Una commissione culturale per l’identità storica di Napoli

Giovedì 9 marzo, in commissione Cultura, presso la sede del Consiglio comunale di Napoli, si è svolto un confronto sulla storia e l’identità di Napoli nel contesto del Meridione e del Mediterraneo. Erano presenti Gigi Di Fiore, Angelo Forgione, Luca Pepe, Flavia Sorrentino, la presidentessa Elena Coccia e i consiglieri Francesca Menna (M5S) e Salvatore Pace (Dema). Intervento telefonico di Pino Aprile.
Le istanze saranno tradotte in un prossimo ordine del giorno del Consiglio comunale per segnare una precisa presa di posizione culturale e politica della città.

Stampa del Nord, volgari attacchi a Napoli (e Sicilia) in stile ottocentesco

Angelo Forgione No, non siamo nell’Ottocento ma nel Duemila, e anche da un bel po’. Le guerre le facciamo sui campi di calcio, non sui campi di battaglia, e neanche sul terreno culturale, che è sempre meno fertile. Eppure il razzismo ottocentesco di impronta scientifica, quella positivista, è ancora vivissimo. Quello che per giustificare nuovi nazionalismi e diversi colonialismi crebbe fino alla Prima guerra mondiale. Quello che indirizzò la società del Nord-Italia verso atteggiamenti anti-meridionali utili a colonizzare quel popolo di “caffoni” e “affricani” che abitava il Sud. Con una vigorosa e sprezzante doppia effe venivano apostrofati i napoletani e i meridionali in genere da chi voleva allargare i propri confini al Sud dei “beduini” e prendersene le risorse, perché per questo, da sempre, si inventano le guerre. Fomentare la divulgazione nel Settentrione di una certa visione di Napoli e del Mezzogiorno legittimava la creazione di una “questione napoletana” da risolvere con una finta rivoluzione di popolo. Milano detestava Torino almeno quanto Palermo detestava Napoli, ma le due sotto le Alpi, a differenza di quelle giù al mare, si misero insieme, tra diffidenze e ostentazioni reciproche di grandezza e priorità. E una volta compiuta l’invasione, aperta proprio dalla Sicilia, quelli che l’avevano voluta iniziarono a sdegnarla. Il piemontese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, in una corrispondenza col patriota Diomede Pantaleoni del 17 ottobre 1860 (pubblicata postuma nel 1888), scrisse: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Fu proprio lui a dire in seguito che “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Questa riflessione massonica ce l’hanno raccontata così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, ma quello del marchese d’Azeglio non fu affatto un invito al miglioramento, come travisato con l’utilizzo strumentale dell’ultimo periodo della frase, bensì la constatazione di un limite invalicabile dell’Unità, che i sedicenti liberali non volevano affatto. In realtà gli italiani precedevano l’Italia, e dall’età paleolitica fino al 1861 avevano vissuto felicemente divisi, senza mai essere costretti alla fusione politica. Il problema, dunque, non erano gli italiani ma l’Italia, che mai avrebbe trovato un’identità condivisa. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dalla Stato alla piemontese fu l’apertura di una ferita che superava la “questione napoletana” con la “Questione meridionale”, con cancrena dagli esiti già drammatici in quegli anni, separandola dalla “Questione settentrionale”, politica e istituzionale.
Niente è cambiato. Milano e Torino continuano ancora oggi a rivaleggiare. La prima sottolinea la diuturna definizione di “capitale morale”, che nasce in quella disputa dell’Ottocento, nella gestazione del “triangolo industriale”, non come rivendicazione nei confronti di Roma, come tutti pensano, ma di quella città piemontese con cui faceva a gara a chi rappresentasse il centro alla guida del progresso italiano. Oggi, al compimento del processo di deindustrializzazione e terziarizzazione, con Milano senza rivali e con Torino convertita al turismo, la disputa è su chi delle due deve organizzare l’Expo, sul salone del libro, che la lombarda scippa alla piemontese, o sui campi di calcio, con la piemontese che ostenta il numero di scudetti conquistati e la sua egemonia in fieri. Ma quando si tratta di attaccare il nemico comune, Napoli e tutto il Sud, partendo proprio da un incontro di calcio, le due nemiche si compattano e tirano fuori manifestazioni sprezzanti, delle più volgari. Basso giornalismo, chiaro, non certo dalle più qualificate testate della potente batteria nordica, ma proprio per questo espressione dei più bassi istinti. Alt! La colpa è dei meridionali, incapaci di far fronte comune. Roma fa da sé. In Sicilia inneggiano ancora a Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Tutto il Meridione è pieno di tifosi della Juventus, dell’Inter, del Milan, legittimamente, ma molti di questi, quelli che non hanno cultura storica e pensiero individuale, sono capaci di detestare Napoli per una bieca fede sportiva, di disconoscere la storia del loro Sud, ammesso che lo sentano loro. E intanto quella che fu la Magna Grecia muore, senza lavoro, senza servizi, senza rispetto e senza soluzioni, ma pagando prodotti e servizi padani e veneti. La tecnica è sempre la stessa. L’italia pure, nella farsa infinita. E luce non si vede, per colpa del Sud.

stampa_nord

Quando Garibaldi fu “licenziato” da Vittorio Emanuele II

Tratta dal portale Vesuvio Live, una mia analisi sui reali significati dello storico incontro del 26 ottobre 1860 tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano, o meglio a Vairano.

► Clicca qui per leggere.

vairanoRicostruzione del “licenziamento” di Garibaldi da parte di Vittorio Emanuele II nello sceneggiato Garibaldi il Generale del 1987

L’Italia unita si può ancora fare?

Si è tenuto negli studi dell’emittente campana Italiamia un dibattito a più voci sul meridionalismo e sulle condizioni del Sud a 155 anni dall’Unità d’Italia. La parte finale del talk-show ha riguardato l’analisi sulle condizioni attuali della nazione unita. L’Italia esiste o è solo un pezzo di Europa così nominato?

155 anni di retorica e bugie che non accennano a finire

adesivo_155Angelo Forgione – Proclamato ‘Festa nazionale’, il 17 marzo non lo festeggia nessuno, e nessuno ricorda né cosa ricorra né che lo si festeggi. Così è lo spirito patriottico italiano, figlio dell’operazione di ingegneria sociale operata dal 1861 in poi con l’invenzione di una storia nazionale mai esistita. Sempre meno sono le persone che credono alle gesta eroiche dei padri della Patria italiana e sempre più sono i consapevoli che trattasi di ladri della patria napolitana. A Napoli si dice «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato…», e ce lo saremmo evidentemente messo alle spalle se non fosse cambiato nulla, e mai, in questi 155 anni. Oggi tocca ancora ascoltare Matteo Renzi, successore di Camillo Benso di Cavour, “minacciare” che il Sud se lo riprenderanno pezzo dopo pezzo, ma dopo averlo completamente smontato, e che lo riporteranno al ruolo di guida del Paese, come nel 1860. Proclami vuoti e pieni di retorica, mentre il suo esecutivo di Governo, nonostante apparenze e pomposa propaganda, è tra i più decisi nel tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno.

Il busto di Cialdini rispedito a Torino, ma è solo protesta

Angelo Forgione Incursione degli attivisti del gruppo meridionalista Insurgencia nel salone delle contrattazioni della Borsa di Napoli, in piazza Bovio. Obiettivo: il busto del generale Enrico Cialdini, con la sua espressione sprezzante e autoritaria. Imballato completamente e simbolicamente spedito a Torino, la città dalla quale il luogotenente del Regno di Sardegna fu inviato a Napoli per reprimere nel sangue la reazione dei meridionali all’invasione sabauda del 1860.
“Siamo convinti – commentano sulla loro pagina Facebook gli autori della protesta – che dal punto di vista simbolico (ma non solo) oggetti come quello di cui parliamo rappresentino la plastica volontà di cancellare un pezzo di storia coloniale e di parte che è la storia del saccheggio che ha subito il nostro territorio a partire dall’unità. Una storia che ha condizionato e condiziona le nostre condizioni di vita, di sviluppo, che ancora determina l’iniqua distribuzione delle risorse economiche e l’assoluta sproporzione tra le condizioni di vita del Nord e del Sud del paese. L’azione di questa mattina serve esattamente a ribadire il nostro rifiuto radicale per questi continui tentativi di mettere le mani sulla città, sulla nostra città, le mani della speculazione e del saccheggio, le mani dell’oppressione delle forze dell’ordine la cui presenza nelle strade aumenta solo l’insicurezza e occlude la libertà. Napoli piuttosto rivendica tutta la libertà che merita, rivendica autonomia nella gestione delle proprie questioni e rivendica soprattutto una inversione radicale dell’ordine di discorso intriso di razzismo con cui da sempre vengono affrontate da sempre tutte le questioni sociali”.
Vale la pena ricordare che il busto fu voluto dallo stesso Cialdini, al quale si deve la costruzione del palazzo della Borsa per motivi meramente propagandistici. Evidentemente non è bastato per cancellare il triste significato che continua a sprigionare: circa 9.000 fucilati (anche esponenti del clero), circa 10.000 feriti, circa 7.000 prigionieri, circa 1.000 case incendiate, circa 3.000 famiglie violate, circa 14.000 deportati in Piemonte, 6 paesi interamente messi a ferro e fuoco, circa 1.400 comuni assediati, circa 160.000 bombe scaricate su Gaeta che fecero circa 5.000 vittime tra napoletani (in grande maggioranza) colpiti anche da tifo, e poi chiese e regge saccheggiate. Tutto sommato basta per descrivere il generale vanaglorioso e spietato che “liberò” Napoli e il Sud per conto di Vittorio Emanuele II.

“Lager Fenestrelle…”, e la curva parla di storia

fenestrelle_stadioAngelo Forgione Napoli-Torino, match valevole per la 18a giornata del campionato nazionale di Serie A, nel giorno dell’Epifania. Al minuto 61 spunta un doppio striscione nella Curva B dello stadio San Paolo: “LAGER DI FENESTRELLE… NAPOLI CAPITALE CONTINUA AD ODIARE!”. E non tutti capiscono.
Da anni, ormai, parlo di storia ai tifosi; ma, per chi ancora non lo sapesse, Fenestrelle (di cui ho scritto anche in Dov’è la Vittoria) è un forte situato nell’alta Val Chisone, città metropolitana di Torino, eretto nel Settecento con funzione di protezione del confine italo-francese, poi utilizzato dopo l’Unità d’Italia come prigione militare in cui isolare i soldati del disciolto Esercito delle Due Sicilie fatti prigionieri e contrari al giuramento per un altro Re. Su questa vicenda si gioca ormai da qualche anno una partita tra storici meridionali e storici piemontesi. I primi divulgano notizie sulle pessime condizioni di detenzione, sulle sevizie e sulle morti nascoste per anni dalla storiografia ufficiale in quello che è definito “il lager dei Savoia”. I secondi si affrettano a smentire e a ridimensionare gli eventi post-risorgimentali nella fortezza sabauda, che non fu certamente l’unica ad accogliere i militari meridionali. Altri e di più a San Maurizio Canavese, ma anche a San Mauro, Alessandria, Novara, Savona, Genova e Milano. Decine di migliaia di soldati dell’ex esercito borbonico reclusi perché rifiutatisi di servire sotto la bandiera Italiana, invece di lasciarli alle loro famiglie e alle loro terre. Alcuni non riuscirono a tornare dai campi del Nord, dove trovarono la morte per il rigore del freddo e per la fame. Quanti? La partita è aperta, sul numero di morti come anche sulle condizioni di prigionia, ma decisamente chiusa sulla sostanza: l’esercito piemontese-lombardo, invasore di uno Stato legittimo, fece prigionieri i militari napoletani. Così come, nel 1868, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, Luigi Federico Menabrea, tentò con tutte le sue forze, ma invano, di ottenere dal governo argentino la concessione delle terre disabitate nelle regioni deserte della Patagonia per deportarvi i ribelli meridionali.
Quello che è davvero interessante è che certi messaggi nascano ormai spontaneamente sugli spalti del San Paolo, e non siano più suggeriti da singole teste pensanti estranee alle curve, come negli anni scorsi. Il minuto 61, a indicare la data del 1861, dà il segnale di una nuova coscienza, magari grossolana, ma autentica e in via di radicamento, che trova sfogo negli stadi, veri e propri termometri della società. I cori e gli striscioni, infatti, non sono espressione di un particolare disagio sociale, come quello che si manifesta con gli stessi mezzi nei cortei di piazza a difesa di un qualsiasi diritto, ma, piuttosto, modalità di rifiuto di tutto ciò che è di altrui cultura. Meno interessante è il non chiarito messaggio d’odio manifestato nello striscione, che avrebbe ragione d’esistere solo se indirizzato ai tristissimi modi con cui fu unita l’Italia senza unire gli italiani, a prescindere dalla loro entità. E se a scuola non se ne parla…

“… Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi… e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.
Lettera di La Marmora a Cavour del 18 novembre 1860

Napoli e Verona si incontrano al Vomero

Angelo Forgione – Fabio Pozzerle è veronese ma vorrebbe vivere a Napoli. È convinto che non possa esistere rinascita dell’Italia Mediterranea – come la definisce lui – senza una rinascita del Mezzogiorno. «Napoli – spiega – è una città che può fare da traino per la “ripartenza” del Sud».
Giovedì 22 ottobre sarò con lui alla libreria Iocisto di Napoli (Vomero), per la presentazione del suo libro, con cui propone una terapia per tutto l’insieme italico. Sarà un bell’incontro Sud-Nord, non solo parlato. Sarà un’occasione per analizzare gli errori del 1860 e indicare, se c’è, un modo per resettare.

Clicca qui per ascoltare l’intervento di Fabio Pozzerle a La Radiazza (Radio Marte)

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.

Soffia forte sul ‘San Paolo’ il vento dell’identità

tshirt_sscn_2Angelo Forgione Il cambio di sponsor tecnico porta alla S.S.C. Napoli una “nuova” ventata di storia. Kappa, per ironia della sorte marchio torinese del gruppo Basicnet S.p.A., azienda dell’altrettanto torinese Marco Boglione, ha lanciato da qualche giorno delle nuove t-shirt dedicate al club azzurro con riferimenti storico-identitari. Fa certamente piacere vedere l’incontro tra l’effigie del Regno delle Due Sicilie e lo stemma del Napoli, ma anche la riproposizione del Corsiero del Sole, il cavallo sfrenato che rappresenta la città capitale e l’indomito popolo napoletano da secoli, adottato dalla nascente squadra partenopea nel 1926. Segnali di una storia evidentemente restituita ai suoi significati negli ultimi anni, grazie alla diffusione di chi si è speso per rivisitare le vicende unitarie che hanno visto Napoli comunque protagonista. A vestire di storia ci aveva già pensato da qualche tempo il giovane staff tutto napoletano di Napoli Tà-Ttà, con una serie di proposte di abbigliamento giovanile fortemente identitario. Ora arriva anche la grande azienda di Torino a veicolare col seguitissimo simbolo sportivo della città l’identità storica dei suoi tifosi, molti dei quali già orgogliosi di sbandierare il vessillo dall’antico Stato al seguito degli azzurri. È bastato vedere quante bandiere storiche sono apparse – sempre più numerose – sugli spalti del ‘San Paolo’ in epoca recente per trovare il tema creativo.
focus_napoliIl ritorno alle origini è operazione di divulgazione che ha interessato anche la rivista Focus Storia, il mensile interamente dedicato alle vicende, ai personaggi e alle curiosità che hanno caratterizzato i secoli passati. Nel numero 108 in edicola in questo mese, non a caso incentrato sulle differenze delle tre (e più) Italie, Roberto Graziosi, pescarese, ha realizzato un dossier sulle maglie storiche delle squadre italiane di Calcio, riconducendo l’azzurro vestito da Maradona alle eredità borboniche. Nella ricostruzione si legge però che il Napoli è frutto della fusione operata nel 1926 tra l’Internazionale e il Naples (nato nel 1904 e non nel 1903). In realtà tale fusione si compì già nel 1922, vero anno di nascita del club contemporaneo, che quattro anni dopo cambiò semplicemente la denominazione inglese per darsene una italiana e “accontentare” il regime fascista (grazie al quale le squadre del Nord furono costrette a confrontarsi con quelle del Sud), il quale non gradiva affatto gli inglesismi e ancora meno il termine “internazionale”.

tshirt_sscnfocus_storia_calcio