Da buon giornalista, Maarten ha visitato più volte la città partenopea, scoprendone le contraddizioni, l’immensa bellezza nascosta e l’umanità.
L’evento, aperto al pubblico, rientra nel Forum della Scuola di Giornalismo “Suor Orsola Benincasa” dedicato al “Ruolo del corrispondente dall’estero nel giornalismo”.
Discuteranno insieme con l’autore e con i giornalisti praticanti della Scuola, Marco Demarco, direttore della Scuola di Giornalismo Suor Orsola Benincasa, Andrea Manzi, direttore scientifico del Corso di Alta Formazione in Geogiornalismo del Suor Orsola e il giornalista del quotidiano “La Repubblica”, Carlo Franco.

Napoli rappresenta l’Italia al quadrato
(tratto dall’introduzione)

“In Italia si critica spesso una città in particolare: Napoli. Napoli rappresenta per me l’Italia al quadrato. Si parla frequentemente dei suoi aspetti negativi, come la corruzione e la criminalità organizzata. Per questi motivi, c’è perfino chi si rifiuta di andarci. Eppure, Napoli è una città con una fortissima identità, con una storia di cui può andare fiera e che la vede protagonista da secoli, dotata come è di una cultura unica e di una bellezza infinita. La bellezza di Roma, Firenze e Venezia è scontata, quella di Napoli invece è assolutamente sottovalutata. E quanto spesso ho incontrato dei napoletani impegnati per la loro città, come il blogger e scrittore Angelo Forgione, che ne conosce a fondo i problemi, ma continua ad amarla appassionatamente e a difenderne la bellezza contro ogni degrado e illegalità. Io a Napoli mi sono in ogni caso sempre sentito a casa”.

De Masi contro pizzaiuoli e finti creativi napoletani

Nel suo nuovo libro Tag, il sociologo Domenico De Masi attacca la creatività napoletana (un luogo comune) e i pizzaiuoli di Napoli, rei questi ultimi di non aver mai brevettato e industrializzato la pizza mentre ora sono «poveri nani» in mezzo a concorrenti giganti che vendono pizze napoletane in tutto il mondo.
Sul Corriere del Mezzogiorno, il dibattito sul pensiero del sociologo molisano al quale si oppone la mia risposta.demasi

Il gusto “Regno delle Due Sicilie” vince il GelatoFestival

Angelo Forgionegelato_5Domenica 17, alla tappa napoletana del GelatoFestival che si è svolta al quartiere Vomero di Napoli, ho avuto la fortuna di assaporare un prodotto veramente eccezionale: il gusto “Regno delle Due Sicilie”, un sensorial tour dalla Sicilia alla Campania, con pistacchio di Bronte, cioccolato di Modica, nocciola di Giffoni IGP e Arancia bionda di Sorrento.
Ideato e proposto dai simpatici Oreste e Marcella Mantovani, della gelateria Gelatosità di Napoli, il suo nome potrebbe indicare un giudizio di parte. Il fatto è che il festival prevedeva una gara tra tutti i gusti proposti dalle varie gelaterie, e il mio è stato solo uno dei tanti voti della giuria popolare che hanno decretato vincitore per plebiscito il gusto delle Due Sicilie, mentre la giuria tecnica premiava ex aequo il napoletano Marco Infante di Casa Infante con il gusto “Terramia” e Pina Moltierno di Caserta con il gusto “Desir Noir”.
La vittoria di tappa manda ora i fratelli Mantovani alla finalissima europea di ottobre di Firenze, ultimo evento del Tour 2015 che proclamerà il miglior gelatiere d’Europa. Il gusto “Regno delle Due Sicilie” ci sarà. Anche in gelateria, si spera.

Gennaro vola via dalla terra della disperazione

Angelo Forgionegennaro_faracoUn dramma che si è consumato in pieno giorno davanti ai passanti che intorno alle 13,30 stavano attraversando via Roma a Pomigliano d’Arco. Dall’ottavo piano di un palazzo si è lanciato nel vuoto Gennaro Faraco. 25 anni, e lo riscrivo: 25 anni! Il buio davanti, la paura di non riuscire a trovare un lavoro e di non poter aiutare la sua famiglia. Poche righe in una lettera in cui ha raccontato la sofferenza per la sua disoccupazione e per il peso che portava sulle spalle: “Non ho lavoro, non ce la faccio più. Devo farla finita”. Gennaro, oggi, è ricordato da tutti i suoi amici come un ragazzo sempre sorridente, pronto a rinfrancare gli altri. Eppure ha mollato lui, volando via per scelta, spezzando la sua giovane vita sul duro suolo dell’angosciosa e angosciata Campania. Un tonfo e la tragedia. Il giorno prima la scelta estrema l’aveva presa un quarantenne, impiccatosi con la cintura nel bagno di casa.
Un paio d’anni fa, al suolo, ne ho visto uno sulla trentina, di fronte la mia abitazione. Lo vedevo fumare al balcone ogni giorno, e nel cuore della notte si lanciò dalla finestra. Le tracce di quella tragedia le ho sempre sotto gli occhi, ogni volta che mi affaccio.
Sento fortemente il problema di una terra alla quale sono state sottratte tutte le prospettive. Suicidi e uso di antidepressivi, in Campania, sono storicamente in quantità inferiore rispetto a tutte le altre regioni italiane. Ma la tendenza è davvero preoccupante. Mi sento impotente di fronte a questi veri e propri omicidi di stato, o suicidi indotti se preferite, e sto davvero male, anche perché Gennaro, il giovane Gennaro, era un mio fan. Ma soprattutto un ragazzo che amava Napoli e, infinitamente, il suo Napoli.

Paolo Villaggio tra l’onesta Londra e la Napoli ladra

Angelo ForgioneÈ ormai proverbiale la “buona parola” di Paolo Villaggio per Napoli, spesso citata come riferimento dell’incultura e dell’inciviltà italiana, partendo dalla cultura meridionale borbonica, colpevole del dissesto idrogeologico d’Italia e passando per la “monnezza” napoletana, ovvero la gente di Napoli. Stavolta è il turno dell’onestà dei napoletani, infangata gratuitamente a Porta a Porta del 6 maggio. Descrivendo una sua esperienza lavorativa d’età giovanile alla BBC di Londra, l’attore ha raccontato lo smarrimento della prima paga e l’inaspettata restituzione dei soldi:

«Ho preso queste cinque sterline, un patrimonio per quei tempi, e le ho messe in tasca. Ma le ho perse. Dopo quattro giorni mi arrivano per posta a casa. Un londinese che aveva trovato i soldi me li aveva spediti, come si fa a Napoli. Da quel momento ho capito di essere caduto in una cultura completamente diversa dalla nostra».

“Come si fa a Napoli”… gratuito sarcasmo misto a pregiudizio. Evidentemente Villaggio non sa che proprio qualche giorno fa un bergamasco di Albino ha ricevuto nella sua cassetta della posta l’intero contenuto di un portafogli, per poi pubblicare un post su facebook, poi divenuto virale: “Checché se ne dica su Napoli… Settimana scorsa ho perso il portafoglio con soldi e carte. Oggi mi è arrivato tutto il contenuto per posta a Bergamo… Sono commosso”. Appunto, checché ne dica Villaggio su Napoli…

Il “Cornetto”, geniale idea napoletana

Angelo Forgione – È il 13 dicembre 1903 quando Italo Marchioni, un marchigiano residente a New York, riceve il brevetto statunitense per l’invenzione del “cono” per il gelato che già vende dal 1896. L’ha servito per anni in bicchieri di vetro, ma i clienti americani non glieli restituiscono. Occorre qualcosa da usare e gettare, e lui crea qualcosa da usare e mangiare. E però il gelato, sciogliendosi, spugna la cialda. Pazienza, per circa sessant’anni.
E così si arriva al 1959, in pieno miracolo industriale italiano, anno in cui presso gli stabilimenti della SPICA (Società Partenopea Imbottigliamento e Confezione Alimenti), società di Algida, un operaio di nome Mario Faccenda, già inventore del Cremino e della Bomboniera, ha la geniale idea di “impermeabilizzare” la superficie interna del cono-cialda rivestendola con uno strato spruzzato di olio, zucchero e cioccolato. Così, casualmente, nasce la “punta di cioccolato”. È la salvezza della croccantezza del cono di Marchioni, che la SPICA brevetta e battezza col nome di Cornetto, perché è noto quanto il simbolo apotropaico sia parte della tradizione partenopea.
Con il tempo, il Cornetto diviene il prodotto di punta di Algida e dilaga nel mondo sotto gli altri marchi del gruppo Unilever, dal 1964 proprietaria del marchio italiano. Ed è sempre dal territorio napoletano di Caivano, dalla fabbrica di gelati più grande d’Europa e la seconda in assoluto, che ancora oggi parte la produzione italiana del “cuore di panna”, portandosi dietro il primato di gelato industriale più venduto nel globo e le sue origini partenopee. Del resto, i napoletani avevano inventato pure il gelato artigianale. Si chiamava “sorbetta al latte“. Ma questa è un’altra storia, anzi no.

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