––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Gli orgogliosissimi e Napoletanissimi Enzo Ferrara e Valentina Cipolletta di V.A.N.T.O. fotografati ai piedi del monumento equestre di Carlo III. No, non è Piazza del Plebiscito ma la piazza della Puerta del Sol a Madrid dove hanno salutato l’illuminato sovrano, prima di Napoli e poi di Madrid, con i vessilli del Movimento e delle antiche Due Sicilie. Grazie!
Cazzullo tra limiti e contraddizioni a “Che tempo che fa” dell’8 Ottobre
Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore piemontese risorgimentalista, tra i più forti oppositori delle istanze revisioniste, nel corso di “Che tempo che fa” dello scorso 8 Ottobre, ha espresso due concetti da evidenziare. Nel primo ha ammesso candidamente la maggiore difficoltà da parte dei piemontesi di farsi rapire dai profondi sentimenti che rendono più umani e vulnerabili, rispetto ai napoletani. Cosa riscontrabile nelle espressioni dialettali piemontesi che non contemplano l’espressione “ti amo”. Nel secondo concetto, ha invece espresso freudianamente una visione degli avvenimenti storici della sua terra, la Langa, «dove nel ’45 si è molto sofferto, si è sparato, torturato, ucciso. Quelli che adesso si chiamano i vinti – ha detto Cazzullo – avevano il coltello dalla parte del manico e lo usarono; i vincitori venivano braccati, torturati, fucilati senza processo, appesi, esposti come trofei per terrorizzare la popolazione civile. E questo in Langa non lo si è dimenticato». Praticamente quello che le truppe piemontesi da lui tanto osannate fecero 85 anni prima ai meridionali.
E questo al Sud non lo si è dimenticato, caro Cazzullo.
videoclip /Paolo Villaggio e la piaga di tutta l’Italia
Quasi 100mila visite al solo blog nel week-end delle calunnie. Gullo, Rampulla e soprattutto Villaggio hanno destato l’indignazione generale. Al comico genovese, ovviamente, erano state già dedicate due parole a caldo. E per smontare definitivamente le sue parole, ecco il videoclip. Chissà se in questi giorni in cui è stato tempestato di proteste avrà avuto il tempo di riflettere sulle sue convinzioni.
Lo aiutiamo così.
video: Alluvione Genova, Villaggio se la prende col Sud
gravi parole e forte danno d’immagine e culturale per il Meridione
Angelo Forgione – Parole agghiaccianti quelle del comico Paolo Villaggio che, nel corso di un’intervista telefonica rilasciata a Sky Tg24 del 5 Novembre, a proposito delle tragiche conseguenze dell’alluvione di Genova, se l’è presa col Sud e indirettamente con Napoli. Al conduttore che gli ha chiesto quale fosse stato il primo pensiero dopo aver visto i luoghi della sua infanzia spazzati via dal mare di fango, Villaggio ha così risposto: «Sono colpito ma anche vaghissimamente indignato perchè i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia». Tradotto in soldoni, per Villaggio le negligenze nella prevenzione di queste sciagure in Italia sono figlie di un certo deleterio retaggio meridionale da cui Genova non è immune; il nostro, in pratica, è indignato perchè ha scoperto oggi che Genova è uguale al Sud (inteso come parametro inferiore).
Opinione fuori luogo e inopportuna, di gravità inaudita, che genera un ulteriore fortissimo danno d’immagine e culturale per il meridione e per la sua città più rappresentativa. Ancora una volta, i guai del paese vengono attribuiti dal “solone” di turno al Sud, a Napoli. E ci dispiace denunciare questo in un momento in cui si contano dei morti e dal Sud giunge la solidarietà al Nord per degli accadimenti identici ad ogni latitudine, un momento in cui bisogna accertare delle responsabilità effettive e concrete senza cercare capri espiatori nel vuoto di una retorica anti-sud a prescindere. Inoltre, Villaggio sappia che non è solo questione di alvei dei fiumi ostruiti ma anche e soprattutto di surriscaldamento del clima che genera violenti rovesci sempre più frequenti e imponenti. Un problema planetario, non solo italiano. Anche questo è retaggio della cultura sudista borbonica?
Quanta gente ha ascoltato quest’intervista e continuerà ad ascoltarla in queste ore? E il risultato in termini subliminali qual è? Entrerà nel cervello dei telespettatori che l’Italia, da Bolzano a Siracusa, frana per colpa di Napoli. Non se ne può più!!! Attenzione, questa è una denuncia convinta, non un pianto sterile. E per dimostrarlo, bisogna ricordare a Paolo Villaggio, vittima della peggiore retorica risorgimentale, che i Borbone di Napoli erano avveduti anche nella prevenzione delle alluvioni. Basterebbe citare i “Regi Lagni”, un’opera di bonifica che consentì di porre un argine alle inondazioni nelle campagne del Casertano e del Nolano, dando nello stesso tempo fertilità alle aree agricole attraverso un’irrigazione regolata da canali e diramazioni. La raccolta delle acque piovane e sorgive, convogliate dalla zona nord di Napoli verso la provincia per poi sfociare in direzione del mar Tirreno, tra la foce del Volturno e il lago Patria, è un’opera di alta ingegneria geologica, ancora utile oggi se non fosse che è diventata con la gestione moderna, che certamente borbonica non è, una discarica a cielo aperto da maltrattare con sversamenti illegali. E cosa dire dell’Arena Sant’Antonio, un alveo costruito dai Borbone affinchè la città di Napoli non si allagasse? Utilissimo fino al 1990, anno in cui è stato strozzato dai lavori dei mondiali di calcio “Italia ’90”, cioè lo Stato italiano e non i sudisti o i Borbone. Un alveo a cielo aperto in alcuni tratti per convogliare le acque reflue, tombato in altri, lungo 4,5 chilometri; che dai Camaldoli, nei pressi dell’Eremo Benedettino, scende a Soccavo e a Fuorigrotta sboccando in mare sulla spiaggia di Coroglio. Tutto questo ora avviene con enormi difficoltà a causa delle sezioni non uniformi, delle pendenze variabili, del sovraccarico dovuto alla selvaggia urbanizzazione della collina vomerese e dei manufatti obsoleti, non per colpa dei Borbone. E fino a qualche anno fa, quando si intervenì per limitarne i danni dei Mondiali, gli spogliatoi dello stadio si allagavano ad ogni pioggia leggermente più intensa. E poi l’istituzione dell’Amministrazione Generale delle Bonificazioni che provvide alla bonifica delle Paludi Sipontine, del bacino inferiore del Volturno, del Sarno, del Sele, del golfo di Policastro, della piana di Bivona, del brindisino, e ancora l’inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi e tanti altri interventi dovuti al fatto che i Borbone sapevano benissimo che la componente lavica del territorio meridionale, che tanto rendeva fertile il suolo, necessitava di sostegno per la sua friabilità. E per impedire i franamenti a valle, attuarono la deviazione e l’accoglimento in vasche e bacini delle acque straripanti.
Caro Villaggio, io speriamo che Genova se la cava… e pure Lei!
Garibaldi voleva trasferirsi a Baia il Generale scoprì il paradiso dei Campi Flegrei e se ne innamorò
Angelo Forgione – Alle bellezze paesaggistiche di Napoli e dintorni in pochi resistono. Un’importante testimonianza ce l’ha data nel 1933 Raimondo Annecchino, storico flegreo e poi sindaco di Pozzuoli, che portò a conoscenza degli italiani un eccezionale documento retrospettivo della vita di Giuseppe Garibaldi (Memorie garibaldine Flegree, con due lettere inedite di Garibaldi, Tip.Unione, Napoli 1933, p.8). Con una lettera del 5 Aprile 1876 oggi conservata nel Museo del Risorgimento Italiano di Roma, Garibaldi espresse al Sindaco di Pozzuoli Giovanni De Fraja il desiderio di abitare a Baia, in una casa per sé e la sua famiglia. Si era innamorato di un sito che aveva sempre negli occhi e nella mente da quando nell’autunno del 1866 si era affacciato sbalordito dagli spalti del Castello per ammirare l’incanto del golfo cumano.
Illustrissimo Signor Sindaco di Pozzuoli, Vorrei abitare una casetta sulla sponda del mare nella vostra baja – casetta capace per 5 individui e 3 bambini – da abitarla per 3 o 5 mesi – con orticello – e preferibilmente nella parte occidentale della baja – isolata da altre abitazioni. Vi sarei riconoscente se voleste occuparvene ed avvisarmi dell’affitto da pagarsi ogni mese. Di Vs dev.mo G. Garibaldi
Il desiderio del “dittatore delle Due Sicilie” non venne però esaudito per motivi ignoti ma è facile presumere che i Savoia che ne temevano ogni mossa, incamerate le ricchezze di Napoli, preferirono per qualche motivo che chi glielo consentì non godesse di un paradiso conquistato.
Michael Ledeen: «tragicamente innamorato di Napoli» «i piemontesi fecero i lager, l’unificazione un male per la città»
Angelo Forgione – Michael Ledeen è un giornalista e storico americano, grande appassionato di storia e cultura italiana. Ha scritto “Virgil’s Golden Egg and other Neapolitan Miracles” (vai a Google books), un libro che parla della leggenda di “Virgilio Mago”, andando alle fonti della creatività Napoletana di cui si dice profondamente innamorato con una decisa impronta revisionista riguardo le vicende unitarie. Ledeen, come Schifano e Gilmour, arricchisce quella schiera di intellettuali, non a caso stranieri, che rinforzano senza veli e retorica la verità storica.
Lo scorso 29 Maggio ha rilasciato un’intervista per la testata “L’Occidentale” che propongo a seguito dell’attacco al poeta latino da parte dell’assessore al turismo del Comune di Mantova.
Di seguito i passaggi più importanti che riguardano la Napoli di oggi e il trattamento ad essa riservato nel processo risorgimentale.
“Virgilio Mago” veniva considerato il protettore della città. Secondo lei quant’è importante preservare miti e simboli della tradizione antica? Quella classica e medievale è stata una cultura fondamentale. Lo è ancora, se c’interessa risalire alle origini della civiltà occidentale. A Napoli questa cultura si respira ovunque, nelle strade, nel tufo delle case, nei sotterranei della città. Sono affascinato da questi luoghi che ci riportano alla Magna Grecia, per non parlare del Golfo e delle isole, meta di tanti patrizi e imperatori romani.
Cosa vuol dimostrare con questo libro? (…) Napoli è una città vivissima, stravivace, ferve di opere 24 ore su 24. Sembra di stare a New York, ha lo stesso ritmo. Goethe, Hans Christian Andersen, Mark Twain, sono solo alcuni dei grandi scrittori rimasti fulminati dalla sua musica, dal suo clamore e dai suoi rumori. Ne sono tragicamente innamorato.
E la Camorra? Secondo lei è un problema che si può risolvere? Forse è impossibile. La creatività di cui parlo agisce nel bene e nel male. Napoli è tutto quello che ho appena descritto ma è anche la capitale di una delle mafie più terribili al mondo. Roberto Saviano ha scritto tanto, e tanto bene, su questo. Apprezzo il suo libro, Gomorra. Forse la Camorra potrebbe essere sconfitta solo ricorrendo all’uso della forza. Mussolini ci ha provato, ma oggi quei mezzi sarebbero inaccettabili. Gli italiani non sono disposti a disciplinare la città con l’esercito.
Ci provarono anche i Piemontesi centocinquant’anni fa. Esportavano la democrazia? Non credo che si tratti di una mancanza di democrazia e poi, guardi, i Piemontesi a Napoli hanno governato male. Crearono dei campi di concentramento come abbiamo fatto noi americani in Germania e Giappone. Il vero problema è il malgoverno, sia della destra che della sinistra.
Cosa l’ha colpita di più dei napoletani? Che a Napoli i morti sono iperattivi. Gli spettri frequentano le case dei vivi, aleggiano nei sogni e sulle scommesse del lotto. Sono partito da qui per studiare il ruolo della morte nella cultura occidentale: un secolo fa il sesso era un tabù e la morte qualcosa di normale. Ora le cose si sono rovesciate. La morte è diventata un tabù, il sesso sembra normale. Credo che andrebbe scritta una storia della morte nel mondo moderno. Fino a un secolo e mezzo fa i morti venivano esclusi dall’umano consesso, poi siamo riusciti lentamente ad assimilarli e includerli nei nostri riti sociali e nazionali. Su questi morti, le guerre, i sacrifici, anche in Italia si è creata un’identità comune. Ma i napoletani mi sembrano restii a concedere i loro morti all’Italia. L’unificazione non è stata un fatto positivo per Napoli.
E ora anche Virgilio è un “terrone” doppia gaffe dell’assessore al turismo del Comune di Mantova
Angelo Forgione per napoli.com – «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope». L’epitaffio in latino sulla tomba di Virgilio a Posillipo dice “mi ha generato Mantova, la Puglia mi ha strappato alla vita, ora Napoli mi conserva”. Il grande poeta fu a stretto contatto coi politici dell’antica Roma ma mai avrebbe potuto immaginare che questo messaggio ai posteri avrebbe scatenato i politici di due millenni dopo avversi a “Roma ladrona”.
È proprio una questione di cultura quella della Lega, o meglio, di mancanza di cultura. L’assessore al turismo del Comune di Mantova, il leghista Vincenzo Chizzini (foto), si è infatti scagliato contro le celebrazioni del poeta di casa alla mostra “Virgilio, volti e immagini del Poeta” aperta a Palazzo Te. «Virgilio se n’è andato a Roma, in Calabria, infine a Napoli, dove è sepolto. Ci ha traditi».
Doppia gaffe! Virgilio, dopo Roma, non si recò affatto in Calabria. Calabri, sull’epitaffio della sua tomba, indica il nome bizantino del Salento laddove morì (a Brindisi) durante il rientro da un viaggio in Grecia, mentre la Calabria si chiamava Bruzio. È evidente che l’Assessore Chizzini ha avuto difficoltà a tradurre dal latino quanto ha letto circa la vita del poeta mantovanapoletano, interpretando peraltro il tempo perfetto latino rapuere come rapimento emotivo e non fisico. Calabri rapuere non vuol dire “la Calabria mi rapì” ma “a Brindisi fui rapito dalla morte”.
La mostra, che espone un raro mosaico (in basso) raffigurante Virgilio tra le muse Clio e Melopomene ottenuto in prestito dalla Tunisia e proveniente da una villa romana di Hadrumetum, oggi Sousse presso Hammamet, si è trasformato in uno scontro su tutti i fronti a suon di brutte figure. Il parlamentare leghista Gianni Fava, all’inaugurazione con gli ospiti tunisini (console, ministro e sindaco di Cartagine) tra cui Afef Jnifen, ha detto: «non capisco perché Mantova debba essere ricettacolo di soubrette a fine carriera».
Ancora una dimostrazione di come la cultura e la storia siano bersaglio leghista da immolare sull’altare della demagogia e della propaganda. Stavolta è il turno di Virgilio che non fu solo un poeta epico d’epoca romana innamorato di quella culla di cultura che è Napoli e dell’intera “Magna Grecia”, ma della città partenopea anche patrono dopo Partenope e prima di San Gennaro, nonchè suggestivo mago. I politici secessionisti si capacitino del fatto che il mantovano Virgilio, timido e riservato per natura, si spostò a Napoli in seguito ad una crisi esistenziale da risolvere apprendendo la dottrina di Epicuro alla scuola filosofica di Sirone e Filodemo. L’Epicureismo subordinava la ricerca filosofica all’esigenza della tranquillità dello spirito umano e divenne il riferimento del taciturno ragazzo del nord che trovò la cultura e il saper vivere al Sud, laddove aprì la sua mente conoscendo personaggi politici ed artistici di primario rilievo, tra cui Orazio. Napoli accolse più tardi anche la sua famiglia in fuga da Mantova a causa della confisca dei terreni di proprietà seguita alla “battaglia di Filippi”. E a Napoli diede sfoggio delle sue capacità letterarie componendo le Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide, divenendo riferimento della popolazione e simbolo della libertà politica e della cultura della città che dopo la conquista romana conservò la sua estrazione ellenica.
I leghisti non accettano che l’uomo che onora il nome di Mantova è uomo di cultura di Neapolis, legato alle leggende di Piedigrotta, del Castell’Ovo, della Grotta di Posillipo e di tante altre testimonianze storiche della fortuna che un uomo del Nord trovò al Sud, come avveniva fino ad un certo momento della storia d’Italia in cui la cultura fu sottomessa alle armi e all’ignoranza. I leghisti non accettano che Virgilio amò Posillipo, dove si fece seppellire, perchè era il luogo incantevole della “pausis lype”, ovvero il riposo dagli affanni… di un’infanzia mantovana infelice. O forse i leghisti non riescono a capire che se non fosse sceso a Napoli, Virgilio non sarebbe diventato il Virgilio che da lustro a Mantova e non avrebbe ispirato la rivoluzione linguistica italiana di Dante. Ma di quale tradimento si parla?
Pregiudizi su Napoli, autolesionismo italiano timore e gelosia per Napoli che è l’Italia all’estero,
i continui stereotipi sono un boomerang per tutti
Angelo Forgione – Perchè una delle quattro maggiori città d’arte d’Italia non riesce a sfruttare tutta la sua attrattività turistica? Non è solo colpa degli errori a livello locale che pure sono tanti. Napoli è una perla in quell’area di sottosviluppo che è il meridione e paga certamente dazio nell’offerta turistica. Ma questo conta relativamente, perchè la qualità dei servizi non pregiudica la percezione della bellezza del luogo e scalfisce minimamente la soddisfazione dei turisti che giungono in città. Ciò che veramente costituisce ostacolo alla raccolta dei flussi turistici che una delle città più belle al mondo merita è senza dubbio l’immagine non sempre positiva che ne viene proiettata. Un’immagine che gli italiani hanno deteriorato col classico “dito puntato” e che arriva in ogni parte del mondo. L’Italia è vista all’estero come un’immensa Napoli, nel bene e nel male, e questo genera fastidio per quegli italiani che, per sottrarle visibilità, tendono per questo ad enfatizzarne le ombre al fine di offuscarne le luci. L’esercizio è delittuoso per Napoli ma è diventato deleterio per gli stessi artefici perchè la città è talmente espressiva e peculiare che i pregiudizi e i luoghi comuni, figli del timore e della gelosia, si stanno ritorcendo contro l’intera nazione. E così gli stereotipi degli italiani su Napoli sono diventati gli stereotipi degli stranieri verso l’Italia intera. La quale si affanna a fare di Napoli il regno folcloristico della pizza, degli spaghetti e del mandolino, schernendone il pur importante valore per umiliare tutto il resto di quell’universo da scoprire che è la città partenopea, ricca non solo d’arte e di patrimoni dell’umanità ma anche di bellezze paesaggistiche, d’arte e di cultura come poche al mondo.
Non sterili recriminazioni fini a se stesse ma analisi dei fenomeni, ed è questo che propone il video della serie “Ammazziamo Pulcinella” che sviscera determinate dinamiche sul tema e dimostra l’ottuso autolesionismo nazionale di chi per anni ha infangato l’immagine di Napoli senza capire che così infangava l’Italia agli occhi del mondo. Insomma, se è vero che Napoli non sa vendere le sue bellezze, è altrettanto vero che la pubblicità degli italiani non è sicuramente buona.
L’equazione è semplice: gelosia per Napoli = pregiudizi = autolesionismo italiano.
E la storia continua…
Indegne “storielle” del prezzolato scrittore francese
di Angelo Forgione – Il Mattino del 14 Ottobre 2011 ha editato un articolo in cui si fa riferimento a un libro appena pubblicato in Francia su storie “inedite” di Alexandre Dumas, che, stabilitosi a Napoli per seguire le gesta dei garibaldini, si espresse sulle cause del brigantaggio e della delinquenza organizzata, assegnandole tutte a Ferdinando II, infangato secondo la peggiore delle propagande risorgimentali: «Il Re Ferdinando II era il vero capo della camorra. Sotto il suo regno, tutti rubavano. Il Re Borbone lasciava rubare e lui stesso dava l’esempio, in certi casi, rubando a piene mani». Le storie napoletane “inedite” di Dumas sono da ritenersi veramente tali. Lo scrittore fu amico di Garibaldi, da cui fu retribuito affinchè raccontasse all’Europa la sua risalita del Sud e ne alimentasse il mito; un vero e proprio capoufficio-stampa politico ante litteram. Si inserì nello scenario dell’invasione del Sud col ruolo di trafficante d’armi, fornite al Generale, interessandosi per sua tasca anche dell’amministrazione delle forniture dell’esercito garibaldino, la cui contabilità non fu mai verificata a causa del misterioso naufragio del piroscafo “Ercole” di Ippolito Nievo. Per le menzogne scritte e stampate sui sovrani napolitani, dal generale ne ottenne anche la prestigiosa nomina a “Direttore degli scavi e dei musei napoletani”, senza alcuna competenza in merito, e la regia Casina del Chiatamone con vista mare per dimora, lì dove oggi è la strada del lungomare a lui intitolata. È palese che Alexandre Dumas sia stato un prezzolato avversario della monarchia napoletana, per la quale nutriva un sentimento di forte rancore sin da bambino, dopo che Ferdinando I aveva imprigionato il padre per due anni e scarcerato per le cattive condizioni di salute. Ma quale capo della camorra, Ferdinando II? Quale ladro fu quel re che dal 1849 in poi contrastò la Bella Società Riformata, i cui elementi iniziarono per questo a confondersi tra gli anti-borbonici, ingrossando per interesse il movimento liberale? Ne furono riempite le galere del Regno (Nisida, Procida, Santo Stefano, etc.) e fu proprio lì che, in un particolare momento storico in cui serpeggiavano sotterfugi ed eversioni, i malviventi si mischiarono con liberali, massoni e carbonari, veri e propri modelli associazionistici di riferimento, stringendo con loro accordi e patti segreti che ben presto attecchirono all’esterno delle carceri. Tutte realtà differenti, ma accomunate da un nemico comune: il re Borbone, verso il quale si riversarono grandi risentimenti che trovarono sfogo in un momento propizio: l’avanzata garibaldina dalla Sicilia a Napoli.
I camorristi, quelli che giravano con la coccarda tricolore sul copricapo per garantire l’ordine nella transizione, erano semmai complici dello stesso Dumas e di Garibaldi. La connivenza ebbe inizio lì, e lì partì il patto tra Stato e mafie. I ladrocini erano degli amici Dumas e Garibaldi. Per il primo parlano i misfatti prima descritti e altri piccoli scandali sotterrati; per il secondo basterebbe ricordare la truffa al Banco di Napoli. I Borbone? Quando Francesco II lasciò Napoli nel 1860 non portò con sé nulla dalle regge e neanche il patrimonio di famiglia, dichiarando così: «Appartiene a Napoli!» In quanto all’accusato o odiato Ferdinando II e al suo regno, è sufficiente riportare cosa si legge nella Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie: “Nessun ministro ebbe mai voce di ladro (…); i molti amministratori delle province sono usciti di carica poveri” (Enrico Cenni, Delle presenti condizioni d’Italia e del suo riordinamento civile, Napoli 1862). Poco, forse, per salvare il governo borbonico ma… se Ferdinando II favorì la camorra, perchè mai i camorristi andarono a schierarsi al servizio dell’invasione di Garibaldi? Siamo seri.
Lo stesso Dumas ci teneva a definirsi solo un romanziere, ricco di fantasia, e che non aspirava ad essere uno storico, ma che violentava la storia per farne romanzi. Violentò anche la storia di Napoli e contribuì a pregiudicarne l’immagine in Europa. «Sì, violento la storia, ma per darle dei figli così belli», disse a chi gli rimproverava di romanzare gli eventi. Garibaldi lo sapeva, e sapeva che Dumas poteva amplificarne l’immagine eroica raccontandone le gesta con grande enfasi.
Insomma, il tema Camorra vende in tutto il mondo e, pur di guadagnarci, si tirano fuori ancora oggi le menzogne di 150 anni fa, come se queste possano aiutare a capire l’origine e la trasformazione del maledetto fenomeno.
Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano ragione!» il Sottosegretario contro la retorica dei festeggiamenti di Italia 150
Angelo Forgione – Nel “mare magnum” della retorica risorgimentale che ha caratterizzato i festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia, è da registrare una voce istituzionale che si è chiamata fuori dal racconto delle bugie e dall’omissione della verità storica. Si tratta di Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in una intervista telefonica rilasciata a Klaus Davi ha definito i piemontesi come brutali invasori di uno Stato sovrano, smitizzando l’epopea garibaldina e riconoscendo il valore dei soldati borbonici.