Angelo Forgione –
«Napoli perdente!». Ipse dixit Arrigo Sacchi, la cui carriera è in qualche modo legata al Napoli più vincente che vi sia mai stato. L’ex tecnico romagnolo ha sparato a zero sulla piazza partenopea nel giustificare, in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, il fallimento (o presunto tale) di Benitez, suo pupillo, all’ombra del Vesuvio. Ed è bufera.
«A Napoli – ha detto l’ex allenatore – Benitez ha trovato una situazione non facile perché è una città che non ha mentalità vincente. Quella squadra non ha mai vinto niente di veramente importante. Maradona, il migliore giocatore che ho visto in campo, non ha alzato là neanche la Coppa dei Campioni. Neanche è arrivato ai quarti. Lavorare in un ambiente così è difficile».
C’è poco da risentirsi. Sacchi ha detto una sacrosanta verità. La mentalità vincente manca al Napoli, e manca a tutto il calcio centro-meridionale. È un problema radicale, nativo, che coinvolge tutto il movimento calcistico della parte del Paese non industrializzata. Più ci si allontana dalla produttività settentrionale e più il Calcio diventa poesia, sentimento. Roma, ad esempio: è una delle capitali europee meno vincenti nel Football, disciplina in cui la mentalità vincente è fiorita nei centri industriali del Vecchio Continente. È proprio l’applicazione dello spietato metodo imprenditoriale nel Calcio ad aver prodotto successi, lavorati come in catena di montaggio, da “accantonare” appena fabbricati, e fabbricati ad ogni costo, possibilmente il più basso. Se per l’icona bianconera Boniperti «alla Juventus vincere non è importante ma è la sola cosa che conti», anche a costo di festeggiare un Coppa dei Campioni con dei cadaveri all’esterno di uno stadio, un motivo ci sarà. Se per Berlusconi è prioritario ostentare sulle maglie del Milan una patch con le sette Coppe dei Campioni vinte, un motivo ci sarà. Se Massimo Moratti si è svenato di oltre un miliardo di euro nell’arco della sua quasi ventennale presidenza dell’Inter, pur di cancellare la fama di perdente che si era costruito, un motivo ci sarà. Le varie proprietà di Juventus, Milan e Inter coincidono nel tempo con la maggiore nomenclatura imprenditoriale italiana, quei Rizzoli, Agnelli (intere generazioni), Moratti (padre e figlio) e Berlusconi che hanno compreso il ruolo veicolante del Calcio per la creazione di identità moderne e produttive.
Napoli, che piaccia o no, è un’altra piazza, un’altra Italia. Solo 15 podi in 72 stagioni in Massima Serie (2 volte primo, 5 volte secondo, 8 volte terzo), e la sua tifoseria di oggi non tiene conto del dato storico, migliorato dall’azzurro di Maradona con 5 podi (5 trofei) e da quello del contestato De Laurentiis con altri 3 (3 trofei), i due più vincenti della storia. Roma non ha fatto meglio, coi 21 podi giallorossi (in 85 campionati) e i 13 biancocelesti (in 75 campionati). Risparmio al lettore la quantità di podi, non di scudetti, delle squadre di Milano e Torino.
Napoli, come Roma, è piazza che non sa vincere, perché ogni importante battaglia vinta non l’archivia immediatamente, come in catena di montaggio, ma si abbandona a lunghe euforie che abbassano la soglia di concentrazione rispetto ai successivi impegni in guerra. Napoli, come Roma, è piazza che non sa neanche più perdere, perché se ci lascia le penne è colpa di chi non fa qualcosina per appagare la convinzione di meritare di più, dimenticando tout court le svantaggiose condizioni economico-sociali del territorio.
Sacchi, dunque, ha ragione, e c’è poco da risentirsi. Ma quel poco ha il suo perché proprio nella figura di Sacchi, uno baciato in fronte dalla fortuna. Arrivato al Milan dalla provincia senza aver fatto nulla di straordinario oltre a rifilare due sconfitte al ricco e rampante Berlusconi. Uno che ha vinto tanto in rossonero, dando spettacolo, ritrovandosi addosso la fama di miglior allenatore italiano di tutti i tempi. Lo fece in soli tre anni, complice il tasso tecnico messogli a disposizione dall’allora Cavaliere e il temporaneo sfarinamento del Napoli più vincente della storia, che gli regalò uno scudetto e lo lanciò nell’olimpo della Coppa Campioni. È lì, nel torneo continentale più importante (e molto più facile di quello di oggi), che costruì il suo mito, visto che nei successivi 3 campionati italiani si piegò a Trapattoni, Bigon e Boskov. Sacchi introdusse l’esasperazione del ritmo e del movimento senza palla, ma soprattutto la figura del preparatore atletico, vero segreto che gli consentì di far correre i suoi più di tutti, prima di tutti. Quando quella figura fu adottata dall’intero scibile calcistico, Sacchi finì di veder sfrecciare i suoi in campo con una marcia in più. Se ne andò a guidare la Nazionale, e per poco non vinse un mondiale senza nulla fare e con un Baggio in più, macchiando la fama che si era costruito con quella nuova e meno lusinghiera del “cul de Sac”. Risultati assai modesti a seguire, anche in Spagna e poi ancora in Italia. Il troppo stress lo portò al ritiro. Magari frustrazione da insuccessi per un uomo che aveva vinto tanto in poco tempo, il signor nessuno divenuto “il profeta di Fusignano” e chiamato a dover dimostrare di essere un vincente. Chi lo aveva sostituito al Milan [Fabio Capello] vinse più di lui, senza prendersi alcuna benemerita etichetta.
Non che si intenda sminuire chi ha saputo dettare un cambiamento del Calcio, ci mancherebbe. Ma quel cambiamento fu attuato senza applicare la cultura della sconfitta. Il Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere, e toccò livelli di fair-play molto bassi. Come non ricordare il pareggio-qualificazione della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90 contro l’Atalanta grazie a un rigore guadagnato (e trasformato) con una rimessa in campo non restituita agli orobici, mentre Sacchi se ne lavava le mani e si prendeva le invettive del collega Mondonico. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto al Napoli, quando, dalla panchina, Arrigo urlò di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellere lui e tre furibondi rossoneri. Il suo Milan chiuse nella vergogna il meraviglioso ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, presto riattivato. Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, espugnando il “San Paolo” e soffiando lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori (quello sì che era un pubblico che sapeva perdere). Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Cosa c’entra la mentalità vincente con la lealtà sportiva? C’entra, quando vittoria ad ogni costo significa calpestare l’etica. Sacchi frequenta oggi i salotti televisivi in qualità di opinionista, trasformandosi spesso a sproposito in educatore. Ha ragione a dire che a Napoli non c’è mentalità vincente ma è bene che non dimentichi che lo stimato Benitez ha fallito anche a Milano, con l’Inter, perché Moratti chiuse il portafogli dopo essersi svenato per vincere la Champions League. La crisi della raffinazione a livello europeo aveva avviato la spirale negativa dei bilanci in rosso della sua Saras. Sine pecunia ne cantantur missae. Se ne sta accorgendo anche l’ultimo Berlusconi, falciato dal lodo Mondadori. E se questo a Napoli è normale, a Milano lo è un po’ meno. A proposito di mentalità vincente.
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‘Dov’è la Vittoria’ su Radio Sportiva
Dalla rubrica “Libri e Sport” di Radio Sportiva di venerdì 4 settembre, un concentrato di meridionalismo intellettuale in maglietta e pantaloncini, parlando di Calcio e Italia spaccata.
‘Dov’è la Vittoria’ a “Si Gonfia la Rete”
Dalla trasmissione Si Gonfia la Rete su Radio CRC del 13 luglio, due chiacchiere sul libro Dov’è la Vittoria e sul nuovo Napoli di Sarri che inizia a prendere forma.
(video) Pastore: «’Dov’è la Vittoria’ sarà materia di studio»
È stato presentato mercoledì 10 giugno a la Feltrinelli di Napoli Chiaia il saggio Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione. Con l’autore sono intervenuti Rosario Pastore, storica firma della Gazzetta dello Sport, e Luigi Necco, altrettanto storico volto della Rai.
Proprio Rosario Pastore, concluso l’appuntamento ricco di belle parole, ha affidato alla sua pagina facebook un convinto invito alla lettura del libro (di seguito riportato).
Da un po’ di tempo, fra me e Angelo Forgione è in atto un simpatico duetto: io lo chiamo Maestro e lui, del tutto indebitamente, chiama maestro me. In realtà, da parte mia è un po’ più che un giochetto: perché quando chiamo maestro Angelo, lo faccio del tutto seriamente. Ho sempre seguito questa linea: chi merita di essere chiamato Maestro è uno che, almeno nel suo campo, ne sa molto più del suo prossimo. E Forgione ha ampiamente dimostrato che ben pochi, o forse nessuno, è in grado di competere con lui negli argomenti che lo appassionano. Un’altra cosa ho imparato nella mia, ahimè, lunga vita. Ed è che è abbastanza facile scrivere la prima opera, molto più difficile scrivere la seconda. Una legge che vale un po’ in tutti i campi. Si può dipingere un bel quadro, si può scattare una attraente fotografia, si può recitare con successo in una “piece” teatrale, si può scrivere un buon libro, alla prima botta. Perché quando ti accingi ad una cosa del tutto nuova, dai fondo a quanto sai, gratti il barile della tua esperienza, ti affidi alla tua incosciente faccia tosta e magari riesci ad avere successo. Quando devi fare il bis, però, cominciano le difficoltà. Perché non è più il tuo istinto ad aiutarti ma quello che hai veramente dentro, il tuo talento naturale. Ebbene, quando ho letto la prima opera di Forgione, Made in Naples, mi tuffai con molto godimento nelle pagine di uno che dimostrava di conoscere a fondo la materia che presentava. E infatti, ci troviamo di fronte non ad un improvvisatore ma ad un vero, approfondito studioso di uno Stato, di una città che purtroppo non esistono più e che sono state offese, calpestate, mortificate nelle loro stessa essenza. Chi vi parla non è un borbonico e quindi non accetta di prendere per oro colato tutto quello che gli viene propinato. E infatti Forgione col suo libro non voleva convincere ma raccontare, illustrare, dimostrare. Made in Naples ha avuto il successo che meritava e continuerà ad averlo. Ma ora eccoci davanti alla seconda opera, questo Dov’è la Vittoria. Non un trattato, non un raccontino, non un “excursus”, ma una vera e propria denuncia, proprio come una vera e propria denuncia era stato Made in Naples. Angelo Forgione, nell’accingersi a scrivere la sua seconda opera, quella della verità, non ha inanellato una serie di fattarielli, ha studiato la materia, si è tuffato in questo mondo prendendolo di petto, ne ha studiato gli aspetti più sconcertanti. Ne è venuto fuori un prodotto che sarà materia di studio e un libro praticamente obbligatorio sia per gli addetti ai lavori sia per quanti si pongono domande alla quali, fino ad oggi, non sono state date risposte esaurienti. Alcune di queste domande le troviamo nella controcopertina del libro. Ma sono solo alcune. A tante altre, a tutte, Forgione dà le sue risposte e lo fa in maniera del tutto esauriente. Non è un caso che quanto sta accadendo nel Napoli in questi giorni rispecchia quanto Angelo anticipa nella sua opera. Dopo anni di illusioni di grandezza, gli obiettivi della squadra sono ridimensionati. Non più sogni europeisti, con un allenatore con fama, a torto o a ragione, internazionale come Rafa Benitez ma un bravo tecnico, per di più napoletano, i cui meriti sono di aver dato un gioco decente ad un Empoli appena arrivato in serie A, guidandolo ad una tranquilla salvezza. E dando alla squadra un gioco piacevole ed a tratti spettacolare. In ogni caso, un allenatore i cui meriti sono da verificare in un ambiente difficile come il nostro. Perché questo ridimensionamento? E perché, mentre il Napoli, agli inizi del XXI secolo, veniva mandato in serie C senza pietà, altre squadre, come la Roma e specialmente la Lazio di un certo Lotito, venivano risparmiate ed i loro debiti venivano spalmati in comodi pagamenti, anche con scadenza venticinquennale e senza interessi? E come mai la Juve, coinvolta pesantemente in Calciopoli, veniva punita solo alla serie B e gli venivano tolti solo due scudetti mentre, stando alle indagini, sarebbero molti di più quelli conquistati più o meno legittimamente? Il calcio meridionale raccoglie solo le briciole di quanto gli lascia, con tanta magnanimità, il calcio del Nord. Squadre che rappresentano realtà importanti, come il Palermo, non hanno mai vinto uno scudetto. Il Napoli ne ha conquistati due, ma solo grazie al fatto di poter contare sul giocatore più forte del mondo, un lusso che, negli anni seguenti, fu pagato amaramente. Di tutto questo e di moltissimo altro parla e discute Forgione in Dov’è la Vittoria, una pubblicazione, che ripeto, deve trovare posto nelle vostre librerie. Dopo averla letta, naturalmente.
R. P.
Dov’è la vittoria, a “San Paolo Show” anteprima con dibattito
Dov’è la vittoria, in uscita il 13 maggio in libreria, presentato in anteprima a San Paolo Show, la trasmissione di Tv Luna condotta da Paola Mercurio. Coinvolti nel dibattito che ne è nato anche Beppe Bruscolotti, Patrizio Oliva, Rino Cesarano, Massimo D’Alessandro e Angelo Pompameo.
DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone
Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.
La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.
Capitoli
- Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
- Divide et impera – introduzione dell’autore
- Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
- Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
- Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
- Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
- Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
- Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
- Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
- Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
- L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
- Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore
Tra le 5 big, il Napoli perde tifosi
Angelo Forgione – L’annuale osservatorio sul tifo calcistico della Demos & Pi ha confermato che Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma rappresentano l’80% degli appassionati italiani. Più staccate, Lazio, Fiorentina, Cagliari, Torino e Palermo. Si tratta di rilevamenti tutt’altro che inutili, visto che quelli analoghi commissionati dalla Lega Calcio determinano la redistribuzione di un quarto dei proventi delle pay-tv, fino a un massimo del 6,25% per singola società. Più tifosi hanno i club, più soldi portano a casa. E lo sa bene anche Edoardo De Laurentiis.
L’ultimo campione nazionale (1100 casi) è stato interpellato dalla società Demetra nel periodo 4 – 10 settembre 2014, ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.
Da evidenziare che, nell’analisi comparativa dei sodaggi degli ultimi quattro anni (disponibili online), la tifoseria del Napoli è l’unica che fa registrare un trend negativo. Gli azzurri, dopo aver toccato quota 13,2% e aver avvicinato sensibilmente l’Inter nel 2012 (dopo la consacrazione del sodalizio azzurro proveniente dal fallimento), sono scesi a quota 10%, mentre tutte le altre hanno guadagnato una percentuale di seguaci. Il “vorrei ma non posso vincere lo scudetto” ha scoraggiato gli appassionati più volubili?
Calcio italiano “game over”
la discriminazione territoriale scoperchia l’infiltrazione della malavita che ricatta le società e la società
Angelo Forgione – È andata come peggio non poteva la finale di Coppa Italia. In scena, l’ennesima figuraccia del nostro calcio agli occhi d’Europa, proprio mentre il Portogallo superava l’Italia nel ranking europeo, come è logico che sia quando la prima e la terza lusitane eliminano dall’Europa League la prima e la terza italiane. Le immagini in diretta dallo stadio Olimpico ci hanno descritto di un colloquio tra Hamsik e responsabili del Napoli coi capiultrà (non tifosi, sia chiaro) seduti sulle recinzioni, utile ad allentare la tensione e far svolgere la partita per ordine pubblico, tra petardi lanciati all’indirizzo di addetti alla sicurezza e notizie ufficiali che si rincorrevano all’insegna della modifica ad arte con lo scopo di calmare gli animi. Tutto in una sera è venuto a galla la melma corrosiva sedimentata nel calcio italiano e nel Paese di cui è specchio.
Il presupposto di riflessione è unico: se la Digos segue i flussi delle tifoserie nelle trasferte è perché sa che tra di loro ci sono elementi pericolosi. Accade troppo spesso. I tifosi, quelli veri, sono di fatto schiavi di un passione e ostaggi di personaggi con un’etica e una mentalità tutta propria che non ha nulla a che vedere con la civiltà e che, da protagonisti di un torbido intreccio, assurgono al ruolo di chi comanda e di chi ha il potere di accendere gli animi o sedarli, sospendere o riprendere una partita, interfacciarsi o scontrasi con i rappresentanti e i tutori della pubblica sicurezza. Così accade in ogni aspetto della società in cui in ballo ci sono introiti facili e interessi personali, da sempre; dunque, perché scandalizzarsi solo quando le telecamere puntano gli obiettivi su una partita di calcio?
Potremmo star qui a parlarne all’infinito, e non avremmo nemmeno iniziato a farlo se non fosse successo quello che è successo all’esterno dello stadio. Il battito della farfalla dall’effetto devastante è di un altro capoultrà, della tifoseria estrema della Roma, già noto per le sue nobili gesta. È Daniele De Santis “Gastone”, destinatario di daspo, co-protagonista della sospensione di un Roma-Lazio del 2004 per l’omicidio (falso) di un un bambino da parte della polizia per cui se la cavò con la prescrizione, arrestato nel 1996 per ricatto all’allora presidente della Roma Franco Sensi, obbligato a fornire biglietti: «se non ci dai i biglietti – disse in un’intercettazione telefonica – facciamo lo sciopero del tifo e allo stadio non verrà più nessuno, e sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene». Questo è il profilo di un esercente in un chiosco nei pressi dell’Olimpico, sceso di casa per recarsi al lavoro con fumogeni, pistola ed, evidentemente, tanta premeditazione. Sapeva che gli odiati napoletani sarebbero passati nei suoi paraggi e invece di starsene buono pare abbia pensato di provocarli lanciandogli i fumogeni al grido «vi ammazzo tutti». All’inevitabile reazione, avrebbe risposto esplodendo colpi di pistola, colpendo alla colonna vertebrale Ciro Esposito. A terra ci è rimasto anche lui, pestato per vendetta, ma con “solo” una gamba rotta. Entrambi in ospedale, lo stesso, ma solo uno in rischio di vita. È questo il vero atto da condannare, e si è fatto grottesco l’accanimento nei confronti della “carogna” con la sua vergognosa maglietta, che non ha sparato contro un uomo come ha fatto “Gastone”, vero colpevole lontano dalle telecamere e dal clamore mediatico.
Dobbiamo discutere alla stessa maniera del problema delle curve inquinate, delle società ostaggio degli ultras, delle rapine in serie ai calciatori del Napoli per ricattare De Laurentiis che non cedeva e della caccia al tifoso napoletano ormai troppo evidente. C’è un filo logico che unisce questi aspetti, e l’applicazione della discriminazione territoriale l’ha reso più evidente. Ormai il sistema è saltato, ma non da oggi, ed è tempo sprecato la ricerca delle responsabilità e delle attenuanti tra questa o quella tifoserie. Di sane non ce ne sono più. Le responsabilità arrivano da lontano e hanno radicato un modo di pensare e agire deviato che ha contagiato anche gli addetti ai lavori. Un esempio? La scorsa settimana, prima di Inter-Napoli, gli interisti avevano reclamato con un grosso striscione la loro
importanza vitale sugli spalti. Due pagine di libro chiuse così: “È la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante”. Era un ricatto a Lega e FIGC, bello e buono, al quale le istituzioni del calcio pure stanno. I tifosi portano abbonamenti alle tv e allo stadio e alimentano il merchandising, che è voce importantissima nei bilanci moderni dei club italiani, tutti dipendenti da banche o risorse esterne della proprietà (eccetto il Napoli). I conti sono diventati l’unica emergenza delle società italiane, e nel frattempo la qualità e la competitività se ne sono andate a farsi benedire. Il segno della sottomissione di alcuni club ai gruppi organizzati? Se da una parte i cori razzisti contro Napoli durante la stessa partita hanno poi fruttato una sanzione come da regolamento (2 giornate di chiusura della curva nerazzurra), dall’altra si prepara per giugno una revisione non ancora ben chiara delle punizioni. Chissà cosa ne verrà fuori, dopo 40 anni di impunità e uno solo di applicazione. Il problema è diventata la sanzione, non il reato (commesso anche dai tifosi della Fiorentina durante la finale di Coppa), e allora ci si è messo – e non da ora – anche il telecronista Mediaset Sandro Piccinini in telecronaca, subito dopo i cori, a dar ragione ai ricattatori e a chiedere libertà di “sfottere”, invece di condannare certi atteggiamenti. Il condizionamento parte dagli stessi club coinvolti, i quali, dalla loro posizione di ricattati, invece di lavorare al cambio di mentalità, sbertucciano la discriminazione territoriale, la quale viene contestata perché presta il fianco ai ricatti delle curve e le svuota per decisione dei loro capi. Il problema è tutto lì: la norma sulla discriminazione territoriale, fornendo agli ultrà un’ulteriore arma di ricatto, ha scoperchiato indirettamente un problema ben più ampio, o meglio, il vero problema da risolvere, che appresso si porta anche l’amplificazione del razzismo. Prima si saneranno le curve e prima guarirà il calcio. Ma è possibile guarire il calcio prima di aver guarito l’Italia?
Un passo indietro delle istituzioni è impensabile, sarebbe una sconfitta gravissima. Dovrebbero farlo i club, che con le curve hanno da tempo frequentazioni poco raccomandabili e per nulla educative. A costo, se proprio occorre, d’avere stadi semivuoti per un po’. Un mito del calcio italiano come Maldini ha lasciato l’attività tra i fischi dei suoi “tifosi”, coi quali non ha mai legato. I ricatti dei capiultrà del Milan colpivano Galliani, messo sotto scorta, e Paolo non ha mai avuto atteggiamenti accondiscendenti verso i gruppi del tifo organizzato rossonero che pretendevano biglietti e vario merchandising a prezzi più bassi per poi rivenderli all’interno della curva.
Prima della finale tra Napoli e Fiorentina l’inno nazionale è stato sonoramente fischiato, ma lo sarebbe stato anche senza quel che è accaduto. Nascondere il dissenso dietro gli eventi drammatici di ieri significa censurare un malessere che è anche tra i tifosi normali, che vanno allo stadio solo per coltivare la passione per la propria squadra dopo una settimana di malpagato lavoro, quando c’è. Il presidente del Consiglio, il presidente del Coni, il presidente della Lega e il presidente della FIGC erano tutti all’Olimpico, testimoni oculari dell’evidente fallimento di un calcio malato che è immagine riflessa di un Paese senza cultura e con troppa delinquenza. E nulla fa per curarsi seriamente. Gamer over, si fa per dire. La giostra ricomincia fino al prossimo stop.
Thohir: «Napoli colera non è razzismo»
Angelo Forgione – Ancora una chiusura di settore di stadio per discriminazione territoriale: stavolta tocca alla curva dei tifosi dell’Inter restare chiusa per due turni a causa dei cori contro i napoletani. L’indonesiano Erick Thohir dissente e dice che “Napoli colera” non è razzismo perché non si parla di colore della pelle, e quindi, a suo dire, si tratterebbe di “diversità di cultura tra le città”. Per il patron dell’Inter, evidentemente, offendere e denigrare un popolo non è razzismo e le discriminazioni sono da catalogare in base al colore della pelle. Finché pioveranno simili giustificazioni e proteste di dirigenti e di certi giornalisti non se ne verrà fuori.
Razzismo anti-Napoli: curva Milan chiusa… finalmente!
Dai giornalisti licenziati alle curve chiuse, un certo Nord del calcio che perde
Angelo Forgione – Qualche coro razzista anti-napoletani a San Siro durante Milan-Napoli. Altri molto più violenti e vigorosi durante Sassuolo-Inter a Raggio Emilia, urlati dai sostenitori nerazzurri. Il tifo delle milanesi ne esce con le ossa rotte, anche se a pagare sono solo i milanisti. Curva chiusa con “Obbligo di disputare una gara con il settore dello stadio denominato secondo anello blu privo di spettatori per avere alcuni suoi sostenitori, collocati in quel settore, in tre circostanze (prima dell’inizio della gara, all’ingresso delle squadre in campo ed al 19′ del secondo tempo) indirizzato ai sostenitori della squadra avversaria un coro insultante, espressivo di discriminazione per origine territoriale”.
Finalmente la mano pesante colpisce anche per questo genere di oscenità di cui i napoletani fanno le spese da anni. Pazienza che gli interisti l’abbiamo passata liscia e siano stati ignorati dagli ispettori federali e da un arbitro della sezione di Nola (ignominia!) che non hanno messo a referto quanto invece da riportare al giudice sportivo Tosel. Non vorremmo che, per essere sanzionati, certi cori debbano essere necessariamente indirizzati ai sostenitori di una delle squadre in campo. Ma per ora accontentiamoci, sapendo che la denigrazione dei napoletani è finalmente considerata discriminazione razziale. La prima vera vittoria è giunta, ma quanta fatica! Dai giornalisti licenziati alle curve chiuse, vivissimi complimenti a un certo Nord del calcio che perde la faccia. Un consiglio: la prossima volta, se proprio vogliono farsi squalificare, vicino a “colerosi” e “terremotati”, ci mettano pure “inquinati”. Almeno, insieme alle idiozie, griderebbero una verità e ci ricorderebbero le loro responsabilità, qualora dovessimo dimenticarcele.
Stasera alle ore 20 ne parlerò in diretta a Tuttazzurro su Elle Radio Roma (FM 88.100 Lazio e streaming su elleradio.it).


