Bud Spencer, il gigante dal cuore napoletano

Se n’è andato un napoletano fiero delle sue radici. Eppure lasciò Napoli che era un ragazzino. Girò il mondo. Avrebbe potuto abbracciare altre identità. Restò Napoletano. Urlò al mondo di esserlo.
L’ultima parola pronunciata su questa terra è stata un «grazie» ai figli. È la stessa parola che i napoletani dicono a Carlo Pedersoli, al secolo Bud Spencer.

La Villa Comunale di Napoli paradigma dei disastri moderni

Angelo Forgione La devastazione della Villa Comunale di Napoli, antica Villa Reale, è paradigma della direzione in cui va la città. L’ultimo colpo al cuore è un ascensore per disabili della Linea 6 Metropolitana sottostante spuntato all’altezza della già maltrattata Cassa Armonica. Per ora si staglia una parallelepipedo in cemento armato, che sarà rivestito di acciaio riflettente per provare a mimetizzarlo. E mi chiedo come sia possibile che la cervellotica Soprintendenza napoletana abbia potuto autorizzare un manufatto moderno all’interno di un ambiente storico neoclassico.
Lo sfregio all’impronta neoclassica della passeggiata reale, che di reale ormai non ha più nulla, è iniziato con Antonio Bassolino e l’allora assessore competente Dino Di Palma. Tra il 1997 e il 1999, infatti, fu chiamato un designer moderno, Alessandro Mendini, a realizzare un intervento di riprogettazione che sollevò giustissime polemiche per l’evidente contrasto con l’ambiente creato da Carlo Vanvitelli. Napoli chiamava Milano, l’illuminata capitale del design moderno, consentendo a un contemporaneo di sovrapporsi a un architetto della storia locale. Lo stesso sarebbe poi accaduto con la meneghina Gae Aulenti per la ridefinizione con altrettante polemiche di piazza Dante. Questo dovrebbe far riflettere sulla cancellazione di una tradizione gloriosa, a favore di una modernizzazione coloniale. Ne vennero fuori degli chalet-scatolette a colori, l’alterazione dell’aspetto botanico della storica villa ottocentesca (che sconvolse la scelta delle essenze arboree fatta nell’800 dal tedesco Friedrich Dehnhardt, ispettore dell’Orto Botanico), la cancellata in alluminio anodizzato e la sostituzione degli storici lampioni in ghisa con dei “siluri” sempre in anodizzato. Non bastò. Arrivò la nuova linea metropolitana a mangiarsi gli spazi e a devastare la falda acquifera sottostante, con inevitabili danni agli alberi della villa e pure alla stabilità dell’intera Riviera di Chiaja. Poi le vicende della Cassa Armonica. Ora è la volta dell’ascensore, che pare dovesse essere realizzato inizialmente fuori il perimetro della Villa.
Certo che non si può restare ostaggi della storia da valorizzare, ma a Napoli la modernità non ha lasciato segni grandi e durevoli, soprattutto quando mischiata all’antichità. Quasi tutte le creazioni importanti della città appartengono, infatti, alla sua storia.
Senza una tradizione sentita e rispettata si conservano male le attrattive culturali e si offrono servizi inadeguati ai turisti. Le straordinarie creazioni sono state realizzate da artisti e sovrani che avevano come prospettiva la Storia, non il calcolo di corto respiro da amministratori periferici, che beneficiano anche di silenzio e a volte appoggio ideologico da parte di un certo ceto accademico e intellettuale “sensibile” alle suggestioni del potere. Voltare pagina è una necessità. Ma per poterlo fare occorre una coscienza collettiva che alzi la voce di fronte alla devastazione dell’identità napoletana. Prima che sia troppo tardi.

Napoli e Venezia, i minuetti ritrovati

Mercoledì 22 giugno 2016, nella prestigiosa Sala del Capitolo del Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, alle ore 11,30 sarà presentata la prima edizione a stampa dei 13 Minuetti del musicista Ligure di Scuola Napoletana Pasquale Anfossi ritrovati due anni orsono dai musicisti e musicologi Roberto Allegro e Vittoria Aicardi presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli, con un dibattito dal titolo “Napoli e Venezia – Pasquale Anfossi, il Mare e la storia dell’Ospedaletto”. Riguardo i Minuetti, anticipano il Maestro Allegro e la Dott.sa Vittoria Aicardi, si tratta di pezzi brevi, pregevoli sia da un punto di vista musicale che all’ascolto. Riteniamo che il loro contributo, come quello in generale un po’ tutta la celebre Scuola napoletana (Piccinni, Porpora, Traetta, Paisiello e Anfossi stesso) abbiano influenzato in maniera importante sia il classicismo viennese che lo stesso Mozart». Mozart medesimo, infatti, conobbe ed apprezzò molto Pasquale Anfossi, componendo diverse arie per le sue opere e definendolo, in una sua lettera “molto cognito napolitano”, mentre in un’altra, confermando quanto il compositore tabiese fosse apprezzato e considerato a Vienna, aggiunse “i miei nemici dicono che io voglio correggere l’opera di Anfossi”. Sarà presente oltre all’autore della pubblicazione Roberto Allegro Direttore artistico dell’Orchestra da Camera Italiana “Antonio Vivaldi e Presidente dell’Associazione Musicale “Antonio Vivaldi” di Mortara (Pavia), l’Assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele, il Critico musicale Stefano Valanzuolo ed Enzo Amato Presidente dell’Associazione Domenico Scarlatti che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’Associazione Musicale Antonio Vivaldi di Mortara. In questa occasione, saranno rivelate verità nascoste dell’affresco di Jacopo Guarana presente all’Ospedaletto di Venezia.

A Napoli muoiono i partiti e gli elettori. De Magistris non faccia ammazzare il porto e il turismo.

Angelo Forgione De Magistris bis! Vittoria schiacciante, ed era ampiamente prevista. Ribadita la vittoria di cinque anni fa, quando già l’astensionismo aveva connotato il ballottaggio d’andata con Lettieri. Allora votò il 50% dei napoletani, dieci punti sotto la media nazionale. Al ritorno, cinque anni dopo, la percentuale è drammatica: neanche il 36% è andato alle urne, e ciò significa che il sindaco confermato è espressione di un napoletano su quattro. Non si può non rilevare che De Magistris ha perso circa ottantamila voti rispetto a cinque anni fa, quando a dargli la preferenza furono in 264.730 elettori, contro i 185.907 di oggi. Nulla toglie al vincitore, e però la città dimostra di essere non solo indolente e disinteressata ma sempre più sfiduciata e incapace di riscontrare nelle figure in competizione un’idea di amministrazione. Molto ha contato anche una compagna elettorale avvelenata e priva di contenuti, sfociata nella mancanza di confronto, di cui invece la cittadinanza avrebbe avuto assoluto bisogno per un coinvolgimento collettivo, smorzato anche dalle reti nazionali, che a Napoli hanno dedicato un posto di secondo piano, talvolta cancellandola.
De Magistris ha doppiato Lettieri per manifesta inconsistenza dello sfidante e di quelli che lo hanno affrontato al primo turno, e ci è riuscito per diversi motivi. Tre i più incisivi. Punto uno: il sindaco ha saputo raccogliere il sentimento identitario e autonomista crescente. Punto due: nel centro di Napoli è sparita la grande immondizia. Punto tre: a Napoli stanno tornando i turisti. Tanto è bastato per ribadire la supremazia sugli avversari, ma non per il rilancio della città, che è ancora lontano, e resta anche un’incognita sotto lo scontro con il Governo nazionale. Ed è proprio qui che l’ex magistrato si gioca il secondo tempo della sua partita locale, perché tre importanti nodi urbanistici vanno sciolti velocemente, e passano proprio per Palazzo Chigi. Il porto, Bagnoli e Napoli Est. Il porto prima di tutto, il primo per le merci d’Italia e uno dei principali per passeggeri, la prima azienda della Campania, un fulcro di sviluppo della città, che però perde terreno e traffici rispetto agli altri scali italiani e quelli del Nord-Africa a causa del mancato dragaggio dei fondali, ovvero la rimozione dei fanghi che non consentono l’approdo delle più grandi navi merci, ma anche della mancanza di raccordo con la rete ferroviaria nazionale per lo smistamento su ferro. Per non parlare della mancanza di elettrificazione, che costringe le imbarcazioni pesanti a tenere i motori accesi durante l’ormeggio e a inquinare l’area urbana a ridosso. Se non si porrà presto rimedio al problema della profondità dello scalo portuale si andrà incontro anche alla perdita delle navi da crociera. Bagnoli e Napoli Est poi, aree di ruderi industriali interessate da una riconversione ferma anch’essa al palo da decenni. Insomma, un immobilismo che sta paralizzando l’economia della città, al quale De Magistris dovrà provare a richiedere soluzione veloce pur nel suo conflitto in atto contro il premier Renzi e quello annunciato contro le tecnocrazie, le oligarchie e i poteri forti d’Europa. Tocca a lui sbattere i pugni sul tavolo per sollecitare Roma a sbloccare le situazioni. E poi bisognerà mettere mano al recupero monumentale e architettonico. Il piano per il Centro Storico Unesco, prima di tutto, con gli stanziamenti rimasti nel cassetto e riprogrammati. La restituzione alla città della Galleria Umberto, abbandonata e degradata, cui dare il decoro che Milano riesce a garantire, accelerando coi restauri (di tutti i monumenti cittadini) col freno al mano tirato, e studiando un regolamento per l’omogeneità delle insegne degli esercizi commerciali, come nel caso esemplare del capoluogo lombardo. Il recupero della Villa Comunale e della Riviera di Chiaja, spazio preso in ostaggio da una discutibile linea metropolitana che ha sfigurato i luoghi e anche qualche storico palazzo. Il restyling del lungomare pedonalizzato, che necessita di una risistemazione turistica. L’incremento del turismo e il miglioramento dell’accoglienza dovrà essere il vero obiettivo del primo cittadino, perché è quella la vera risorsa di Napoli. Complici i timori internazionali, i flussi turistici verso il Vesuvio sono in crescita. La città ha raddoppiato gli incassi della tassa di soggiorno versata dai turisti, che però non vengono reinvestiti interamente per il miglioramento dei servizi turistici della città, come avviene altrove. Con il solo 30%, il Comune di Napoli è all’ultimo posto nella classifica italiana per reinvestimento dei ricavi turistici. Nelle casse di Palazzo San Giacomo ci sono circa 4,5 milioni di euro che il sindaco deve reindirizzare in buona parte sul settore dal quale provengono, anche perché l’offerta alberghiera della città è quasi satura e si prospetta la necessità di creare nuove strutture ricettive. Non meno importante, il potenziamento della comunicazione, davvero carente per una città che non riesce a dire al mondo che i suoi musei sono tra i più ricchi e importanti d’Europa, che in città ci sono tre dipinti di Caravaggio, la Collezione Farnese, il Tesoro di San Gennaro, tanto per dire, e un’offerta complessiva impareggiabile. E poi ci sono le periferie da attenzionare, troppo trascurate rispetto ai quartieri centrali, la raccolta differenziata da incrementare, la pulizia ordinaria delle strade, la sicurezza da migliorare, lo stadio da rifare, e diversi altri problemi cui mettere mano davvero. È questo il lavoro da fare, a testa bassa, in una città che vuol essere a suo modo autonoma e tornare artefice del suo cammino, ma che deve necessariamente fare i conti con un governo settentrionalista. Per ora Napoli si conferma capitale dell’astensionismo. È un dato allarmante che perde peso solo perché la città in cui risultano in coma i partiti e pure gli elettori non è ritenuta prioritaria nel panorama politico nazionale. Riuscirà il sindaco autonomista a ridarle centralità? A proposito, il PD si salva a Milano e a Bologna, ma perde la prima, la terza e la quarta città d’Italia, di fatto in mano all’antipartitismo. Il partito della rottamazione sembra avviarsi, con tutta la vecchia politica, allo sfasciacarrozze. Una bella soddisfazione per De Magistris, sulle cui minacce di incontinenza in molti hanno forse troppo ironizzato.

Zimbabwe napoletano a Roma. Ma è solo la tv nazionale dei meridionali emigrati.

Angelo Forgione E dunque, dopo l’irpino Michele Criscitiello trapiantato a Milano e il suo formidabile titolo “Napoli, emergenza rifiuti”, per il passante trasteverino dall’accento romano contaminato, intervistato dal lucano Rocco Cillo per il solito Tg5, quella sfregiata dai rifiuti non sembra Roma ma lo Zimbabwe o Napoli. Il signore sicuramente non è mai stato né ad Harare né a Napoli e, statene certi,  parla per stereotipi, perfetti per un “tiggì” che con una frase del genere, nel paesiello delle etichette, ci fa un mezzo scoop. Ricordate l’omicidio di Ginevra raccontato dal leccese Bartolomucci che intervistava una sudamericana? Ricordate quando lo stesso Bartolomucci rimproverò un napoletano che commentava la voragine di Firenze?
Vi racconto qualcosina. Ieri, con un amico, accompagnavo per Napoli due turisti di San Pietroburgo in viaggio di piacere nella pulita e luminosissima Napoli, dove non erano mai stati. Erano stati però un po’ dappertutto in Italia, anche a Milano, dove gli avevano raccontato che Napoli era sporca e brutta, e che nulla vi fosse da vedere. I turisti russi mi dicevano: «Ma che bugie raccontano? Napoli è bellissima. E non si può dire che è sporca». criscitiello_rifiutiE poi ho raccontato loro degli storici scambi culturali e commerciali tra Napoli e San Pietroburgo, dell’architetto napoletano Carlo Rossi che ha portato il neoclassicismo vanvitelliano nella loro città, come ha fatto Giuseppe Piermarini a Milano; ho raccontato dei cavalli di bronzo (cavalli russi) donati dallo Zar Nicola a Ferdinando II, identici a quelli sul ponte Anichkov; ho raccontato delle forniture di pregiato grano duro Taganrog che lo Zar mandava a Napoli dalle zone cerealicole del Mar Nero, miscelato col grano Saragolla delle Puglie per dare il via alla produzione della grande pasta di Napoli; ho raccontato dei musicisti della Scuola Napoletana del Settecento fortemente richiesti a San Pietroburgo. Non sapevano nulla, perché i media fanno quello che fa il Tg5, e ne sono rimaste affascinate. Però sapevano che la Scala è il cuore della cultura italiana, e per questo l’hanno visitata, restandone delusi perché «troppo semplice». A fine giornata un messaggio dei turisti russi ringraziava i due occasionali ciceroni napoletani: “gli italiani (napoletani) più intelligenti che abbiamo conosciuto”. Magari ora potranno vistare anche Harare. La mia giornata culminava nella festa per la promozione dell’Afro-Napoli, tra ragazzi di colore e in uno splendido clima di integrazione.

All’ascolto di certi messaggi distorti e amplificati, la reazione dei turisti che decidono di “avventurarsi” a Napoli è sempre la stessa: stupore! Stupore per la netta distanza tra la narrazione mediatica e la realtà vissuta in prima persona.

Tommaso Primo il predestinato della musica napoletana

Angelo Forgione Tommaso Primo. Ricordatevelo questo nome. Non è solo un talento emergente nel nuovo scenario della musica napoletana d’autore. Lui è un predestinato. Lo è perché fa ottima musica ma anche perché è un ragazzo curioso e intelligente, con cui è piacevole scambiare idee e opinioni. Tommaso Primo è un napoletano fiero, esplora la sua identità e cerca di portarla in musica. Il suo primo successo è già un biglietto da visita. Ma ascoltando il brano Metafisica, tratto dal suo ultimo CD Fate, Sirene e Samurai, si afferra la sua crescente ispirazione alla cultura partenopea, nella fattispecie a Giambattista Basile e alla tradizione orale e scritta del Seicento napoletano.

Ho gradito, davvero molto, la scelta di ambientare il videoclip del brano Viola a Casertavecchia, un angolo molto caratteristico della meravigliosa Campania.

Per presentare Tommaso oltre la sua già apprezzabile ricerca musicale, consiglio di ascoltare le sue lucide riflessioni su Napoli e la musica napoletana alle audizioni di Musicultura 2015 a Macerata (a 2:03:40). E capirete perché Tommaso è solo all’inizio di una luminosa strada.

Napoli città “unica”. Non paragonatela a Barcellona e Marsiglia.

icomosAngelo Forgione L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, è un’organizzazione internazionale non governativa il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo. Lo fa con l’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive al Comitato del Patrimonio Mondiale, affinché ne decida l’eventuale inclusione nella sua lista. Quando il Centro Storico di Napoli, nel 1995, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per la sua “cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”, è stata presentata una decisiva relazione dall’ICOMOS, in cui era inclusa una valutazione che chiarisce l’unicità della Città in Italia e in Europa:

“È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.”

(L’argomento è approfondito nel libro Made in Naples a pagina 34)

Restaurato l’antico forno di Capodimonte

forno_capodimonte_2Angelo Forgione Restaurato il forno settecentesco a legna all’interno del bosco di Capodimonte voluto da Ferdinando IV di Borbone. L’iniziativa è stata sollecitata dal direttore del museo Sylvain Bellenger affinché diventi presto un’attrattiva turistica. Non un forno qualsiasi ma un forno reale, che cuoceva pizze per la corte, e forse già la ‘margherita’. Sì, già a inizio Ottocento, ma è impossibile saperlo, anche perché la narrazione postrisorgimentale ci ha tramandato la data del 1889. La leggenda vuole che lì, in quell’anno, sia stata preparata la prima tricolore, che in realtà già esisteva almeno dal 1810. E mi tocca ripetere – repetita iuvant – che solo di leggenda si tratta, una leggenda legata alle condizioni igieniche di Napoli e alla popolarità dei Savoia al Sud.
Perché il parto della pizza tricolore sarebbe stato postdatato al 1889? Semplice. Nel 1884 Napoli fu colpita da una nuova ondata di colera, e la pizza, cibo povero venduto in strada, fu boicottata come nelle precedenti epidemie ottocentesche perché possibile veicolo di contagio, visto che l’impasto era fatto con acqua. Gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci afflitti dalla pandemia, un alimento lurido, un pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani. Nel 1886, Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana, usò toni sprezzanti:

Vuoi sapere cos’è la pizza? È una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

La pizza, in genere, aveva quindi bisogno di un rilancio d’immagine come la stessa Napoli, e gli stessi sovrani Savoia necessitavano di un’operazione-simpatia nei confronti dei meridionali. Non si dimentichi che, nel 1878, l’anarchico Giovanni Passannante, rabbioso per le disillusioni risorgimentali, aveva tentato di uccidere Umberto I. Il nuovo acquedotto del Serino, inaugurato nel maggio 1885, risolse i problemi idrici causati dagli antichi acquedotti tufacei della città. Acqua pulita, incontaminata, buonissima. Far addentare una pizza dalla Regina e dire agli italiani che non aveva contratto alcuna malattia era il miglior spot per tutti. Pizza pronta a partire, sia pure con molta diffidenza, alla conquista della nazione.
Testi vari e regolamenti europei confermano che la ‘margherita’ è una questione di inizio Ottocento, e lo indicano anche le date dell’esplosione dell’uso del pomodoro e della mozzarella, fulcri di un’ampia rivoluzione agricola d’epoca borbonica che rivoluzionò le tavole di Napoli nel Settecento. Il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù. La produzione del latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, a San Tammaro, nel 1780. Le date 1770-1780 preludono proprio alla fine del secolo, quando i due rivoluzionari ingredienti finirono evidentemente sulla pizza, circa un secolo prima di quella riferita a Raffaele Esposito e al suo omaggio alla Regina Margherita di Savoia. Raffaele Esposito non era certo un luminare da fare quello che per circa un secolo nessun pizzaiuolo aveva fatto, e neanche era necessario esserlo, data la semplicità di accoppiamento di due ingredienti che erano entrati di prepotenza nelle cucine napoletane a fine Settecento.
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1864, Napoli capitale d’Italia. Ma Vittorio Emanuele II disse «no».

Angelo Forgione  Tra gli ideali che ispirarono l’Unità italiana, quello laicista fu sicuramente uno dei più importanti. Rifacendosi alle più avanzate nazioni protestanti europee, gli artefici dell’annessione di Napoli e Roma al Regno d’Italia piemontese dovevano rendersi protagonisti della diffusione di un’ideologia svincolata dalla fortissima tradizione cattolica d’Italia, e contribuire ad allentare lo stretto rapporto con la Chiesa di Roma che aveva sempre caratterizzato la vita degli stati italiani.
A preservare l’autorità del Papa ci pensò un francese, non un italiano. Napoleone III, imperatore di quella Francia “figlia primogenita della Chiesa” piena di cattolici e di un consenso da preservare, piazzò le sue truppe in territorio romano mentre il Piemonte incamerava parte dello Stato Pontificio, e fu un bel problema per Garibaldi ma anche per  la pletora sabauda. Vi era bisogno di tutta la scaltrezza piemontese per risolvere la rogna, anche perché la posizione geografica di Torino, troppo vicina al confine nemico, la condannava a non essere per troppo tempo la capitale d’Italia. Le trattative diplomatiche portarono alla Convenzione di settembre del 1864, con cui il Re di Francia si impegnò a ritirare gradualmente i suoi uomini in cambio dell’impegno a non invadere il territorio pontificio. A garanzia degli impegni presi dai piemontesi, il sovrano francese impose il trasferimento della capitale in un’altra città, cosa che avrebbe dovuto provare la definitiva rinuncia alle seducenti mitologie di Roma capitale dell’Italia laica. I piemontesi miravano semplicemente a far sloggiare i garanti di Pio IX, per poi rompere i patti alla loro maniera. C’era solo da rinunciare in anticipo ai ministeri di Torino, alle ambasciate e ai fiumi di danaro pubblico, e da affrontare la rivolta dei cittadini torinesi, convinti che in assenza di Roma dovesse farne le veci solo la loro città, ormai pienamente interessata dagli investimenti per l’edilizia espansiva. Sommossa repressa nel sangue di cinquantacinque uomini disarmati, ma ormai tutto era già deciso: la capitale doveva trasferirsi altrove. Furono proposte Firenze, sostenuta dal Consiglio dei generali perché non esposta all’aggressione marittima, e Napoli, preferita dal consiglio dei ministri in quanto maggior metropoli italiana, lontana dal confine e meno esposta a un eventuale intervento austriaco richiesto dal Papa, ex capitale rispettata in Europa, la terza più popolata del Continente e già pronta a ricevere i dicasteri senza necessità di grandi spese, città di cultura degna delle grandi capitali europee. Tale scelta, secondo i sostenitori dell’ipotesi, avrebbe potuto contribuire a sradicare il brigantaggio meridionale che metteva a rischio la compattezza geografica. Prevalse la piccola Firenze, ma la volontà fu più che altro sovrana. Vittorio Emanuele II sapeva quanto fosse rilevante il peso di Napoli agli occhi dell’Europa e cercò di evitare che tornasse capitale. Il Re, invitato ad esprimere il suo pesante parere ai ministri, indirizzò la scelta verso la città toscana:

«Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma.»

Tutti a Firenze! Una città di poco più di centomila abitanti invasa dalle istituzioni, dal Parlamento, dal Re, dalla corte e di tutto ciò che necessitava una capitale. Trentamila burocrati piemontesi a sconvolgerne le abitudini, le tradizioni e l’urbanistica. Ma gli uomini del “Re Galantuomo”, che gli accordi li prendevano per romperli, attesero che Roma fosse defrancesizzata e, dopo cinque anni e mezzo, invasero lo Stato Pontificio. Pio IX si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero d’Italia” fino alla morte, e si rifiutò di riconoscere la legge delle Guarantiglie, con cui il Regno d’Italia dei Savoia intese regolare i rapporti con la Santa Sede. Il Pontefice vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica italiana e scomunicò tutti coloro che avevano partecipato al processo risorgimentale, a partire dai Savoia, ma si trovò di fronte l’ambigua figura di Vittorio Emanuele II, ricorso ai poteri forti d’Europa e alla Massoneria internazionale per coronare l’unificazione nazionale anche contro il Cattolicesimo, nonostante fosse riconosciuto religione di Stato dall’articolo 1 dello Statuto Albertino del Regno di Sardegna, poi esteso all’Italia unita. Pio IX scomunicò il primo re d’Italia per ben tre volte lungo l’arco della sua trono tricolore, ma ritirò il provvedimento nel 1878, in punto di morte del baffuto piemontese, inviando un sacerdote al suo capezzale per impartirgli l’assoluzione, poiché il primo sovrano dello stato nazionale italiano, comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti.
Il Vaticano e l’Italia restarono separati in casa fino all’avvento del Fascismo, nel primo Novecento, mentre a rappresentare il rafforzato potere laico contrapposto alle forze conservatrici e clericali ci pensò la Massoneria. Il Potere temporale fu in qualche modo riabilitato dai negoziati tra Benito Mussolini e Pio XI, culminati nei Patti Lateranensi, con cui fu siglato un reciproco riconoscimento tra Regno d’Italia e Stato Vaticano. Fallita sul nascere la creazione di un Paese condiviso e giusto, naufragava  anche lo scopo fondante di sradicare la sua appartenenza religiosa.

Napoli napoleonica: il rifacimento del Palazzo Reale e la Guardia Nazionale mai realizzati

Angelo Forgione  L’arrivo dei napoleonidi a Napoli, nel 1806, significò l’avvio di una ristrutturazione dello Stato, soprattutto con l’incoronazione di Gioacchino Murat, nel 1808, che diede impulso al processo di laicizzazione e di sviluppo scientifico e urbanistico della Capitale. Napoli, che il Neoclassicismo l’aveva formulato a partire da Vanvitelli e diffuso altrove coi suoi epigoni, vide l’avvio della sua stagione neoclassica più intensa, partendo dallo stile Impero, cioè un neoclassico pomposo che Napoleone rese espressione rappresentativa della Grandeur. L’area del Palazzo Reale fu oggetto di una rivisitazione, che avrebbe portato in seguito all’attuale conformazione. Uno dei problemi era l’antica facciata del teatro di San Carlo di Giovanni Antonio Medrano, del 1737, un portale appena decorato con statue e fregi, di stile spigoloso molto somigliante a quello della Reggia di Capodimonte (dello stesso architetto).  Murat pretese che se ne realizzasse una nuova, più degna della Capitale, e incaricò l’architetto pisano Antonio Niccolini, già scenografo e coreografo del Massimo, di progettare tutto il riassetto della piazza San Ferdinando, ancor prima di risistemare il Largo di Palazzo. La prima soluzione mostrò un raccordo tra la reggia e il teatro, con una Guardia Reale al posto degli antichi fabbricati da abbattere e due torri laterali da innalzare sul Palazzo Reale, mentre dall’alto versante la facciata laterale doveva degradare verso verso il mare con una lunga scalinata. Di questo progetto sarebbe stata realizzato solo il nuovo volto del teatro, nel 1810, poiché, alla Restaurazione del 1815, Ferdinando di Borbone, recuperato il trono, dovette impegnarsi in cospicue spese per le truppe austriache di stanza a Napoli, e si limitò alla realizzazione del nuovo foro ferdinandeo con la basilica di San Francesco di Paola e i laterali palazzi del Principe di Salerno e della foresteria. La configurazione della piazza San Ferdinando, così come la conosciamo oggi, sarebbe stata accennata nel 1843, sotto Ferdinando II di Borbone, privilegiando il ruolo del San Carlo con una nuova facciata laterale affidata a Francesco Gavaudan e Pietro Gesuè, mentre Gaetano Genovese ampliava e regolarizzava il Palazzo Reale e i suoi giardini. Lo slargo di San Ferdinando avrebbe preso il nome di piazza Trieste e Trento nel 1919, per celebrare l’acquisizione delle due città all’Italia dopo la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

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