Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

storie (s)legate di Nadal, Yanina, Brachetti, De Caro e Gianello

Angelo Forgione – Rafael Nadal derubato di un orologio da 300.000 euro a Parigi; lui va su twitter e scrive “Parigi città di m…a”. Solo la prima parte del racconto è vera, la seconda no; o meglio prende in prestito un altro scenario, quello di Yanina Screpante, fidanzata di Lavezzi, derubata del suo orologio a Napoli lo scorso inverno. Il gioiello di Nadal pare sia stato ritrovato, almeno così dice la polizia francese. L’avrebbe sgraffignato un 38enne dipendente dell’albergo, francese, nella stanza del tennista maiorchino durante lo svolgimento del Roland Garros. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto e l’arte di far proprio ciò che è degli altri è anche parigina, da sempre; ma almeno i parigini perbene non devono subire anche le offese dei derubati. Nemmeno quando il furto, anzichè con destrezza, è con scasso… chiedere a Pastore. Neanche quando un calciatore viene aggredito in strada… chiedere a Sirigu. Nulla persino dopo l’omicidio colposo di un turista straniero nella metrò di Parigi.
Strano che Napoli non sia stata chiamata in causa da Nadal come fece Arturo Brachetti quando denunciò il furto del portafogli a Lugano scrivendo su Facebook che “manco a Napoli”. È il “simpatico” vizietto di considerare la città partenopea capitale del reato mondiale quando non lo è neanche in Italia. Già, la nostra cara Italia che prende i nostri antichissimi libri dalla biblioteca dei Girolamini e li sperde in giro per il mondo in cambio di soldi. Ricettazione per cui Marino Massimo De Caro, residente a Verona, è in carcere per averne trafugati circa 2.200. Era solo il vertice di un’organizzazione criminale veronese con strategia pianificata finalizzata al lucro nel pozzo “infinito” del patrimonio e della cultura napoletana. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto, e allora è meglio tornare allo sport e distrarsi gridando tutti insieme “forza Italia” dimenticando i cori razzisti, la questione meridionale nel calcio, le vicende storiche, la recessione e il calcioscommesse dell’ex terzo portiere del Napoli che ha confessato di aver tentato invano la combine. Matteo Gianello, secondo il quale sarebbe stato sdegnato dagli integerrimi Paolo Cannavaro e Gianluca Grava. È la confessione di un veronese che non riesce a corrompere un napoletano e un casertano, vero o falsa che sia. In ogni caso l’esempio di lealtà di Fabio Pisacane dai quartieri spagnoli è salvo, come i luoghi comuni che esistono se esistono il bene e il male, dappertutto… ma anche no.

Libri trafugati a Napoli trovati a Verona e Torino

Libri trafugati a Napoli trovati a Verona e Torino

Il direttore De Caro figura centrale della faccenda

Angelo Forgione – Tokyo, New York, Londra. Queste le principali destinazioni di vendita dei libri trafugati nella prestigiosa biblioteca dei Girolamini di Napoli, una delle più importanti d’Italia con i suoi 150.000 volumi, in massima parte antichi, laddove andava a studiare Giambattista Vico. Alcuni sono stati ritrovati dai Carabinieri del Nucleo Tutela Beni Ambientali in dei depositi sequestrati nelle scorse settimane a Torino e a Villafranca di Verona, dove risiede il direttore della biblioteca Marino Massimo De Caro. I nomi di alcuni degli acquirenti sono stati individuati e presto si avvierà la procedura per recuperare i volumi venduti illegalmente. A costi altissimi, si capisce.
Chi tentava di fare l’affare? La figura centrale di questa storia è il direttore della biblioteca napoletana dei Girolamini: il “professore” Marino Massimo De Caro, 39 anni, attorno al quale sono accadute cose strane. La gente che abita intorno al convento dice che di notte sgommavano dai cortili della biblioteca delle auto cariche di merce. De Caro figurava già come mediatore nell’affare del petrolio venezuelano che ha unito nell’ombra il dalemiano De Santis e il berlusconiano Dell’Utri. Lui li conosce entrambi, l’uno per trascorsi politici e l’altro grazie alla sua grande passione, quella per i libri antichi. De Caro risulta avere un background proprio nel commercio internazionale di libri antichi e, secondo le accuse mosse da chi ha denunciato il furto, pare che in una intercettazione telefonica si sarebbe lamentato di un capitano dei Carabinieri del Nucleo Patrimonio Artistico di Monza che lo stava indagando per ricettazione di un prezioso esemplare dell’Hypnerotomachia Poliphili, un incunabolo del 1499 sottratto ad una biblioteca milanese e venduto nel marzo del 2005 alla Mostra del libro antico sponsorizzata da Dell’Utri. De Caro fa carriera e va al Ministero dell’Agricoltura come consigliere di Giancarlo Galan, anch’egli veneto. E quando il ministro passa ai Beni culturali, il “bibliofilo” gli sta dietro restando in “eredità” al successore Lorenzo Ornaghi che lo nomina consigliere speciale per l’editoria.
Con questo curriculum, a De Caro viene affidato l’incarico di direttore della Biblioteca conventuale dei Girolamini a Napoli senza avere i minimi titoli scientifici e la minima competenza professionale per ricoprire un così delicato incarico. Non risulterebbe laureato leggendo il suo curriculum in cui si legge che “ha studiato” Economia e Giurisprudenza all’università di Siena. Eppure è divenuto titolare di cattedre a Buenos Aires e a Verona. Di certo il “professore” sapeva benissimo che ai Girolamini sono conservati testi importantissimi e preziosissimi di filosofia, teologia cristiana, musica sacra e storia dell’Europa.
Per Stefano Parise, presidente dell’Associazione italiana biblioteche, la sua nomina «è un calcio negli stinchi al concetto di meritocrazia perché non possiede i titoli: non è un bibliotecario, né un paleografo, né un filologo e né uno storico del libro. Forse è un libraio, una sorta di bibliofilo: è come se il ministro nominasse un melomane al vertice del teatro San Carlo. Bisogna rivedere drasticamente i criteri di nomina dei vertici degli istituti culturali – aggiunge Parise – almeno di quelli più prestigiosi». C’è chi è stato più eloquente dicendo che “è stato come mettere Nerone a capo dei vigili del fuoco. Anzi, un piromane a capo della guardia forestale”.
Ma De Caro, ora indagato per associazione a delinquere finalizzata al peculato e alla sottrazione con soppressione di documenti, è solo l’ultimo anello di una catena di furti alla biblioteca dei Girolamini che perde pezzi da decenni con la compiacenza di tanti. E i napoletani osservano, magari preoccupandosi di questo o quel calciatore in partenza. Fortunatamente un piccolo gruppo di studiosi aveva denunciato la sparizione scontrandosi con De Caro che negava un suo coinvolgimento. Solo quando la Procura ha creduto agli studiosi apponendo i sigilli il ministro Ornaghi ha dovuto togliere la carica di consigliere al direttore che nel frattempo si autosospendeva.

Napoli colera? Anche Milano e tutto il Nord l’hanno avuto. Lo sanno?

Angelo Forgione Milan-Napoli: un piccolo striscione viene inquadrato dalle telecamere di Mediaset Premium nel prepartita e diventa “grandissimo”; vi si legge “NAPOLI COLERA”. Il giudice sportivo lo sanziona con 10.000 euro di multa a carico del Milan per espressione di discriminazione razziale.
Ma quanta ignoranza! Sono passati quasi 40 anni dall’epidemia di colera a Napoli e ancora negli stadi si leggono certe idiozie, che non sono tali perché applicate al calcio ma perché dipingono una verità manipolata ancora oggi in molti scritti contemporanei che non raccontano la verità. Il colera del 1973 non fu dovuto alle condizioni igieniche di quella Napoli ma a delle cozze importate dalla Tunisia, ove era giunta la “Settima pandemia”, proveniente dalla Turchia via Senegal e partita nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi. Cozze che distribuirono il vibrione anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona. La città che uscì più velocemente dall’emergenza, in poco più di un mese, fu Napoli grazie ad una imponente profilassi e ad una grande compostezza dei napoletani. Le altre città convissero con la malattia per mesi, e addirittura Barcellona se ne liberò dopo quasi due anni. Non ci risulta che negli stadi si legga e si senta “Cagliari colera”, “Bari colera” o “Palermo colera”, e neanche “Barcelona colera” in Spagna. Furono i media dell’epoca a deformare la realtà consegnandola al pregiudizio italiano, realizzando servizi dai contenuti denigratori e titoloni a sensazione che ruppero le ossa all’immagine della città. Solo quando tutto finì e non c’era più niente da raccontare di Napoli fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Troppo tardi, e da allora, negli stadi d’Italia, il Napoli di Vinicio veniva accolto al grido di “colera”, e la vergogna continua oggi.

È chiaro che una città come Milano e, in generale, tutte quelle di un Nord non bagnato dal mare siano risultate decisamente meno esposte ad un pericolo del genere, ma l’ignoranza è ancora più profonda se consideriamo che nell’Ottocento diverse pandemie di colera colpirono violentemente Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Pavia, Lodi, e proprio Milano, che contò migliaia di decessi. Il contagio in Lombardia partì da Bergamo, dove tornò più volte nel corso del secolo, segnato da svariate carestie ed epidemie con alto tasso di mortalità nella zona. E mentre a Napoli il colera del 1973 fu originato da una causa esterna, nelle città del Nord del secolo precedente fu cagionato dalle cattive condizioni igieniche dei centri e delle campagne insalubri, dove si affacciarono  il tifo petecchiale, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina, la difterite e pure il gozzo, un particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea tipico dell’alta montagna, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.

Fosse solo il colera condiviso con la gente partenopea! Come dimenticare le classi popolari lombarde e venete che hanno sofferto la pellagra? Mangiavano sola polenta di mais e sorgo, priva di vitamine e aminoacidi. Alimentazione carente.
Un vera e propria piaga che fu oggetto di studi a livello internazionale. Il primo censimento dei pellagrosi del Regno Lombardo-Veneto del 1830 contò nel solo territorio lombardo 20.282 pellagrosi, così ripartiti per province: Brescia 6939, Bergamo 6071, Milano 3075, Como 1572, Mantova 1228, Pavia 573, Cremona 445, Lodi 377, Sondrio 2. Anche la prima indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, evidenziò che da pellagra erano affette 97.855 persone, di cui 40.838 in Lombardia, 29.936 in Veneto (salito a 55mila nel 1881) e 18.728 in Emilia. Nessuna nelle regioni del Mezzogiorno.

I settentrionali, affetti dall’anche detto “mal de la rosa”, erano tra quelli che, con tono sdegnoso, chiamavano “mangiamaccheroni” i napoletani, i quali evitavano tutta una serie di malattie legate alla monoalimentazione con la loro ricchezza alimentare fatta di pasta, verdure in abbondanza, frutti, compreso quello ricco di vita che loro mangiavano già in grfan quantità e che al Nord non era conosciuto: il pomodoro! Lassù lo consideravano uno dei simboli di meridionalità rozza. Il modello alimentare napoletano, studiato sul posto dal fisiologo americano Ancel Keys, alla base della “dieta mediterranea”, li conquistò e li migliorò, e la pellagra sparì.

“Colerosi” e fesserie varie ai napoletani? E se quelli iniziassero ad abbassarsi all’infimo livello? Cadrebbero nel tranello dell’ignoranza. Meglio lasciar fare agli altri.

pellagra

Usa la testa, non le mani. Non trasformare la festa in tragedia!

Angelo Forgione Le indicazioni sono sempre più confortanti. I bollettini di guerra della notte di Capodanno fanno registrare miglioramenti di anno in anno. Merito soprattutto dei controlli ma anche della lenta penetrazione di una sensibilità rispetto alla pericolosità di certi ordigni illegali, perché di questo si tratta. Certo, ai proiettili vaganti fatti esplodere dalle mani armate dei criminali non c’è rimedio, ma laddove si può operare i miglioramenti sono evidenti: lo scorso anno non si registrarono vittime, anche se vi furono “solo” 350 feriti.
Ripropongo anche quest’anno una foto già mostrata negli anni scorsi e che ha la capacità di invadere in modo virale il web. È la mano di un giovane settentrionale di 22 anni, vittima di un incidente da esplosione accidentale di fuochi d’artificio nella notte del 29 dicembre 2010. La mano fu amputata al polso presso il Policlinico “G.B. Rossi” di Verona. La realtà cruda, seppur cruenta, è l’unico vero deterrente contro l’ignoranza e la superficialità. Le scuse per i deboli di stomaco sono d’obbligo.

Bisogna cliccare sulla foto e ingrandirla a pieno schermo per comprendere cosa può succedere a chi rischia di far esplodere botti proibiti. Questa immagine, autentica, scattata dal dottor Andrea Atzei, chirurgo della mano, polso e gomito del Policlinico “G.B. Rossi” di Verona, è più efficace di qualsiasi avvertimento riguardo ai danni gravi e spesso irreversibili che certi ordigni possono provocare.
Il bilancio del 1° Gennaio di ogni anno è sempre indicativo: il numero di morti e feriti per le follie della notte del Capodanno indicano la civiltà e la maturità di un popolo. Non è solo una questione di botti illegali ma anche di uso di armi da fuoco, eccessi di alcool e droghe, e pure di fuochi inesplosi del giorno dopo.
Si può festeggiare e far baldoria restando presenti a sé stessi. Non è perbenismo e moralismo ma realtà che sembra non interessare nessuno, finché qualcuno in famiglia non ci rimette un arto, la vista o addirittura la vita.
Buon Capodanno a tutti!

Alcuni semplici consigli non si dovrebbero mai dimenticare:

  • In caso di esplosione di botti sicuri, rimanere almeno a 100 metri dalla sede in cui vengono fatti esplodere i petardi, preferibilmente al riparo;
  • Evitate assolutamente di raccogliere i frammenti del petardo esploso o peggio i petardi inesplosi: i frammenti possono essere ancora caldi tanto da ustionarvi e i petardi  “inesplosi” possono “rianimarsi “all’improvviso ed esplodervi nelle mani;
  • Evitate di affidare ai bimbi più piccoli le cosiddette “stelline  luccicanti”: circa il 10% dei danni da fuochi d’artificio sono provocate da queste “stelline”, in  particolare nei  bimbi di età inferiore ai 5 anni.

Intervista a Radio Marte su panettoni e merci dal nord

Intervista a Radio Marte su panettoni e merci dal nord

Con il videoclip “Nord palla al piede“, il sasso è stato lanciato nello stagno e la discussione è ormai aperta.
Su Radio Marte, con Gianni Simioli, abbiamo parlato del panettone che è un esempio di come sia strutturato il modello di sviluppo italiano: un Nord che produce e un Sud che compra per un totale di 63 miliardi di euro che prendono la via del Settentrione, col paradosso che il primo viene additato d’essere palla al piede quando invece è il mercato preferito del secondo.
Ma i migliori panettoni sono quelli prodotti artigianalmente dai maestri pasticcieri campani che usano, come già detto un anno fa, il lievito madre invece del lievito di birra. Del resto Napoli è la patria della panificazione e non potrebbe essere altrimenti.
Ma le pasticcerie dovrebbero abbassare i prezzi per concorrere col prodotto industriale del nord, decisamente meno buono ma anche più accessibile. Ed evitare di spacciare per artigianale i prodotti semilavorati.

Cutolo, calciatore “terrone” sotto scorta

Aniello Cutolo, calciatore “terrone” sotto scorta
Digos e Carabinieri per proteggere il giocatore napoletano  

Angelo Forgione – Il malcostume italiano aumenta e l’odio nel calcio degenera; anzi, è proprio il calcio a degenerare se oltre ai tifosi ci si mettono anche gli addetti ai lavori a professare le proprie intolleranze. L’uscita del 19 Luglio dell’allenatore del Verona Mandorlini (il coro “ti amo terrone) era destinata a scatenare reazioni non solo verbali. Fu una scintilla troppo intensa per non innescare una reazione a catena, e la prima deflagrazione c’è stata durante la partita Verona-Padova quando il fischiatissimo e denigratissimo Aniello Cutolo, ex scaligero e napoletano, (i veronesi gli imputano la colpa di una retrocessione in serie C) ha prima fatto goal e poi dato sfogo a tutto il suo appagamento portando le mani alle orecchie come per dire “fatemi sentire come mi fischiate adesso” ed avendo l’acceso faccia a faccia con Mandorlini, reo di aver provocato ironicamente i salernitani e in generale il Meridione con il coro “Ti amo terrone”. Mandorlini ha finito per pagare dazio e subire l’espulsione mentre Cutolo gli diceva “ti ha fatto goal un terrone… un terrone… un terrone”. Ma i tifosi del Verona gliel’hanno giurata e così la sua pagina Facebook è stata chiusa per eccesso di insulti e minacce.
Cosicché nei giorni scorsi, all’allenamento del Calcio Padova, si sono presentati Digos e Carabinieri per assicurare serenità ad Cutolo che ha comunicato alla propria società della chiusura della propria pagina su Facebook. Alcuni osservatori riportano che, durante la partita Chievo-Napoli, dagli spalti del Bentegodi sarebbero trapelate delle indiscrezioni su un possibile raid punitivo nei confronti dell’attaccante da parte dei più spinti ultras veronesi.
La domanda da porsi è una: come mai la Procura federale che pure ha aperto un procedimento a carico di Mandorlini, e che pure lo ha ascoltato, non si è mai pronunciata in merito? Non serve continuare a nascondere, così come si nascondono i cori razzisti omologandoli ai comuni sfottò. Vero, cara FIGC?

Criscitiello a Mandorlini: «Essere meridionali è un VANTO»

Criscitiello a Mandorlini:
«Essere meridionali è un VANTO!»

ma la colpa è anche dell’incoerenza della FIGC

Dopo il coro razzista “Ti amo terrone” dell’allenatore del Verona Andrea Mandorlini indirizzato ai salernitani, il giornalista di Sportitalia Michele Criscitiello, nativo di Avellino, sfoggia il suo orgoglio meridionale con un termini a noi caro.
Intanto la FIGC ha aperto un procedimento di carattere disciplinare e nelle prossime ore Mandorlini sarà interrogato dagli uomini della Procura federale, che presto prenderà una decisione.
E qui casca l’asino! La Federazione Giuoco Calcio è incoerente e ha le sue colpe in tutto questo putiferio. Il perchè è presto detto: certo, Mandorlini è doppiamente colpevole perchè nel ruolo di chi dovrebbe educare allo sport e non all’odio, ma se durante l’ultimo anno i cori razzisti contro i meridionali, e non gli sfottò (è bene sempre sottolinearlo) fossero stati arginati dagli arbitri e dal giudice sportivo, oggi Mandorlini non sarebbe caduto nell’ingenuità di fare il capo-ultrà leghista, nella convinzione sbagliata che se certi cori li cantano i tifosi impunemente li possono intonare anche gli addetti ai lavori.
Saremo attenti, perchè a questo caso è legato tutto il razzismo anti-meridionali che gira attorno al mondo del calcio che V.A.N.T.O. denuncia da quando sono state introdotte regole, mai applicate, sul tema.

E sul sito dell’Hellas Verona è apparso un comunicato ufficiale dal quale è il caso trarre uno stralcio: “Spiace rilevare ancora una volta, che taluni fatti se accadono nella nostra città ed in particolare siano riconducibili alla nostra società, vengano frequentemente distorti e strumentalizzati unicamente al fine di screditarne l’immagine. (…) Invitiamo quindi a ridimensionare serenamente l’accaduto, riconducendone la portata al giusto valore onde evitare di denigrare pretestuosamente un’intera città e tifoseria come purtroppo già avvenuto in passato per circostanze talvolta rivelatesi di nessuna importanza o addirittura millantate”.
Verona e il Verona, dunque, sono ben consci di esserci ricascati e di essere nell’occhio del ciclone in tema di razzismo, ma non si scusano; anzi, si difendono. Nella maniera più puerile però: “Si rileva che due nostri giocatori, uno di origine calabrese e l’altro campano, nonchè altri di diverse etnie, hanno partecipato divertiti assieme alla canzone di mister Mandorlini e ciò a conferma del tono scherzoso ed inoffensivo che la stessa rivestiva”. Lo staff scaligero si nasconde dietro i propri calciatori che, come sottolineato nella prima denuncia, col loro comportamento hanno acuito la gravità del fatto e non certo legittimato.
Torna il Verona in serie B e la piazza fa subito parlare di se. Una città in cui anche le emittenti locali intavolano dibattiti politico-sociali all’insegna della denigrazione del meridione intero. Come a Telenuovo, tv nella quale ha mosso i primi passi un personaggio che abbiamo imparato a conoscere, quel David Parenzo spalla di Cruciani a Radio 24. Basta sentire i toni e i termini usati per descrivere i meridionali durante una discussione sui terremotati dell’Aquila: parassiti, scansafatiche… napoletani, siciliani e calabresi popoli senza onore. (video in basso)

Criscitiello risponde a Mandorlini

Dibattito razzista a Telenuovo Verona

Coro razzista di mister Mandorlini

società e istituzioni locali se la ridono

In occasione della presentazione dell’Hellas Verona neo-promosso in Serie B, l’allenatore ravennate Andrea Mandorlini si è ufficialmente “iscritto” alla Lega Nord intonando un tipico coro anti-meridionali e trascinando i tifosi in un prosieguo della polemica con i salernitani sconfitti nella finale dei play-off e poi finiti nell’incubo del fallimento.
Tutto questo sotto lo sguardo divertito di giocatori, alcuni dei quali meridionali, società e autorità presenti, sindaco leghista Tosi in testa.
La querelle “identitaria” fu innescata proprio da alcune dichiarazioni dello stesso Mandorlini alla vigilia della finale con la Salernitana, in quel momento in odore di fallimento nel caso di mancato accesso alla serie cadetta. Il “mister” del Verona aveva polemizzato prima della partita d’andata punzecchiando gli avversari: “Piangono, dicono che se non vanno in B ci sarà un fallimento sicuro” e ancora “Diciamo che la Salernitana ha già avuto tanti aiuti in campo, sono più che sufficienti”. Queste parole avevano generato la reazione della squadra campana che aveva annunciato azioni legali contro il tecnico del Verona. Il quale, da uomo di sport che non capisce la responsabilità che comporta il suo ruolo di “addetto ai lavori”, continua ancora oggi, con la Salernitana fallita, a fomentare odio e divisioni. Se questi sono gli uomini di sport?!
La tifoseria dell’Hellas non è di certo nuova a episodi di razzismo: dai cori contro i Napoletani, fino al manichino nero impiccato in curva per protestare contro la decisione della propria società di comprare un giocatore di colore. Ora anche il coro del suo allenatore con vive felicitazioni, e non scuse, del sindaco di Verona. Una piazza la cui “mancanza” era tengibile.

video: CALCIOSCOMMESSE E LA “PUNTATA” SU NAPOLI

video: CALCIOSCOMMESSE E LA “PUNTATA” SU NAPOLI
come dichiararsi puliti sporcando Napoli

Giugno 2011, lo scandalo “calcioscommesse” torna a galla nel calcio italiano e coinvolge in prima battuta la Serie B con le squadre appena promosse nella massima serie. Mentre le indagini delle Procure di Cremona e Napoli vanno avanti su due filoni diversi, i primi imputati si difendono legittimamente dalle accuse ma nel solito modo tutto italiano di scaricare ogni responsabilità sui Napoletani.
Piena condanna ad ogni mafia, ma anche ad ogni trucco nel calcio e ad ogni razzismo sommario. E il mondo del calcio, che finge di educare ad una migliore cultura, è spesso il principale strumento di diffusione di cattivi segnali poi amplificati dai media.

Il video nasce da una pericolosissima frase pronunciata da un tifoso bergamasco contro i Napoletani e incautamente sbattuta in faccia all’Italia intera dall’emittente nazionale La7 per promuovere la trasmissione “L’Infedele” dedicata al tema in onda il 13 Giugno.
A seguito delle numerose proteste scaturite da questa clip, durante la trasmissione, Gad Lerner si scusa per la frase infelice del tifoso atalantino per la quale la redazione ha ricevuto proteste, ma intanto in trasmissione la frase viene fatta ripassare ripetendo l’errore.

Calcioscommesse: Ghirardi e i boss dei prosciutti

Calcioscommesse: Ghirardi e i boss dei prosciutti
Ironia a parte, nessuna morale da Parma, grazie!

La battuta del Presidente del Parma riguardo un presunto coinvolgimento della sua squadra nell’ennesima truffa del “calcioscommesse” è simpatica ma merita decisamente una controbattuta. Tommaso Ghirardi, circa la presenza di un camorrista al “San Paolo” durante Napoli-Parma dello scorso anno, ha dichiarato sorridendo: “A Parma non conosciamo queste cose, abbiamo i boss dei prosciutti, dei salami e null’altro…”.

Con la stessa ironia con la quale patron Ghirardi si chiama fuori, noi gli ricordiamo che Parma non avrà truffatori organizzati ma è pur sempre la città del più grande truffatore seriale che si ricordi in Italia, tale Callisto Tanzi, autore del maxi-imbroglio più eclatante dal dopoguerra ad oggi, che ha rubato milioni di euro a migliaia di piccoli risparmiatori, fino a ridurre sul lastrico coppie di anziani e giovani in procinto di metter su famiglia. Senza farsi sfuggire l’opportunità di “aggiustare” la retrocessione del Napoli con la combine tra Parma e Verona, entrambi sodalizi da lui controllati (l’uno direttamente e l’atro tramite il suo prestanome Pastorello), come evidenziato da numerose indagini.

La differenza tra un bandito e un BONDito sta in una vocale, e solo in quella, caro Ghirardi.
E per noi un truffatore napoletano vale esattamente quanto un truffatore parmigiano: niente!

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)