Renzi là dove gli italiani spararono sui napoletani: «tornare orgogliosi di far parte dell’Italia»

Angelo Forgione Certo che è proprio strana l’Italia. Oggi la guida un fiorentino di mezz’età che prima taglia risorse al Sud e poi, con buone parole, predica il riscatto nazionale; che invita gli italiani a «tornare ad essere innamorati di un Paese che nel mondo è stato famoso per la sua storia»; che chiede di essere supportato nella partita del turismo, inteso come «elemento di cultura politica e di orgoglio nazionale». È una strategia condivisibile quella di Matteo Renzi, se di strategia si trattasse e di non sola propaganda. Lo vedremo in futuro, ma intanto è necessario che il leader del Governo nazionale si prepari meglio, ora che esercita una certa presenza sui vari territori. «Il museo, due secoli fa – ha detto Renzi a Portici (nel video al minuto 5:58) – era una delle tappe del Grand Tour. C’era una élite che studiava per mesi e che sapeva che doveva fare Venezia, Firenze e Roma, e che se non si faceva non era un pezzo della formazione […]». Cancellate Napoli, patria del  Neoclassicismo, e la Sicilia dalle tappe del viaggio sette-ottocentesco. È così che si parla di turismo alla platea napoletana di Pietrarsa.
Ascolti il premier confermare che Napoli non la conosceva, e ora la conosce perché i suoi viaggi istituzionali lo hanno condotto a scoprire le sue bellezze. Dopo la prima volta agli scavi di Pompei e alla Reggia di Caserta, è stata la volta della prima volta al Museo nazionale e parco di Capodimonte e al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. E proprio da lì, chiudendo gli Stati generali del Turismo, il Primo Ministro ha affermato che «Napoli e tutto il Paese devono tornare a sentire orgoglio di far parte dell’Italia». Sì, proprio da lì, luogo simbolo di una Napoli produttiva piegata e della colonizzazione meridionale, lì dove venivano costruite locomotive, rotaie, caldaie per navi e tutto quello che serviva per il primo sviluppo industriale dell’antico Regno del Sud, interrotto a tavolino dalle politiche del Regno d’Italia, che non esitò ad armare bersaglieri, carabinieri e guardia nazionale per sparare sugli operai in rivolta mentre difendevano la propria fabbrica e il proprio lavoro. Se Renzi, nel suo discorso, avesse chiesto scusa ai napoletani, per quella e per altre ferite sempre aperte, forse sarebbe apparsa meno lunga la strada per ricongiungerli al comune sentimento nazionale, ammesso che esista. Già, perché l’orgoglio partenopeo è realtà sempre crescente, e viene prima d’ogni cosa, ma l’orgoglio italiano di cui parla Renzi non esiste e mai è esistito.
«Dev’essere un pezzo dell’orgoglio della mia identità sapere che se sono nato a Firenze, a Napoli o in alti posti del nostro Paese. Questa realtà fa parte del nostro DNA», ha aggiunto Renzi. Giusto, giustissimo, perché proprio questo significa essere culturalmente unitaristi. Riconoscere la cultura dei grandi centri storici dello Stivale è il primo passo per provare a costruire l’identità nazionale mai esistita (altro che “tornare” ad esser orgogliosi; NdR), che non può essere quella proposta ancora oggi con ostinazione, un retaggio della cultura massonica post-risorgimentale, che prevedeva l’affermazione di una romanzata Storia Patria di tutti, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. L’istruzione fu nel 1861 la prima cura della nuova Italia tutt’una, col preciso intento di annientare le culture locali e affermarne una sola, di fatto inventata, che era piemontese e non apparteneva che al Piemonte. Ancora oggi siamo tutti, da Bolzano a Pantelleria, “vigilati” da statue, busti e toponimi dei ladri della Patria. Ogni zona della Penisola ha invece la sua cultura, in modo più eterogeneo che in ogni altro paese del mondo. Bisognerebbe lasciare ad ogni territorio la rivendicazione della propria identità, riconoscendola. Soprattutto in ottica turistica, che è un’ottica settentrionalista, come conferma lo stesso Renzi con la sua riflessione sul Grand Tour di un tempo. E lo confermano persino i souvenir che in certe zone d’Italia si vendono ai viaggiatori, spesso stranieri. ombrelloApri un ombrello con l’Italia turistica vista dai toscani: Firenze, Pisa, Siena, Roma, Venezia e Milano. Il Sud sparisce completamente. Niente Napoli e Palermo, Lecce o Catania, ma due volte raffigurate Firenze e Pisa. Anche così si capisce perché il premier fiorentino Renzi, solo per compiti istituzionali, sia sceso per le sue “prime volte” nei luoghi delle meraviglie di Napoli.

Nagatiello: «felice di restare a Milano perché sono napoletano»

Yūto Nagatomo, calciatore dell’Inter, in conferenza stampa dopo il rinnovo di contratto con i nerazzurri fino al 2019: «Mi trovo bene con i miei compagni di squadra. Lo posso dire, sono diventato quasi napoletano».
Lo scorso mese, così il suo ex CT in nazionale, Zaccheroni: «Nagatomo è molto più aperto di altri giapponesi, lo considero mezzo napoletano da questo punto di vista».
Quando, circa sei anni fa, arrivò in Italia, a Cesena, Nagatomo si mise a “studiare” le canzoni napoletane e si interessò alla cultura vesuviana. Per la sua simpatia e per le sue cantate e ballate partenopee, in Romagna lo chiamarono Ciro Nagatiello. E lui, Ciro Nagatiello, dopo cinque anni di Milano e uno di Cesena, si dice felice di restare in Italia, perché ormai mezzo napoletano.
Ancora una dimostrazione di quanto l’immagine dell’Italia intera all’estero sia pantografia di Napoli, la sua anima più viva ed espressiva, nel bene e nel male. Le positività di Napoli, al netto delle negatività, sono essenza del buon vivere e dell’italianità nel mondo.

nagatomo(l’immagine è frutto di un fotomontaggio)

L’Italia unita si può ancora fare?

Si è tenuto negli studi dell’emittente campana Italiamia un dibattito a più voci sul meridionalismo e sulle condizioni del Sud a 155 anni dall’Unità d’Italia. La parte finale del talk-show ha riguardato l’analisi sulle condizioni attuali della nazione unita. L’Italia esiste o è solo un pezzo di Europa così nominato?

Higuain tra poteri forti e forti motivazioni

higuain

Angelo Forgione Gran polverone si è alzato per una notizia di calciomercato data da Paolo Bargiggia di Mediaset. “Higuain ha rifiutato il rinnovo di contratto proposto da De Laurentiis, il quale cerca il sostituto”. Ne è seguito un comunicato stampa ufficiale in cui il club azzurro ha parlato di “poteri forti” pronti a destabilizzare l’ambiente napoletano, chiudendo i rapporti con il network televisivo milanese a prescindere dagli accordi contrattuali con la Lega Calcio. Aurelio De Laurentiis sembra esserla davvero presa. Cerchiamo di capire il perché.
Qualche anno fa, Gonzalo militava con successo nel Real Madrid, uno dei club più ambiti al mondo. Era arrivato in Spagna diciannovenne, nel 2006, tra lo scetticismo generale, e dovette sgomitare, nel tempo, con Raul, Van Nistelrooy, Cristiano Ronaldo e Benzema. Finì sempre per essere titolare. Tutti i suoi allenatori, da Capello a Mourinho, passando per Pellegrini, l’avevano considerato fondamentale per il Real e gli elogi da parte della stampa e dei tifosi del Real non mancavano affatto. Ma il presidente Florentino Perez prediligeva Benzema, che in Higuain trovava forte concorrenza. L’intera carriera (ottima) di Higuain al Real si era svolta tra pregiudizi montati dal presidente, smontati uno ad uno coi goal, costruendoseli spesso da solo, senza l’aiuto di nessun “galacticos”. 190 partite e 107 goal con in blancos, sgomitando, appunto, senza che nessuno gli avesse regalato nulla. Lui, con spirito competitivo, si era guadagnato la stima della piazza ma non il favore del presidente, e a un certo punto non ce la fece più. Andò da Perez e gli comunicò che avrebbe cambiato aria. Il patron sorrise con soddisfazione, gongolando al pensiero di cederlo per soldi e di assicurare la titolarità al protetto Benzema. Higuain sorrise più di Perez. Sull’argentino si fiondarono Arsenal e Juventus, con tanto appeal, ma con meno liquidità del Napoli, e l’operazione si concretizzò con una quarantina di milioni di euro e un ingaggio pari a quello percepito nel glorioso club spagnolo. Gonzalo non pensò affatto a un declassamento, e non basò la sua scelta sul blasone e sulla bacheca del club da sposare. Fece in qualche modo come Maradona, lasciando un club ricco e glorioso per abbracciare una causa difficile, difficilissima, in un Calcio in cui tutti cercavano cascate di gloria e danari. Lo fece perché aveva voglia di sentirsi leader, di poter dimostrare il suo talento senza dover essere messo in discussione. Il nuovo allenatore del Napoli, Benitez, lo chiamò e lo fece sentire subito al centro del nuovo progetto, e lui accettò di buon grado. Due anni in azzurro, e quando il mister spagnolo naufragò il suo attaccante perse stimoli, affondando insieme a lui. Ma il Pipita non fuggì e volle guardare negli occhi il successore di Rafa, conoscerlo, prima di decidere il suo immediato futuro. Allo sconosciuto Sarri bastarono 5 minuti di orologio per farlo sentire ancora più importante, per trasferirgli importanza, centralità e fiducia. E così Gonzalo, dopo nove mesi, ha superato persino l’inarrivabile predecessore, il bomber Cavani.
Credete davvero che Higuain e il fratello procuratore – che con De Laurentiis hanno un ottimo rapporto – abbiano bisogno di giocare sporco col Napoli? Gonzalo ha fatto scelte controcorrente in passato. Un top club l’ha già raggiunto, e l’ha lasciato. Se resterà o meno a Napoli sarà una questione di motivazioni oltre che di vil danaro. E quando deciderà di lasciare quello che è il suo regno, andrà a dirlo lui al presidente. Lui, prima di tutti.

Scompare Renato de Falco, la cassazione del Napoletano. Il ricordo di Jean-Noël Schifano.

Angelo Forgione Si è spento Renato de Falco (87), grande divulgatore della lingua napoletana, fin dal 1983 riconosciuto “il testimone del mutare di linguaggio e di costume di un popolo”. Negli anni Ottanta, in un momento di oscurantismo dialettale, la sua rubrica “Alfabeto Napoletano” sull’emittente Telelibera 63, sviscerando una parola alla volta, lo rese popolare al pubblico campano, aprendo la strada all’omonimo libro di successo. Finì con scriverne una trentina. Fece molto altro per rendere il napoletano meno vulnerabile, e per riabilitarlo nel futuro, mosso dal desiderio di arginare una certa censura. A quarant’anni si ritrovò ad un bivio: continuare la professione universitaria o approfondire le ricerche sul dialetto napoletano. Scelse la seconda, col rimpianto che lo accompagnò in seguito di aver cominciato tardi a fare ciò che gli piaceva. Di una cosa andò fiero: un pionieristico corso di napoletano tenuto al ‘Grenoble’, su idea di Jean-Noël Schifano, allora direttore dell’istituto francese di Napoli. E proprio a Schifano affido il ricordo di una persona che conosceva personalmente, lui che da de Falco ebbe in dono nel 1996 uno dei sui libri con questa dedica: “A Jean-Noël, da cui ho appreso una cosa che qui manca: ‘e llente ‘e Cavour“. Cioè, gli occhiali di Cavour, le manette. Una geniale espressione popolare post-risorgimentale, nascosta nelle pieghe della storia, che riassume la tragedia meridionale di un popolo che anche grazie al professor de Falco ha iniziato a riprendersi l’identità.

Lo ricordo, amici, come fosse ieri: un vulcano di parole, di storia delle parole e dei modi di dire attraverso i secoli fino ai nostri giorni… In uno dei suoi libri mi ha chiamato “Civis Neapolitanus”… Per me un vero battesimo da chi sapeva tutto il peso e la gloria e la bellezza di essere chiamato civis neapolitanus… Caro, caro Renato, sapevi quanto, più di vent’anni fa come ora, è importante per me fare insegnare la lingua napoletana (che affettuosamente – e naturalmente senza disprezzo – continuavi a chiamare dialetto, come dire una cosa, la lingua napoletana, tanto intima che si succhia con il latte della madre e rimane un modo segreto di conversare, inter nos, fino alle viscere…). Senza riferirmi a te, in un primo tempo, ho aperto lezioni di napoletano al ‘Grenoble’, con la condanna dei Napoletani benpensanti, cioè malpensanti, quelli della malaunità, e un articolo su due colonne nel Corriere del Mezzogiorno che mi intimava di fare insegnare solo il francese e non il dialetto, che per loro, malpensanti, non era che un susseguirsi di “parla bene” quando i loro figli avevano l’impudenza di parlare la lingua di Partenope tornando dalla scuola… Ho chiesto specificamente a Renato se poteva fare conferenze durante più mesi sulla storia delle parole napoletane. Ha chiamato i suoi interventi regolari e con grande e felice pubblico napoletano, francese, inglese, tedesco, spagnolo: Il romanzo delle parole. Che diventò, dal suo editore di cuore, Colonnese padre, un libro appassionante e che consiglierei a tutti di leggere – oltre i suoi diversi Vocabolari e Alfabeti napoletani…
Lo voglio ricordare, il grande Renato De Falco, come ad ogni incontro, sul marciapiedi, in libreria, nella sala delle conferenze dell’Istituto francese, durante i miei ricevimenti, tra salsicce e friarelli, babà e vino rosso o bianco frizzante di Gragnano, come ad ogni incontro assaporiva prima che uscissero dalle sue labbra le parole napoletane di cui aveva appena scoperto la vera origine e altri diversi sensi… Ne parlava con una vera voluttà, e ti faceva condividere schezando, e sempre di scienza sicura, di scienza linguistica virtuosa, direi, la voluttà profonda di sapere il napoletano e di essere Napoletani.
Quanto sono triste alla notizia della tua morte, caro Renato, quanto… Ti saluto con affetto. I tuoi libri sono vivissimi, parlano di noi, parlano di te. Grazie, sempre.
Jean-Noël Schifano

Si me song’ nnammurato d’ ‘a lengua meja è pure pe’ vuje, professò.
Stateve bbuono!
Angelo Forgione

Napoli pacifica e bella. Ecco perché è continuamente sotto attacco.

vesuvio_casteldellovoAngelo Forgione “Perché Napoli è continuamente attaccata?”. È una domanda che mi fanno spesso. La risposta che offro è unica: Napoli non è attaccata. Napoli è invidiata.
La storia insegna, e deve insegnarci, che Napoli non ha mai dichiarato guerra a nessuno nel mondo post-rinascimentale, ma l’ha subita, più volte, fino a diventar colonia interna.
“Benigna nella pace e dura in guerra, madre di nobilitade e d’abbondanza”, scrisse di Napoli Miguel Cervantes, e non vide le Guerre di successione e i moti giacobini del Settecento, e neanche l’invasione sabauda dell’Ottocento. Il drammaturgo spagnolo riconobbe nei napoletani la mitezza, la resistenza alle invasioni e la ricchezza patrimoniale.
E perché si fanno le guerre? Perché si desidera qualcosa che non si ha e la si va a sottrarre a chi ce l’ha. Certo, Napoli non ha più benessere, gli è stato sottratto; ma resta sempre se stessa, piena e tonda di cultura e identità. Ecco perché Napoli continua ad essere attaccatta. La sua cultura e la sua identità, fortissime, non le possono essere sottratte, e perciò vanno adombrate. Non si tratta di giudizio, ma di pregiudizio, qualcosa che anticipa la verità obiettiva e la eclissa.
Un popolo che non ha mai fatto guerre è un popolo che non invidia nulla. Gli basta la sua terra. E i napoletani non hanno mai fatto guerre, perché, culturalmente e paesaggisticamente, hanno tutto!

(scene tratte dal film ‘Fuoco su di me’ del 2006, incentrato sugli ultimi periodi del regno napoleonico di Murat)

Basoli vesuviani scompaiono con l’identità barocca di Napoli

lettera_basoli_pietra_lavicaAngelo Forgione Si è aperta da qualche giorno una polemica tra comitati civici e Comune di Napoli per diversi lavori di riqualifica urbana che hanno imposto basoli di pietra lavica etnea in luogo di quelli vesuviani rimossi. La discussione riguarda anche i timori per i prossimi interventi, soprattutto nel centro storico. Gli assessori competenti assicurano che tutti i basoli di pietra lavica vesuviana rimossi sono stati catalogati e conservati e che verranno utilizzati per completare le pavimentazioni delle strade che rientrano nel Grande progetto Centro storico Unesco.
La sostituzione della pietra lavica vesuviana con quella etnea, già avvenuta in passato in alcune strade importanti di Napoli e più recentemente al Borgo degli Orefici, è responsabile dei grossi problemi in via Toledo e in via Chiaia. La pietra etnea è materiale molto fragile perché contiene un’alta concentrazione di fibra vetrosa, ed è quindi meno resistente della pietra vesuviana, che è pure lavorata in sezioni più doppie e risulta più robusta del marmo. Inoltre la pietra autoctona, derivante dalle eruzioni del Vesuvio, è più pregiata e ha un colore più scuro, caratterizzando i luoghi da secoli. La sua lavorazione si è diffusa tra il XVII e il XVIII secolo, in coincidenza con la fioritura dell’architettura barocca, corrente di cui Napoli è stata una capitale europea. Il cambio del materiale nel centro storico Unesco sarebbe un intervento sbagliato che cambierebbe i connotati storico-urbanistici e colpirebbe l’identità della città. L’intervento, in ogni caso, sarebbe da evitare ovunque, per non doversi trovare con una diversa pavimentazione agli Orefici motivata con lavori in carico alla Metropolitana.

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Vicenda Felicori: Velardi chiede candidatura al PD

Angelo Forgione Grande afflusso alla Reggia di Caserta nel fine settimana pasquale. La pagina facebook del Real Palazzo borbonico ha sfornato le immagini delle lunghe file e i dati sommari, riferendo di circa 8000 visitatori nella sola giornata di Pasquetta. Gongola il direttore Mauro Felicori dalla sua pagina personale, e sembrano ormai archiviate le polemiche sollevate il mese scorso da una parte dei sindacati, o meglio, da quel titolo (“Il direttore lavora troppo…”) de Il Mattino all’articolo del caporedattore centrale Antonello Velardi scritto dieci giorni dopo il comunicato della discordia e subito dopo la cena di Marcianise di cui scrissi in quei giorni per ricostruire la nascita della polemica. A proposito, l’autore di quel pezzo, ha dato la sua disponibilità al cambiamento di Marcianise, cioè ribadendo con vigore la sua volontà di candidarsi a sindaco. Velardi si auspica “che anche il Pd di Marcianise sappia e voglia essere parte rilevante di questo processo di cambiamento”. Il fatto è che non c’è ancora l’unità del partito, che evidentemente è invitato ad accettare la candidatura di chi ha dato l’opportunità a Renzi di gonfiare il petto per l’aumento di visitatori alla Reggia di Caserta, e di attribuire ogni merito a Felicori, nominato dal ministro Franceschini.

l’Eredità… borbonica

Angelo Forgione È un semplice quiz quello sui primati di Napoli proposto da L’Eredità di Rai Uno, ma deve far riflettere. Otto primati, e ce ne sarebbero altri cento, tutti d’epoca borbonica. Altro che “uè uè”! Certo, molti napoletani sanno e talvolta abusano, ma se il quiz è della rete ammiraglia della tivù nazionale, allora l’elenco assume interessanti spunti di riflessione.
Qual è, dunque, l’unico primato che non appartiene a Napoli tra quelli proposti? Il primo giardino zoologico (Roma), che è una questione del Novecento. Morale della favola: Napoli arriva prima da capitale, in epoca preunitaria, e arretra da capoluogo di regione, in quella unitaria.
Mi rifaccio ancora una volta, instancabilmente, a ciò che ho scritto in Made in Naples: “L’eredità borbonica è apprezzata, ma chi l’ha lasciata molto meno. Il paradosso è che il periodo di Napoli capitale è proprio il più accusato e travisato della storia della città. Si evidenziano continuamente i primati e i lasciti dei Borbone, che, invece, per un contorto modo di raccontarne le vicende, vengono descritti dalla corrente storica tradizionale come l’immagine della tirannia e dell’arretratezza. Solo i più superficiali possono ignorare che qualcosa non quadra!”.
Stupisce (si fa per dire) che il primato del San Carlo sia opzionato dai concorrenti solo alla sesta scelta, per non parlare della prima linea ferroviaria, settima scelta.
Ricordo comunque che Carlo di Borbone allestì nei giardini della Reggia di Portici un personalissimo giardino zoologico, dove ospitò animali esotici e feroci. Particolare attrazione rappresentò un Elefante indiano scambiato col sultano ottomano Maometto V per delle tavole di marmo pregiato. L’animale suscitò grande curiosità nelle persone che, fino alla sua morte (1756), si recarono a migliaia a Portici per vederlo, pagando una mancia al suo custode. Lo scheletro è conservato nel Museo zoologico di via Mezzocannone in Napoli e un suo ritratto, dipinto da Pellegrino Ronchi, è esposto alla Reggia di Caserta.
Non è comunque la prima volta che la redazione de L’Eredità spulcia nella storia di Napoli. Basta ricordare le domande sul bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta e sul Corsiero del Sole, simbolo di Napoli, con citazione di chi scrive.

Zuppa di cozze, tradizione del giovedì Santo napoletano

Angelo Forgione Giovedì Santo, giorno di zuppa di cozze a Napoli. Tratta da Made in Naples (Magenes, 2013), breve descrizione della genesi di questa peculiare tradizione che precede la Santa Pasqua.

(la rivoluzione alimentare – pagina 78)

Anche il pescato, da sempre risorsa per la popolazione napoletana, conobbe nuovi modi di preparazione che diedero pure luogo a nuove tradizioni. Una su tutte, quella della zuppa di cozze, inquadrata nel periodo di Pasqua. Ferdinando IV, goloso di pescato e frutti di mare, galvanizzato dal pomodoro (ricevuto in dono dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna di Carlo III), indicò ai cuochi di corte la pomposissima ricetta delle cozzeche dint’â connola (cozze nella culla), ma il notissimo frate domenicano Gregorio Maria Rocco gli consigliò di morigerarsi nella settimana Santa. Per non rinunciare alle amate cozze, prima di recarsi in via Toledo per lo struscio del giovedì Santo, diede indicazione di prepararle in maniera più sobria, inzuppandole con una salsa piccante di pomodoro. ‘A zuppa ‘e cozzeche uscì dalle cucine reali e si diffuse in città, divenendo la tradizione del giovedì Santo napoletano e ricetta notissima, insieme all’ancor più semplice ‘mpepata.