Gennaro De Crescenzo vs Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo

“Borbonia felix”? Nessuno lo ha mai scritto o detto, ma non è un caso se tutti i primati positivi nel Regno delle Due Sicilie diventano negativi solo dal 1860 con una inversione di tendenza che resiste nel tempo e arriva fino a oggi. È un dato di fatto. Il monopolio della cultura ufficiale è finito e da qui parte quella nuova storiografia degli storici “senza patente” che costituiscono davvero un fenomeno nuovo e dilagante, che costringono gli storici “professionisti” a scrivere libri per rispondergli (anche se fingono di ignorarli), che costringono e costringeranno (e spesso hanno già costretto) gli stessi storici a cambiare i loro libri in attesa di testi che ricostruiscano, finalmente e veramente, tutta la nostra memoria storica: la base di classi dirigenti finalmente e veramente nuove e degne di rappresentare il Sud di domani.
Dalla prefazione di Lorenzo Del Boca: “Gennaro De Crescenzo li ha fatti ‘neri’. Nell’alto della loro cattedra universitaria, pur circondati da titoli accademici, utili per vantare meriti didattici, Alessandro Barbero e Renata De Lorenzo non possono scampare alle contraddizioni che le pagine di questi capitoli mettono a nudo. Le loro tesi sono state vivisezionate, analizzate, contestate e, qualche caso, persino messe alla berlina, con un rigore e una puntualità che – francamente – tolgono spazio e argomenti a repliche difensive”.

Autore: Gennaro De Crescenzo
Titolo: Il Sud – Dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle
Descrizione: Volume in formato 8° (cm 21 x 15); 288 pagine;  illustrazioni a colori
Luogo, Editore, data: Milano, Magenes
Collana: Voci dal Sud
ISBN: 9788866490593
Prezzo: Euro 15,00

Alunni revisionisti avanzano

“Sud arretrato”: gli studenti scoprono gli errori e bocciano il libro di storia

tratto da Il Mattino.it – Hanno confutato rigo per rigo i paragrafi del loro manuale di storia attraverso consultazioni storiografiche e approfondimenti documentali. Poi hanno verbalizzato in classe il loro disappunto portando all’attenzione del preside il frutto delle ricerche. Obiettivo: smontare la tesi di un Mezzogiorno subalterno al Nord alla vigilia dell’unificazione d’Italia. Una tesi sostenuta in alcuni passaggi proprio dal manuale di riferimento. Accade alla scuola media Alfonso Gatto di Battipaglia, dove gli alunni della III C si sono resi protagonisti di una protesta indirizzata agli autori del libro di storia adottato a inizio anno scolastico, colpevole di aver omesso alcuni aspetti relativi alle condizioni del Mezzogiorno nella fase precedente l’unità d’Italia, compiuta nel 1861. A finire sotto accusa sono state alcune citazioni del libro «Chiedi alla Storia», scritto dagli autori Franco Amerini e Roberto Roveda, edito da Bruno Mondadori e destinato alle scuole medie. Affrontando come da programma le fasi che hanno portato alla unificazione del Regno d’Italia, i 23 studenti della terza media della Gatto si sono imbattuti in un paragrafo ritenuto «discordante» con gli studi di approfondimento avviati sotto la supervisione del loro docente di storia, Gerardo Granito.

video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato

Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.

La Scala di Milano figlia dell’Illuminismo napoletano

Piermarini mise in pratica a Milano gli studi fatti a Napoli.
Stendhal fu colpito dalla Scala ma poi restò abbagliato dal San Carlo.

Il teatro San Carlo nel ‘700

Angelo Forgione per napoli.com
Il Real Teatro di San Carlo è il più antico e, per opinione diffusa, il più bel teatro lirico del mondo. È il luogo in cui è passata la storia e dove la musica, nel Settecento, è cambiata. Eppure la reggia della musica di Napoli è meno nota e considerata del Teatro alla Scala di Milano. Realmente bellissimo, il San Carlo lo è diventato nel 1817, quando, dopo un incendio devastante, fu

ricostruito su progetto di Antonio Niccolini, il quale, in soli sei mesi di lavoro, restituì a Napoli e al mondo il gran teatro, mutato nella sala (oltre che nella facciata da lui realizzata nel 1810), ancor più bella di quella rococò firmata nel 1737 da Giovanni Antonio Medrano. Eppure, il mondo che pensa all’Italia ha come riferimento il Teatro Alla Scala di Milano, che fu costruito nel 1778, quarantuno anni dopo il napoletano, dall’architetto Giuseppe Piermarini, uno dei più celebri, se non il più celebre, degli allievi di Luigi Vanvitelli, architetto dei Borbone di Napoli. Dopo una prima formazione nella sua Foligno, Piermarini si recò a Roma per studiare col suo maestro impegnato per la corte papalina. Il Vanvitelli

lo volle con sé una volta chiamato a Napoli da Carlo di Borbone, e lì si dedicò allo studio degli scavi archeologici vesuviani, che, a partire dalla metà del Settecento, iniziarono a sconvolgere prima il gusto vanvitelliano e poi quello di tutti gli architetti seguenti. A Napoli finì il Barocco e nacque il Neoclassicismo, ed è proprio lì che guardavano i nuovi architetti europei.
Tra il 1765 e il 1769, Piermarini collaborò con

il Vanvitelli alla Reggia di Caserta. In quegli anni si dedicarono alla realizzazione del raffinatissimo Teatro di Corte, voluto in corso d’opera da Re Carlo. Nel primo progetto vanvitelliano, infatti, il Teatrino non era previsto, ma fu aggiunto per volontà sovrana, visto l’enorme eco che il San Carlo aveva velocemente avuto in tutt’Europa. Carlo pensò bene di far realizzare qualcosa di simile anche nella nuova reggia, in vista delle nozze del figlio

Ferdinando IV con Maria Carolina d’Asburgo. Seppur piccolo, stupì per la sua bellezza superiore a quella del primo San Carlo, da cui trasse la tipologia di sala a ferro di cavallo, ossia “all’italiana”, che garantiva un’elevata qualità acustica. Un gioiellino con cinque ordini di palchi interrotti da un Palco Reale che sovrastava l’ingresso centrale, sormontato da una grande corona

dalla quale discendeva un ricco drappeggio di cartapesta di colore azzurro dei Borbone con gigli dorati. Sala abbellita da fasci di pilastri e da dodici colonne in stile corinzio di marmo alabastrino di Gesualdo; il palcoscenico, largo quanto la sala, sarebbe stato aperto sui giardini reali nel 1770 da Francesco Collecini con un portale smontabile, dando vita a una prospettiva di grande effetto scenografico.
Terminata la costruzione del teatro palatino, Vanvitelli fu richiesto a Milano per il restauro del Regio Palazzo Arciducale dal conte Carlo Giuseppe di Firmian, già ambasciatore d’Austria a Napoli dal 1752 fino alla nomina di governatore generale della Lombardia austriaca. Vanvitelli, oltre il figlio Carlo, si portò dietro anche il Piermarini. Ma i contrasti con la corte di Vienna convinsero il maestro a tornarsene subito a Napoli per dedicarsi completamente alla Reggia di Caserta, trasferendo l’incarico all’allievo, che ne mise a frutto l’insegnamento realizzando diversi edifici neoclassici e ottenendo subito grande fama nella città lombarda. Il Neoclassicismo architettonico di matrice napoletana iniziò così a

dilagare a Milano, una città in cui a Giuseppe Piermarini si accodarono il suo allievo Luigi Canonica, Giacomo Quarenghi e il napoletano Carlo Rossi. Due architetti questi ultimi che, successivamente, resero neoclassica anche la russa San Pietroburgo.

Il Piermarini avviò nel 1772 la realizzazione del Palazzo Belgioiso (foto a destra) per il principe Alberico XII di Belgioioso d’Este, una residenza nobiliare ispirata alla Reggia di Caserta. Prima di nominarlo Imperial Regio Architetto, fu proprio l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, madre della regina di Napoli Maria Carolina, a incaricare il Piermarini di costruire il “Nuovo Regio Ducal Teatro”, date le sue competenze acquisite al fianco dell’architetto reale di Napoli. Piermarini predispose la demolizione della chiesa gotica di Santa Maria alla Scala, intitolata alla veronese

Beatrice Regina della Scala e risalente al XIV secolo, e avviò l’esecuzione del progetto, d’impronta napoletana, rifacendosi cioè al Real Teatro di San Carlo e al Teatro di corte della Reggia di Caserta, al quale aveva lavorato anni prima.
Piermarini fece un gran bel lavoro, che Vanvitelli avrebbe certamente apprezzato se non fosse morto nel 1773. Il teatro milanese

probabilmente superò per bellezza il primo San Carlo rococò. l’Opera, a Milano, non era a quel tempo sacra come a Napoli, tant’è che, durante gli spettacoli, il teatro veniva usato dai proprietari dei palchi per ospitare invitati, mangiare e, nel ridotto, giocare d’azzardo. Stendhal lo considerò il più bello di tutti, tanto che nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria del 1816 scrisse:

[…] È per me il primo teatro del mondo, perché è quello che procura dalla musica i maggiori piaceri. […] Per quanto riguarda l’architettura, è impossibile immaginare nulla di più grande, di più magnifico, di più solenne e nuovo. Con ciò, mi trovo condannato a ripugnanza eterna nei confronti dei nostri teatri: è l’inconveniente serio di un viaggio in Italia […]“.

Testimonianza storica, utile alla data del 26 settembre 1816, ma aggiornata dallo stesso scrittore il 12 gennaio 1817, quattro mesi più tardi, all’inaugurazione della nuova sala del Real Teatro di San Carlo, quella della ricostruzione post-incendio firmata da Antonio Niccolini con tanto di azzurro borbonico. Quel che di più grande, di più magnifico e di più solenne non era risuscito a immaginare a Milano, si fece realtà. Il piccolo Teatro di Corte di Caserta era diventato immenso e gli occhi di Stendhal, che avevano visto la Scala e altri teatri, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico.”

Ma allora, perché il più antico e il più bel teatro del mondo, nonché il più glorioso e il più calcato dai più grandi compositori dell’epoca fino alla seconda metà dell’Ottocento, è oggi eclissato da quello milanese? La Scala era il luogo di cultura della Milano asburgica, quello in cui i generali austriaci prendevano a ceffoni i borghesi che non si levavano la tuba durante l’’esecuzione dell’’inno imperiale. È il teatro di una Milano che nel 1859 passò dal Regno Lombardo-Veneto di controllo austriaco al Regno di Sardegna sabaudo, che si sarebbe allargato a tutta l’Italia. È il teatro in cui si gridava «Viva Verdi», inteso come acronimo di “Vittorio Emanuele Re d’’Italia”, e si lanciavano volantini antiasburgici dalla piccionaia. È il teatro che più di ogni altro ha legato la sua storia all’opera di Giuseppe Verdi, che, una volta divenuta risorgimentale, trovò difficoltà ad andare in scena senza censura nella Napoli capitale indipendente. Il trionfo del Nabucco (1842) dopo gli insuccessi verdiani precedenti, per il forte sentimento patriottico che suscitò nella Milano attraversata dai fermenti del nascente Risorgimento italiano, rafforzò l’immagine simbolica della Scala. Ben 57 repliche oltre le 8 rappresentazioni previste segnarono un record mai registrato né prima né dopo in una sola stagione. In quell’opera furono colti non solo i sentimenti patriottici degli ebrei esiliati a Babilonia ma anche quelli dei lombardi assoggettati all’Austria. Quel «Va’ pensiero» inaugurò il percorso che avrebbe fatto di Verdi il maestro nazionale del Risorgimento italiano, e della Scala il teatro dell’Unità nazionale. Anche in maniera strumentalmente politica, visto che il compositore di Busseto, nel frontespizio del libretto, aveva dedicato il Nabucco all’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide (“Dramma in quattro parti di Temistocle Solera. Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.R.I. la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria il 31 marzo 1842 da Giuseppe Verdi”) e che l’impresario Bartolomeo Merelli, suo amico e protettore, era al servizio degli Asburgo, considerato un “austricante” non gradito in città dopo le Cinque Giornate di Milano del 1848. Il giovane Verdi che lasciò Busseto per andare a Milano non aveva alcuna consapevolezza dei moti risorgimentali. Anche la sua esperienza nel primo Parlamento italiano del 1861 fu più frutto del rispetto per la volontà di Cavour che un’intima convinzione personale di un dovere istituzionale verso la nuova Italia, che infatti fu interrotto bruscamente con la morte del conte piemontese.
Il glorioso e per nulla risorgimentale San Carlo, in ottica politica, divenne specchio di Napoli conquistata dai Savoia, e dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie subì un graduale declino rispetto ai grandi teatri europei, pagando il favoritismo riservato alla storia cui si era legata la Scala di Milano. Le fondazioni lirico-sinfoniche italiane versano oggi in gravi difficoltà economico-patrimoniali, ma, in ogni caso, a soffrir meno di tutti i teatri è comunque la Scala, che, oltre alle donazioni private, beneficia annualmente di una quantità di fondi statali per lo spettacolo di molto superiore a quella destinata al Massimo napoletano. Senza contare il caso limite del megastipendio del suo sovrintendente e direttore artistico, il francese Stéphan Lissner, con il suo compenso da oltre 1 milione di euro lordi all’anno più benefit e appartamento in centro.

approfondimenti sul Neoclassicismo napoletano nel libro Made in Naples (Magenes, 2013)

Bandiera delle Due Sicilie in una scuola del Vesuviano

Impazza sul web la foto di una bandiera del Regno delle Due Sicilie affissa sulla parete di una scuola, che, secondo quanto annunciato dalla pagina Facebook Vesuvio Live, sarebbe il liceo linguistico “De Bottis” di Torre del Greco.
Nella didascalia che accompagna l’affissione de “l’antico vessillo identitario di un Sud mai raccontato”, si legge che “il libro, che da anni ha offuscato delle giovani menti del Sud, sta via via lasciando il passo alla verità storica circolante sul web”.
Il revisionismo storico procede a passo spedito. Questi ragazzi sono solo stanchi delle bugie che hanno cancellato il loro passato e il loro futuro. Ecco a cosa serve seminare. Ecco la vera rivoluzione dei  libri.

Pietrarsa, 1863-2013. Napoli ricorda.

150 anni fa, a Pietrarsa, la prima strage del lavoro della storia d’Italia, ben prima di quella americana che inaugurò il 1 maggio nel mondo. Chi conosce questa storia, ha “apparecchiato” da anni questa data affinché una pagina dimenticata della storia nazionale venisse fuori e le istituzioni ricordassero.
Oggi, col patrocinio del Comune di Napoli e non solo, il Museo ferroviario di Pietrarsa diventa punto di ritrovo per ricordare in forma solenne e culturale. È ora che anche i sindacati si rechino presto a ricordare quei tragici fatti in quello straordinario e simbolico luogo che è Pietrarsa in un prossimo 1 maggio italiano, affinché tutti sappiano, finalmente.
Intanto, il delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris alla Commissione Toponomastica, Andrea Balìa, ha ottenuto di recente la titolazione di una strada o una piazza, in fase d’individuazione, ai “Martiri di Pietrarsa”.

“Made in Naples” a Gricignano

“A sud di nessuno”, evento culturale nella cittadina aversana

Le Associazioni Arcadia e CamUrrà hanno organizzato una serata evento a carattere identitario con ospiti d’eccezione del panorama meridionalista. “A sud di nessuno”, questo il nome dato dai giovani dei due sodalizi gricignanesi all’evento, che si svolgera Sabato 13 luglio, nella caratteristica location del cortile Santagata-Di Luise di via Aversa (Gricignano). L’evento sarà strutturato in due momenti: alle ore 19 sarà presentato il libro Made in Naples – Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) di Angelo Forgione. Assieme all’autore, presenzierà anche il professor Gennaro De Crescenzo, scrittore e storico archivista. La presentazione del libro darà spazio a un dibattito a cui il pubblico è invitato a partecipare con domande e riflessioni sulla cosiddetta “questione meridionale”. A moderare il dibattito Vincenzo Viglione, giornalista del quotidiano on line CampaniaNotizie.com.
La seconda fase dell’evento sarà scandita dalle note dei NapoliNcanto, dell’eclettico e impegnato musicista, nonché attore, Gianni Aversano, che delizierà con brani di musica dal repertorio classico e popolare partenopeo di un gruppo che ha portato la musica classica napoletana sui gradini più alti dei palcoscenici Europei e Mondiali.
Nel corso della serata sarà possibile degustare piatti tipici della cucina tradizionale. L’ingresso è gratuito e aperto al pubblico.

Vittorio Emanuele II pulito. Ma…

Angelo Forgione – Le scritte “Sud libero” e “Autonomia meridionale” campeggiano sul monumento equestre a Vittorio Emanuele II nella rinnovata Piazza Bovio dallo scorso Novembre, spruzzate con una vernice azzurra durante una manifestazione studentesca. Non un messaggio casuale, ma comunque uno sfregio al decoro di un luogo recuperato alla dignità, non storica ma comunque urbana.
Le scritte stanno per andare via, le farà sparire la restauratrice Maria Rosaria Vigorito della Tecni Kos Restauro dell’Aren (Associazione Restauratori Napoletani), già artefice della ripulitura del basamento del campanile della Basilica di Santa Chiara. L’intervento è previsto per Mercoledì 10 ed è stato attivato dal Comitato per la tutela e la salvaguardia di Piazza Bovio, sensibile alla tutela del luogo.
Il rispetto dei luoghi di Napoli è fondamentale. Detto ciò, è ormai evidente che certi simboli, i più curati, creino sempre più fastidio intimo a tanti napoletani. È un ulteriore problema con cui chi è deputato alla salvaguardia degli spazi pubblici deve fare i conti.
Bisogna anche domandarsi perché da anni le statue equestri più preziose della città, quelle di Carlo e Ferdinando di Borbone scolpite dal grande Canova (e completate dall’allievo Calì), restino imbrattate e prive di descrizione, senza alcun interessamento. La guglia di Portosalvo e la fontana della Maruzza sono sempre dimenticate, quella dell’Immacolata è ancora avvolta dalle reti di protezione in attesa del restauro. La fontana del Nettuno se la passa male, come quella della sirena Partenope. La cassa armonica è sfigurata, per non parlare delle condizioni della fontana di Carlo II a Monteoliveto. Un po’ tutto il patrimonio monumentale è messo male, ma c’è una “isola felice”: le statue di Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Giovanni Nicotera, Nicola Amore, Paolo Emilio Imbriani, Carlo Poerio, la colonna di Piazza dei Martiri e Dante Alighieri. Un filo conduttore ha unito tutte queste statue, con una benefica ondata di restauri non casuali, avviati tutti nello stesso periodo, quello delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. I personaggi immortalati sono tutte figure e simboli risorgimentali, “sommo poeta” del Rinascimento compreso, la cui statua fu realizzata proprio durante il mandato di sindaco del patriota Paolo Emilio Imbriani e sul cui basamento è incisa l’epigrafe “All’unità d’Italia raffigurata in Dante Alighieri”. La ricorrenza ha dunque aperto un canale preferenziale di fondi, anche se le statue di Imbriani e Dante erano fuori lotto e hanno goduto dell’intervento di sponsor privati a completo supporto del Comune e delle Municipalità di competenza. Il resto è stato promosso e finanziato da “Italia 150”, ossia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, coordinato dalla Direzione Generale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania “nell’obiettivo di contribuire alla riqualificazione dell’immagine della città e alla sensibilizzazione dei cittadini affinché proteggano la loro storia e la memoria”.
Tutto giusto, o quasi, perché si parla di “loro storia” e viene da chiedersi allora perché le statue che comunicano l’autentica storia identitaria di Napoli debbano restare relegate al degrado assoluto. Chissà quando saranno ripulite le preziose sculture del Canova, magari alzando delle eleganti cancellate alte, sulla scorta degli esperimenti riusciti di Piazza Dante e Piazza Mazzini, dove le statue sono rimaste intonse.

“Italica”, il libro dell’economista Vito Tanzi che boccia l’Unità

Angelo Forgione  – L’economista di origine pugliese Vito Tanzi, una carriera ai vertici del Fondo monetario internazionale e già sottosegretario all’Economia e alle Finanze dal 2001 al 2003, non vive in Italia e non si occupa di storia. Dal 1956 è un cittadino americano e qualche anno fa fu invitato a scrivere un articolo sugli aspetti economici dell’Unificazione italiana, da allegare ad un libro sul 150mo anniversario della nascita del Regno d’Italia. Accettò senza troppo entusiasmo, perchè aveva altri impegni, ma accettò, e iniziò a leggere libri, articoli, scritti di esperti. Come sempre accade a chi si imbatte negli avvenimenti risorgimentali, ricchi di sorprese, l’appetito venne mangiando. Tanzi iniziò a comparare i testi italiani con le fonti straniere. Si recò pure a Napoli per studiare, acquisendo libri antichi sulla storia della città; e poi a Londra, al “Library and Museum of Freemasonry” per indagare sul ruolo della massoneria inglese nel processo di Unità. L’articolo non bastava più ad un economista che aveva ormai troppa curiosità e interesse per l’argomento, e poi opinioni. Nacque quindi l’idea di scrivere un libro che racchiudesse la conclusione maturata su base economico-scientifica: le cose sarebbero andate in tutt’altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d’Italia, anziché l’Italia unita.
Tanzi, come la ricercatrice Stéphanie Collet, suggerisce ai lettori di osservare l’Unificazione italiana per comprendere l’attuale processo di integrazione europea. E si unisce agli altri economisti di spessore nell’evidenziare nel suo libro “Italica” (Grantorino libri) che circa il 60% del debito pubblico totale dell’Italia al 1861 era di origine sabauda, mentre l’incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante; che a differenza dei Savoia, Ferdinando II di Borbone era allergico ai bilanci in rosso e all’eccessiva tassazione; che il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora per colpa di Torino cui non spettava in alcun modo il ruolo di capitale d’Italia, scippato a Napoli. Parola di economista, e non uno qualunque.

Pienone a Gaeta. Pino Aprile: «Bisogna essere capaci di far vergognare»

Al Valenti (foto Freddy Adams)

Al XXII Convegno tradizionalista di Gaeta del 16 Febbraio, circa cinquecento persone hanno gremito la sala-convegni dell’hotel Serapo. Attenzione alta per tutti gli interventi sul tema “Napoli capitale”, coordinati da Marina Campanile e introdotti da Sevi Scafetta, regista della manifestazione. Messaggi di saluto, tra gli altri, del sindaco di Gaeta Cosmo Mitrano e dell’assessore al commercio e alle attività produttive del Comune di Napoli Marco Esposito. Grande pathos per la performance grafico-musicale in omaggio alla verità storica di Al Valenti ed Eliana Esposito da Siena, già apprezzati nei teatri e sul palcoscenico di Zelig. Applausi per gli sconcertanti dati del prof. Giuseppe Fioravanti sulla Scuola delle Due Sicilie che sconfessano i luoghi comuni della storiografia ufficiale. Per Gennaro De Crescenzo e i suoi collegamenti tra passato, presente e futuro, sempre ricchi di ritmo avvincente. Per Pino Aprile e le sue prospettive future. L’autore di Terroni è tornato a parlare del suo proposito, in corso di realizzazione, di dirigere un giornale del Sud, motivandolo con la necessità di vigilare. A tal proposito, Aprile ha ancora una volta riconosciuto l’esempio di V.A.N.T.O., primo vero strumento di controllo e vigilanza rispetto agli atteggiamenti di un certo Nord, capace di generare senso di vergogna.
«Bisogna fare la politica – ha detto lo scrittore – e per fare la politica serve un giornale. E per fare un giornale servono delle domande. Un giornale serve ad evitare che i fatti passino sotto silenzio. La civiltà nasce dalla vergogna che è il controllore dei popoli, ed è fondamentale la capacità di far vergognare. Viviamo in tempi in cui, per l’affermazione dell’egocentrismo, il giudice delle nostre vergogne coincide con noi stessi, e questo sfascia la società. Per far vergognare qualcuno devi pubblicamente sottolineare quello che sta facendo, ma servono degli strumenti. Qualcuno esiste già…».
Commozione e folla anche sugli spalti di Gaeta, dove l’annuale cerimonia del lancio della corona di fiori a mare in memoria dei caduti dell’assedio ha rinnovato l’impegno della ricostruzione della verità storica e dell’identità meridionale (guarda il Brigantiggì di Gino Giammarino e Mary D’Onofrio)

il saluto del sindaco Cosmo Mitrano
il saluto dell’assessore Marco Esposito
la performance di Al Valenti ed Eliana Esposito
intervento integrale di Giuseppe Fioravanti
intervento di Marina Campanile
intervento integrale di Gennaro De Crescenzo
Intervento integrale di Pino Aprile
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(si ringrazia Antonio Ciano per le riprese video)