Napoli deve riavere la sua spiaggia e il suo mare!

Angelo Forgione La mia battaglia di sensibilizzazione per la restituzione del mare ai napoletani continua. Ne ho parlato anche in un frangente del mio intervento all’evento pubblico “Resto al Sud, l’agorà” e poi ieri in tivù, alla trasmissione Club Napoli All News.

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Il recupero delle tecniche antisismiche borboniche

Angelo Forgione In Made in Naples ne scrissi già nel 2013. Poi giunsero i test del CRN Invalsa e quelli dell’INGV a dare fondamento scientifico e infine i recenti terremoti a dimostrare la validità costruttiva dell’edilizia antisismica d’epoca borbonica e la necessità di recuperarla, perché le costruzioni degli ingegneri di quel tempo sono le uniche ad aver resistito ai terremoti più o meno violenti, da quello di Reggio Calabria del 1905 a quello di Ischia del 2017. L’assenza di leggi antisismiche nell’ordinamento piemontese, esteso a tutta l’Italia dopo il 1861, aveva sotterrato le competenze degli ingegneri borbonici, ma negli ultimi anni, verificati i danni causati da terremoti anche di non preoccupante entità, le facoltà di ingegneria hanno incentivato il recupero dell’elasticità costruttiva d’insieme. L’edilizia odierna, a più di due secoli di distanza, pare aver recepito la necessità delle intelaiature con ossature disposte in senso orizzontale, verticale e diagonale a croce di Sant’Andrea, collegate tra loro da un sistema di travi racchiuse entro delle murature perimetrali. Tornano le “case baraccate” borboniche, rivedute e corrette secondo le moderne tecnologie. Torna il legno, elastico e resistente, o viene surrogato da nuovi materiali, per riprendere il concetto introdotto dagli ingegneri di un Sud che fu: la risposta sismica di una struttura dipende in primo luogo dal suo comportamento d’insieme.

Barbaja, il principe degli impresari

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Angelo Forgione La Barbajada è una bevanda-dessert di gran successo nella Milano dell’Ottocento, a base di caffè, cioccolata e panna. La inventò un giovane Domenico Barbaja, prima di diventare biscazziere della Scala e poi impresario al Real Teatro di San Carlo, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat. La sua creazione divenne l’appuntamento delle ore 17 nella città lombarda e fu esportata anche a Napoli. Scomparsa dopo la guerra, nel gennaio del 2007 ha ottenuto il Riconoscimento De.Co. (Denominazione Comunale) da parte dell’amministrazione comunale di Milano, insieme a pochi altri prodotti gastronomici tradizionali milanesi. Oggi la si può gustare solo in qualche bar storico di Milano e di Napoli (quella in foto è servita al Gran Caffé Gambrinus, di fronte al Massimo napoletano).
Partendo da questa bevanda, Domenico Barbaja divenne uno degli uomini più potenti d’Europa, ma anche il più napoletano dei milanesi.barbaja_1.jpg F
u artefice delle prolungate fortune del Real Teatro borbonico dopo il tramonto della Scuola Napoletana del Settecento determinato dal giacobinismo rivoluzionario. Con lui, Napoli divenne la città di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e diversi altri artisti di spicco dell’epoca.
Acquistò un intero palazzo su via Toledo, all’angolo con Santa Brigida, e mise persino in piedi una ditta edile da cui si fece costruire un villino a Mergellina per ospitare cantanti e musicisti e un’esclusiva villa a Casamicciola d’Ischia per ospitare diplomatici e uomini di gran rispetto. Gli fu affidato il compito di costruire la nuova facciata esterna del San Carlo, poi la nuova sala interna, dopo l’incendio che la devastò, e addirittura la nuova costruzione-simbolo del neoclassicismo napoletano, la basilica di San Francesco di Paola innanzi Palazzo Reale.
barbaja_2Ignorante di studi quale fu, Barbaja finì col parlare uno stentato italiano misto a termini e inflessioni meneghine e partenopee. Ma parlava con re, principi e diplomatici europei, e riuscì nell’ineguagliata impresa di ricoprire contemporaneamente le cariche di direttore del San Carlo di Napoli, della Scala di Milano e del Kärntnertortheater di Vienna, avendo come base la capitale borbonica.
Con i suoi affollati funerali a Santa Brigida si chiuse l’epoca d’oro del San Carlo e iniziò quella della Scala, legata alle vicende risorgimentali e all’opera di Verdi.

approfondimenti su Napoli Capitale Morale

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Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).

 

Napoli che votò monarchia nel ’46 cancella Vittorio Emanuele III ma Emanuele Filiberto non ci sta

Angelo Forgione per Napoli freepress È in dirittura d’arrivo il percorso iniziato nel 2015 dalla giunta De Magistris per il cambio toponomastico della strada prospiciente il Castel Nuovo, sottratto a Vittorio Emanuele III e assegnato a Salvatore Morelli, liberale pugliese, massone e avversario di Ferdinando II di Borbone. Un passaggio di consegne non troppo rivoluzionario nei significati politici ma certamente clamoroso per l’importanza del personaggio spodestato, il terzo re dell’Italia unita. In suo soccorso è giunto il discendente Emanuele Filiberto, con una lettera pubblicata sulle pagine de Il Mattino in cui è contenuto il lamento indirizzato al sindaco di Napoli per la decisione, inoltrandosi in un vicolo cieco della storia, una strada senza uscita.
Il principe basa la sua dolente rimostranza sui risultati del referendum istituzionale del Giugno 1946, allorché la monarchia ebbe a Napoli quasi l’ottanta per cento dei consensi, e sul fatto che per circa un decennio, fino ai primi anni Sessanta, un partito dichiaratamente monarchico governò la città. Due furono i motivi di quel coro partenopeo pro-Savoia che ancora oggi fa discutere l’Italia intera.
Primo motivo fu il retaggio storico dei napoletani, storicamente legati alla forma monarchica e poco inclini a quella repubblicana. Ospitare un re in città nutriva ancora l’antico ricordo di una capitale e di un regno ormai scomparsi, un regno che aveva portato il nome della città stessa. Strano a dirsi, ma Vittorio Emanuele III aveva mostrato amore per Napoli, la sua città di nascita. Ne parlava ottimamente il dialetto, e del resto qui era stato messo a mondo l’11 novembre del 1869, e alla Scuola militare “Nunziatella” era stato allevato. Conosceva anche il piemontese ma, ancor più strano a dirsi, non amava troppo il Piemonte. Prima di ereditare il trono d’Italia, era stato il Principe di Napoli, titolo nobiliare affascinante per la gente della città, quantunque fosse subalterno e simbolo di una chiara sudditanza poiché spettante al primogenito del Principe di Piemonte, ovvero dell’erede al trono d’Italia. Quel titolo, sin dall’annessione del Sud al Regno di Sardegna, aveva avuto sempre l’intento di rafforzare fra i napoletani il sentimento patriottico di matrice piemontese.
Un altro fattore, secondario ma non poco incisivo sulla maggioranza bulgara dei monarchici napoletani e del resto del Mezzogiorno, fu rappresentato dalle manipolazioni politiche del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, che orchestrò le prime elezioni amministrative dopo la dittatura fascista in modo da mettere in secondo piano l’espressione dei meridionali. Quelle consultazioni si svolsero, fatto fondamentale, poco prima del referendum, ma non dappertutto. Le votazioni furono distribuite non in una sola tornata ma, irregolarmente, in due momenti, il primo in primavera e il secondo in autunno, a distanza di mesi, in modo da piazzarvi in mezzo proprio il più importante referendum del 2 e 3 giugno per scegliere tra la monarchica e la repubblicana. Il clima politico di quei mesi lo espresse il socialista Pietro Nenni: «O la repubblica o il caos». Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia.

romita

I napoletani e tutti i meridionali, quindi, si videro pure aggirati ed estromessi dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, definizione coniata in quei frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta democratica, accusando la strategia del ministro Romita, da lui stesso spiegata in seguito: mettere in minoranza il Sud, storicamente legato alla forma monarchica, facendo votare immediatamente il Nord alle amministrative prima che si votasse per il referendum, il quale si sarebbe svolto con i primi risultati, prevedibilmente filo-repubblicani, delle elezioni amministrative nel Settentrione. Furono mandate molto presto al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale.
Il referendum spazzò via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi venti di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Milano si espresse in gran maggioranza, per quasi il settanta per cento, a sostegno della forma repubblicana. Napoli si proclamò la città più monarchica d’Italia, con un risultato record che sfiorò l’ottanta per cento, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni, più che di effettiva affezione ai Savoia, si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia.
A risultati accertati, tra mille polemiche di brogli, il fronte monarchico del capoluogo campano insorse in via Medina, dove si trovava la sede del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti. Sotto ordine giunto da Roma, la polizia sparò ad altezza d’uomo. In nove persero la vita e undici tra i circa centocinquanta feriti morirono in agonia, senza processo e giustizia. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente mise a Capo dello Stato un monarchico napoletano, Enrico De Nicola, eletto al primo scrutinio con circa il settantacinque per cento dei suffragi dopo aver votato egli stesso a favore della monarchia, convinto dalla necessità di assicurare un trapasso meno traumatico possibile al nuovo sistema e di proporre ai filo-monarchici meridionali una figura capace di riscuoterne il gradimento.
Nella sua lettera, Emanuele Filiberto scrive anche che “la storia non si affronta a colpi di censura” e che “le rimozioni toponomastiche sono una forma tipica di ogni sistema illiberale che pensa di sviare il dialogo con il proprio passato a colpi di bianchetto”. È esattamente il presupposto per cui condannare la cancellazione della toponomastica borbonica operata dai suoi antenati, a partire dall’elegantissimo corso Maria Teresa in corso Vittorio Emanuele, pure rovinato da un secondo tratto post-unitario verso la Cesarea edificato in spregio alla vista panoramica che i Borbone avevano preservato sul primo, e la differenza la si notare a vista d’occhio. Furono proprio i Savoia a cancellare per primi i nomi di quelle strade che erano intitolate alla dinastia decaduta, abbattendo gli stemmi gigliati e apponendo lapidi e statue per l’edificazione della nazional piemontesizzazione. Il giglio del granducato e il leone di San Marco lo lasciarono in bella vista sui palazzi di Firenze e Venezia, ma a Napoli lo scudo sabaudo lo sostituirono a ogni stemma gigliato delle Due Sicilie, magari coperto, come l’effigie reale borbonica posta sull’arco scenico del Real Teatro di San Carlo, poi riscoperta e ripristinata nel 1980. Impossibile ripristinare il palco reale, marchiato a rilievo dalla croce sabauda, usurpatrice della magnificenza della bellissima tribuna coronata.
Emanuele Filiberto dovrebbe sapere almeno che il suo Vittorio Emanuele III era segretamente legato alla Gran Loggia d’Italia, avvalorata da una comunione nazionale in una Conferenza mondiale dei Supremi Consigli di rito scozzese, e che fu quella loggia ad accreditare Mussolini presso le importanti massonerie britanniche e americane. Ma quando il Duce si oppose alle organizzazioni massoniche, queste gli misero contro il Re d’Italia, il quale ne ordinò l’arresto nel 1943, sostituendolo col massone Pietro Badoglio. E se l’amata Napoli, la città più bombardata d’Italia, fu rasa letteralmente al suolo, con morti e conseguenze sociali ancora oggi drammaticamente vive, fu anche a causa di quel re pupazzo, Vittorio Emanuele III, che concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani a luglio, ma l’accordo fu reso noto solo qualche mese dopo per insistere ancora nella strategia psicologica finalizzata a stimolare la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler in guerra. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle e sulle vite della popolazione, Vittorio Emanuele III in primis.
Emanuele Filiberto avverte infine che Napoli ha molti problemi più urgenti e prioritari della crociata toponomastica, perché tanti giovani non trovano un lavoro e la criminalità organizzata non accenna a deporre le armi contro lo Stato. Drammaticamente vero, ma tutto ebbe inizio con l’invasione sabauda al Sud, con la cancellazione di Napoli Capitale, con il patto scellerato con l’allora contenibile camorra voluto dell’amico di famiglia Garibaldi, usato e poi licenziato a lavoro ultimato, e con il cagionato inizio dell’emigrazione.
Emanuele Filiberto si accontenti dello scippo del parto della pizza “margherita”, dazio pagato per pubblicizzare la salubrità dell’acqua e dei cibi assicurata dopo il colera del 1884 dal nuovo acquedotto del Serino. Si accontenti dell’efigie marmorea dei Savoia all’ingresso di Palazzo Reale, dove una statua, quella di un suo avo, è l’unica minacciosa con spada sguainata. Si accontenti di ciò che ancora è intitolato alla sua casata, ed è sempre tanto, finché il tempo non lo spazzerà via inesorabilmente, perché per Umberto I, che finì ammazzato al quarto attentato dopo aver seminato malcontento in lungo e in largo, e per il minaccioso Vittorio Emanuele II si potrebbe suonarla come per “sciaboletta”. È verissimo che la storia non si censura, e infatti la si deve raccontare a fondo, soprattutto quando risulta manipolata per processo di edulcorazione.

Tra Andria e Pioltello, “il più grande piano infrastrutturale d’Europa” di Renzi e Delrio

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Angelo Forgione
 – Era il 22 novembre 2017, solo due mesi fa, quando Matteo Renzi e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio si ritraevano in un video con lo smartphone dal Ponte borbonico sospeso sul Garigliano, in località Minturno, strumentalizzando l’avanguardia ingegneristica borbonica preunitaria di Luigi Giura per comunicare sui social che l’Italia stava conducendo il più grande piano infrastrutturale d’Europa. Del resto vi era poco di spontaneo in quel video, visto che poche ore prima i due erano partiti dalla stazione di Roma Ostiense, pianificando nei dettagli la performance in un luogo non propriamente scelto per il suo incredibile significato: «Ci hanno fatto due palle come un cestello sull’idea di vedere questo ponte», disse Renzi a Delrio nel breafing alla stazione romana.
Alla luce del triste evento ferroviario nei pressi di Milano, la cosa più interessante è che il Ministro, in quell’occasione, decantò la grandezza del piano infrastrutturale in fieri, dimenticandosi però di aggiornarci circa gli investiventi sulle ferrovie regionali, cosa non trascurabile visto che solo nell’estate 2016 il Paese aveva fatto parlare di sé al mondo intero per la sciagura ferroviaria del treno regionale tra Andria e Corato, ben 23 vittime di bilancio. E puntualmente ci ritroviamo a parlare di disatri ferroviari annunciati, perché quello di Pioltello, che ha causato 3 morti, segue quattro deragliamenti in sei mesi sulla stessa tratta. Stiamo parlando della Lombardia, il faro della modernizzazione italiana, la regione in cui, secondo la ricerca Pendolaria 2017 di Legambiente, vi sono più treni che in tutto il Mezzogiorno.
Siamo evidentemente tutti in pericolo, chi più e chi meno, in una nazione che fatica a rimettersi in piedi.

Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).

Napoli e Milano sul palco

È andata in scena l’anteprima dell’adattamento teatrale di Napoli Capitale Morale all’Avanposto Numero Zero di Napoli.
Sul palco, con le letture di Marilia Marciello e le musiche del Maestro Raffaele Cardone, per la regia Egidio Carbone Lucifero, ho portato l’essenza del dialogo tra Napoli e Milano, interrotto dall’Unità e dall’Italia sradicata dalle sua Cultura.
A far Cultura, nonostante tutto, ci proviamo.

‘Napoli Capitale Morale’ in scena all’AvaNposto Numero Zero

Debutterà giovedì 28 dicembre sul palco dell’AvaNposto Numero Zero l’adattamento scenico di Napoli Capitale Morale, l’ultimo successo editoriale di Angelo Forgione, edizioni Magenes. Il saggio affronta il rapporto fra Napoli e Milano attraverso sei secoli, descrivendo gli intensi contatti fra le due città faro del Sud e del Nord d’Italia, l’una capitale morale pre-risorgimentale e l’altra capitale morale post-unitaria. In scena, l’attrice Marilia Marciello, che leggerà alcuni brani scelti del saggio, e lo stesso autoreche introdurrà e collegherà le varie epoche con brevi spiegazioni. L’accompagnamento musicale sarà affidato alle note del Maestro Raffaele Cardonementre la regia sarà curata dal Direttore Artistico del teatro, Egidio Carbone Lucifero. La Dama con Ermellino di Leonardo Da Vinci, indossa abiti in stile napoletano d’epoca aragonese, l’affermazione ottocentesca del Teatro di San Carlo è legata all’intraprendenza di un milanese, il Neoclassicismonato a Napoli, ha trovato applicazione a Milano prima di imporsi definitivamente in terra partenopea. Sono sono alcuni degli esempi che raccontano gli intensi e ricchi scambi culturali fra le due metropoli, interrotti dall’Unità nazionale. Una vicenda molto lontana dall’attuale convivenza forzata, priva di dialogo tra le parti del Paese. Quando si è interrotto questo dialogo? Quando diffidenza e rancore hanno preso il posto di stima e rispetto? La rappresentazione si propone di ritornare alle origini della vera Storia d’Italia, sconosciuta a molti, dalle cui dinamiche è nata una nazione disgregata. Una proposta oltre le urla, gli insulti e le mistificazioni dell’informazione. «S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani» ebbe a scrivere in realtà Massimo d’Azeglio, descrivendo, in poche parole, l’impossibilità di un processo davvero unitario. Riscoprire il passato, è un’urgente necessità, di fronte alle due derive che si vanno sempre più affermando nel nostro Paese: il radicato leghismo, con tutto il suo volgare antimeridionalismo, che tende ad allontanare sempre di più i vari pezzi della Nazione, e la crescente esaltazione neo-meridionalista di pancia, intrisa di improduttivi provincialismi, che, con la sua miopia prospettica, rischia di compromettere la credibilità delle pur giuste rivendicazioni del meridionalismo intellettuale. Occorre trasformare la menzogna in verità, convertire il rancore in fierezza e liberarsi dalla soffocante ignoranza, a lungo coltivata e distribuita nell’Italia separata dalle sue nobili radici.

Contributo associativo 8€ con consumazione

Giovedì 28 dicembre 2017, ore 21.00

AvaNposto Numero Zero.
Napoli, via Sedile di Porto, 55 (Via Mezzocannone)

Narrazioni: Angelo Forgione
Letture: Marilia Marciello
Accompagnamento musicale: Raffaele Cardone
Regia: Egidio Carbone Lucifero

Botteghino:  366.1149276 – botteghino@avanpostonumerozero.it

La settima vita di ‘Made in Naples’

Va in macchina la settima ristampa di Made in Naples, dalla primavera del 2013, uno dei libri più amati dai Napoletani e da tutti quelli che veramente vogliono capire “il fervido mondo” partenopeo perduto nella storia falsificata, ma che finalmente risorge e si rinapoletanizza.
Grazie a chi l’ha letto e ne ha decretato il successo. Grazie anche a chi lo leggerà. Grazie a chi lo ha regalato e a chi lo regalerà.
“QUI NON VIDENT VIDEANT”

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