«Dracula è sepolto a Napoli. Sappiamo dov’è la sua tomba»

«Il conte Dracula è morto a Napoli, è stato sepolto nel cuore della città ed è ancora qui». Di questo è convinto un gruppo di ricercatori che da due anni lavora sulla presunta sepoltura napoletana di Vlad III di Valacchia. Da qualche giorno gli esperti, serissimi studiosi dell’università di Tallin in Estonia, accompagnati da un’equipe italiana, sono a Napoli, sulle tracce del conte vampiro, convinti di avere in mano i documenti che proverebbero la loro teoria ma di necessitare solo del luogo della sepoltura. E così sono andati dritti al chiostro di Santa Maria la Nova, lavorando davanti a una lapide marmorea con simbologie che riportano al Cinquecento. Sono certi che Dracula sia lì. Sarà vero?

Cenno storico sulle opere pubbliche nel Regno di Napoli

Angelo Forgione – È stato pubblicato in tiratura limitata un “Cenno storico delle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli sotto l’augusta dinastia dei Borbone” (Stamperia del Valentino, Napoli), una riedizione di uno scritto del 1857 che sconfessa l’immobilismo borbonico e getta nuova luce su aspetti propagandistici che ancora oggi creano ostacoli alla ricerca della verità storica. La pubblicazione contiene una mia postfazione in cui analizzo la discussa politica di Ferdinando II, cercando di fornire un valido aiuto per comprendere quel tempo e questo che viviamo.

Postfazione di Angelo Forgione
 
     Da grande appassionato di cultura di Napoli ho indagato molto per comprendere quanto anche la sua storia fosse articolata e affascinante. La Città è stata protagonista tra il Seicento e il Novecento di un’incredibile produzione culturale sviluppata in un territorio senza peso politico nello scenario europeo e penalizzato da una piattaforma sociale molto complessa. L’Unità l’ha vista protagonista, nel momento in cui era di fatto l’unica metropoli europea d’Italia, meritevole del ruolo di capitale che invece Torino prese per sé. La dinastia borbonica è stata ovviamente rivestita di una considerazione non lusinghiera, che è però, a distanza di un secolo e mezzo, in fase di una più attenta rivisitazione, quanto mai necessaria. Cosa accadde veramente in quel preciso periodo storico? Erano quei sovrani dei tiranni reazionari e assolutisti da condannare tout court o semplici pedine sullo scacchiere geopolitico europeo dell’epoca non in grado di opporsi a un progetto politico-economico su scala internazionale? L’errore da non commettere è quello di descrivere il Mezzogiorno peninsulare d’Italia alla vigilia dell’Unità come una sorta di terzo mondo immerso in quel retrogrado immobilismo che sarebbe stato imposto da Ferdinando II. La visione degli sconvolgimenti ottocenteschi merita di uscire dalla narrazione celebrativa del potere affermatosi in seguito, per contemplare un quadro più complesso a tinte diverse e variopinte, una tela sorprendentemente attuale di cui Napoli è parte non trascurabile.
     Il continuo collasso dell’economia italiana dei nostri giorni, già penalizzata da un più ampio processo occidentale, fornisce una chiave di lettura dell’operato del quarto sovrano borbonico di Napoli, la cui politica protezionistica, accusata dalla storiografia liberale, fu ispirata dal giurista Luigi de’ Medici, presidente del consiglio dei ministri dal 1816 fino alla morte del 1830. L’esperienza governativa del capo di governo mirò al risanamento delle finanze e al rafforzamento della flotta mercantile, e questi due obiettivi programmatici consentono di capire meglio l’azione del Re.
     La prima metà dell’Ottocento è il periodo storico in cui l’economia europea si plasmò secondo i precisi dettami in cui siamo oggi immersi. Il secolo precedente aveva fornito due paradigmi assoluti: quello fondativo di Antonio Genovesi a Napoli, ovvero l’Economia Civile, e quello immediatamente successivo dell’Economia Politica dello scozzese Adam Smith, considerato erroneamente il primo economista classico e padre dell’Economia moderna. In realtà, i primi fondamenti furono posti nel Regno di Napoli da un intellettuale la cui opera è stata in buona parte eclissata per motivi evincibili da una più attenta riflessione sui tragici problemi che affliggono la Comunità Europea di oggi e, soprattutto, un Mezzogiorno che non riesce a riavviare il suo motore economico. Genovesi osservò la società napoletana del Settecento, individuando i freni alle sue ottime potenzialità e considerando l’economia un affare civile, quindi del popolo, che desse opportunità a tutti, in modo da bandire l’assistenzialismo degenerativo. Creò i presupposti per l’implosione del sistema feudale, per l’avvio dell’iniziativa privata e il libero commercio, e per le trasformazioni sociali di fine Settecento e dell’Ottocento. Smith fece altrettanto, ma, dovendosi preoccupare di una base sociale britannica meno problematica di quella napoletana, considerò l’economia un affare politico, ovvero statale ed elitario, proponendo un liberismo più integrale. La cattedra economista di Genovesi sfornò i più noti riformatori del Mezzogiorno, che avrebbero costituito l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia. Non a caso, nel 1778, ispirata dal Supremo Consiglio delle Finanze, composto dagli economisti napoletani e preposto a dare impulso alle riforme economiche e sociali nel Regno, fu istituita da Ferdinando IV la Borsa Cambi e Merci, la prima Borsa Valori d’Italia, una delle più importanti d’Europa grazie alla presenza del porto, alle stabili relazioni internazionali e, soprattutto, agli investimenti degli enormi capitali della ricca famiglia ebreo-tedesca Rothschild. La famiglia dei grandi banchieri di Francoforte, in quel periodo, s’insediava nelle città più importanti d’Europa, là dove poteva avviare grandi affari, potendo contare sulla possibilità di trasferire i prestiti inglesi ai più importanti Stati europei che necessitavano di finanziamenti. Oltre alla casa madre di Francoforte, crearono fortune commerciali a Londra, Parigi, Vienna e Napoli, dove si trasferì Carl, uno dei fratelli Rothschild. Fu ben accolto da Ferdinando IV, ormai I delle Due Sicilie, traumatizzato dalle due destituzioni di inizio Ottocento e dai moti costituzionalisti del 1820-21, sedati con l’ausilio delle truppe austriache inviate nel Mezzogiorno d’Italia nell’età della Restaurazione post-napoleonica, che assicurarono la stabilità del trono borbonico. Per pagare circa trentacinquemila soldati di Vienna, rinforzati da tre reggimenti di fanteria svizzera, il Re necessitò di ingenti prestiti, e la famiglia Rothschild li garantì. Nel 1830, anno dell’incoronazione del ventenne nipote Ferdinando II, il de’ Medici era da poco deceduto e l’esercito straniero aveva lasciato il Regno delle Due Sicilie, dopo aver stanziato per un decennio, comportando notevole aggravio per le casse dello Stato e un forte disavanzo pubblico definito “debito galleggiante” per via della sua prolungata persistenza. Come dovremmo chiamare il disavanzo italiano dopo un secolare e costante allargamento?
     Il nuovo Re ereditò un grosso deficit che si mise in testa di risanare seguendo la politica dettata dal defunto de’ Medici, e lo fece brillantemente, attuando delle misure oculate e pareggiando il bilancio nel 1845. Gran contributo al risultato lo diedero le trattenute sulle pensioni e sugli stipendi amministrativi e dei ministri, nonché i tagli dei costi delle amministrazioni dei ministeri. A quel punto diminuì le tasse esistenti invece di istituirne di nuove, protesse le fasce più deboli e non arrecò danni all’industria nascente, evitando di soffocare l’attività d’impresa. Con molta cautela, avviò un lento e controllato sviluppo infrastrutturale, mirato a contenere la spesa pubblica e a generare la disponibilità monetaria dello Stato meridionale, che risultò, al momento dell’Unità, in quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati italiani messi insieme. Si concretizzò in poco più di un ventennio il passaggio dall’orlo del fallimento alla solida economia del Paese col debito pubblico più esiguo d’Europa, strumentalizzata da una propaganda di quel tempo e da una certa agiografia postuma per motivare un immobilismo di propaganda che, in realtà, non esisteva. Annullato il deficit, in occasione dei moti rivoluzionari del 1848 qualcosa di significativo accadde: gli investitori internazionali, su forte pressione inglese, misero in atto un “cartello” finanziario contro la Borsa di Napoli e i titoli del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Perché?
     Ferdinando II, incosciente della sfida lanciata agli odiati inglesi, che chiamava “baccalaiuoli”, non volle aderire alla smodata competizione liberista dei Paesi europei ma portò avanti un controllato programma infrastrutturale che, se da un lato penalizzò la velocità di modernizzazione delle Due Sicilie rispetto al resto d’Europa, dall’altro garantì una spesa verificata necessaria a tener lontano l’insorgere di una nuova crisi del debito. Le potenze d’Europa, al contrario, spendevano molto più di quanto avevano in cassa, aderendo al sistema economico capitalista in affermazione a quel tempo, indebitandosi presso le banche private e alimentando gli affari dei grandi banchieri e delle potenze ricche da cui piovevano i finanziamenti. Questo fece il Regno di Sardegna, impegnato in dispendiose guerre e nella sfrenata realizzazione di opere pubbliche come la rete ferroviaria, non potendo contare su quelle rotte del mare che nel territorio borbonico erano ben sviluppate e consentivano lo spostamento delle merci e una più lenta realizzazione delle strade. Gli altri Paesi iniziarono a creare le voragini nei conti pubblici, avviando l’Europa alle problematiche sociali dei nostri giorni, tra imbrigliate politiche monetarie e indeboliti poteri tradizionali.
     Ferdinando II, convinto che il suo Regno chiuso dal mare e dallo Stato pontificio potesse essere tenuto lontano dai conflitti europei, fu certamente miope nella sua spavalda visione dello scenario politico internazionale, pensando di poter agire indisturbato e di poter governare a modo suo, senza suscitare antipatie, in un contesto in cui il capitalismo britannico iniziava ad allineare la politica economica della nuova Europa e il ceto medio auspicava maggiore slancio. I tagli alla spesa offrirono un avanzo che fu destinato ad accrescere i fondi per le necessarie opere pubbliche, e ne furono realizzate tante soprattutto nel territorio peninsulare del Regno. Certo, se ne sarebbero potute realizzare di più, perché la disponibilità economica lo consentiva, ma il Re preferì assicurare stabilità al Regno ed evitare il rischio di ricondurlo nelle condizioni in cui l’aveva ereditato.
     Il quadro proposto in questo volume indica proprio che il Regno delle Due Sicilie preunitario era ben distante dall’immobilismo – semmai più aderente allo Stato vaticano – e che i ventinove anni di trono di Ferdinando II furono periodo di conquiste civili importanti, non solo per Napoli ma anche per il resto del Regno. L’uomo che le guidò, per certi aspetti, andrebbe preso a modello da politici e cosiddetti tecnici dell’Italia di oggi, canalizzati nella globalizzazione dei mercati da soggetti opachi che frenano le funzioni pubbliche, incapaci di affrontare l’ingente passivo delle finanze se non accrescendo massicciamente il carico fiscale e colpendo le fasce più deboli, generando riduzione del Prodotto Interno Lordo e dilatando sensibilmente i tempi di realizzazione delle necessarie opere pubbliche. A Napoli, a metà dell’Ottocento, si andava nella direzione opposta, verso una vera spending review fatta di tagli mirati e abolizione di privilegi per i funzionari pubblici. Un vero risanamento delle casse dello Stato di cui necessita oggi l’Italia boccheggiante, che nulla fa per recuperare gli insegnamenti dell’Economia Civile napoletana, quella che crea posti di lavoro, rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, migliora i beni e sviluppa i servizi.
     L’esperienza descritta dimostra che per modernizzare un Paese non bisogna spendere ma spendere bene. Queste pagine possono aiutare ad acquisire quest’ottica e rivedere positivamente il non troppo lontano passato di Napoli.

L’immagine di copertina scelta dall’editore è una gouache del Tondo di Capodimonte dell’Ottocento, epoca in cui fu realizzato. Il raffronto con una foto contemporanea evidenzia l’edificazione selvaggia e lo sviluppo della sottocultura del brutto, che hanno cancellato la vista panoramica dalla scalinata. I Borbone, come evidenziano le vicende del corso Vittorio Emanuele a Napoli, antico corso Maria Teresa (approfondimenti su “Made in Naples” – Magenes, 2013), erano molto attenti a preservare la risorsa panoramica della città, riconosciuta in tutt’Europa.

capodimonte

I tifosi del Fluminense cantano “funiculì funiculà”

Fluminense vs Italia, test premondiale per gli azzurri in vista dei Mondiali. La torcida del Flu, a metà del primo tempo, intona “Funiculì funiculà”, uno dei cori tipici di casa. Tutto a pennello in una serata in cui i cinque goal portano la firma dei napoletani Immobile e Insigne. La Stampa di Torino scrive che il canto sa di presa in giro. Non lo è. È semplicemente Napoli mondiale, biglietti a parte.

Jean-Noël Schifano illustra la disunità d’Italia nella città di Garibaldi

al C.U.M. di Nizza conferenza su “la désunité italienne”

Angelo Forgione per napoli.com  – Sempre affascinato da Napoli, Jean-Noël Schifano, direttore letterario per l’editrice Gallimard e critico di Le Monde, ovunque si trovi, descrive la Capitale con stile e ricrea il fascino di una civiltà che mantiene la sua autonomia culturale.
Schifano è stato protagonista mercoledì 4 giugno di una conferenza al Centre Universitaire Méditerranéen di Nizza dal titolo “la désunité italienne”. Sì, la disunità italiana, raccontata proprio nella città natale di Garibaldi. Un’ora e mezza di racconti storici, più un quarto d’ora di risposte alle domande dei più di 300 presenti, per descrivere la realtà meno nota del Regno delle Due Sicilie nel 1860, le sue eccellenze, e l’interruzione del progresso ad opera di Garibaldi il nizzardo, Bixio, Cialdini, Vittorio Emanuele II e Cavour, «i criminali», attraverso «le menzogne e i plebisciti falsati agli occhi di tutti e sempre benedetti dalla Repubblica italiana».
Il percorso storico è culminato nel disastro del presente, nel degrado sociale del Mezzogiorno di oggi che muore sempre più e non può trovare speranze nelle contraddizioni verbali del premier italiano Matteo Renzi, «un nanomachiavelli», prima lusinghiero in campagna elettorale europea nei confronti dell’antico Stato meridionale, a tal punto da eleggerlo a modello di rinascita economica, e poi offensivo subito dopo le elezioni.
Vibrante anche la denuncia del museo lombrosiano di Torino, definito da Schifano «un obbrobrio dell’umanità». Quando dal pubblico l’esposizione è stata definita “una sfumatura della storia”, Schifano ha risposto con decisione: «Fatti e date, caro Signore, fatti e date che il mondo intero può controllare… E, scusi, se lei scoprisse un bel giorno in un museo, su uno scaffale nuovo fiammante, in un boccale conservato da 150 anni, la testa del suo bisnonno, farebbe delle sfumature?» Applausi scroscianti in sala.
Significativa una citazione di Rocco Scotellaro: «Bisogna strappare le maschere con i denti…». Vera emozione del pubblico, unita alla commozione per le reclusioni nel forte di Fenestrelle e per la descrizione, con dovizia di particolari, di alcuni massacri commessi delle truppe piemontesi.
Schifano ha pure messo in evidenza le campagne denigratorie di cui Napoli è vittima da più di un secolo e mezzo, descrivendo per esempio le varie copertine de l’Espresso, tra cui l’ultima titolata “Bevi Napoli e poi muori”: «Innumerevoli umiliazioni per coprire la sola Città capitale d’Italia di onta identitaria e rinforzare a spazi regolari, da 154  anni, una xenofobia storica degna dei peggiori colonizzatori».
«Non immaginate – ha detto l’intellettuale francese – con quanta rabbia Napoli e il Sud stiano riprendendosi sempre di più l’identità rubata, nonostante tutte le razzie economicamente mortali che da 154 anni si sono fatte, da Marsala alla Campania Felix. E questo grazie anche al coraggio di scrittori come Pino Aprile e Angelo Forgione (ringraziamenti, NdR), determinati a pubblicare libri-verità accecanti».
Chiusura con una sentenza: «A giudicare dalla partecipazione, Garibaldi, a Nizza, sembra “seppellito” da molto tempo».

Bagno di folla per il lavoro di Nadia Verdile su Carditello

Giovedì 5 giugno, al teatro Don Bosco di Caserta, è stato presentato il libro La Reggia di Carditello, tre secoli di storia e feste, furti ed aste, angeli e redenzioni di Nadia Verdile, edito da Ventrella Edizioni. Sala colma di circa cinquecento persone, entusiaste per le parole dell’autrice, esperta di storia del territorio e delle sue figure femminili. Sul palco anche Massimo Bray, ex ministro dei Beni Culturali, sensibile alla significato della Real Tenuta di Carditello, riacquistata dallo Stato sotto il suo dicastero. E poi Aldo Balestra, responsabile della redazione locale de Il Mattino, e Stefania Battistini, inviata della trasmissione Rai Alle Falde del Kilimangiaro. Ha moderato il dibattito Aldo Antonio Cobianchi.
Una rappresentazione teatrale in costume del Settecento ha deliziato il pubblico, con Ferdinando IV e un servo, interpretati da Attilio Nettuno e Vincenzo di Tommaso, a dialogare sulla magnificenza perduta di Carditello. Contributo artistico alla presentazione l’ha dato anche Dafne Rapuano con una “lettura” di una guache inedita dell’Ottocento. Sentito e vibrante il ricordo di Tommaso Cestrone, “angelo di Carditello”, il custode della reggia diroccata morto nella notte della vigilia dello scorso Natale, salutato con uno scrosciante applauso della platea. Anche Carlo e Camilla di Borbone hanno “raggiunto” Nadia Verdile con una lettera di ringraziamento per il lavoro svolto nella scrittura del libro. Lavoro che rappresenta un’ulteriore pietra per la colmata del vuoto conoscitivo della storia del Sud e un nuovo spunto di riflessione sullo sfascio di oggi. Nadia Verdile opera seriamente in questa direzione, e la sua voce è una garanzia indiscutibilmente attendibile.

Quando Massimo Troisi scalzò Giuseppe Garibaldi

Angelo Forgione per napoli.com Impossibile non pensare a Massimo Troisi a venti anni esatti dalla sua scomparsa. Ogni parola potrebbe sovrapporsi a mille altre, ed è meglio che ognuno trovi le sue. Io preferisco ricordare il Pulcinella senza maschera nel 1977, quando, con fine sarcasmo, denunciò la questione meridionale: «Ho capito perché a noi meridionali ci hanno chiamato Mezzogiorno d’Italia. Per essere sicuri che a qualunque ora scendevano al Sud si trovavano sempre in orario per mangiarci sopra. Ma il napoletano è allegro, simpatico, ha la musica nelle vene. E per forza… Voi il sangue ce l’avete succhiato tutto quanto!» (guarda il video).
Preferisco ricordare Massimo nel 1981, quando, intervistato da Isabella Rossellini, analizzò l’abbandono istituzionale del popolo napoletano: «Se i napoletani sapessero dov’è il potere lo andrebbero ad assediare. E invece il potere si nasconde in modo subdolo. Ma quando si saprà chi è sarà dura per lui» (guarda il video).
Preferisco ricordare Massimo la sera del 17 maggio 1987, quando andò in onda su Rai Uno, in diretta da Napoli, uno show celebrativo del primo scudetto azzurro. Una “falsa” intervista di Gianni Minà culminata con uno sferzante sfogo mascherato con brillantissima ironia. Il giornalista piemontese gli ricordò: «Al Nord sono comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord-Africa”. L’Unità d’Italia non è mai avvenuta!». Il compianto attore, in epoca di apartheid, rispose: “È invidia che chi vince si deve portare dietro. Io intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord-Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud-Africa» (guarda il video).
Mi piace infine ricordare il coraggioso atto di Aldo Vella, ex sindaco identitario di San Giorgio a Cremano, che negli anni Novanta cancellò di forza l’allora piazza Garibaldi e la intitolò a Troisi. L’iniziativa attirò critiche e veti, a cominciare dalla Società di Storia Patria di Giuseppe Galasso, ma la prova di forza fu vinta e la cerimonia avvenne l’11 gennaio 1997, alla presenza di cittadini, familiari di Massimo e dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Garibaldi fu spodestato per la prima volta da una piazza italiana, restituita all’identità del territorio, e fu un po’ come cambiare la storia.

Forgione – Borrelli, vivace contraddittorio sulla “margherita”

fiordimargherita_8Angelo Forgione – La pizzeria Sorbillo ha festeggiato 125 anni della pizza “margherita”, una ricorrenza lanciata da Coldiretti, la quale ha voluto richiamare l’attenzione sulla sofisticazione dell’alimento più famoso al mondo, la pizza, simbolo del made in Italy a tavola, servita in due terzi delle pizzerie italiane con prodotti stranieri.
A la Radiazza, la popolare trasmissione radiofonica di Gianni Simioli sulle frequenze di Radio Marte, ho contestato a Francesco Borrelli, collega giornalista, la compartecipazione al falso storico sull’età della “margherita”, su fonti storiche documentali e normative continuamente ignorate. La lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito al Real Palazzo di Capodimonte perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze, sancisce l’italianizzazione della pizza “margherita”, che si faceva già da tempo a Napoli, e fu offerta alla sovrana sabauda per i suoi colori. L’operazione “margherita” di Raffaele Esposito servì a sdoganare l’alimento pizza in Italia prima e nel mondo poi, ma il parto della pizza con mozzarella, pomodoro e basilico è lontano già due secoli.

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Referendum per la Repubblica del ‘46, sangue su Napoli

11 Giugno ’46: fine della monarchia, a Napoli è l’inferno

Angelo Forgione – 2 e 3 giugno 1946, il referendum sancisce un passaggio storico per la Nazione italiana dopo la guerra: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. I Savoia, dopo 86 anni di regno e di danni, perdono per sempre il trono.
Alla vigilia, il Nord del Paese spinge per la Repubblica ma gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. Dietro le tendenze monarchiche si nasconde il timore che le forze di sinistra possano mutare l’Italia a proprio piacimento, forti del forte legame tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica. In realtà gli aiuti poi stanziati dal Piano Marshall, tra il 1948 e il 1951, ricostruiranno le fabbriche del Nord a patto di licenziare gli operai comunisti.
Il 4 giugno è il giorno degli spogli e a metà delle operazioni la monarchia sembra in vantaggio; la previsione parla di vittoria del re Umberto II nonostante i misfatti del padre Vittorio Emanuele III nella guerra appena conclusa. È a questo punto che Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, decide di intervenire direttamente assegnando ai funzionari addetti alle circoscrizioni «autonoma gestione dei voti al di fuori di ogni controllo». Tradotto in soldoni, bisogna far vincere la Repubblica a tutti i costi. All’alba del 5 giugno, senza risultati ufficiali, lo stesso Togliatti comunica l’esito pro-repubblicano ad Umberto II. Dopo un durissimo scontro tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia, nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolgono in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
Nonostante i ricorsi presentati alla Cassazione sui cui giudici Togliatti fa pressioni, lunedì 10 giugno vengono comunicati i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la monarchia. In un clima di forti tensioni, tra denunce di schede mai verificate e nascoste nelle cantine del Viminale (altre verranno poi ritrovate non scrutinate nei luoghi più disparati e distrutte), Umberto II parte il 15 giugno per l’esilio in Portogallo parlando di colpo di Stato nel suo comunicato: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di fedeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Lo spargimento di sangue, in verità, c’è già stato, e il Re non vuole che continui. Accade
 l’11 giugno del 1946, a Napoli, la città più monarchica d’Italia, psicologicamente e politicamente sottomessa, aggrappata al potere della sciagurata monarchia sabauda presente nel centrale Palazzo Reale e nella posillipina Villa Rosebery. Nella città piegata ottantasei anni prima il voto è ampiamente a favore di Umberto II: 903.651 voti contro 241.973. L’esito del referendum e l’ombra dei brogli spingono i monarchici napoletani a scendere in piazza tra le autoblinde quando, attraversando via Medina, una frangia si dirige verso la sede del PCI dove sono state da poco esposte la bandiera rossa e il tricolore privo dello stemma sabaudo. Spunta una scala che viene piazzata per raggiungere la bandiera italiana ma un marinaio che vi sale è fatto precipitare, perdendo la vita il giorno dopo in ospedale. La polizia fa muro per proteggere il portone del palazzo che ospita il PCI e, sotto ordine giunto da Roma, inizia a sparare sulla folla inferocita. È una carneficina: in 7 arrivarono morti all’ospedale Pellegrini, 1 agli Incurabili e 10 tra i circa 150 feriti muoiono in agonia. Tutti giovani, alcuni sono anche bambini, tra i 12 e i 14 anni. Su queste morti cala il silenzio e nessun processo rende giustizia a quelli che vengono definiti teppisti. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente elegge un monarchico napoletano a Capo dello Stato, Enrico De Nicola.
Un’altra vicenda che i libri di scuola non riportano, utile a testimoniare come la storia d’Italia sia costellata di cambi di potere imposti con la forza. Prima l’invasione al Sud della monarchia Sabauda, poi il fascismo, e ancora il comunismo repubblicano… Tutte forme di governo ricche di misfatti per affermare il potere e far vegetare il popolo sulla menzogna.
Napoli, in ogni epoca, ha versato il suo tributo di sangue. La strage di Via Medina somiglia a quella di Pietrarsa del 1863, quando Bersaglieri, Carabinieri e Guarda Nazionale di parte piemontese spararono sugli operai napoletani che difendevano il lavoro. Ottanta anni dopo circa, quello stesso popolo si fece sparare addosso per difendere chi gli aveva sparato contro. Il referendum del 1946, nelle sue modalità poco trasparenti, ricorda molto i più spudoratamente falsi plebisciti sabaudi del 1860. I “teppisti” di Via Medina non sono differenti dai “briganti” antisabaudi, i primi sotto il fuoco della monarchia, i secondi sotto quelli della Repubblica.
Dinamiche perverse che testimoniano la perdita di memoria dei popoli, frutto di una pianificata costruzione della coscienza storica italiana basata sulla sottrazione della verità. La confusione contemporanea è l’unico esito possibile, alimentata da Giorgio Napolitano, figlio politico di Togliatti, che in quei giorni era segretario federale del PCI a Napoli e Caserta e oggi è Presidente della Repubblica capace di festeggiare il 17 marzo monarchico-sabaudo e il 2 giugno repubblicano. “Tutto cambia affinché nulla cambi“, insegna Il Gattopardo.

La Coldiretti e il compleanno sbagliato della pizza “margherita”

l’associazione festeggia i 125 anni di una pizza che ne ha almeno 204

Angelo Forgione per napoli.com – A rammentare il 125esimo anniversario della pizza “margherita” è la Coldiretti, e sbaglia. Lo fa riferendosi alla lettera del capo dei servizi di tavola della Real Casa Camillo Galli, che nel giugno del 1889 convocò il cuoco Raffaele Esposito della pizzeria “Pietro… e basta così” al Palazzo di Capodimonte, residenza estiva della famiglia reale, perché preparasse per Sua Maestà la Regina Margherita le sue famose pizze. Ma, come attestato da ormai noti testi ottocenteschi, Raffaele Esposito, in quell’occasione non inventò la pizza con pomodoro, basilico e mozzarella ma la fece semplicemente conoscere alla regina piemontese. Già nel 1866, infatti, il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito avrebbe proposto quarant’anni dopo alla regina sabauda.
La nascita della “margherita” è databile all’inizio dell’Ottocento, ben in anticipo rispetto all’omaggio ai Savoia di Raffaele Esposito. Del resto la produzione della mozzarella fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, un innovativo laboratorio avviato nel 1780, mentre il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli dal Vicereame del Perù, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà. È dunque assai arduo credere che i napoletani abbiano potuto metterci più di cento anni per versare pomodoro e mozzarella, insieme, su una pizza.
Il fatto è che si ignora il Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite, che al punto 3.8 dell’Allegato II, riporta testualmente:

“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.”

Offerta alla regina d’Italia, dunque, non inventata per la regina d’Italia. La pizza “margherita” di anni ne ha almeno 204.

La cultura invade l’anima: la difesa meridionale

Il “Salotto culturale” dello scultore Domenico Sepe è pronto per l’appuntamento di Venerdì 30 maggio alle ore 21,00 presso la bottega d’arte dell’artista ad Afragola. Ospite d’onore Angelo Forgione, che presenterà la sua creatura Made in Naples.
“La cultura invade l’anima – tema: la difesa meridionale”.
Via Saggese V trav. n 1 Afragola (NA) – Ingresso libero

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