La cancellazione della storia a Castellammare

La cancellazione della storia a Castellammare

Il sindaco di Castellammare Luigi Bobbio avrebbe deciso di sopprimere la tratta ferroviaria Castellammare-Torre Annunziata, linea superstite dell’antico primato borbonico (prima ferrovia italiana del 1839 estesa nell’area nel 1843). Un’intenzione con la quale il sindaco scavalcherebbe le scelte delle Ferrovie dello Stato rendendosi colpevole di una grave cancellazione della memoria storica che lega il territorio stabiese, la Campania e il Sud ai primati che potevano vantare fino all’atto dell’unificazione italiana. La linea in questione, ossia la storia, sarebbe sostituita da una “pista ciclabile” che contribuirebbe a cancellare l’identità e l’orgoglio nel solco dell’operato delle classi dirigenti incapaci di dimostrarsi adeguate al ruolo che ricoprono.

Per inviare osservazioni e proteste al sindaco di Castellammare: sindaco@comune.castellammare-di-stabia.napoli.it 
 

Rassicurazioni “anonime” sulle perforazioni ai Campi Flegrei

Rassicurazioni “anonime” su perforazioni Campi Flegrei

il comunicato ufficiale dell’INGV lascia molti punti interrogativi

È giunto il comunicato ufficiale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in merito all’avvio del “Campi Flegrei Deep Drilling Project” e sul relativo rischio vulcanico. Comunicato ripreso dal sito del Sindaco De Magistris che fa specifico riferimento alle dichiarazioni del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo da noi intervistato.
Il comunicato fornisce rassicurazioni su questa fase del progetto, un carotaggio per estrazione di campioni di roccia fino a un massimo di 500 metri di profondità che non necessiterebbe di un Piano di Emergenza e che presenterebbe un rischio prossimo a zero. Rassicurazioni che non mirano però alle successive fasi del progetto, quelle da noi messe sotto la lente d’ingrandimento, che potrebbero far scendere le perforazioni fino a 4 km per “pura ricerca scientifica”, come recita il comunicato smentendo il comunicato del 2008 che parlava invece anche di sfruttamento geotermico. Una fase per la quale abbiamo fornito informazione circa il rischio. E pertanto il comunicato dell’INGV non può fugare i dubbi e non fornisce risposte ai reali problemi sollevati ma si limita ad una sola fase propedeutica dell’intero progetto.
Inoltre il comunicato presenta dei vizi di forma da evidenziare. Il primo è la mancanza del nome del dichiarante per l’INGV (il presidente, il direttore, i titolari del progetto di trivellazione, l’ex attrice Sonia Topazio in qualità di Capo-ufficio stampa dell’Istituto?). Pertanto le dichiarazioni anonime che chiamano in causa il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo facendone nome e cognome si potrebbero configurare come azione diffamatoria difficilmente perseguibile.
Il secondo vizio è la generica e ambigua definizione di “ricercatori locali”, che evidentemente si riferisce a coloro che, in seno all’INGV, hanno espresso le proprie posizioni critiche negli scorsi mesi. Anche in questo caso, si tratta di affermazioni non corrette e  in qualche modo diffamatorie e difficilmente perseguibili. Noi non siamo i difensori degli scienziati chiamati genericamente in causa perchè hanno segnalato l’assenza di piani di emergenza per l’area vulcanica a più alto rischio al mondo, ma ne abbiamo ascoltato uno e difendiamo la nostra scelta perchè è di pubblico dominio il loro altissimo prestigio internazionale.
Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo è un Primo ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano-INGV, Dottore di ricerca in Geofisica e Vulcanologia impegnato nella ricerca vulcanologica ai campi Flegrei ed al Vesuvio da circa un trentennio. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali di altissimo impatto come “Nature”, “Proceedings of the National Academy of science”, “Journal Of Geophysical Research”, “Earth and Planetary Science Letters”, “Earth Science Review”, “Jouran of Volcanology And Geothermal Research”, “PloS One”, Bulletin of Volcanoly”, “Journal of the Geological Society of America”, “Journal of Petrology” ed  altre riviste scientifiche specialistiche. Ed è per questo che abbiamo ritenuto il suo un parere quantomeno attendibile.
I risultati delle sue ricerche, di massimo impatto internazionale sono state scelte non solo per articoli giornalistici ma anche per documentari scientifici e programmi televisisivi a diffusione mondiale mondiale su “National Geographic Magazine”, “National Geografic Channel”, “BBC World News”, “Television and Documentary”, “Discovery”, “ZDF”, “AED” e tantissime altre testate, anche accessibili sul web.
Ci risulta che dalle ricerche del Prof. Mastrolorenzo siano derivati progressi fondamentali nelle conoscenze vulcanologiche e tra le prime mappe di pericolosità per i Campi Flegrei ed il Vesuvio e l’evidenza dell’urgenza di modifica del “Piano di Emergenza” al Vesuvio con l’estensione alla città di Napoli, recepita dal Dipartimento di Protezione Civile ed in fase di attuazione.
Questo per amore della verità e per rispetto di uno scienziato napoletano che, nella migliore tradizione dell’Osservatorio Vesuviano, fa onore alla città nel campo della ricerca scientifica internazionale così come tutti quelli che hanno espresso maggiore discernimento sul progetto. E non ci stiamo a vederli declassati a semplici “ricercatori locali” solo perchè di approccio più cauto rispetto alla vicenda. Ancora meno accettiamo l’idea di poter essere considerati fautori di informazione allarmistica allorché il nostro obiettivo è chiaramente puntato sulle successive e più complesse fasi del progetto. Qui nessuno è in cerca di voti e non c’è alcuna campagna elettorale da condurre, informazione e partecipazione sono pilastri della democrazia in cui crediamo fortemente.

Trivellazioni Campi Flegrei, parla il Prof. Mastrolorenzo

Trivellazioni Campi Flegrei, parla il Prof. Mastrolorenzo

rischi e omissioni di un progetto senza sicurezza e informazione

L’omissione di informazione sul “Deep Drillng Project” ai Campi Flegrei necessita di chiarezza e l’abbiamo cercata ascoltando un luminare della materia, il Professor Giuseppe Mastolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano – INGV, vulcanologo di fama mondiale, al quale abbiamo chiesto se il progetto serve, se è pericoloso e se è corretto. Assenza di un piano di emergenza nazionale e locale; assenza della comunicazione alla cittadinanza delle finalità del progetto e dei suoi eventuali rischi; assenza di condivisione della scelta di autorizzare le perforazioni. Tutto ciò rende l’operazione un forte azzardo. C’è da chiedersi che fine abbia fatto la democrazia partecipativa annunciata in campagna elettorale dal Sindaco De Magistris.

Napoli e Torino nel 1860 come Berlino e Atene oggi

Napoli e Torino nel 1860 come Berlino e Atene oggi

una ricerca paragona l’unificazione dell’Eurozona a quella italiana

Angelo Forgione per napoli.com Un’altra spallata alla retorica risorgimentale, l’ennesima. Sull’attualissimo tema della crisi del debito sovrano in cima all’agenda politica in Europa in quanto ostacolo all’unificazione politico-economica degli Stati membri, irrompe Stéphanie Collet, ricercatrice dell’Université Libre de Bruxelles, che ha pubblicato la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori riportata anche dal Sole 24 Ore in cui solleva la necessità di studiare il rischio attuale inquadrandolo in una prospettiva storica prendendo a modello per l’Europa il processo di unificazione italiano del 1861 e la conseguente unificazione monetaria tra il 1862 e il 1905.
Nel suo lavoro, la ricercatrice dimostra che la nascita dell’Italia generò un debito pubblico comune derivato dalla somma dei debiti sovrani dei sette Stati preunitari e verifica l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni sovrane dei diversi Stati italiani sulle borse di Anversa, Parigi e Londra, prima e dopo l’unità, dove rimasero quotate fino al 1876 seppur risalenti a prima del 1861 (le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come “Italy-Neapolitan”) a testimonianza del fatto che il mercato finanziario dell’epoca non dava per assodata la sopravvivenza del “progetto Italia unita” dei piemontesi. Il presupposto fondamentale della ricerca è il forte indebitamento del Regno di Sardegna causato dalla natura bellico-militare del Piemonte e caratterizzato da tassi d’interesse elevati, a fronte del sistema economico virtuoso con ridottissimo debito del Regno delle Due Sicilie cui i Savoia fecero pagare il peso finanziario della conquista. Un’altra conferma del fatto che il catastrofico debito pubblico italiano sia stato creato dal Nord piemontese.

La Collet offre delle considerazioni sull’esempio italiano: «Come l’Italia di allora, l’Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati. Il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’Eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto». Poi la considerazione che fa trasalire gli storiografi di sistema che, come al solito, giunge dall’estero, quindi neutrale e non di parte: «Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. In un certo senso, facendo un parallelo, Napoli e Torino erano la Berlino e la Atene dell’epoca e il debito napoletano fu quello che più fu penalizzato dall’unificazione dei debiti».
La ricerca della Collet è complementare ad un approfondimento dell’ex rettore dell’Università di Buckingham Martin Jacomb che sul Financial Times del Luglio 2011 evidenziò come la Grecia abbia subito un impoverimento permanente dopo l’adozione dell’euro analogo a quello che il meridione d’Italia subì dopo l’unità e la conseguente adozione della lira.
Esempi calzanti anche se conservano un distinguo essenziale. Gli interessi economici delle massonerie internazionali, nel caso italiano del 1860, si sposavano con quelli sociali e religiosi. All’Inghilterra anglicana, sovrana di quell’Europa, l’Italia unita era funzionale alla cancellazione del potere temporale del Papa e al potere economico-marittimo nel Mediterraneo del cattolico Borbone. Gli interessi erano molteplici mentre oggi tutto è “ridotto” a una questione monetaria. Inoltre il Piemonte invase il Regno delle Due Sicilie e lo costrinse con le armi a pagare il proprio debito pubblico mentre oggi la guerra monetaria europea non si combatte con le armi ma con i soldi, e appare davvero arduo che la solvibile Germania, vincitrice del conflitto economico contemporaneo, accetti di essere penalizzata dal pagamento del debito dei paesi europei poveri.
“Ccà nisciuno è fesso”, che proverbio bugiardo! Meglio “Ka nischün è fessen”.

La mozzarella di bufala dop sottratta alla camorra

La mozzarella di bufala dop sottratta alla camorra

da oggi necessari certificato antimafia e latte di allevamenti dop

La mozzarella di bufala campana è un vanto tutto campano, da Mondragone a Battipaglia; una di quelle leccornìe irrinunciabili, simbolo di tradizione e cultura millenaria di origini normanne anche se il vero grande impulso produttivo è di epoca settecentesca.
Da oggi più sicura visto che il Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana dop, nell’assemblea annuale svoltasi per la prima volta in un bene confiscato alla camorra a Castel Volturno (Caserta), ha stabilito che per produrla occorreranno due requisiti fondamentali: l’obbligo di presentare ogni anno il certificato camerale antimafia e l’utilizzo di latte proveniente da allevamenti dop. Occhio al bollino dunque; da oggi la mozzarella sigillata col marchio del consorzio assicurerà non solo che si tratta di un prodotto di altissima qualità ma che non è frutto del riciclaggio della camorra.

Un dono per Gennaro Iezzo

Un dono per Gennaro Iezzo

all’ex azzurro il pumphlet “Malaunità, 150 anni portati male”

L’ex portiere del Napoli Gennaro Iezzo non ha ancora finito di leggere “Terroni” ma ha già la prossima lettura meridionalista… magari sotto l’ombrellone.

Il luogo comune del magistrato di Treviso che lascia

Il luogo comune del magistrato di Treviso che lascia

«Scelta contro il burocratismo borbonico non da paese civile»

Il presidente del tribunale di Treviso Giovanni Schiavon lascia la magistratura dopo 44 anni di carriera per prendere le distanze dai mali della giustizia italiana, dagli organi di potere del CSM, dal correntismo e dalla spartizione correntistica che non gli consentirebbe di svolgere l’attività di magistrato in maniera indipendente. Il CSM ha rivelato che Giovanni Schiavon rischiava il trasferimento d’ufficio per incompatibilità parentale con il figlio che svolge la professione di avvocato. Forti le dichiarazioni di Schiavon che tira in causa la storia del Sud come termine di raffronto in negativo: «Scelta contro il burocratismo borbonico non da paese civile». Il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha risposto che la nostra burocrazia ha norme molto rigide e dure, “per cui a volte può sembrare un po’ borbonica”.
Ancora una volta “borbonico” viene usato per indicare qualcosa di inefficiente, ancora un uso spropositato del termine, ancora la storia del Sud infangata. A Schiavon va ricordato che l’inefficienza e la macchinosità della pubblica amministrazione attribuita ai Borbone di Napoli non sono altro che un falso storico. Anzi, in realtà l’aggettivo attribuisce ai napoletani un difetto dell’amministrazione piemontese.
È il caso di ricordare anche a Schiavon che il Cavalier Vittorio Sacchi, amico di Cavour, direttore delle contribuzioni e del catasto del Regno di Sardegna, fu inviato a Napoli per capire come erano ordinati i tributi e le finanze delle Due Sicilie. Da Napoli, Sacchi spedì una lunga lettera a Torino annotando che era partito per la grande metropoli con forti pregiudizi, smentiti da ciò che aveva visto con gli occhi e toccato con mano. Una lunga serie di apprezzamenti coi quali consigliò di applicare la burocrazia napoletana al nuovo Regno d’Italia in luogo di quella piemontese. “Nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovavano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo”. Questo fu il sunto di quanto riportò minuziosamente il Sacchi. Non lo presero in considerazione, e pare che non gli consentirono di proseguire più i suoi incarichi. Finì in disgrazia, come Napoli cui bastarono 62 giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Sud.
Francesco Saverio Nitti demolì la leggenda del “burocratismo” meridionale con un’analisi puntuale, dimostrando come gli uffici dello Stato fossero prevalentemente concentrati al Nord (scuole, magistratura, esercito, polizia, uffici amministrativi ecc.). Il solo Piemonte ebbe, fino al 1898, 41 ministri contro 47 dell’intero Sud e la situazione era la stessa per tutti gli alti gradi dello Stato.
Il “Sole 24 Ore”, nel Marzo del 2011, ha attribuito al Piemonte il parto del debito pubblico. La causa? La burocrazia esasperata finalizzata alla sparizione di soldi pubblici, da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria e la necessità di unirsi, avete letto bene, con chi aveva i conti in ordine. Per giustificarla bisognava inventarsi una propaganda per legittimare un’aggressione contro le Due Sicilie creando attorno ai Napolitani delle “leggende nere” che ancora infestano tanti manuali scolastici e il lessico popolare figlio dei vocabolari. L’efficienza borbonica è riscontrabile in molti campi, ma di sentire inesattezze non si finisce mai. In Italia, e soltanto in Italia, “borbonico” suona male; non in Spagna, non in Francia, perchè li non c’è stato un Risorgimento. La revisione storica procede spedita ma certe incrostazioni, evidentemente, sono dure a morire.

Monumenti equestri del Canova da rivalutare

Monumenti equestri del Canova da rivalutare

intervista per TeleCapriNews

La proposta/richiesta di restauro e rivalutazione dei monumenti equestri del Canova in Piazza del Plebiscito inoltrata al Comune di Napoli e alla I Municipalità descritta ai microfoni di TeleCapriNews con sintetica spiegazione delle vicende storiche che hanno interessato le sculture e documentazione fotografica del periodo bellico.
(nelle informazioni del video della relativa pagina youtube sono allegati i link alle diverse denunce su tutto il degrado circostante che interessa purtroppo l’intera piazza) 

Il San Carlo azzurro e argento che abbagliò Stendhal

una tempera del 1825 e una simulazione consentono di “vederlo”
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Angelo Forgione per napoli.com Il “San Carlo”, così com’è oggi, lo si deve a uno dei più grandi architetti neoclassici, Antonio Niccolini, che, dopo aver realizzato la facciata nel 1809 ispirandosi alla Villa di Poggio Imperiale a Firenze, riuscì a connotarlo come tempio e monumento simbolo della città. Poi, dopo l’incendio che lo mandò in fumo in una notte del Febbraio 1816, lavorò per nove mesi sull’edificio interno del 1737 a tal punto da renderlo irriconoscibile. Il Niccolini restituì alla città il più bel teatro del mondo ancora più bello. Invariato tuttora, eccetto i colori originari che probabilmente davano al gioiello un aspetto ancora più elegante e atipico.

Stendhal, la sera dell’inaugurazione al 12 Gennaio 1817, ne rimase strabiliato: «Finalmente il gran giorno: il San Carlo apre i battenti. Grande eccitazione, torrenti di folla, sala abbagliante. All’ingresso, scambi di pugni e spintoni. Avevo giurato di non arrabbiarmi, e ci son riuscito. Ma mi hanno strappato le falde dell’abito. Il posto in platea mi è costato 32 carlini (14 franchi) e 5 zecchini un decimo di palco di terz’ordine. La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme, qualità che si trovano così di rado congiunte. […] L’apertura del San Carlo era uno dei grandi scopi del mio viaggio, e, caso unico per me, l’attesa non è stata delusa. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare».
Gli occhi di Stendhal erano abbagliati probabilmente per un motivo che lui stesso ci tramanda: le decorazioni erano in argento brunito lucidato con pietra d’agata, con riporti in oro zecchino brunito; i palchi erano in raso azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica (vedi Teatro di Corte della Reggia di Caserta), così come il velario e il sipario. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco tutta la tappezzeria del teatro allorchè, per scelta di Ferdinando II, i colori autentici furono sostituiti col più comune abbinamento rosso e oro. Accadde nella ristrutturazione del 1844, quando lo stesso Niccolini scrisse che «il re personalmente […] di tre parati rossi di carta vellutata di Francia […] scelse il paramento del palco di mezzo […] comandò che gli squarci delle porte de’ palchi […] fossero tappezzate della stessa carta […] comandò che il guanciale de’ parapetti de’ palchi fosse coverto in giro di velluto di lana colore scarlatto […]. Così 800 rolli di carta vellutata di Francia per il rivestimento di tutti i palchi da 1 fila inclusa, all’inizio di agosto del 1844 sono alla dogana di Napoli, giungono in Teatro l’11 settembre e vengono messi in opera entro il mese di ottobre».
L’argento non venne scrostato ma vi fu applicato al di sopra l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a Mecca (vernice dorata). Prima del recente restauro del 2009, un saggio effettuato sull’ingresso a destra della platea guardando il palcoscenico ha permesso di osservare un putto argenteo perfettamente conservato. E proprio in preparazione, pare che si sia anche dibattuto di riportare i tessuti ai colori originari per renderlo ancora più esclusivo, ma poi il commissario straordinario Salvatore Nastasi, l’architetto Elisabetta Fabbri e l’ex soprintendente speciale Nicola Spinosa hanno evidentemente pensato di non (ri)trasformare il teatro e lasciarlo come la memoria della città lo ricorda, riportandolo a quel 1844 anche nella trama dei tessuti, oggi non più “carta vellutata di Francia” ma sintetici e a norma.
L’immagine riportata è una chicca. Si riferisce a una tempera di Ferdinando Roberto, pittore dell’Ottocento, raffigurante l’interno del teatro durante la rappresentazione de “L’ultimo giorno di Pompei” del 19 Novembre 1825. La vista dà lontanamente l’idea di ciò che vide Stendhal. Da lì, una mia simulazione fotografica al computer.

tempera di Ferdinando Roberto del 1825

simulazione al computer del San Carlo in azzurro, argento e oro (clicca per ingrandire)

sancarlo_simulazione

il San Carlo restaurato nel 2009

la storia del teatro e del restauro del 2009

Vuoi salvare Carditello e la Storia di Napoli? Segnalali al FAI!

Con tanti voti possiamo sollecitare le istituzioni a occuparsi della nostra storia

Il FAI, Fondo Ambiente Italiano, sta raccogliendo le segnalazioni online nell’ambito della 6ª edizione del censimento “I Luoghi del Cuore”, quei siti artistici e monumentali che si vuole proteggere e tutelare per sempre. Un’occasione per portare sotto la luce dei riflettori la splendida Real tenuta di Carditello, abbandonata al degrado e oggetto di una ignobile asta pubblica al ribasso e bisognosa più di ogni altro monumento campano e nazionale di attenzione e interesse delle istituzioni nazionali competenti.
“Quante più persone si mobilitano spontaneamente per un luogo, infatti, tanto più il FAI può agire nel concreto per dare seguito alla segnalazione, sollecitando le Istituzioni locali e nazionali competenti affinché mettano a disposizione le forze necessarie per salvaguardarlo, o intervenendo direttamente, quando possibile, nel suo recupero”. Così recita il FAI per invogliare a votare. Quale migliore occasione per Carditello?
Per segnalare basta andare sul sito www.iluoghidelcuore.it o cliccare qui e votare il
Real Sito di Carditello cliccando su “Segnala questo Luogo del Cuore”ma non solo Carditello dal momento che si può ripetere l’operazione per tutti i luoghi desiderati. E allora sollecitiamo un voto anche per il Centro Storico UNESCO di Napoli, gli affannati Scavi di Pompei, la trascurata Reggia di Caserta, la degradata reggia di Portici, il Museo di Totò e il sepolcro dei Borbone in Santa Chiara in quanto luogo sconosciuto a gran parte dei napoletani. Sarebbero davvero segnali importanti.
Le votazioni si chiuderanno il 31 ottobre 2012.
Votiamo in massa… e diffondiamo!