La Cucina italiana ci dice cos’è davvero l’Italia

Angelo Forgione La Cucina italiana annoverata nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità insieme alla Dieta mediterranea e all’Arte dei Pizzajuoli napolitani. A New Delhi, proclamazione ufficiale de “La Cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”. Non si premiano ricette e piatti ma uno stile di cucina, un modo di pensare il cibo, di cucinarlo, di stare a tavola e di riconoscersi. Si premia il significato di una cucina che in realtà non esiste, nel senso che esiste un mosaico di diverse cucine regionali, fatte di ingredienti, tradizioni e preparazioni legate alla storia dei territori e alle culture locali, e tutte insieme formano la più complessa identità gastronomica del mondo.
Un insieme di diversità unica al mondo, che conferma che un popolo italiano unico non esiste, ma esiste una coesistenza di varietà che si traducono nelle tradizioni culturali espressive delle tante identità lungo lo Stivale: arti, riti, tradizioni, dialetti e cibi, quindi, anche ricette e cucine varie.
La loro preservazione e valorizzazione sono fondamentali nel mantenere viva la cultura delle comunità, contro il conformismo occidentale che travolge il mondo occidentale e produce un’omologazione che occulta le necessarie differenze, figlia dell’effetto disidentificante esercitato dal capitalismo imperante.

È ora che tutti si mettano in testa che la frase di D’Azeglio era diversa da come è stata riportata nei libri di storia: non “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” ma “Fatta l’Italia non si fanno gli italiani”. Gli italiani non si potevano fare tutti uguali, e infatti è fallito il tentativo di omologazione, uno dei principali obiettivi della classe dirigente del nuovo Regno d’Italia e della massoneria, impegnata politicamente in un’ampia operazione di ingegneria sociale per forgiare una coscienza collettiva laica della Nazione e appiattire il grande patrimonio delle diverse identità territoriali.
Se i dialetti, sempre più vivi, hanno sconfitto il tentativo di annullarli, le cucine locali hanno continuato a tradurre la complessa storia d’Italia, e l’UNESCO, oggi, ci dimostra che il rispetto delle differenze è forza. Più si è diversi e più si è ricchi. Questa terra sdraiata sul Mediterraneo sarebbe un grande Paese se fosse davvero “unito”, nel senso che tutti i gruppi etnici rispettassero le diversità altrui e la politica facesse prevalere equità.
Accontentiamoci di come ci vede l’UNESCO: ricchi di arte, bellezze e di culture, ma anche di ingredienti e sapori diversi.

È arrivato “Napolitiamo”

Angelo Forgione – Una vera fatica. È il mio saggio storico-didattico sul napoletano, lingua d’arte di reputazione internazionale, con cui è stata prodotta una vasta tradizione di scrittura colta e sono state espresse alcune forme artistiche di Napoli che nessun’altra città vanta tutte insieme, dalla musica al teatro, dalla poesia al cinema.

Lingua romanza come l’italiano, figlia del latino ma porosa come l’intera cultura partenopea, in cui ne convivono armoniosamente diverse altre. Idioma con una storia legata a specifici fattori politici e culturali che nei secoli hanno esercitato la loro azione in una città che nel periodo della “questione della lingua”, dal Cinquecento all’Ottocento, è stata la più affollata e dinamica d’Italia, con gran divario rispetto al cuore di un volgare, il tosco-fiorentino, che proprio in quei secoli ha fatto più carriera degli altri, divenendo la lingua di tutti gli italiani.
La grande Napoli ha lasciato fare la più piccola Firenze, e ha pure contribuito ad avviarne la spinta linguistica. E però si è presa la sua rivincita continuando a “parlare” al mondo con le sue tante espressioni, non solo artistiche, veicolate dal logos territoriale, che della città partenopea definisce la condizione identitaria più che altrove per continuità di tradizione e per livello di utilizzo.
Il problema della lingua di Napoli di oggi non sta nel preservarne l’uso orale ma nel proteggerne la scrittura dalla proliferazione di un’ortografia “fai-da-te” con la quale una lingua d’arte, regolata dalla radice latina e modellata dai tanti testi colti scritti nei secoli, viene spostata nel recinto dei semplici dialetti, privandola del suo prestigio letterario.
La prefazione di Maurizio de Giovanni rafforza la necessità di porre un argine al pericolo che il napoletano, lingua sotto attacco, sta correndo nel nostro presente.
Due guide in un libro, tra storia e didattica.
La parte storica racconta, ed è frutto di una rigorosa ricostruzione dell’evoluzione nei secoli dell’idioma partenopeo, anche in relazione all’affermazione della lingua italiana, e quindi del percorso linguistico di Napoli rispetto a Firenze.
La parte didattica insegna, ed è un completo prontuario grammatico per l’apprendimento di una ortografia napoletana corretta, a beneficio di coloro che vogliano minimamente padroneggiare la scrittura della bella lingua d’arte con cui Napoli, da secoli, parla al mondo.

Leggiamo. Scopriamo. Impariamo. Napolitiamo! Il presente indicativo della lingua di Napoli.

Riconoscimento di Eccellenza a Montecitorio

Intervento a Palazzo Montecitorio di Roma per il “Riconoscimento di Eccellenza” conferitomi dall’Intergruppo parlamentare ‘Sviluppo Sud, Aree Fragili e Isole Minori’ della Camera dei Deputati, composto da cinquanta elementi di maggioranza e opposizione impegnati in undici commissioni per un tavolo tecnico di sviluppo del Mezzogiorno e presieduto dal deputato Alessandro Caramiello, che ha conferito il premio con la seguente motivazione:

“Allo scrittore e giornalista Angelo Forgione per il suo impegno nella tutela e nella valorizzazione dell’immagine di Napoli e del Mezzogiorno. Attraverso i suoi scritti e le sue inchieste, Forgione ha sfidato i pregiudizi, proponendo una narrazione autentica e positiva del Sud Italia”.

L’intergruppo, presieduto dal deputato Alessandro Caramiello, si compone di 50 elementi di maggioranza e opposizione impegnati in varie commissioni per un tavolo tecnico di sviluppo del Mezzogiorno. I riconoscimenti assegnati sono un tributo al lavoro di chi si impegna per migliorare

Napoli turistica a Ferragosto: dal deserto al pienone

Angelo Forgione — Napoli invincibile, città che sa sempre mettersi alle spalle le sciagure che la travolgono. Oggi piena di turisti anche a Ferragosto, e sembrano così lontane le immagini di una metropoli di fine Novecento che nel giorno dell’assunzione della Vergine diventava più spettrale di quanto non sia apparsa nei tristi giorni del lockdown imposto.

Ancora la città più popolosa d’Italia a inizio Novecento, Napoli, con il suo immenso patrimonio, contendeva a Venezia, Firenze e Roma il primato del turismo nostrano e straniero. Poi, dopo le guerre, sopraggiunse la tivù, e la denigrazione nazionale di matrice positivista dilagò enormemente.
Gran danno all’economia della città lo fece il feroce accanimento mediatico durante il colera del 1973, preciso momento in cui i turisti presero a ignorare quella che fu descritta come una Calcutta d’Europa. Nel 1980 ci si mise pure il terremoto irpino, e poi anche l’apice della recrudescenza della malavita organizzata, con la spietata faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia. Napoli ne escì con le ossa rotte, e se le tenne fino al G7 del 1994, assegnatole per ricostruire l’immagine del Paese e dargliene una diversa da quella proiettata dalla tangentopoli milanese. Ripresero a tornare i turisti, ma le ossa, a Napoli, gliele ruppe di nuovo la crisi dei rifiuti del primo decennio del Duemila. Nessuno avrebbe più scommesso sulla rinascita di Parthenope, e invece neanche la pandemia da Coronavirus è riuscita ad arrestare la rigenerazione di una città che trova sempre in sé le energie per rialzarsi, stavolta passando per l’ottimo lavoro di Gesac a Capodichino, che ha attratto le tante compagnie low-cost sullo scalo partenopeo, e per la florida produzione cinetelevisiva della Film Commission della Regione Campania, per una diversa letteratura/lettura della città e per la cassa di risonanza dei social.

Nel montaggio video, i servizi in onda nei Tgr Campania di due 15 agosto, quello del 1986 e l’ultimo, del 2023. Il primo mostra, con le eloquenti riprese della città vuota, il risultato della proiezione al mondo della Napoli “colerosa, terremotata e camorrista” degli anni Ottanta. Il secondo è quanto la Napoli della cultura, dell’arte e del buon vivere, pur con le sue criticità, è tornata giustamente a riprendersi di forza.

Ora c’è da migliorare i servizi, aumentare l’offerta ricettiva e restituire a cittadini e turisti la risorsa mare negata.

Napoli non muore mai!

La questione meridionale del calcio in sintesi

Alla trasmissione “Il grande tifoso” (Kiss Kiss Napoli) di Carlo Alvino, un’estrema sintesi di alcuni contenuti di Dov’è la vittoria, il libro che racconta il calcio italiano dalle origini ai giorni nostri, in edizione aggiornata (prefazione di Oliviero Beha).

Storia della “discriminazione territoriale”, nata nel 1989 per “colpa” di Maradona

Angelo Forgione «Terrone di m…», urla a un giornalista napoletano un tifoso del Milan della provincia umbra di Terni, tutt’altro che settentrionale, all’esterno dello stadio Meazza del capoluogo lombardo. Spaccato di un’Italia calcistica in cui, oltre a certa ideologia imperante in alcune tifoserie storicamente e dichiaratamente razziste, troppo spesso l’astio verso i napoletani risponde a un fastidio avvertito da gente del Centro-Sud che tifa per le grandi squadre del Nord. Diventare tifosi di Juventus, Inter e Milan da bambini perché provenienti da territori le cui squadre sono impossibilitate a lottare per il vertice, e rendersi conto che il Napoli è l’unico club del Mezzogiorno capace di fronteggiare le nobili strisciate settentrionali, produce una sorta di invidia che si esprime con manifestazioni discriminatorie, tanto più violente quanto più è competitivo il Napoli. Picchi storici negli anni maradoniani e in quelli correnti, non a caso i due periodi più floridi della storia Azzurra. Perché più l’unico grande club del Sud dà fastidio a quelli del Nord e più il razzismo nei confronti dei suoi tifosi cresce, non solo al Settentrione.

In una questione meridionale che coinvolge anche lo sport, il Napoli, l’unica espressione meridionale del calcio metropolitano, è la quarta potenza d’Italia per bacino d’utenza e, di fatto, la squadra di calcio più titolata del Mezzogiorno, sia a livello nazionale che internazionale. Dietro, al Sud, vi è un sostanziale vuoto. Per trovare la prima concorrente per prossimità territoriale, bisogna salire di duecento chilometri, a Roma, città della quinta e della sesta potenza della Penisola calcistica. Ma il Napoli è pur sempre il club di Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi, un preziosissimo patrimonio in termini di notorietà e blasone che va oltre la non troppo ricca bacheca del club. Ed è proprio per sua “colpa” che in Italia pronunciamo la definizione di “discriminazione territoriale” per indicare in modo mascherato il razzismo di un territorio verso un altro, che però, senza girarci troppo intorno, è manifestazione di intolleranza nei confronti dei napoletani. 

Quel che fa il tifoso milanista di Terni lo fa, ancor più cervelloticamente, anche il tifoso cagliaritano, che è più a Sud di Napoli, sia pure in territorio isolano. E al Vesuvio grida anche il barese, il leccese, il reggino… La discriminazione dei settentrionali verso i meridionali, soprattutto dei napoletani, e dei centro-meridionali verso i napoletani, è becerume tipico degli stadi o è qualcosa di più ampiamente radicato nel popolo italiano?
Partiamo da una certezza: il razzismo, in Italia, esiste, e il negazionismo non aiuta a un dibattito costruttivo sulla questione. Il Pew Research Center, organizzazione che produce statistiche a livello mondiale su un gran numero di temi, dice per indagine che gli italiani risultano di gran lunga il popolo meno tollerante dell’Europa occidentale rispetto agli immigrati e alle minoranze come ebrei o rom. È evidente che anche il razzismo interno, cioè quello dei settentrionali verso i meridionali, non sia sparito. Del resto, la Nazione è nata proprio da un’unione forzata, un’invasione vera e proprio, in prossimità della quale il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, scrisse al patriota Diomede Pantaleoni: Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Per napoletani s’intendevano non solo gli abitanti della popolosissima Napoli ma tutto il popolo del Sud, discriminato nel periodo del Positivismo di secondo Ottocento che lo assimilava al ceppo dei nordafricani.

Con l’avvento del Fascismo, le differenze tra Nord e Sud furono celate dal Nazionalismo mussoliniano, ma la proclamazione delle Leggi razziali, ispirate dal Manifesto degli Scienziati razzisti, più noto come “Manifesto della razza”, condusse alla subdola rielaborazione del concetto di superiorità etnica interna. La visione dei colonizzati d’Africa si sovrappose al modo in cui erano stati considerati i meridionali nel periodo postunitario. Tripoli, Mogadiscio e Addis Abeba vennero trattate come lo erano state Napoli e Palermo nel periodo risorgimentale, e i metodi di repressione delle rivolte coloniali furono formulati sul modello della lotta al brigantaggio, tant’è che la rivolta anticoloniale in Libia degli anni Venti fu gestita col ricorso agli stati di assedio, alla Giustizia militare e alle pene capitali, ovvero ricalcando la Legge Pica del 1863.

Nel Dopoguerra, le popolazioni del Sud si spostarono in massa nel “triangolo industriale”, trovando cartelli del tipo “Non si fitta ai meridionali”, e divennero per i torinesi “i tarún” e per i milanesi “i terun”, ma anche “i mau-mau”, appellativo mutuato dal nome della comunità kenyana ribellatisi al dominio coloniale britannico. E poi “i nàpuli”, appellativo ingiurioso piemontese poi tradotto in “nàpoli” e inserito in forma spregiativa nei moderni vocabolari di lingua italiana.

Il Calcio, divenuto grande passione delle domeniche degli italiani, non rimase immune da certe manifestazioni. Il razzismo, negli stadi, si affacciò negli anni Sessanta, in concomitanza con l’arrivo in Italia di calciatori di pelle nera, costretti ad ascoltare le prime offese da parte dei tifosi del Nord. E il Cagliari in vetta alla classifica nel campionato del 1970, poi vinto, veniva accolto a Milano e a Torino al grido di «banditi» e «pecorai». Nessuno sapeva che la proprietà del club, nell’ombra, era dei lombardi Angelo Moratti e Nino Rovelli, bisognosi di fare affari in quella terra per realizzare i loro impianti petrolchimici.

Sulla scia del colera del 1973 che colpì violentemente Napoli, ma anche Cagliari, Bari e altre città del Sud, nacquero i cori discriminatori contro i napoletani. Storia chiarita, quella del colera, esploso con la distribuzione di cozze infette di provenienza tunisina durante un’epidemia partita dodici anni prima dall’Indonesia e in quel periodo transitante nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 ed è in circolo ancora oggi. La scorretta informazione italiana colpevolizzò Napoli, con conseguenze pesantissime sul turismo e sulla condizione socio-economica della città.

Le autorità sanitarie della Regione Liguria disposero che il Napoli non dovesse recarsi a Genova per il match di Coppa Italia Genoa-Napoli del 16 settembre, temendo che potesse diffondere il vibrione sul territorio, contrariamente al parere delle autorità sanitarie campane. Fu decisa l’inversione del campo, ma i calciatori del Genoa si rifiutarono di recarsi a Napoli, e non partirono, accettando lo 0-2 a tavolino. Un mese più tardi, una volta che l’OMS ebbe dichiarato la conclusione dell’emergenza a Napoli (dopo solo un mese e mezzo, altrove proseguì ancora lungo), i genoani andarono a disputare un’amichevole di riconciliazione nel capoluogo campano. Ma da quel momento, in ogni stadio del Nord, il Napoli fu accolto al grido di «co-le-ra, co-le-ra», un’etichetta immeritata per un popolo che aveva dato prova di grande compostezza nella più imponente operazione di profilassi del dopoguerra.

Trascorsero sedici anni prima che la FIGC introducesse le sanzioni per “discriminazione territoriale”, entrata ufficialmente nel codice di giustizia sportiva nell’autunno del 1989, in piena epoca maradoniana, cioè di Napoli vincente, come mai era avvenuto prima di allora. Gli Azzurri, tre anni prima, avevano iniziato a spadroneggiare con le milanesi grazie al più forte calciatore del mondo. Tanta la paura e la rabbia per quei miserabili del Sud che si erano presi quello che era sempre “spettato” al Nord, lo scudetto, e minacciavano di rifarlo ancora dopo aver trionfato anche in Europa.

Vinto il primo Tricolore, a Torino era stato esposto una scritta infame: “Napoli campione oltraggio alla Nazione”. La sera del 17 maggio 1987, dagli schermi di Rai Uno per Notte per uno scudetto, uno show celebrativo del primo tricolore, l’ottimo Gianni Minà, torinese, aveva finto di intervistare un sorridente Massimo Troisi, napoletano, ricordandogli che al Nord erano comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord Africa”, e che evidentemente l’unità d’Italia non fosse mai avvenuta. Il compianto attore di San Giorgio a Cremano, in tempo di apartheid e di propaganda leghista, aveva risposto alla sua maniera: «Io, intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa».

La consacrazione della “discriminazione territoriale”, ovvero il razzismo tra italiani negli stadi, avvenne dopo il match Roma-Napoli (1-1) dell’8 ottobre 1989 allo stadio Flaminio, con l’Olimpico in rifacimento per i Mondiali previsti in Italia a fine stagione. Match tra un Napoli in testa alla classifica e una Roma quarta che avrebbe potuto agganciarlo, in uno stadio piccolo e strapieno. Venticinquemila spettatori di cui tremila napoletani, e diretta televisiva, insolita per l’epoca, irradiata eccezionalmente nelle province di Roma e di Napoli per motivi di ordine pubblico. Tensione forte all’esterno dello stadio tra le due tifoserie e “botte” in campo tra le due squadre. Persino Maradona, sempre estremamente corretto in campo, a fine primo tempo era entrato pericolosamente sulle caviglie del romanista Desideri, autocensurandosi nel dopopartita. Durante il match, i tifosi della Roma avevano più volte ricordato ai napoletani di essere colerosi e terremotati e di non usare il sapone per eliminare la loro puzza. E poi le invocazioni al Vesuvio, scioccanti in quel periodo storico, anche perché fino a qualche anno prima, tra romanisti e napoletani, era stato celebrato un meraviglioso gemellaggio, interrotto dai tifosi giallorossi proprio quando il Napoli aveva preso il posto della Roma nella contesa dello scudetto contro Juve, Milan e Inter. Parallelamente alla crescita del club partenopeo era cresciuta l’aggressione verbale verso i suoi tifosi negli striscioni e nei cori, non più prerogativa esclusiva di certi stadi del Nord.

La colpa dei romanisti, in quella domenica d’autunno del 1989, fu quella di aver discriminato i napoletani esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto la sera del 24 agosto 1989. Il bracciante sudafricano, prima di essere ucciso durante una rapina ai danni di un gruppo di una trentina di conterranei, aveva denunciato il razzismo degli italiani in un’intervista, avvisando che prima o poi qualcuno dei suoi sarebbe stato ammazzato. Quel delitto aveva scosso l’opinione pubblica, facendo scoprire agli italiani di essere razzisti, e aveva messo in moto il meccanismo per l’organizzazione dell’epocale manifestazione con duecentomila partecipanti nelle strade di Roma, alla quale, come atto di protesta verso le espressioni di discriminazione che si verificavano in molti stadi, avevano aderito formalmente anche i calciatori del Napoli, del Milan e dell’Inter, oltre al sindacato dei calciatori.
Che imbarazzo per la Federcalcio: la capitale d’Italia a gridare no al razzismo il sabato e a invocare il Vesuvio la domenica. E così fu immediatamente introdotta la “discriminazione territoriale” tra i motivi di provvedimento disciplinare nel Codice di Giustizia sportiva. Sanzioni pecuniarie qua e la fino al termine del campionato, vinto sul turbolento finale dal Napoli di Maradona sul Milan di Sacchi.
Il fuoriclasse argentino dovette difendere proprio negli stadi italiani, e da campione d’Italia con il Napoli, il titolo mondiale dell’Albiceleste vinto in Messico quattro anni prima. All’esordio contro il Camerun, nello stadio dei rivali milanisti e interisti, il tifo fu tutto per i “leoni indomabili”, vincitori a sorpresa per 1 a 0. Dopo i fischi all’inno argentino e il sostegno agli africani, Diego si rifece in sala stampa con sarcasmo pungente:
«L’unico piacere di questo pomeriggio è stato scoprire che, grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti: oggi, per la prima volta, hanno fatto il tifo per degli africani».

Malcostume bandito nelle successive due partite, perché giocate a Napoli, ovvero in casa. I fischi all’inno argentino ripresero a Torino, per il derby sudamericano vinto contro il Brasile, e a Firenze, per la sfida alla Jugoslavia vinta ai rigori. Alla semifinale di Napoli approdarono proprio la Nazionale di Maradona e l’Italia. Dieguito, colui che era scappato da Barcellona per il razzismo dei catalani nei confronti dei “sudaca” del Sudamerica, dopo anni di battaglie in campo per i “terroni” napoletani, alla vigilia dello scontro coi padroni di casa, lanciò un proclama agli italiani in cui racchiuse un acuto messaggio identitario:
«Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta».

Erano passati nove mesi dall’introduzione della “discriminazione territoriale”. La gente di Napoli apprezzò le parole dell’amatissimo avversario; molto meno gradì il resto d’Italia, che di certo non poteva guardarsi allo specchio per una partita della Nazionale di calcio. A guadagnarsi la finalissima fu l’Argentina, certamente per errori degli Azzurri, anche se il CT Vicini e qualche calciatore azzurro preferirono incolpare i napoletani sugli spalti. La tensione salì alle stelle nel ritiro dell’Argentina a Trigoria, storico quartier generale della Roma, antipasto della vendetta per quell’imbattibile ragazzo che faceva vincere il Napoli e l’Argentina. Nella notte della finale all’Olimpico contro la Germania Ovest tornarono più violenti che mai i fischi all’inno argentino, ai quali il capitano del Napoli rispose con un eloquente «hijos de puta» in mondovisione. Complice un rigore benevolo concesso ai tedeschi, tra cui alcuni romanisti e interisti, Diego dovette lasciare il trofeo agli avversari, tra incessanti fischi e amarissime lacrime. Ormai odiato in Italia e amato solo a Napoli, finì di fatto lì la sua parabola vincente e l’avventura nel Belpaese.

Il Napoli, nella stagione successiva, iniziò a declinare, trascinandosi lungamente verso il fallimento del 2004, al culmine di un decennio abbondante di affanni tra la Serie A e la B. Di pari passo, la discriminazione dei napoletani si assopì, per risvegliarsi esattamente quando il Napoli di De Laurentiis ritornò in Serie A. 6 ottobre 2007: a San Siro, i tifosi dell’Inter accolsero i tifosi partenopei scrivendo “Ciao colerosi”, “Napoli fogna d’Italia”, “Partenopei tubercolosi” su degli indecenti striscioni sparsi qua nel secondo anello della Curva Nord del Meazza. Accadde a quattro mesi dall’entrata in vigore del nuovo Codice di Giustizia sportiva, per il quale fu imposta per la prima volta la chiusura temporanea di un settore di stadio, nella fattispecie quello degli ultras interisti, per comportamento discriminatorio La prima storica proibizione per i tifosi, abbonati e non, colse tutti di sorpresa e riaprì un dibattito di fatto antico.

Il Napoli si riaffermò sempre più tra le grandi della Serie A e iniziò a proporsi persino come concorrente della Juventus, al principio dello storico ciclo-record dei Bianconeri. E perciò, il 22 ottobre 2012, durante il match Juventus-Napoli, andò in onda sulle frequenze piemontesi della Rai la grande vergogna del TG Regione Rai Piemonte. A partita da poco iniziata, fu mostrato un servizio firmato dal cronista Giampiero Amandola, recatosi ai cancelli dello stadio prima del match. I telespettatori piemontesi videro due giovani juventini urlare in coro «o Vesuvio lavali tu» nel microfono. Uno di loro spiegava poi che i napoletani erano inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi», e il giornalista si univa allo squallore così: «Li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto, il tifoso rilanciava: «Molto elegantemente, certo!». Proprio chi scrive, allertato da una segnalazione giunta da uno sdegnato telespettatore, denunciò quanto era stato diffuso nei confini regionali del Piemonte, evitando che tutto restasse nei confini regionali e passasse in cavalleria. Il vergognoso servizio, posizionato sul web a futura memoria, accese l’indignazione napoletana e, divenendo immediatamente virale, divenne visibile all’Italia intera e oltre.

La Rai prese le distanze da ogni razzismo, scusandosi con l’allora sindaco di Napoli De Magistris, così come fece l’omologo Piero Fassino, e aprì un procedimento disciplinare per Giampiero Amandola, dopo aver diffuso in un’altra edizione del telegiornale regionale piemontese un duro comunicato stampa con cui condannò la condotta del suo dipendente e chiese scusa ai cittadini di Napoli ma anche a tutti gli italiani per l’inqualificabile servizio.

Uno scandalo enorme, sulla scia del quale, nella primavera del 2013, la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio attraverso l’adozione della risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. L’organo calcistico europeo pretese altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”. Gli ispettori federali della FIGC furono chiamati a non tapparsi più le orecchie e a refertare tutti i cori di discriminazione territoriale. Dell’accanimento riversato sui napoletani ne fece immediatamente le spese la curva del Milan, e poi quella della Juventus, della Roma, del Bologna e molte altre in sequenza continua.

L’allora amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, scese in campo a guidare la rivolta dei club contro le nuove norme, fino a ottenere la modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio federale della cosiddetta “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione dei loro supporters nel periodo interessato. L’intento era evidentemente quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto per il quale il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società. I vertici del calcio non fecero bene i loro conti, perché la maleducazione dei tifosi più decisi a vincere il braccio di ferro, iniziò a manifestarsi anche in partite senza i partenopei di scena.

Ne venne fuori una denigrazione sistematica del popolo partenopeo per piegare la FIGC, un odio che nell’immediata vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina del 3 maggio 2014 a Roma toccò il suo drammatico picco ancora lì, all’esterno dello stadio Olimpico: durante un agguato premeditato a un torpedone dei tifosi napoletani zeppo di famiglie con bambini, il ventinovenne Ciro Esposito fu ferito a morte da un colpo di pistola sparato da Daniele De Santis, un ex militante della curva romanista appartenente ad ambienti di destra estrema, sostenitore di una squadra estranea alla partita da disputare. Non per una folle faida tra ultras, ma per il razzismo di stampo neofascista che aveva fatto della partita un pretesto per colpire Napoli e i napoletani.

Il drammatico accadimento spinse i vertici federali a tirare i remi in barca e dichiarare persa la battaglia di civiltà attorno alla discriminazione dei napoletani. Nell’estate 2014, irruppe sulla scena Carlo Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti e candidato alla presidenza della Federcalcio con immediata scivolata sulla buccia di banana del razzismo lasciata a terra dal fantomatico Optì Pobà. Nella corsa alla poltrona fu sostenuto da Adriano Galliani, l’uomo a capo della rivolta dei club contro la “discriminazione territoriale”. Nel programma elettorale spuntò la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, da convertire di nuovo in sanzioni pecuniarie. Tavecchio fu eletto presidente e da lì in poi si poté tornare a invocare il Vesuvio e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli.

Bruciatosi il nuovo presidente federale in tema di lotta al razzismo per la gaffe che gli era costata la sospensione temporanea dall’attività internazionale da parte dell’UEFA prima e della FIFA poi, della finta battaglia alle discriminazioni se ne fece paladino Andrea Agnelli, per il quale la discriminazione territoriale era da considerarsi campanilismo facente parte della cultura italiana, e i cori contro Napoli “nostre peculiarità”. Il presidente della Juventus andò alla sede UNESCO di Parigi per presentare, nel novembre 2015, un’analisi del fenomeno razzista in cui la discriminazione territoriale veniva definita “forma tradizionali di insulto catartico”, cioè purificatorio, addirittura benefico per le folle. E da allora, con il Napoli sempre più stabilmente al vertice della Serie A, il Vesuvio è sempre più invitato a svegliarsi e a seminare distruzione e morte. Ma lui dorme e non da cenni di risveglio. Dorme il Vesuvio e dorme altrettanto profondamente l’Italia.

Per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, (Angelo Forgione, Magenes, ed. 2022)

Campania, la culla del vino italiano

L’articolo di seguito è un breve riassunto del capitolo “La terra dei vini” tratto da Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022)

Angelo Forgione Piemonte, Toscana e Veneto sono, dal secondo Novecento, le regioni leader del vino italiano di qualità, un simbolo del Penisola che vanta eccellenze crescenti anche al Sud e che ha di fatto le sue radici in Campania. Fu proprio qui, tra il VII-VI secolo avanti Cristo, che i Greci, influenzati in patria dai Fenici, iniziarono a impiantare la vitis vinifera orientale, la vite addomesticata poi diffusa nella Magna Grecia, di cui beneficiarono pure gli Etruschi, che pure sfruttavano la vite di tipo selvatico. Proprio la Campania settentrionale segnava di fatto il confine fra le due culture e il contatto significò anche la conoscenza dei vitigni, degli attrezzi e delle modalità di coltivazione dei più avanzati Greci, che a partire dalle colline dei Campi Flegrei trovarono nei territori vulcanici costieri un habitat favorevole per l’acidità e i profumi dei loro vini.

I Romani, ai quali la cultura del vino era stata trasmessa dagli Etruschi, fecero tesoro delle superiori uve e tecniche greche e svilupparono enormemente la loro vitivinicoltura, producendo vini flegrei, vesuviani e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica, inviati nei paesi del Mediterraneo e in Gallia, a partire dal rinomato Falerno. Solo nell’antica città di Pompeii esistevano circa duecento tabernae vinariae, e quasi tutte le ville rinvenute negli scavi appartenevano a famiglie impegnate nel settore vinicolo, proprietarie di vigneti in città e sulle pendici del Vesuvio.

In epoca medievale, il porto di Napoli fu un autentico scalo del vino, centro di raccolta e diffusione di prodotti vesuviani, flegrei, sorrentini e amalfitani, imbarcati su navi catalane e genovesi per raggiungere tutti i mercati esteri. Di quelli napoletani e delle costiere campane, di radice greca e latina, era consolidata la presenza nelle città del Mediterraneo, dove erano stabilite equivalenze della “Botte di mena”, l’unità di misura standard di carico di quanto a Napoli arrivava e partiva, anche detta “misura di Napoli”.

Nel 1562, durante il Concilio di Trento, Papa Pio IV offrì ai cardinali presenti il rinomato Lacryma Christi del Vesuvio, eccellenza dei vini campani richiestissimi da letterati e artisti di ogni genere e provenienza che confluivano nella Napoli del Cinquecento, la più popolosa città della penisola italiana.
Leggendo Le Muse Napoletane, scritto dietro pseudonimo da Giovan Battista Basile, si apprende che nella frequentatissima Locanda del Cerriglio, taverna napoletana famosa in Europa, venivano serviti “cento sorte de vine da stordire”, tra cui “Asprinio”, “Lagrema” e “Falanghina”.

Nel 1833 nacque a Napoli la prima azienda italiana per il miglioramento dei vini, la Compagnia Enologica Industriale, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera. Da lì i vini campani e meridionali in genere iniziarono, per primi, a fare concorrenza ai francesi.

Alla vigilia dell’unità d’Italia, nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era evidenziato che i più squisiti vini d’Italia erano del Piemonte, della Toscana, del Regno di Napoli, della provincia valtellinese e di quella friulana, e che “[…] Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. […]” .

Nel 1875, Giuseppe Frojo, il principale ampelografo italiano e componente del Comitato ampelografico ministeriale del Regno d’Italia, analizzò lo stato dell’arte dell’industria vinicola nazionale ne Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia, mappando l’enografia italiana con descrizione delle regioni vinicole e dei loro prodotti. Attenzione speciale fu riservata alla provincia di Napoli, l’unica meritevole di una sezione dedicata “per l’eccezionalità delle sue terre sconvolte da antichi e nuovi vulcani, e per la vetusta fama dei vini”:
“Se più a lungo mi sono fermato a parlare dei vini della provincia di Napoli, vi sono stato forzato dalla considerazione che questa piccola provincia ha terre tanto diverse, sia per natura come per esposizione, ed in conseguenza vi si producono vini anche tra loro diversissimi. Terreni vulcanici antichi, come quelli di Pozzuoli e d’Ischia, terreni vulcanici moderni, come quelli del Vesuvio; terreni calcarei come quelli di Gragnano, Sorrento e Capri; qua e là tufi vulcanici, e poi isole, promontori, monti e colline. Uve diverse in ciascuna plaga; è difficile, ripeto, trovare altrove, ristrette in tanto poco spazio, condizioni di suolo così variabili”.
I vini migliori della provincia partenopea erano segnalati alle pendici del Vesuvio, e precisamente sulla “parte volta a mezzogiorno verso Resina e Torre del Greco”, zona di vino rosso che “per molti caratteri, cioè pel sapore secco e pel colore rosso arancio che acquista, può gareggiare coi migliori vini di Bordò e vincerli pure”. Della stessa zona anche la punta di diamante tra i vini italiani, “il famoso Lacrima Cristi bianco, vino tanto stimato all’estero per la sua finezza e pel suo aroma dovuto all’uva Greca”, quella che aveva dato il nome a Torre del Greco, l’antica Turris Octava, distante otto miglia da Napoli. Altre raccomandazioni erano per gli stimati vini di Capri e per il prodotto di Gragnano, “eccellente vino rosso, molto profumato che invecchiando si assomiglia al vino Boucholais”, ma che purtroppo nessuno faceva invecchiare, lasciandolo inespresso e limitato al consumo comune.
Il Lacryma Christidel Vesuvio seguì gli emigranti italiani nelle Americhe insieme ai migliori vini napoletani. A fine Ottocento, nei ristoranti di New York, oltre ai più accessibili rossi Capri e Gragnano, figurava tra le bottiglie più costose proprio il particolarmente apprezzato Lacryma Christi bianco.
Su Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva che il Lacryma Christi e i vini siciliani erano “i veri diamanti della corona enologica dell’Italia”.

Nel periodo della Grande guerra (1915-18), i meridionali furono massicciamente reclutati al fronte e svuotarono le campagne. Dopo la Seconda guerra mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali in grande crescita, e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.
Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ha risollevato le sorti delle tantissime uve autoctone di ogni regione, riattivando la valorizzazione dei pregiati vitigni meridionali di Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata, Sardegna, Abruzzo, Molise e, ovviamente, Campania. Il Lacryma Christi continua a godere di una discreta richiesta internazionale, per paradosso più che in Italia, ma è ben distante dalla fama di un tempo. Il faro del Sud è oggi il pregiato Taurasi irpino, eccellenza di una regione ricca di autoctonia e che conta altri tre DOCG (Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Aglianico del Taburno), a testimonianza della centralità dei polmoni vitivinicoli di Sannio e Irpinia, cresciuti nel secondo Novecento fino a diventare i principali enodistretti campani, ai quali si accodano quelli della Costiera Amalfitana e del Cilento per la provincia di Salerno, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano e dell’Aversano per quella di Caserta e, per quella di Napoli, dell’area Vesuviana, dei Campi Flegrei, dell’area sorrentina e delle isole di Ischia e Capri. Una regione leader dei bianchi ma che ha ampi margini di crescita anche sui rossi e rosè. Una terra in cui il vino italiano, dai Greci ai Romani, ha le sue leggendarie origini.

Per approfondimenti: Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022, capitolo “La terra del vino”)

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Dicembre 1858. In quei giorni, Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a raggiungere tale scopo.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour, con il Barolo in Piemonte, e di Bettino Ricasoli con il Chianti in Toscana, furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.

Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

L’inganno Nazionale

Angelo Forgione L’Italia di Mancini entusiasma agli Europei dopo le vacche magre della gestione Ventura, e i tifosi si appassionano tutti, da Nord a Sud. Persino Matteo Salvini, da sempre tifoso contro, è magicamente diventato tifoso degli Azzurri, anche se non casualmente indossa la maglia in versione verde.Effetto Nazionale, che nei percorsi vincenti genera euforia e crea un inganno, quello dell’unione del Paese, nascondendo le divisioni economiche e le cattive pulsioni territoriali, ma anche tutti i guasti dello stesso movimento calcistico italiano, vedi Calciopoli 2006.
È una forma di incoerente patriottismo a corrente alternata che si manifesta quando si svolgono le grandi competizioni internazionali per nazioni, in tutti gli sport. Un falso patriottismo a tempo che, quando si tratta di pallone, dura 90 minuti più recupero ed eventuali supplementari e rigori. Poi l’euforia e l’inganno si spengono e tutto torna alla realtà, almeno fino al prossima partita, sperando che non interrompa il campionato. Con buona pace dei meridionali, figli di quella parte marginalizzata ma non marginale della Penisola, la fu Magna Graecia dove è nata la civiltà italica e dalla quale proviene il nome Italia, che in tempi antichi fu la parte meridionale della Calabria.
E non venitemi a dire che le differenze territoriali si annullano quando gioca l’Italia. Non provate a sostenere che l’incultura discriminatoria, esistente in Italia, riguardi solo il tifo sportivo, perché altrimenti Riccardo Muti, salito giovane e sconosciuto da Napoli a Milano negli anni Sessanta, non sarebbe stato chiamato “il terrone” negli anni trascorsi tra le mura di un istituto culturale qual è un conservatorio, nella fattispecie meneghino.
No, non chiedetemi di slegare lo sport dal contesto sociale di cui è espressione solo perché l’Italia di Mancini vi sta facendo divertire dopo tante restrizioni pandemiche. L’oppio calcistico non lo fumo più dai tempi dell’indignazione nazionale per le porcherie di Calciopoli spenta dalla vittoria della Nazionale di Lippi, e lucidamente vi risponderei in terza persona citando un passaggio della prefazione scritta per il mio Dov’è la Vittoria dal maestro Oliviero Beha, uno che non slegava lo sport dal contesto sociale di cui è espressione:

“Lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi”.


interventi tratti dalla rubrica “Punto Nuovo Sport Show” (Radio Punto Nuovo)

160 anni di storia d’Italia in cerca di oblio

Angelo Forgione 160 anni. Tanti ne compie oggi l’Italia, giovanissima nazione ancora in cerca di unità. Il 160 anni di una nazione andrebbero festeggiati in forma solenne, anche solo per legge, quella che ha fissato al 17 marzo la celebrazione della proclamazione a Torino del Regno d’Italia e del suo primo Re, che però era il secondo Vittorio Emanuele di Savoia, e tale rimase per ribadire che quel nuovo regno era di fatto un Piemonte allargato.

Non tantissimi sanno che oggi è data patriottica, e ancora meno sanno il perché si è scelto il 17 marzo per festeggiare la nascita della Nazione. Ma poi, diciamolo chiaramente, cosa vuoi festeggiare con i chiari di luna della pandemia? Il disinteresse per una celebrazione già normalmente poco sentita è più normale che mai, anche perché i fini conoscitori della vicenda storica hanno persino invocato l’oblio del Risorgimento, chiedendo di chiudere qui quello che di fatto è stato il dibattito dell’ultimo decennio, tra sostenitori dell’epopea risorgimentale e più energici revisionisti in cerca di verità.

Dieci anni fa, ed è questa la ricorrenza più significativa, la vera novità delle celebrazioni per il 150esimo anniversario tricolore fu il sorgere di tesi critiche sulle modalità unitarie e sulla politica filosettentrionale che ne conseguì. Fiorirono pubblicazioni e narrazioni meridionaliste più profonde sulla storia d’italia e sulla “questione meridionale”, e i lettori più curiosi, stanchi di retorica e di piattezza di analisi, ne sancirono un successo tuttora vivissimo.

Oggi è più nitida la descrizione di un Risorgimento che non fu quel necessario processo democratico a beneficio di una comune identità di diversi popoli, ognuno con la propria da rispettare, ma fu purtroppo costruzione politica fondata sulla prepotenza, sulla violenza e sull’arte della diplomazia e condotta da un’élite che, per dirlo alla Salvemini, fece la “rivoluzione dei ricchi” mettendo il Nord contro il Sud, non con il Sud.

La sete di conoscenza non si è esaurita, e ciò ha infastidito i detentori del sapere ufficiale, cattedratici e storici patentati sempre più incalzati ma mai disposti al confronto e al contraddittorio, piuttosto impegnati anch’essi in un nuovo filone pubblicistico, quello del revisionismo accademico delle tesi dei revisionisti.

Il risultato è la richiesta di oblio, lo stesso che si è operato per 150 anni per quell’operazione di ingegneria sociale voluta dalla Massoneria, dieci anni fa definitivamente fallita. Oblio, si chiede, perché la memoria divide invece di unire, e questo la dice lunga su quanto non fu unità ma annessione. Quel che stato è stato, si chiede, e pazienza se la questione meridionale italiana è un unicum nel panorama internazionale per durata e proporzioni della sperequazione che l’alimenta. È problema nostro, e lo sarà ancora per molto se i danari del Recovery Fund non risolveranno quel che devono risolvere espressamente: il divario Nord-Sud nato nel secondo Ottocento.

In un certo senso, l’oblio appare opportuno, perché è ormai dimostrato che celebrare la storia dell’unificazione d’Italia con la stantia retorica è perdente e non serve a un paese che deve ancora capire il grande valore dell’unità. E dunque, meglio dimenticare e non celebrare niente che celebrare male e con superficialità.