Van Aalderen: «L’Italia non può prescindere da Napoli»

Angelo Forgioneforgione_vanaalderen_maggio15Interessante appuntamento con Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia, alla scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del suo libro Il Bello dell’Italia. L’inviato per l’Italia e la Turchia del quotidiano olandese De Telegraaf ha risposto alle domande degli allievi sulla professione giornalistica e ha accennato ai motivi per cui ha voluto parlare di Napoli nell’introduzione del suo saggio.

Nel video, un piccolo estratto della conferenza relativo ai passaggi sulla città partenopea.

Al Suor Orsola Benincasa “Il Bello dell’Italia” e Napoli

Angelo Forgione – Giovedì 28 maggio, alle ore 15.30, nell’aula “Giancarlo Siani” dell’Università Suor Orsola Benincasa, sarà presentato per la prima volta a Napoli il libro Il Bello dell’Italia. Il Belpaese visto dai corrispondenti della stampa estera di Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera. Il libro racconta l’Italia vista dai colleghi corrispondenti stranieri, chiedendo loro cosa amano del Paese che li ospita. Spazio anche a Napoli, che l’autore ha visitato con chi scrive, dedicandovi spazio nell’introduzione. Da buon giornalista, Maarten ha visitato più volte la città partenopea, scoprendone le contraddizioni, l’immensa bellezza nascosta e l’umanità.
L’evento, aperto al pubblico, rientra nel Forum della Scuola di Giornalismo “Suor Orsola Benincasa” dedicato al “Ruolo del corrispondente dall’estero nel giornalismo”.
Discuteranno insieme con l’autore e con i giornalisti praticanti della Scuola, Marco Demarco, direttore della Scuola di Giornalismo Suor Orsola Benincasa, Andrea Manzi, direttore scientifico del Corso di Alta Formazione in Geogiornalismo del Suor Orsola e il giornalista del quotidiano “La Repubblica”, Carlo Franco.

Napoli rappresenta l’Italia al quadrato
(tratto dall’introduzione)

“In Italia si critica spesso una città in particolare: Napoli. Napoli rappresenta per me l’Italia al quadrato. Si parla frequentemente dei suoi aspetti negativi, come la corruzione e la criminalità organizzata. Per questi motivi, c’è perfino chi si rifiuta di andarci. Eppure, Napoli è una città con una fortissima identità, con una storia di cui può andare fiera e che la vede protagonista da secoli, dotata come è di una cultura unica e di una bellezza infinita. La bellezza di Roma, Firenze e Venezia è scontata, quella di Napoli invece è assolutamente sottovalutata. E quanto spesso ho incontrato dei napoletani impegnati per la loro città, come il blogger e scrittore Angelo Forgione, che ne conosce a fondo i problemi, ma continua ad amarla appassionatamente e a difenderne la bellezza contro ogni degrado e illegalità. Io a Napoli mi sono in ogni caso sempre sentito a casa”.

Il gusto “Regno delle Due Sicilie” vince il GelatoFestival

Angelo Forgionegelato_5Domenica 17, alla tappa napoletana del GelatoFestival che si è svolta al quartiere Vomero di Napoli, ho avuto la fortuna di assaporare un prodotto veramente eccezionale: il gusto “Regno delle Due Sicilie”, un sensorial tour dalla Sicilia alla Campania, con pistacchio di Bronte, cioccolato di Modica, nocciola di Giffoni IGP e Arancia bionda di Sorrento.
Ideato e proposto dai simpatici Oreste e Marcella Mantovani, della gelateria Gelatosità di Napoli, il suo nome potrebbe indicare un giudizio di parte. Il fatto è che il festival prevedeva una gara tra tutti i gusti proposti dalle varie gelaterie, e il mio è stato solo uno dei tanti voti della giuria popolare che hanno decretato vincitore per plebiscito il gusto delle Due Sicilie, mentre la giuria tecnica premiava ex aequo il napoletano Marco Infante di Casa Infante con il gusto “Terramia” e Pina Moltierno di Caserta con il gusto “Desir Noir”.
La vittoria di tappa manda ora i fratelli Mantovani alla finalissima europea di ottobre di Firenze, ultimo evento del Tour 2015 che proclamerà il miglior gelatiere d’Europa. Il gusto “Regno delle Due Sicilie” ci sarà. Anche in gelateria, si spera.

C’è dell’azzurro nei cattivi pensieri bianconeri

Angelo Forgione – Sul profilo Facebook di Marco Storari, secondo portiere della Juventus, è spuntato un video dei festeggiamenti della Juventus nello spogliatoio dopo la partita contro il Real Madrid. All’improvviso (a 11 secondi) qualcuno pare gridare: “Napoli m…!”. Il video sta facendo discutere a tal punto che è stato cancellato dal profilo originale e ricaricato in formato ridotto, col taglio dell’urlo della discordia. La traccia audio è veramente poco chiara, ed è difficile commentare qualcosa di incerto, nonché inutile. Del resto, il video era privato, anche se Storari l’ha reso pubblico, probabilmente senza rendersi conto di ciò che aveva catturato. Il vero problema è semmai ciò che si sente ogni domenica in pubblico, e anche durante la settimana. Perché stupirsi se nello spogliatoio chiuso di una squadra italiana qualcuno esprime odio per Napoli o semplicemente il Napoli? È “normale” in un paese in cui la cultura sportiva è all’età della pietra. In un clima del genere, di cui è colpevole la Federazione (che sa punire Benitez per ciò che nessuno ha ascoltato e non sa punire i tifosi per ciò che tutti ascoltano), i napoletani si sentano fieri di essere nei pensieri della squadra più forte e vincente d’Italia, che le uniche finali perse in questi anni di rinascita post-Calciopoli le ha dovute cedere al Napoli. Solo due volte i bianconeri hanno dovuto guardare gli avversari alzare la coppa. Non c’è dubbio che la Coppa Italia 2012 e la Supercoppa 2014 brucino ancora nello spogliatotoi juventino, a prescindere dal presunto urlo nel ventre del Santiago Bernabeu. Ora, per i bianconeri, la finale di Coppa Italia contro la Lazio e quella ben più ardua di Champions, contro il Barcellona, l’altra squadra-nazione sullo scenario europeo… oltre al Napoli, ovviamente.

Benitez, l’ispettore federale e la percezione delle offese

Angelo Forgione – Monello Rafa! Benitez in punizione per aver detto “calcio italiano di m…” durante Parma-Napoli del 10 maggio. Frase condannabile, certo, ma chi sapeva che l’aveva pronunciata? Nessuno, proprio nessuno, almeno fino alla squalifica inaspettata. L’unico che ha udito è stato uno zelante ispettore federale, che ha messo a referto e inviato tutto al giudice sportivo Tosel, a mo’ di intercettazione telefonica. E così una frase senza alcun effetto tangibile, che nessun quotidiano e nessuna tivù aveva riportato, e senza alcun soggetto dichiaratosi offeso, è spuntata fuori all’improvviso, due giorni dopo, amplificata in maniera deflagrante. C’e n’era il bisogno? E non veniteci a dire che Ibrahimovic ha preso 4 giornate di squalifica per aver detto “Francia paese di m…”. Lo fece davanti alle telecamere, e se ne accorse tutta la Francia.
Benitez non ci sta, e in conferenza stampa dall’Ucraina non le manda a dire: “Sono sorpreso che hanno sentito la mia frase sull’ostruzionismo del calcio italiano quando i cori sul Vesuvio erano sempre lì. E’ strano non sentire qualcosa per tutta la partita”. E il problema è tutto qui. Già, perché, come previsto dall’articolo 11 comma 3 del Codice di Giustizia sportiva, per i cori di discriminazione territoriale, cioè razzisti, vige l’aleatoria “dimensione e percezione reale del fenomeno”, cioè la valutazione caso per caso dell’entità del fenomeno e la relativa capacità di raggiungere l’offeso. Cioè, se cento tifosi urlano “Vesuvio lavali col fuoco” non sono punibili, perché rispetto a 30mila persone risultano irrilevanti, anche se l’ispettore federale li ascolta. Tutto discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e pure influenzabile da pressioni esterne. In poche parole, nessuna sanzione certa. Se invece Benitez offende l’Italia e il suo calcio, da solo e senza che nessuno se ne accorga, è punito politicamente, non sportivamente, con una giornata di squalifica, anche se l’unico che l’ha ascoltato e l’ispettore federale.
Offendere Napoli si può, a pagamento, e a volte anche gratis se si tratta di “sole” cento persone. Offendere l’Italia e il suo calcio non si può, anche se a farlo è una sola persona. È tutto così assurdo.

Gennaro vola via dalla terra della disperazione

Angelo Forgionegennaro_faracoUn dramma che si è consumato in pieno giorno davanti ai passanti che intorno alle 13,30 stavano attraversando via Roma a Pomigliano d’Arco. Dall’ottavo piano di un palazzo si è lanciato nel vuoto Gennaro Faraco. 25 anni, e lo riscrivo: 25 anni! Il buio davanti, la paura di non riuscire a trovare un lavoro e di non poter aiutare la sua famiglia. Poche righe in una lettera in cui ha raccontato la sofferenza per la sua disoccupazione e per il peso che portava sulle spalle: “Non ho lavoro, non ce la faccio più. Devo farla finita”. Gennaro, oggi, è ricordato da tutti i suoi amici come un ragazzo sempre sorridente, pronto a rinfrancare gli altri. Eppure ha mollato lui, volando via per scelta, spezzando la sua giovane vita sul duro suolo dell’angosciosa e angosciata Campania. Un tonfo e la tragedia. Il giorno prima la scelta estrema l’aveva presa un quarantenne, impiccatosi con la cintura nel bagno di casa.
Un paio d’anni fa, al suolo, ne ho visto uno sulla trentina, di fronte la mia abitazione. Lo vedevo fumare al balcone ogni giorno, e nel cuore della notte si lanciò dalla finestra. Le tracce di quella tragedia le ho sempre sotto gli occhi, ogni volta che mi affaccio.
Sento fortemente il problema di una terra alla quale sono state sottratte tutte le prospettive. Suicidi e uso di antidepressivi, in Campania, sono storicamente in quantità inferiore rispetto a tutte le altre regioni italiane. Ma la tendenza è davvero preoccupante. Mi sento impotente di fronte a questi veri e propri omicidi di stato, o suicidi indotti se preferite, e sto davvero male, anche perché Gennaro, il giovane Gennaro, era un mio fan. Ma soprattutto un ragazzo che amava Napoli e, infinitamente, il suo Napoli.

Napoli colera nei fumetti del fenomeno Sio

Angelo ForgioneIl veronese Simone Albrigi, in arte Sio, è un nome che gli appassionati di fumetti hanno conosciuto in rete. Scottecs, il suo canale YouTube, conta oltre 750mila iscritti e i suoi video arrivano ad avere oltre 1 milione di visualizzazioni. La pagina Facebook di Scottecs, con i suoi 414mila fan e le sue vignette virali, lo rende il fumettista italiano più seguito sui social. Dopo questo successo in rete, Sio ha conquistato anche le edicole con la rivista trimestrale Scottecs Megazine, uscita con il primo numero a febbraio. Il secondo numero, in edicola in questi giorni, ha riservato un’amara sorpresa a un ragazzino napoletano di 11 anni, trovatosi di fronte a una vignetta che l’ha fatto davvero arrabbiare: un vecchio muore a Frosinone pronunciando il detto “vedi Napoli e poi muori”, ricordando al suo giovane interlocutore che è stato a Napoli nel settembre 1973. Che è poi il tempo del colera, ma non viene specificato… il che rende il tutto ancor più pericoloso, poiché molti lettori neanche si chiederanno il perché dell’associazione tra la morte differita per causa napoletana e la data indicata.
Certo, l’ironia, il “black humor” di una vignetta realizzata da un fumettista, ma cosa deve pensare un ragazzino che ama la sua città, e che già percepisce il peso degli stereotipi? E cosa devono pensare tutti i ragazzi non napoletani, che a Napoli non ci sono mai stati, e che certamente non sanno che quell’epidemia di colera non colpì solo Napoli, e che Napoli fu la prima a debellarla? Forse è proprio così, anche per incauta ironia, che si alimentano i luoghi comuni e le intolleranze, colpendo le fasce più deboli, destinate a portarsi dietro un’associazione infondata tra Napoli e la morte, tra Napoli e il colera.
Il padre del lettore mi ha scritto indignato e disturbato dalla reazione del figliolo, il quale, dopo aver letto e guardato la striscia, ha avuto voglia di stracciare la rivista. E così ha protestato con un post sulla fanpage di Sio, il quale si è giustificato così: Porca vacca che megasfortuna, ho scelto un mese e anno a caso ed è proprio così. Ti chiedo scusa e farò del mio meglio per farlo anche sul Magazine“. Un mese e un anno a caso, certo… evidentemente Sio crede di potersi prendere gioco dell’undicenne napoletano, suo lettore.
Il numero 2 di Scottecs, per la cronaca, è stato presentato in anteprima proprio al Napoli Comicon.

vignetta

Paolo Villaggio tra l’onesta Londra e la Napoli ladra

Angelo ForgioneÈ ormai proverbiale la “buona parola” di Paolo Villaggio per Napoli, spesso citata come riferimento dell’incultura e dell’inciviltà italiana, partendo dalla cultura meridionale borbonica, colpevole del dissesto idrogeologico d’Italia e passando per la “monnezza” napoletana, ovvero la gente di Napoli. Stavolta è il turno dell’onestà dei napoletani, infangata gratuitamente a Porta a Porta del 6 maggio. Descrivendo una sua esperienza lavorativa d’età giovanile alla BBC di Londra, l’attore ha raccontato lo smarrimento della prima paga e l’inaspettata restituzione dei soldi:

«Ho preso queste cinque sterline, un patrimonio per quei tempi, e le ho messe in tasca. Ma le ho perse. Dopo quattro giorni mi arrivano per posta a casa. Un londinese che aveva trovato i soldi me li aveva spediti, come si fa a Napoli. Da quel momento ho capito di essere caduto in una cultura completamente diversa dalla nostra».

“Come si fa a Napoli”… gratuito sarcasmo misto a pregiudizio. Evidentemente Villaggio non sa che proprio qualche giorno fa un bergamasco di Albino ha ricevuto nella sua cassetta della posta l’intero contenuto di un portafogli, per poi pubblicare un post su facebook, poi divenuto virale: “Checché se ne dica su Napoli… Settimana scorsa ho perso il portafoglio con soldi e carte. Oggi mi è arrivato tutto il contenuto per posta a Bergamo… Sono commosso”. Appunto, checché ne dica Villaggio su Napoli…

Maradona o Messi? Diego superiore perchè “limitato”

Lombalgia e tossicodipendenza per l’unico vero rivoluzionario del Calcio

 

Angelo Forgione Il paragone tutto argentino tra Messi e Maradona spunta sempre fuori ad ogni magia di Lionel, colui che si è già assicurato un posto tra i grandissimi di tutti i tempi a suon di goal e dribbling, e con una carriera ancora tutta da completare. Ma spunta anche ad ogni flop della “pulce”, che da modo di evidenziare lo scarso carisma di cui è dotato.


Un dato è certo: Messi è evidentemente più incisivo di Maradona in fase realizzativa ma nel complesso Diego fu ben altra cosa per decisività e genialità. Fu lui che, venendo via da Barcellona, fece grande un Napoli mediocre, portandolo ai vertici del calcio nazionale e internazionale. Fu lui a vincere un campionato mondiale sostanzialmente da solo. A Messi tutto questo, al momento, manca.
Immaginiamo che oggi Lionel lasci il comodo e ricco Barcellona e si trasferisca all’Udinese (paragonabile per risultati al Napoli del 1984), club che, mettendogli vicino degli ottimi calciatori e non dei fuoriclasse assoluti, vinca lo scudetto in tre anni, in un campionato territorialmente spaccato in due da sempre. È questo quello che fece Maradona lasciando la Catalogna per Napoli. Immaginiamo che Messi diventi decisivo in nazionale come non lo è mai stato, a tal punto da vincere un mondiale praticamente da solo. È questo quello che fece Maradona nel 1986.
È inconfutabile che Maradona abbia reso il Napoli campione d’Italia e d’Europa e l’Argentina campione del mondo. E lo fece su una magica caviglia sinistra ricostruita dopo l’operazione chirurgica che gli salvò la carriera, messa a rischio dall’entrata killer del basco Goikoetxea. La memoria corta fa dimenticare anche la cronica patologia del “pibe de oro”, la lombalgia che lo costringeva a continue e logoranti infiltrazioni di cortisone grazie alle quali spesso riusciva ad andare in campo. Come se non bastassero gli handicap fisici, Maradona limitò se stesso con la sua tossicodipendenza, nata a Barcellona e trascinata ben oltre la fine della carriera. Quando riuscì a tenerla a bada dimostrò al mondo di poter scendere in campo con una decina di calciatori neanche eccelsi e vincere una Coppa del Mondo. Pensiamo allora a un Diego con la gamba mai operata, senza mal di schiena, lontano dalle droghe e “regolare” come Messi. Solo così conciato sarebbe risultato umano e avvicinabile, anche per i suoi avversari, che per fermarlo puntavano dritto alle sue gambe; Maradona non era né rispettato né tutelato, come lo è invece Messi, ed era un capopopolo per due popoli: gli argentini e i napoletani. “Ripagati” i primi, privati delle isole Malvinas dagli inglesi, “ripagati” anche i secondi, sottratti del rispetto dai settentrionali.
Messi, pur al 100% delle sue capacità fisiche e con la sua immensa classe, non ha fatto il Barcellona, zeppo di fuoriclasse. Anzi, si può sostenere che sia più Messi ad esser stato fatto dal Barça, il club che ha creduto nelle sue qualità garantendogli assistenza sanitaria quando, in età preadolescenziale, era effetto da un disturbo della crescita, facendolo guarire e maturare nella sua “cantera” e rendendolo il più brillante gioiello tra i tanti gioielli. Messi lo sa, ed è per questo che è grato al Barcellona, che è la sua casa, il suo club eterno. I paragoni sono solo un gioco per soddisfare chi vuol dare allo show-business un nuovo Re, un nuovo idolo massimo per i tempi moderni. La verità è che “la pulce” rievoca “el pibe”, ricorda le sue magie, ma non sarà mai Diego, l’unico vero rivoluzionario del Calcio, il Che Guevara del pallone, il calciatore inviso ai potenti che sovvertì ogni gerarchia e fece vincere il Napoli, un club storico d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale. Fu proprio lui a dire nel 1995 «tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli». Il migliore… del mondo… a Napoli, non il migliore del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria dal basso, smettendo la maglietta del ricco Barcellona, e mica per infilare quella della Juventus! Pur di fuggire dall’inferno catalano accettò alla cieca la maglia che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima.
Diego era un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti a Ferlaino. Giordano e Careca, giusto per citare la storica Ma-Gi-Ca, li volle lui al suo fianco, e quelli lasciarono le loro squadre del cuore, la Lazio e il São Paulo, pur di giocare col più grande di tutti. Diego condizionò le convocazioni in nazionale del cittì Carlos Bilardo. E si mise contro i dinosauri della FIGC, della sua AFA e della FIFA, che gli fecero pagare tutto.
Messi è nel gotha del Calcio ma nel Barcellona più forte di sempre vi è nato, vi è cresciuto e vi “morirà”. Determina risultati e segna a raffica, più di Maradona, ma nel suo fortissimo club, e molto meno in nazionale. Delizia tutti gli amanti del Calcio nel mondo, ma non cambia gerarchie, non detta gli acquisti, non indirizza le convocazioni in nazionale e non ha il piglio del rivoluzionario. Diego fu un calciatore che sfidò e piegò le leggi della fisica e della logica, un calciatore che andò ben oltre il football. Insomma, Messi sarà pure un Carracci ma Maradona è un Caravaggio.