Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto (dai romanisti)

Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano.

(articolo scritto prima della morte di Ciro Esposito per gli scontri a Roma del 2014)

Angelo Forgione Napoli e Roma. I rapporti storici tra le due città vicine sono sempre stati stretti e, talvolta, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio furono legati da un profondo cattolicesimo e che Papa Pio IX, durante il suo esilio per la Repubblica Romana, fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II nei territori di Napoli, prima a Gaeta e poi a Portici.

Anche nel calcio, la partita Roma-Napoli conserva significati particolari. È detto il “derby del Sole”, il Centro-Sud che si oppone all’antico potere del Nord-ovest, il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli per certi versi simili ma che oggi sono in aperta inimicizia calcistica. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima, per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano: il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli. I due nuclei si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due città, gridavano il nome dell’avversaria durante gli incontri, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma, tutti ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era la più grande festa del calcio italiano!

Nei secondi anni Ottanta, quando si sono invertiti i rapporti di forze e a sfidare le grandi del Nord si et proposto il Napoli di Maradona, l’amicizia si è improvvisamente rotta. Responsabilità addossata, per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un sgarbo alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Dieguito. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece il gesto dell’ombrello. Apriti cielo!
Ma perché il numero 4 azzurro si lasciò andare a quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, e Bagni continua a scusarsene, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto di fatto quando lo fece.
Il popolo azzurro gioiva per lo scudetto cucito al petto degli Azzurri ma veniva da anni di bocconi amari ingoiati, quando si era mostrato ben contento di sostenere la Roma di Liedholm nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra, gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche il bomber Bruno Giordano, bandiera della Lazio. L’astio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.

Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello che avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Una crepa si aprì nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal di Maradona, imbeccato proprio da Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della prima crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra capace di lottare per lo scudetto. Valori capovolti, anche grazie al contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai guastata, ma si provò comunque a celebrare la recente amicizia. Prima della partita, i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre in direzione della Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì partire il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, dando il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, evidentemente vittima di un tranello. Il portabandiera azzurro capì e riportò indietro lo stendardo, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu spiegato dallo sfortunato compagno.
In partita, al goal di Pruzzo, partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono, e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria partenopea, cui seguì tutto il più volgare sfogo di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri Azzurri andarono invece verso la Nord per donare le loro sudatissime maglie ai napoletani. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, apparentemente d’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo un’a’ardente lavata vesuviana. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadra in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con il gran cuore quello di Maradona, il fuoriclasse che fece vincere il Napoli e minacciò di farlo vincere ancora. Nell’ottobre del 1989, durante un Roma-Napoli disputato allo stadio Flaminio per l’indisponibilità dell’Olimpico, in rifacimento per i Mondiali italiani, i cori razzisti dei romanisti contro i napoletani piovvero esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto due mesi prima. L’imbarazzo fu enorme, al punto da spingere la FIGC a introdurre la “discriminazione territoriale” nel Codice di Giustizia sportiva. Qualche mese dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, l’odiato capopopolo di Napoli e carnefice della Nazionale italiana in maglia albiceleste, fu fischiato sonoramente dal pubblico dell’Olimpico durante l’esecuzione dell’inno argentino.

Più recentemente, un romanista doc qual è l’attore Massimo Bonetti ha raccontato il momento della rottura del gemellaggio tra romanisti e napoletani in un intervista concessa a Luca Cirillo per calcionapoli24:

“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.

Ricomporre la frattura, oggi, appare quantomai difficile, a testimonianza dell’ottusità di un mondo del calcio che è perfetta espressione delle pulsioni del Paese.

Polenta tossica e Pizza benefica, ma il cancro è una cosa seria

Studi scientifici del CNR di Napoli allertano sulla cancerogenità della polenta, mentre già in passato gli oncologi avevano certificato le proprietà antiossidanti del ragù e della pizza di Napoli. Il dibattito leggero a “la Radiazza” di Gianni Simioli con Sammy Varin di Radio Padania, Angelo Forgione e Francesco Borrelli è un’occasione per confrontarsi sulla più seria incidenza tumorale nel “triangolo della morte” in Campania e rimandare al mittente le responsabilità nascoste. Il leghista che non sa cosa ci sia nella polenta sa cosa c’è dietro l’avvelenamento campano?

A chi fa ridere la puzza di Napoli che non c’è?

Infelice battuta di Francesca Reggiani nei panni di Sophia Loren alla trasmissione radiofonica Ottovolante di Radio 2 del 12 ottobre. «Napoli? Quanto è bella Napoli, vista da lontano. Dal mio attico di Manhattan è la distanza giusta. Io salgo in terrazza con il binocolo e quella è veramente la distanza giusta perché mi arriva la poesia ma non la puzza». E il conduttore Savino Zaba se la ride.
La puzza della Napoli profumata di sapori e mare, quella stessa puzza che è costata cara a qualche giornalista e che l’Italia del calcio minimizza a rango di “sfottò”, continua a essere una costante che striscia anche nell’ironia brillante. Poi finisce che si scusano col solito “io amo Napoli”. Molti, troppi umoristi non saranno mai Grandi finché incapaci di far ridere tutti senza offendere nessuno. Proietti docet! Se la Loren originale si sente napoletana e non italiana ci sarà un perché.

Napoli sottomessa che china la testa

Angelo Forgione – Quello che sta verificandosi ha dell’assurdo tutto italiano: è ormai chiaro che certi media nazionali stanno operando un’opera di convincimento affinché i cori razzisti nei confronti di Napoli, perché di questo si tratta, siano considerati semplici “sfottò”. È lo stessa volontà della Lega di Serie A, ormai alle corde di fronte al cartello messo sù dagli ultras di tutt’Italia che hanno già promesso di cantare su tutti i campi cori vietati in occasione della prossima giornata. Il primo risultato è che il giudice sportivo ha sospeso il giudizio sul ricorso del Milan avverso alla chiusura dell’intero stadio, in attesa della prossima riunione del Consiglio di Lega che chiederà alla FIGC di rivedere le norme sulla discriminazione territoriale. Cosa c’è dietro? La volontà di rivedere la norma, e pertanto, in virtù di ciò, si è evitato di danneggiare il Milan prima che la modifica (o cancellazione) lo renda vittima. La giustizia sportiva se ne è lavata le mani; si deciderà dopo che la Federcalcio avrà cambiato le sanzioni e, nel peggiore dei casi, verrà chiuso solo un settore del “Meazza”.
È sacrosanto che le società non debbano pagare certe colpe dei tifosi. È evidente che la chiusura totale degli stadi e le penalizzazioni delle squadre sono spropositate e costituiscono solo un arma in mano al nemico-ultras data proprio da chi lo sta combattendo, ma si tratta comunque di un’ennesima vergognosa mancanza di rispetto nei confronti della città partenopea da parte di chi continua a giocare a nascondino. Stiamo assistendo alla derubricazione dei “violenti” cori razzisti, di fatto in fase di inserimento nella categoria dell’ironico “sfottò”. Una battaglia sollecitata per anni, appena iniziata e già persa di fronte agli interessi economici. Molti di quelli che oggi minimizzano sono gli stessi che in passato hanno invocato maggior decisionismo. Un atteggiamento generale favorito da chi a Napoli ha porto l’altra guancia, scavalcando l’indignazione di buona parte del popolo partenopeo e rendendo possibile quest’ennesimo schiaffo alla città.
Nel corso della trasmissione radiofonica “Tuttazzurro” di giovedì sera, su Elleradio Roma del direttore Ezio Luzzi, mi sono confrontato personalmente con Alessandro, un curvista dello stadio “San Paolo” che per lavoro risiede al Nord. Una discussione a più voci condotta da Gino Di Resta che è servita quantomeno ad acclarare che a qualcuno non interessa nulla dell’identità territoriale e che il principale valore da preservare è quello della libertà di scontro, verbale o fisico, con le tifoserie rivali. È tutta qui la solidarietà espressa nella protesta inscenata a Napoli. Del resto, se le cose non stessero così, invece dell’inaspettata autodiscriminazione, al “San Paolo” si sarebbe gioito per la chiusura di una curva rivale, invece di autoinsultarsi. Questo non è sport, questa non è una sana società civile. Questa è l’Italia… e una Napoli che non mi piace.

La notte bianca al Vomero è Made in Naples

Torna la “notte bianca” al Vomero. Sabato 12 ottobre, dalle 19 alle ore 3, migliaia di persone si riverseranno nelle strade di Vomero e Arenella per la manifestazione “Vomero Notte 2013” e troveranno spettacoli, negozi e ristoranti aperti.
A piazza Vanvitelli, nel cuore del quartiere collinare, l’evento proporrà un palco made in Naples, all’insegna della cultura e del divertimento. Dalle 21, il padrone di casa sarà Gianni Simioli che introdurrà lo spettacolo di Simone Schettino (ore 22), preceduto dalla premiazione di Angelo Forgione (ore 21:20) per i tre millenni di cultura napoletana raccolti e descritti nel libro Made in Naples. Previsti altri momenti di forte significato identitario, tra cui l’altra premiazione a Marco Esposito per il libro Separiamoci, il Compra a Sud di Francesco Menna, Pietrarsa 1865 di Aldo Vella e altri, voluti dall’imprenditore Roberto Natale, organizzatore della manifestazione di piazza Vanvitelli, per valorizzare le capacità artistiche e intellettuali del territorio. La serata della centralissima piazza sarà coperta dalle frequenze di Radio Marte.

«Venaria reggia più bella d’Italia. Sfido Caserta!»

l’assessore alla Cultura del Piemonte fa marketing umiliando la cultura

Angelo Forgione – A pochi giorni di distanza dagli arresti relativi alle presunte tangenti legate ai restauri di alcune dimore storiche piemontesi, tra cui il complesso storico della Venaria Reale, Michele Coppola, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, ospite al programma Youtube di Klaus Davi, ha azzardato un confronto tra la Reggia sabauda e quella di Caserta, lasciandosi andare a un parere condivisibile nel presupposto della gestione monumentale ma completamente sbagliato nella comunicazione culturale: «In Piemonte abbiamo la Reggia più bella d’Italia, quella di Caserta è solo una Venaria minore. Sono pronto a fare una scommessa: prendiamo dei giudici e li portiamo sia a Caserta che alla Venaria».
Va subito detto che l’assessore Coppola ha avviato il suo colloquio con Klaus Davi precisando di non essere un assessore alla cultura che arriva da una cattedra universitaria, non uno storico dell’arte, ma uno cui è stato chiesto di occuparsi di un sistema di funzionamento. E infatti Coppola è in realtà un professionista del settore comunicazione e marketing, e da tale ha definito Venaria Reale “la reggia più bella d’Italia” invece che “la meglio gestita”, generando così un’artificiosa confusione per sminuire valori artistici e significati culturali di Caserta e fare leva sull’esempio di restituzione di un bene alla comunità che Venaria effettivamente rappresenta.
La verità è che Caserta è l’unica reggia europea d’Italia, perché racconta una trasformazione per tutto il continente, narra il valore universale di Pompei attraverso la genialità di Vanvitelli che, dopo aver osservato gli scavi borbonici vesuviani, rinnegò le ridondanze del Barocco e inaugurò il Neoclassicismo. La reggia di Caserta incarna la trasformazione del gusto europeo verso quel nuovo stile vanvitelliano nato all’ombra del Vesuvio e diffusosi fin nelle Americhe. La Venaria Reale, invece, non ha significati specifici e basta visitarla per accorgersi che, proprio perché rimessa a nuovo sei anni fa da un rudere dopo aver goduto di una pioggia di finanziamenti in vista delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità, è riempita di modernità decontestualizzate, e non presenta lo scalone, gli appartamenti, i giardini, le fontane e gli spazi di Caserta. Senza contare la “sedia volante”, il bagno di Maria Carolina e tutti i significati di civiltà che il palazzo vanvitelliano conserva. Coppola queste cose probabilmente le intuisce e le teme, perché è stato lui stesso a dire a Klaus Davi che il suo non è un giudizio sulla qualità architettonica ma si basa sul fatto che la reggia sabauda produce al contrario di quella borbonica. Tant’è che invita al confronto con dei giudici, ma non parla di storici dell’arte, i quali non avrebbero neanche il bisogno di recarsi di persona a verificare le differenti condizioni delle due regge perché le conoscono bene e si indignano già per quelle di Caserta, di cui conoscono il valore universale e artistico ben maggiore. Basta leggere le dichiarazioni di Philippe Daverio a Il Mattino di qualche mese fa per capire cosa significhi Caserta per il mondo e cosa si nasconde dietro al marketing politico dell’assessore Coppola:
“Sono legato al Meridione. Come alsaziano, mi sento molto meridionale e ho nei confronti di Napoli un’immensa gratitudine. Il Meridione ha bisogno di autocoscienza e autofierezza di appartenere al mondo. Da questo punto di vista, Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa.”
Ecco, Daverio potrebbe essere un giudice competente. Oppure bisogna affidarsi ai politici che ammazzano la cultura? In realtà basterebbe attenersi ai verdetti della storia d’Europa, e pure a quella d’Italia, scritta si sa da chi.

nel videoclip, il dibattito a “la Radiazza” su Radio Marte

Topolino napoletano a “Unomattina”

Angelo Forgione – Qualcuno ricorderà che lo scorso aprile, incuriosito dall’incredibile somiglianza tra Mickey Mouse e il topo degli sciroppi La Sorgente, contattai i responsabili dell’azienda di Caivano, che mi diedero delle informazioni sul perché il loro disegno campeggiasse da anni indisturbato sulle loro etichette. Il buon Ruggero Guarini, prima di lasciare questo mondo, ebbe giusto il tempo di stupirsi della primogenitura napoletana del primo topo antropomorfo dell’umanità e scriverne sui quotidiani nazionali. Senza dubbio, il fascino partenopeo attorno al topo più famoso del mondo è così coinvolgente da solleticare anche gli autori del programma Rai Unomattina, i quali hanno imbastito una simpatica discussione sul mio approfondimento, ma attribuendomi una storia sulla cui veridicità indago, peraltro smentendo l’esistenza di Michele Sorece.

Made in Naples a “Ultrazoom”

Made in Naples di Angelo Forgione alla trasmissione “Ultrazoom” di Nello Odierna sull’emittente CapriEvent.

De Laurentiis costruisce e la Curva B distrugge

Angelo Forgione – Il 21 maggio scorso, nel giorno del convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis aveva chiesto a tutta la piazza di compattarsi di fronte alla più alta percentuale di tumori del Paese e impegnarsi nella “rivoluzione di Napoli contro l’Italia”. A distanza di quattro mesi e mezzo, il patron ha portato in campo un messaggio, non casuale perché riassume l’invito di maggio: “La terra dei fuochi deve vivere. Assieme si può”. Era scritto su uno striscione esposto sul prato del San Paolo e sui display prima del fischio d’inizio del match contro il Livorno. In Curva B, invece di esporre messaggi contro l’inquinamento programmato di “Terra mia”, sorgeva un’altra coppia di striscioni che recitavano “Napoli colera” ed “e adesso chiudeteci la curva”. Si è poi levato persino il coro incriminato “Senti che puzza, scappano i cani, stanno arrivando i napoletani. Colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati”. Una chiara forma di contestazione verso la giustizia sportiva, netta e precisa, a prescindere dall’identità e dall’intelligenza individuale. Striscioni che sono frutto di un codice degli ultras, pronti a sfidarsi gli uni contro gli altri nel corpo a corpo e poi abbracciarsi idealmente per combattere il nemico comune che ha il potere di decidere.
Non è arrivata una spiegazione ufficiale che cancellasse gli interrogativi sul gesto. C’è chi ha parlato di provocazione, altri addirittura di ironia, ma pare proprio trattarsi di protesta sottoforma di incosciente autolesionismo. Sia chiaro che il gruppo della Curva B del San Paolo ha violentato la città; si è anteposta allo sdegno che la grandissima parte dei napoletani provano per i cori razzisti, finalmente puniti, e sembra proprio aver lanciato un messaggio a Tosel e agli ispettori della Procura Federale della FIGC: “Lasciateci scontrare, non ce ne frega del razzismo, non tolleriamo le vostre intromissioni e non vogliamo essere controllati”. L’identità di chi ha inscenato la protesta non è napoletana ma ultras, che è un modo d’essere con principi ben precisi. È quella l’unica identificazione che conta ed è chiaro che a loro non interessi nulla di Napoli, della città, della dignità di popolo. E ancora meno gli interessa dell’inquinamento delle terre immediatamente fuori città, ulteriore “strumento” per discriminare una città vessata che avrebbe bisogno di ben altre manifestazioni e invece si ritrova ostaggio di chi apre platealmente le porte di casa all’aggressione secolare.
Bisogna puntare decisamente i riflettori sullo striscione voluto dal Napoli, che diceva proprio “assieme si può”. Mentre il Napoli chiedeva la rivoluzione di Napoli contro l’Italia sbagliata il gruppo di curva B abbracciava l’Italia sbagliata. Altro che assieme, altro che impegno di tutti… su alcuni non si può e non si deve contare. La Campania non merita le condizioni in cui si trova, ma certe manifestazioni dimostrano il perché lo sia. E Napoli è ancor di più luogo simbolo di un pernicioso masochismo.
Dopo anni di battaglie su questo tema, mi sento violentato dal mio vicino.

Se il razzista allo stadio gioca a nascondino

Angelo Forgione – Nei giorni scorsi si è accesa una polemica sulle parole pronunciate da Raffaele Auriemma nel dibattito sulla chiusura della curva milanista per discriminazione razziale nei confronti dei napoletani, durante la trasmissione Tiki Taka di lunedì 31 settembre (guarda a 1:20:00). Due giorni prima gli ultrà rossoneri erano rimasti all’esterno dello stadio, dove avevano inscenato una protesta a base di cori e striscioni anti-napoletani. La polemica, evidentemente, mi ha travolto indirettamente e tante sono state le rischieste di esprimermi sulle parole del telecronista tifoso napoletano di Mediaset Premium. Cosa ha detto Auriemma per attrarre l’ira dei suoi e vedersi costretto a scrivere un editoriale per chiarire il suo pensiero? «Io me ne frego – ha detto il popolare telecronista – e non mi piace questa severità presunta per chi dice “coleroso”. Il colera a Napoli c’è stato tre giorni nel Settanta, non è che sono arrivati i lanzichenecchi da queste parti. Chi fa questi cori non sa neanche a cosa si riferisce. È ignoranza, è idiozia, è bisogna ripartire dalla scuola. Il capo ultras del Milan ha ragione quando dice che questi cori ci sono da decenni. Noi napoletani non ci offendiamo e non ci sentiamo colpiti dal razzismo. Sono cori da stadio e questo devono rimanere. Il vero razzismo è quello tra calciatori. La repressione peggiora le cose perché questi vanno fuori e fanno peggio».
Le parole di Auriemma sono frutto di un parere intimo e l’errore è stato quello di iniziare a esternare un pensiero a titolo personale per poi estenderlo a tutti i napoletani. Che invece, in gran parte, dimostrano da tempo di pretendere il rispetto che troppo spesso viene a mancare e avrebbero sperato in un altro tono dalla voce napoletana di Premium Calcio. Auriemma ce l’ha più con la giustizia sportiva – e fa bene – che solo ora usa il pugno di ferro per certe manifestazioni che si sono ripetute per anni senza alcun provvedimento. Anch’io non mi offendo per l’ignoranza di chi dimostra palesemente e in pubblico di essermi inferiore culturalmente, ma a differenza di Auriemma mi indigno al cospetto dell’ignoranza destabile di un uomo in età avanzata che si esprime col linguaggio razzista e dice di non esserlo perché “quei cori sono solo roba da stadio”, salvo autoconfutarsi nell’arco di cinque secondi cinque… giusto il tempo di confessare, quasi fosse un’attenuante invece che un’aggravante, che certi cori sono normali dal momento che si fanno anche a scuola. Vero, ed è proprio questo il problema. Dunque, tutto dovrebbe essere corretto proprio nelle scuole ma non si può consentire che certa propaganda sia considerata innocua e prosegua impunemente. Lasciamo pure che negli stadi ci sia volgarità, a Milano come a Napoli; lasciamo pure che si tifi contro gli avversari invece che a favore dei propri colori. Ma il razzismo é pericoloso, ancor più quando è subdolo e nascosto nelle pieghe della proverbiale volgarità. Soprattutto perché quello contro i napoletani è una costante della giovane storia d’Italia e non accenna ad arrestarsi, non solo allo stadio. E i media hanno già contribuito a fomentarlo nel 1973 ricamando sul colera a Napoli, allontanando i turisti dalla città che sono tornati con lentezza solo dopo il G7 del 1994.