Fischi all’inno, anche lo sponsor ci ha messo del suo

Fischi all’inno, anche lo sponsor ci ha messo del suo

da “Il Mattino”, un retroscena che non stupisce

La compagnia telefonica “garibaldina”, con i suoi spot risorgimentali, aveva calcato la mano ed era chiaro sin dal principio. L’effetto di simili campagne pubblicitarie ricche di retorica e, soprattutto, offese verso una certa etnia è stato sottovalutato soprattutto alla luce del fatto che l’azienda era lo sponsor delle principali manifestazioni calcistiche nazionali. Sui responsabili sono piovute vibrate proteste nelle scorse settimane ma l’ufficio stampa dell’azienda, pur prendendo atto di essere stata involontariamente indelicata, ha ritenuto di proseguire la programmazione puntando sull’ironia del progetto.
Ebbene, da IL MATTINO del 26 Maggio cogliamo e ripubblichiamo la lettera di un lettore che fornisce, ovemai ve ne fosse ancora il bisogno, ulteriore testimonianza del fatto che i fischi all’inno nazionale da parte dei napoletani non sono frutto di una qualche incosciente follia ma un atto ben cosciente di reazione al razzismo e alla reiterata offesa quarantennale negli stadi e centocinquantennale fuori, quest’ultima proveniente anche dalla proiezione in tv e negli stadi di uno spot che, come al solito, ha distorto i reali accadimenti storici scontrandosi con una sempre più inarrestabile consapevolezza degli stessi napoletani (e meridionali) non più disposti a subire bugie e offese.

“Cori razzisti degli juventini”
Mimì Ranucci (Napoli)
Il Mattino, Sabato 26 Maggio 2012 – pagg. 12 

Ero in curva a Roma la sera della finale di Coppa Italia, sin dalle 17, insieme alle prime migliaia di tifosi napoletani che incominciavano ad affollare lo stadio olimpico. Dalle 17 alle 21 abbiamo subito l’insopportabile visione di quel becero spot della Tim in cui Garibaldi induce i borbonici alla resa, previa paghetta di sms gratuiti. Ad ogni visione i tifosi juventini inveivano con cori razzisti nei nostri confronti. Per 4 lunghe ore i “piemontesi”, ispirati dal suddetto spot, hanno pensato di insultarci anche in quanto “borbonici”. Questa è stata l’escalation che ha prodotto una tensione culminata nei fischi all’inno di Mameli. Ciò solo per chiarire i fatti. L’episodio non giustifica la responsabilità del gesto dei “borbonici”, ma nemmeno la volgarità intellettuale dello spot.

lo spot originale

la parodia dello spot

Il messaggio dell’emigrante terremotato

Il messaggio dell’emigrante “terremotato”

Andrea e la sofferenza infinita

Tutto come anticipato da qui nei giorni scorsi. Dopo l’ennesimo furto al patrimonio Napoletano, Marino Massimo De Caro è stato arrestato ed era nell’aria. L’inno di Spagna è stato fischiato ed era nell’aria, con lo Stato che si è piegato alla volontà e al sentimento dei “fischiatori” accorciandone l’esecuzione. Ma oggi è più significativo pubblicare un messaggio di un napoletano residente a Mirandola, colpito dal terremoto in Emilia Romagna: Andrea, un ragazzo emigrante che qualche anno fa espresse a Carlo Alvino, Eddy Napoli e al mai dimenticato Guido Palligiano tutto il suo malessere (link in basso) per le condizioni di disagio sociale frutto di razzismo con cui convive in quelle zone.

Ciao Angelo.
Mi commuove il tuo ricordo di me! Solo ora sono risalito in casa per lavarmi velocemente/decentemente e controllare i danni. Qui molti fanno le toccate e fuga a casa per prendere le cose di prima necessità. I vigili ci hanno sconsigliato di risalire, ma vivere in auto e lavarsi a malapena nei bagni indecenti-pubblici è indicibile. Il portatile si è distrutto sotto i mobili, le crepe nei muri e sotto il soffitto non si contano, ma posso dirti di essere fortunato, molti non hanno più ne casa e ne lavoro, tutto crollato. Spero nell’abitabilità del mio appartamento… si vedrà. Solo da ieri alcune attività hanno riaperto, fino a poco fa sembrava il deserto.
Un fortissimo bacio a te, a Eddy Napoli e a voi tutti. Quando e se potrò risalire in casa ti contatterò, ti voglio bene come ad un fratello.

Andrea

Per ascoltare la testimonianza di Andrea:   parte 1   –   parte 2

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Fischi: l’ipocrisia dei benpensanti

Fischi: l’ipocrisia dei benpensanti

dibattito su Radio Marte mentre Tosel partorisce un nuovo obbrobrio

Angelo Forgione – Ipocrisia e perbenismo sfrenato, questo è quello che sta continuando a venir fuori nei vari commenti nazionali e non ai fischi all’inno nazionale. Anni e anni di cori beceri, cioè razzisti, contro i napoletani… e all’improvviso i beceri diventano i napoletani che finalmente protestano. L’unico non napoletano ad aver centrato il problema è Ivan Zazzaroni che, a Radio Marte, ha detto che i fischi dei napoletani vanno capiti e non condannati a priori.“È un segno di protesta che deve essere capito perchè nessuno si scandalizza per i cori razzisti al loro indirizzo”. Non per caso, visto che al giornalista bolognese il sottoscritto aveva scritto che i cori razzisti dei bolognesi verso i napoletani facevano male ai bolognesi stessi ai quali Napoli aveva tributato sentiti ricordi per Bulgarelli e Dalla. Evidentemente, quando si entra nel problema e lo si capisce, l’ottica cambia. Come si suol dire, dipende dai punti di vista… sempre!
Il giudice sportivo Tosel ha oggi comminato 20mila euro di multa alla SSC Napoli per la contestazione dei suoi tifosi all’Olimpico di Roma. Nulla da dire, è prassi dovuta perchè per regolamento l’inno non si fischia. Ma per regolamento non si devono neanche cantare cori razzisti, e la curva juventina l’ha fatto. Invocazioni al Vesuvio e etichette da terremotati che in quella giornata erano addirittura blasfeme. Ma per questo, nessuna sanzione come al solito. E a chi appartenevano se non a qualche juventino quelle urla “Napoli m…” durante il minuto di raccoglimento che i napoletani hanno rispettato? Quelle non si sanzionano e neanche si condannano moralmente?
Per la Juventus 10mila euro di multa per lancio di innumerevoli petardi, bengala e fumogeni. Ringraziamo comunque Tosel perchè, se le sviste riguardano solo il razzismo, ha dunque certificato che i grossi boati che turbavano lo svolgimento della partita provenivano dalla curva juventina, mentre il telecronista RAI Alberto Rimedio e l’opinionista Fulvio Collovati li attribuivano continuamente ai tifosi napoletani.

Il Napoli trionfa. Napoli fischia l’inno, ecco perchè.

Il Napoli trionfa. Napoli fischia l’inno, ecco perchè.

Schifani sconvolto dall’effetto ma non dalla causa

Il Napoli ha vinto! La Coppa Italia è gran cosa perchè quest’anno a vincere in Italia, escludendo la simbolica Supercoppa, sono due squadre: Juventus e Napoli. Chapeau! Il calcio Italiano non è più competitivo come negli anni ’90 e le possibilità di alzare trofei sono davvero pochissime. Ecco perchè issare al cielo di Roma il secondo trofeo nazionale di fronte ai neocampioni d’Italia è motivo di prestigio e orgoglio. La Juventus voleva chiudere imbattuta, cucirsi sulle maglie la stella d’argento, fare la doppietta. Tutte speranze scippate da un’onda azzurra inarrestabile che ha voluto chiudere in bellezza, facendo vedere rosso a Quagliarella e lasciando ‘O surdato nnammurato a chi sa cantarlo con la giusta dizione e passione.
Stagione comunque positiva per il Napoli cha ha fallito l’accesso alla prossima Champions League ma ha centrato ancora una volta l’Europa dove non si presenterà più come cenerentola ma con un tricolore sul petto e tutto il prestigio acquisito contro Chelsea, Bayern Monaco e Manchester City. Senza smantellare nulla come da alcune latitudini annunciato ma semmai rilanciando; il Napoli non vende, il Napoli acquista! Lavezzi è un caso particolare, autorizzato a decidere autonomamente da una clausola rescissoria che tutti conoscevano da anni. I soldi che ne verranno ingrosseranno le già sane casse della società che li reinvestirà per un rafforzamento della squadra ponendosi sul mercato italiano con posizione privilegiata come pochissime altre.
Finale perfetto, se non fosse per la polemica sull’inno nazionale sonoramente fischiato. Il presidente del Senato Schifani si è detto sconvolto e in tanti hanno gridato alle gravidanze dell’idiozia. Fischiare un inno è sempre un atto che schiude forti discussioni. Accadde durante l’inno argentino nello stesso stadio da parte degli italiani contro Maradona la sera della finale di “Italia 90” perchè Diego aveva invitato i napoletani a riflettere sull’italianità alla vigilia della semifinale contro l’Italia a Napoli. Un malcostume senza una sufficiente giustificazione, visto e rivisto in diverse partite di calcio internazionale, anche in Italia all’indirizzo dei francesi. Ieri invece non c’era casualità o incosciente vizio di rivalità da stadio ma un segnale di scollamento sociale. Una cosa è fischiare un inno di un’altra nazione e un’altra è fischiare il proprio inno.
Era già successo nel 2009 a Valencia in Spagna, durante la finale di Copa del Rey tra Barcellona e Athletic Bilbao, e quel precedente indizia sul senso dei fischi dei napoletani all’Olimpico di Roma. Allora furono baschi e catalani a ostentare la loro identità in faccia a Juan Carlos coprendo coi fischi la Marcha Real. La TV spagnola censurò i fatti collegandosi con le piazze di Bilbao e Barcellona per raccontare le emozioni delle due tifoserie, ritrasmettendo il momento dell’inno nell’intervallo con una traccia sonora sostituita. Ne seguirono grosse polemiche, non per i fischi ma per la censura, non verso i tifosi ma nei confronti della TV di stato che dovette licenziare il responsabile della redazione sportiva.

I napoletani hanno fischiato sonoramente l’inno. Fino a qualche anno fa la cosa non accadeva ma ora il fenomeno si ingrossa. Perchè? Schifani e i vertici dello Stato, pur sconvolgendosi, non farebbero male a domandarsi come mai negli stadi italiani è consentito dire di tutto, e impunemente, nei confronti dei napoletani. Schifani si è sconvolto per quei fischi ma non per l’urlo ben distinguibile “Napoli m…” durante il minuto di raccoglimento dedicato all’attentato di Brindisi e al terremoto in Emilia Romagna. E non si è sconvolto per il coro “colerosi… terremotati” quantomai inopportuno visti gli avvenimenti del giorno che hanno visto la morte, tra gli altri, di un operaio napoletano tifoso del Napoli. Scandalizzarsi per i fischi di un popolo che viene “accolto” da sacchetti dell’immondizia e messaggi di benvenuto in Italia è come stigmatizzare con stucchevole bigottismo l’effetto e non la causa. Questo malcostume continua da anni negli stadi, nei dibattiti politici così come in tv e sui giornali che inquadrano Napoli come la pecora nera del paese, e le regole sul razzismo suggerite dal leghista Maroni è ormai dimostrato con due anni di inapplicazione che non riguardano l’etnia napoletana. Non si può chiedere all’Italia di essere unita solo nelle tragedie o nelle partite di calcio e poi mandare avanti nell’ordinario un paese a due velocità, squilibrato e per giunta razzista.
Schifani ha il suo ruolo istituzionale e stigmatizza, ma rifletta su un’unità che non c’è e che non si costruisce con delle retoriche celebrazioni o con un inno dopo 150 anni di solo unione geografica. Rifletta sull’occasione sprecata delle celebrazioni dell’unità d’Italia prive di verità storiche circa il ruolo di Napoli e del Sud, cariche di una retorica che la gente non digerisce più sdoganata anche dallo sponsor della manifestazione nei suoi spot. E certe cose arrivano anche nelle curve, tant’è che in quelle del Napoli si vedono sempre più simboli e messaggi storico-identitari. Ieri il momento era particolare e in molti non l’hanno capito: Napoli contro Torino, le due capitali dell’Italia disunita nella capitale dell’Italia unita, ma solo geograficamente.
Napoli ha cominciato a fischiare l’inno proprio l’anno scorso, prima non l’aveva mai fatto, e la prima volta fu durante Napoli-Inter di Coppa Italia del Gennaio 2011; la cronologia non è casuale. E allora, ecco spiegato il motivo per cui ieri i napoletani cantavano “noi siamo Partenopei” durante l’inno. Sarebbe stato più giusto limitarsi a questo, evitando i fischi, ma ignorare o fingere di ignorare le motivazioni di un dissenso spontaneo significa non voler prendere coscienza di un malessere e di uno scollamento che arriva da un popolo da sempre orgoglioso e comunque diverso che chiede rispetto per darlo come ha sempre fatto. Se il popolo italiano cominciasse ad essere più rispettoso ed educato, certe cose non accadrebbero; e l’educazione civica la insegnano le istituzioni prima di tutto.
A proposito, il 25 Maggio si disputerà al Vicente Calderon la finale di Copa del Rey. Sarà nuovamente Barcellona contro Athletic Bilbao… a Madrid. Il direttore dei servizi sportivi di TVE stia attento a non censurare le immagini dell’inno nazionale. Li non si fanno polemiche senza andare al cuore del problema.

Scippi e ceffoni oltre gli spalti, ma non è Napoli

Scippi e ceffoni oltre gli spalti, ma non è Napoli

Una delle nostre finalità è quella di sottolineare la differenza di trattamento mediatico tra ciò che di brutto e di bello accade a Napoli e ciò che di brutto e di bello accade altrove. E allora, senza commentare, evidenziamo lo scippo subito dalla giornalista di Sky Giulia Mizzoni nel bel mezzo dello stadio Olimipico di Torino al termine della gara tra la squadra di casa e il Sassuolo.
L’inviata se ne è accorta e si è immediatamente precipitata a cercarla lasciando il microfono a terra. Inefficienza degli addetti alla sicurezza in campo che hanno consentito un’invasione di campo con furto. Val la pena ricordare che nell’altro stadio di Torino, durante Juventus-Bologna, un tifoso bianconero si è potuto concedere uno schiaffo in testa al calciatore Di Vaio senza che nessuno fiatasse. Era già successo al collega Zebina due anni prima, e si trattava di un calciatore di casa.

“Un sogno azzurro” aspettando la finale di Roma

“Un sogno azzurro” aspettando la finale di Roma

la passione azzurra in musica di quattro Napoletani

Quattro meridionalisti che si incontrano e finiscono per scrivere una canzone dedicata alla loro passione azzurra: Eddy Napoli, Angelo Forgione, Salvatore Lanza e Paolo Serretiello. Non un inno, di quelli che si lanciano quando l’euforia è tanta, ma una spinta per il Napoli in una delicata settimana che porta alla finale di Coppa Italia dello sponsor in camicia rossa contro la Juventus a Roma. Una partita dall’alto significato simbolico oltre che sportivo. “Un sogno azzurro” accompagnerà le trasmissioni sportive dell’emittente radiofonica ufficiale del Calcio Napoli Radio Marte, per tutta la settimana che condurrà alla finalissima dello stadio Olimpico.
L’idea nasce negli studi di Radio Marte: una canzone propiziatoria per la finale di Coppa Italia di Domenica prossima. Il brano è già disponibile su YouTube ed è programmato in alta rotazione su Radio Marte. «Si tratta di un brano che esalta il nostro senso di appartenenza – spiega Paolo Serretielloche nei confronti della squadra del Napoli, diventa sfida, passione e motivo di orgoglio, oltre che di riscatto per chi crede ancora nel Sud e nelle nostre risorse».
«Non è un altro inno tra i tanti ma una semplice canzone spontanea per mettere in musica la nostra passione e le nostra identità, le nostre “bandiere” su cui ci confrontiamo continuamente, nell’approssimarsi di una finale nella capitale tra due capitali storiche», dice Angelo Forgione che ha anche realizzato un video ad-hoc, mentre la musica è stata composta da Eddy Napoli, che dichiara: «Ci auguriamo di sentirla sempre di più, e che faccia presto breccia nei cuori dei napoletani, e non solo: ci auguriamo che diventi una bandiera in più, quella bandiera che manca da troppo tempo nei nostri venti».

Musica e Voce: Eddy Napoli

Testo: Angelo Forgione – Salvatore Lanza – Eddy Napoli – Paolo Serretiello

Tanti  cuori  che  battono  insieme
uno  solo  diventa  perché,
uno  stadio  si  tinge  d’azzurro
e  la  nostra  passione  s’accende  per  te.

Tu  ci  dai  sempre  mille  emozioni
e  per  questo  cantiamo  con  te:
“vita  mia,  si  stata  ‘o  primmo  ammore
e  ‘o  primmo  e  ll’urdemo  sarraie  pe’  mme”.

Con  una  canzone  tu  ci  fai  sognare,
con  un  calcio  ad  un  pallone  tu  ci  fai  volare
come  un  aquilone  alto  su  nel  cielo,
sei  l’ amore  unico  il  più  grande  il  più  sincero.

Napoli,  Napoli,  Napoli,  l’unica  fede  che  c’è !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  io  sono  pazzo  di  te !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  un  sogno  azzurro  per  noi !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  Napoli  vinci  per  Napoli !

Una maglia una sciarpa e un amico
quante corse affannate per te.
Sono qui da quand’ero bambino
e la voce mi trema tutt’oggi perché:

per  il  mondo  noi  siamo  milioni
sei  l’orgoglio  di  ognuno  di  noi.
Nell’azzurro  tra  il  cielo  e  gli  Dei
con  l’orgoglio  di  essere  partenopei.

Sventola  bandiera  fino  ad  impazzire
se  non  sei  napoletano  non  lo  puoi  capire,
sventola  bandiera  basta  una  vittoria
che  una  città  intera  vive  i  suoi  sogni  di  gloria.

Napoli,  Napoli,  Napoli,  l’unica  fede  che  c’è !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  io  sono  pazzo  di  te !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  un  sogno  azzurro  per  noi !
Napoli,  Napoli,  Napoli,  Napoli  vinci  per  Napoli !

La  tua  storia  non  finirà  mai
e  vivranno  per  sempre  gli  eroi,
quelli  che  non  tradiscono  mai
perché  son  figli  tuoi,  forza  Napoli.
Napoli !!!

Maradona ammira la Juve? Macchè, la detesta!

frasi di Boniperti manipolate nella forma e nel significato
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Angelo Forgione Nel giorno del venticinquesimo anniversario del primo scudetto del Napoli, il quotidiano torinese Tuttosport ha pubblicato una serie di frasi celebri circa la Juventus. Tra queste se ne legge una lusinghiera che avrebbe pronunciato Diego Armando Maradona: «Forse se fossi finito alla Juventus avrei avuto una carriera più lunga, vincente e tranquilla. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto».
Frase mai pronunciata, diciamolo subito. Tutto nasce da una dichiarazione di Giampiero Boniperti, che confessò qualche anno fa quanto, a suo dire, gli aveva confidato “el pibe de oro”, una frase manipolata dal giornalista Guido Vaciago, edulcorata e travisata, ed è facile dimostrarlo.
Era il 3 Luglio 2008 quando, su La Stampa di Torino, fu pubblicata un’intervista all’ex calciatore e presidente della Juventus alla vigilia dei suoi 80 anni in cui questi, tra le altre dichiarazioni, confessava il suo rimpianto di non aver portato Maradona alla Juventus:

«L’avevo preso – disse Boniperti – solo che il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, bloccò il trasferimento. Ordini superiori. Un giorno, molti anni dopo, ho rivisto Diego e sa cosa mi ha confidato? Se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena».

Nella primavera del 1980, Boniperti volò in Argentina per prelevare Maradona dall’Argentinos Juniors, segnalatogli da Sivori, ma il presidente della federcalcio argentina Grondona bloccò il trasferimento del diciannovenne astro di casa poiché il ct dell’Argentina Menotti volle trattenere in patria i possibili nazionali per il Mundial del 1982. Non se ne fece niente, la Juve ripiegò su Liam Brady e due anni dopo scelse il suo fantasista, Michel Platini, mentre Maradona si accasò al Barcellona.
La presunta frase maradoniana, editata cinque mesi dopo la confessione di Boniperti nella forma attribuitagli ad arte da Guido Vaciago per vantare un’ammirazione fittizia di Maradona nei confronti della Juventus, non esiste come non esiste l’ammirazione stessa. Mai pronunciata né scritta da Diego. Esiste solo un «se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena», riportato da Boniperti e neanche confermato da Maradona. Del resto, non si potrebbe dar torto all’argentino, che ha sempre maledetto la classista Barcellona, dove si trasferì due anni dopo, per averlo condotto nel tunnel della droga nella quale si rifugiò per scappare dalla solitudine e dai catalani che lo chiamavano “sudaca“. Torino avrebbe potuto evitargli Barcellona, vero, ma quella frase, seppur detta, non intaccava affatto il suo matrimonio italiano mai tradito con Napoli, rappresentando una sorta di sliding-doors della sua vita. Il resto della frase, costruita ad arte in quel “per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto”, non esiste neanche nel passaparola di Boniperti. E tantomeno esiste quella “carriera più vincente”.
Il destino portò Diego a Napoli, là dove capì sulla sua pelle che i sudaca esistevano anche in Italia sotto il diverso nome di “terroni”. E di Napoli divenne il condottiero, riconoscendo nella Juventus il simbolo del potere del Nord, la rappresentazione sportiva della questione meridionale applicata al calcio. Diego non avrebbe mai lasciato Napoli per un’altra squadra italiana, lo ha ribadito proprio in questi giorni lanciando un messaggio a Lavezzi.

Diego non ammira affatto la Juventus, non ammira affatto il potere di cui fu ed è antitesi incarnata. E questo è lui stesso a dircelo nel film di Kustorica, non certo la bocca di Boniperti o la penna di Guido Vaciago. La storia del calcio è legata alla maglia del Napoli, e qui non è questione di numeri da ostentare senza neanche averli.

Napoli azienda sana e vincente del Sud

Napoli azienda sana e vincente del Sud

vietato sbagliare, è  la resa dei conti che tornano

Angelo Forgione – Ci siamo, tre partite per il sorriso o la delusione. Sullo sfondo un sipario bianco-nero, tra friulani e piemontesi ai quali contendere e strappare a tutti i costi i due obiettivi all’orizzonte: la qualificazione al preliminare di Champions League e la Coppa Italia.
Ma la partita più importante delle tre restanti, di cui due in campionato, è quella di Bologna, il vero crocevia della stagione. Il match da non sbagliare come i tanti nel corso dell’annata. Gli alibi sono finiti, l’unico è la stanchezza ma quello vale per tutte le squadre e ora, più di tutto, contano le motivazioni. Non potrebbe esserci delitto maggiore che quello di un passo falso nel capoluogo felsineo, laddove il Napoli può ipotecare seriamente il terzo posto da vidimare contro il Siena nella “passerella” finale al “San Paolo”.
De Laurentiis tace ma gongola. Non è un benefattore ma un ottimo imprenditore, quel che ci vuole in una città difficile di un Sud difficile anche per il calcio, e il suo progetto sta procedendo come lui comanda. Napoli dal bilancio sano da sbattere in faccia a Platini alla fine del 2012 quando dovrebbe andare in vigore il “Fair Play Finanziario” che potrebbe sconvolgere le competizioni europee dal 2013/14. Sul sito ufficiale dell’UEFA si legge che “il pareggio di bilancio diverrà pienamente operativo per le dichiarazioni finanziare legate al periodo che finirà nel 2012 e che verranno valutate durante la stagione di competizioni per club UEFA 2013/14. Da quella stagione in avanti, i club che non soddisferanno i requisiti necessari, sulla base dei bilanci delle due annate precedenti, potranno essere sanzionati. Il pareggio di bilancio prevede che un club non possa spendere più denaro di quanto ne guadagna”. In poche parole, chi ricapitalizzerà con risorse esterne come sono soliti fare Berlusconi, Moratti e Agnelli, andrà incontro a sanzioni. De Laurentiis, che non è un magnate, ha previsto dei tetti da alzare gradualmente, a costo di andare allo scontro con calciatori e procuratori. Tutto questo per trovarsi pronti quando le risorse private dei magnati del calcio dovranno essere limitate.
Il bilancio 2010/11 della “S.S.C. Napoli S.p.A.” presentava lo scorso Giugno un patrimonio netto pari a circa 29 milioni di euro (29.305.052), in aumento di € 4.197.829 (+16,7%) rispetto al 30 Giugno 2010, ed era già conforme al Regolamento UEFA perchè chiuso con cinque esercizi utili consecutivi di cui solo gli ultimi tre pari a 15,5 milioni di euro.
C’è da attendersi nel prossimo bilancio un utile ben lievitato dopo l’ottima Champions League disputata che ha fruttato circa 30 milioni di euro. Ma De Laurentiis mira alla continuità nell’elite del calcio internazionale più che a degli exploit in campo nazionale che per una società del depresso Mezzogiorno potranno venire fisiologicamente come conseguenza alla stabilità in campo europeo. Il presidente sa benissimo che quel passante è fondamentale perchè assicura fortissime entrate per diritti televisivi e premi di gran lunga superiori all’Europa League, e per una società che non è titolare di proprietà immobiliari, prima fra tutte lo stadio, la massima competizione europea è fondamentale per mantenersi ad alti livelli.
Mors tua vita mea, il solo accesso ai gironi di Champions League, senza contare il resto, vale oltre 7 milioni di euro e se se li accaparrasse il Napoli li perderebbero l’Inter con un patrimonio tecnico un po’ troppo ingombrante, la Roma degli americani che devono garantire il debito a Unicredit e la Lazio che vedrebbe brutte nubi all’orizzonte. Quest’ultima, quotata in borsa, con un bilancio quasi in pari ma con due spade di Damocle sul collo: l’ammortamento dei tanti giocatori acquistati con la formula del pagamento dilazionato difficilmente riposizionabili e, soprattutto, l’a dir poco “discutibile” debito col fisco di 140 milioni spalmati in 23 anni siglato nel 2005. Lotito voleva questa Champions League e quella fallita lo scorso anno fortemente proprio perchè erano (e sarebbe) vitale per trovare nuove risorse e questo spiega le dimissioni folli di Reja in piena bagarre, poi rientrate, e la crisi di nervi della folle notte di Udine che già era stata fatale un anno fa.
Bene è andata alla Juventus, anch’essa quotata a Piazza Affari, che ha puntato tutto su questa stagione dopo uno spaventoso bilancio in rosso ricapitalizzato da mamma Fiat. Doveva guadagnarsi la Champions a tutti i costi dopo due anni di assenza, altro che fame del pur bravo Antonio Conte. Ha rischiato capitali esterni e ha ottenuto il risultato.
Conseguenze di questa gestione? Il Napoli cresce nel ranking UEFA, nella classifica delle squadre di calcio nel mondo e nel numero di tifosi. Ma quel che conta davvero è che il Napoli è squadra sempre più ricca, tra le prime 20 d’Europa, in un territorio povero; e questo vuol pur dire qualcosa. Fondamentale cartina di tornasole della salute del club azzurro, perchè è coi soldi che avanzano i progetti, e i soldi portano soldi per realizzarli. Al Napoli non manca nulla, stadio di proprietà a parte, per stabilizzarsi tra le big d’Italia e le prime d’Europa. È questo che vuole il presidente, la continuità senza cedimenti. Certo, il Napoli non ha lottato per lo scudetto e avrebbe potuto, ma la Champions League ha indubbiamente pesato sulla concentrazione più che sulle gambe. La seconda “Champions” consecutiva lancerebbe proprio un segnale di continuità al mondo calcisitico che ha il Napoli come modello. Se a questo si aggiungesse anche la Coppa Italia, ovvero il primo segno tangibile di un ciclo vincente che manca da ventidue anni, allora si che la stagione sarebbe molto più che positiva.
Ecco perchè a Bologna non bisogna fallire e squadra, allenatore e dirigenti lo sanno. Non l’hanno mai dimenticato, neanche a Febbraio allorché la classifica diceva -10 dall’Udinese, -8 dalla Lazio, -5 dall’Inter e -3 dalla Roma con una partita in meno, e la semifinale d’andata di Coppa Italia andava al Siena. In quel momento davvero in pochissimi si sottraevano al gioco a distruggere dei più che attaccavano De Laurentiis, Mazzarri, dirigenti e giocatori, e sembrava già tempo di bilanci negativi.  Non era così perchè la stagione era ancora lunga e ci voleva poco per leggere le insicurezze di Guidolin, le carenze della Lazio che, già ricca di lacune, si indeboliva sul mercato anziché rafforzarsi, e le tribolazioni di Inter e Roma. Abbastanza per crederci. Mentre quelle viaggiavano come potevano dopo essere andate oltre le proprie possibilità, il Napoli andava a due cilindri perchè Aurelio aveva imposto la modalità a quattro per fare strada in Champions League. Dopo ne sono bastati tre per risalire in campionato pur con un vuoto di pressione dopo l’eliminazione di Londra che solo tre settimane fa mandava di nuovo tutti nello sconforto e faceva dire ad Hamsik «l’anno prossimo non saremo in Champions». Mentre le maglie dell’Atalanta sverniciavano quelle azzurre, le telecamere indugiavano su un De Laurentiis impietrito. E lui intervenne personalmente come uno psicologo aziendale. Facile intuire cosa abbia detto alla squadra e quel proclama di resa di Hamsik è divenuto ora «lotteremo fino alla fine per andare in Champions». Perchè è il presidente a dettare gli obiettivi e indirizzare le forze nelle varie fasi della stagione.
Tre finali di fatto, di cui una di nome. Bologna è il crocevia del futuro prossimo del Napoli. Vincere per poi chiudere in bellezza e andare a Roma a levarsi uno sfizio, un grande sfizio. Poi comincerà un’altra estate calda nelle aule giudiziarie e tutto sarà tristemente rimescolato. Tra calciatori che vendono partite e allenatori che li picchiano, parlare di bilanci a posto in un calcio che rischia il crack non solo finanziario non è poi così sacrilego. Anzi, è motivo di vanto per tutto il Sud.

Simone Schettino: «è massacro mediatico da fermare»

Simone Schettino: «è massacro mediatico da fermare»

a “La Radiazza” l’artista chiarisce la “lettera del Vesuvio”

Ecco un sunto de “La Radiazza” di Gianni Simioli co-condotta eccezionalmente da Simone Schettino durante la quale l’artista stabiese ha fatto maggiore chiarezza sui presupposti da cui nasce la sua lettera a Tosel interpretata metaforicamente dal Vesuvio. Un’occasione per sgombrare il campo da equivoci e per parlare a più ampio raggio della situazione politico-sociale in Italia, uscendo dalla riduttiva campana calcistica, proprio mentre il fondatore del partito secessionista italiano è uscito di scena nel peggiore dei modi. Un interessante disamina alla quale ha dato un contributo anche Angelo Forgione puntando il dito sui napoletani chiamati a difendere senza difendere.

Juventini, milanisti e interisti del Sud colonizzati sportivi

Juventini del Sud colonizzati sportivi

Angelo Forgione – Proprio stasera ho ricevuto una email di Gennaro, pugliese, da circa un anno meridionalista e assiduo lettore di questo blog nonchè simpatizzante di V.A.N.T.O. Mi ha scritto di non seguire il calcio, ma fino a qualche tempo fa lo ignorava completamente, fin quando leggendo alcuni miei articoli si è reso conto che se si vuole capire meglio la nostra società è necessario capire il mondo del calcio in Italia.
In questi giorni il dibattito sugli juventini del Sud è divampato, toccando anche picchi esasperati dopo il clima di intolleranza verso i napoletani allo “Juventus Stadium” di Domenica scorsa. Sempre più meridionali, per la verità, stanno prendendo coscienza di quanto racconto e divulgo da tempo anche attraverso il calcio, testimoniando di “conversioni” dettate dalla conoscenza della storia. Sono quelli che hanno capito non solo il passato ma anche l’attualità, figlia di quel passato trascinato ai giorni nostri, quella questione meridionale evidente anche nel calcio con cui il potere del nord ha truccato il nostro paese e con esso il suo sport più popolare.
Ne ho parlato oggi a “Sorrisi e Palloni” su Radio CRC e Capri Event, prima denunciando i fatti di Domenica scorsa e poi facendo chiarezza sull’appartenenza dei tifosi juventini di Napoli e del Sud, e non solo juventini, legati ad un potere costruito ad arte e sempre in vita.