Piazza Plebiscito, roba da svizzeri

Angelo Forgione – La presenza dei nazionali svizzeri a Napoli è testimonianza storica di intense relazioni intrecciate dal Quattrocento fino a qualche decennio fa. Nel secondo Novecento i napoletani hanno iniziato a lasciare la propria terra per i territori del Nord-Italia e oltre, Svizzera compresa, con il sogno di una vita migliore, ma nei secoli precedenti era stata Napoli a rappresentare un approdo dinamico per chi cercava opportunità di lavoro più appaganti. Ginevra, Neuchâtel e Zurigo erano all’epoca il motore migratorio del territorio elvetico, come oggi lo è Napoli, che invece sprigionò, fino all’Unità d’Italia, grande capacità attrattiva anche nei confronti dei germanofoni e dei francofoni. Nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere: Caflish, Meuricoffre, Egg, Wenner, Schlaepfer, Vonwiller, Corradini, Zollinger, Meyer, Von Arx, tanto per citare le più rappresentative famiglie scese nella Napoli borbonica, dove tra l’altro erano di stanza i reggimenti svizzeri al servizio dei Borbone, fedeli alla Casa Reale fino al 1861. Rimase in piedi fino al 1984 la Scuola svizzera, istituita in forma di centro educativo nel 1811, chiusa per mancanza di alunni.
Singolare la storia della pasta Vojello, nata dalla conversione all’arte della pasta di August von Wittel, un progettista di Thun chiamato sotto il Vesuvio da Ferdinando II per la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (approfondimenti su Made in Naples, Magenes 2013). Ma forse la curiosità maggiore sta nella realizzazione della piazza simbolo di Napoli: i due edifici monumentali dirempettai del largo di Palazzo sono “made in Suisse”. Già, perché il Palazzo Reale fu realizzato dall’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543, che nel 1593 ricevette dal vicerè Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos, l’incarico di “cambiare il volto di Napoli”, seconda città dell’Impero di Spagna dopo Madrid e prima per popolazione, in vista della visita del Re Filippo III (che però non avvenne mai). La costruzione fu completata nel 1620 nelle sembianze che poi sarebbero mutate definitivamente nell’Ottocento, e sostituì la precedente residenza vicereale fatta edificare cinquant’anni prima dal viceré Don Pedro de Toledo, al culmine della strada da quest’ultimo aperta. Ed è ticinese anche la firma alla Basilica di San Francesco di Paola, dell’architetto Pietro Bianchi da Lugano, incaricato da Ferdinando I di Borbone di realizzare un edificio sacro per assolvere un voto di riconoscenza per la riconquista del Regno dopo il Congresso di Vienna. Inaugurata il 30 maggio del 1831, la chiesa in stile neoclassico fu compiuta definitivamente nel 1836, testimoniando al mondo l’importanza universale degli scavi di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia. Ma neanche i napoletani avrebbero mai immaginato che quel ponte urbanistico tra il Seicento e l’Ottocento che avrebbe separato i due lati del celebre slargo avrebbe portato da Fontana a Bianchi, da uno svizzero all’altro.

Senza soldi non si cantano messe

Angelo Forgione – Il treno Carratelli è partito e mi ci aggancio in corsa. Quanto ha scritto su napoli.com (leggi) circa il Napoli “empolizzato” non fa una piega. “Senza risorse e senza alternative siamo una città morta e il calcio ne è l’inevitabile riflesso”, scrive il decano del giornalismo partenopeo, che conosce l’ambiente e tutto ciò che c’è, o meglio non c’è, attorno al pallone di casa Napoli. Ma i tifosi continuano a non voler andare oltre, a guardare l’azzurro coi paraocchi, perché quello che sta a destra e sinistra, ma anche dietro e oltre, sembra proprio non interessare a nessuno. Napoli è città stesa supina, dolorante, come un calciatore coi crampi, tanto per restare nella metafora calcistica, ma nessuno accorre a prestargli soccorso. Non c’è un euro, e quelli che potrebbero piovere dall’Unione Europea (100 milioni) per la riqualificazione del Centro Storico Unesco si rischia seriamente di perderli per immobilismo di Regione e Comune. 42 i milioni dei fondi già persi per il Porto di Napoli, che non è neanche elettrificato, il che significa che le navi sono costrette a tenere i motori accesi (e a inquinare l’aria) per continuare le attività vitali a bordo. Tutto o quasi è fermo, sospeso, come il destino di ogni cittadino napoletano che rischia ogni giorno di rimetterci la vita per un cornicione che si stacca da un monumento, per un tronco d’albero che collassa o un palo della luce che piomba sull’asfalto. Le grandi industrie mancano e non si riesce neanche a sfruttare la risorsa turistica, il vero oro sprecato. Ma i tifosi del Napoli proprio non lo vogliono capire che il calcio è un fenomeno industriale, che è uno “sport” che si addice alle città industriali, ed è in quelle che è nato. Ho scritto 350 pagine e passa di saggio (Dov’è la Vittoria) per dare degli strumenti di comprensione, per spiegare che Manchester, Liverpool, Barcellona, Monaco di Baviera, Torino e Milano, centri che esprimano più di una squadra e che ospitano club tra i più seguiti e vincenti del Vecchio Continente, sono cresciuti urbanisticamente ed economicamente con la loro industrializzazione massiccia e con i grossi flussi migratori che li hanno interessati. Non è sufficiente essere una città grande e popolosa (ma in fase di svuotamento) per pretendere di vincere ad ogni costo. La Champions League l’hanno vinta solo quattro capitali europee: Madrid, Lisbona, Amsterdam e Londra, quest’ultima una sola volta e solo recentemente, nel 2012, grazie agli investimenti russi, in una città che esprime ben 8 squadre.
Per vincere nel calcio c’è bisogno di un tessuto produttivo che generi opportunità e interessi capaci di attrarre capitali, e Napoli non ce l’ha. Gli Al-Thani, che ancora non hanno vinto in Europa, sono approdati a Parigi perché l’allora presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy firmò con loro un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatarioti sul territorio francese, che è divenuto per loro un paradiso fiscale. Da allora, tra Francia e Qatar intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio e cooperazione scientifica. A Napoli sono in troppi convinti che se De Laurentiis si facesse da parte lascerebbe campo libero a investitori più forti. Chi sono? E dove sono? Non c’erano quando per una “manciata” di milioni di euro nessuno si fece vivo nel 2004, mentre Capitalia, in difesa dei suoi crediti, trovava prima Lotito per la Lazio e poi gli americani per la Roma, salvando due società ben più indebitate del Napoli. E quali interessi avrebbero da sfruttare i ricchi investitori internazionali alle falde del Vesuvio? Nessuno! Neanche sullo stadio da ristrutturare – avessi detto uno nuovo! – ci si riesce a mettere d’accordo. Non è che il Comune di Torino se la passi assai meglio di quello di Napoli, ma nel capoluogo piemontese certi interessi di matrice industriale e turistica hanno fatto sì che in un ventennio sorgessero di fatto tre stadi nuovi, mentre a Napoli il tempio del Calcio divorava enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione.
Ma i tifosi del Napoli, imbattibili per passione, lo sono anche per convinzione (sbagliata) e sono persuasi in grandissima parte di supportare la squadra di una capitale del Calcio che vincerebbe e stravincerebbe se De Laurentiis la smettesse di fare l’imprenditore sbruffone a conduzione familiare. Al netto degli errori del patron azzurro, i paraocchi sono il vero limite di una tifoseria che dovrebbe dunque capire che Napoli è città invischiata nelle sabbie mobili del territorio più depresso dell’Eurozona e, in quanto tale, periferia del calcio. Eppure sempre in Europa da sei anni, eppure al posto 20 del ranking UEFA (seconda squadra italiana), eppure con lo sfizio di qualche coppetta nazionale portata in bacheca e strappata ai dominatori di sempre, quelli dell’industria per antonomasia. Ma veramente vogliamo pensare che la Napoli calcistica sia una realtà inespressa dal lontano 1926, e che solo nei 5 anni di Maradona, quando la politica democristiana lo volle in azzurro per dar sollievo alla Campania post-terremoto, abbia fatto il proprio dovere? Suvvia!
Non si può sognare la vittoria quando per due stagioni si resta senza la ghiotta fetta di introiti della Champions League. C’è ora solo da far quadrare i bilanci e programmare diversamente; non si può altrimenti, a meno che non si voglia avviare una nuova spirale negativa. È difficile digerirlo, certo, ma è la realtà, e chi non la guarda finisce nella zona d’ombra della frustrazione. In troppi ci sono già dentro da un bel pò.

Dalla Melannurca elisir contro colesterolo e calvizie

Angelo Forgione – La Melannurca, “la regina delle mele”, ha effetti benefici per il controllo del colesterolo cattivo e il contrasto alla calvizie. Il dipartimento di Farmacia dell’università “Federico II” di Napoli dai polifenoli estratti dalle meletipiche della Campania ha ottenuto due prodotti nutraceutici in avanzata fase di sperimentazione sull’uomo, e insieme al Consorzio di tutela Melannurca Igp, all’Expo, ha firmato un protocollo d’intesa che assicura ai soli produttori di Melannurca Igp la possibilità di fornire materia prima all’industria nutraceutica. L’ateneo federiciano ha lavorato tre anni sulle cultivar Melannurca e Mela Rossa del Sud, coltivate nell’areale di produzione dell’Igp, evidenziando che tutte le mele contengono polifenoli ma le cultivar hanno un contenuto di un gruppo di polifenoli dai riconosciuti effetti salutistici, le procianidine, molto superiore. Così è stato messo a punto AppleMets colesterolo, un prodotto nutraceutico in grado di ridurre del 28,8% il colesterolo totale e incrementare l’espressione delle HDL (colesterolo buono) del 60%. Il preparato ha una dose giornaliera in polifenoli totali – 800 milligrammi – equivalente a otto mele annurche, ed e’ in corso la fase finale di sperimentazione sull’uomo. Replicato il procedimento per AppleMets hair, che combatte efficacemente la calvizie, consentendo la ricrescita dei capelli con un aumento significativo anche del diametro dei capelli. In questo caso lo studio si è concentrato sulla selezione della Procianidina B-2, responsabile dell’effetto ricrescita.

Quando Sant’Antonio detronizzò San Gennaro

Angelo Forgione – 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona, per circa 15 anni patrono di Napoli, in luogo di San Gennaro.
All’alba del 1799, i giacobini francesi avevano instaurato la Repubblica Partenopea, affidandola alla pochezza politica della borghesia e della nobiltà locale, incapaci di produrre riforme e indulgenti rispetto ai furti di opere d’arte e danaro che i francesi operarono in città. Ferdinando IV fu costretto a riparare a Palermo ma godette del sostegno del popolo, che, ingrossando l’inferocito Esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, risalendo dalla Calabria, dopo soli sei mesi gli restituì il trono. Su pressione inglese e per risentimento della tradita Maria Carolina, furono giustiziati un centinaio di repubblicani giacobini e furono inflitte detenzioni ed esili. Tra questi, Domenico Cirillo, ex medico personale della regina, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, per vent’anni sua amica e bibliotecaria personale, prima di cambiare atteggiamento e definire la Regina “tribade impura”. Certamente, con quel centinaio di esecuzioni, al patibolo venne traumaticamente strozzata l’intellighenzia che aveva costituito linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma le migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani, che gli riversarono colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo, sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma ne furono probabilmente di più; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima, limitata ai primi cinque mesi di governo franco-giacobino, di sessantamila vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica, oltre ad incalcolabili saccheggi dalle Calabrie alle Puglie.
I napoletani arrivarono addirittura a “detronizzare” San Gennaro, accusato di parteggiare per i giacobini, artefici di una guerra sistematica contro la fede cattolica. Il generale francese Jean Étienne Championnet impose all’arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare che la liquefazione del sangue era avvenuta nel giorno dell’arrivo dei francesi. Quando le armate della Santa Fede giunsero a liberare la città, era proprio il 13 giugno, e il posto di patrono di Napoli fu assegnato a Sant’Antonio da Padova, raffigurato da quel momento con la bandiera borbonica. San Gennaro sarebbe tornato al suo “posto” solo dopo la Restaurazione del 1815, circa quindici anni dopo.
Celebre il Canto dei Sanfedisti, in cui Sant’Antonio è protagonista della riscossa.

Alli tridece de giugno sant’Antonio gluriuso.
‘E signure, ‘sti birbante ‘e facettero ‘o mazzo tante
So’ venute li francise, aute tasse n’ci hanno mise.
Liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te.
Sona sona sona Carmagnola
sona li cunsiglia viva ‘o rre cu la Famiglia.

(video) Pastore: «’Dov’è la Vittoria’ sarà materia di studio»

dlv_feltrinelliÈ stato presentato mercoledì 10 giugno a la Feltrinelli di Napoli Chiaia il saggio Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione. Con l’autore sono intervenuti Rosario Pastore, storica firma della Gazzetta dello Sport, e Luigi Necco, altrettanto storico volto della Rai.
Proprio Rosario Pastore, concluso l’appuntamento ricco di belle parole, ha affidato alla sua pagina facebook un convinto invito alla lettura del libro (di seguito riportato).

Da un po’ di tempo, fra me e Angelo Forgione è in atto un simpatico duetto: io lo chiamo Maestro e lui, del tutto indebitamente, chiama maestro me. In realtà, da parte mia è un po’ più che un giochetto: perché quando chiamo maestro Angelo, lo faccio del tutto seriamente. Ho sempre seguito questa linea: chi merita di essere chiamato Maestro è uno che, almeno nel suo campo, ne sa molto più del suo prossimo. E Forgione ha ampiamente dimostrato che ben pochi, o forse nessuno, è in grado di competere con lui negli argomenti che lo appassionano. Un’altra cosa ho imparato nella mia, ahimè, lunga vita. Ed è che è abbastanza facile scrivere la prima opera, molto più difficile scrivere la seconda. Una legge che vale un po’ in tutti i campi. Si può dipingere un bel quadro, si può scattare una attraente fotografia, si può recitare con successo in una “piece” teatrale, si può scrivere un buon libro, alla prima botta. Perché quando ti accingi ad una cosa del tutto nuova, dai fondo a quanto sai, gratti il barile della tua esperienza, ti affidi alla tua incosciente faccia tosta e magari riesci ad avere successo. Quando devi fare il bis, però, cominciano le difficoltà. Perché non è più il tuo istinto ad aiutarti ma quello che hai veramente dentro, il tuo talento naturale. Ebbene, quando ho letto la prima opera di Forgione, Made in Naples, mi tuffai con molto godimento nelle pagine di uno che dimostrava di conoscere a fondo la materia che presentava. E infatti, ci troviamo di fronte non ad un improvvisatore ma ad un vero, approfondito studioso di uno Stato, di una città che purtroppo non esistono più e che sono state offese, calpestate, mortificate nelle loro stessa essenza. Chi vi parla non è un borbonico e quindi non accetta di prendere per oro colato tutto quello che gli viene propinato. E infatti Forgione col suo libro non voleva convincere ma raccontare, illustrare, dimostrare. Made in Naples ha avuto il successo che meritava e continuerà ad averlo. Ma ora eccoci davanti alla seconda opera, questo Dov’è la Vittoria. Non un trattato, non un raccontino, non un “excursus”, ma una vera e propria denuncia, proprio come una vera e propria denuncia era stato Made in Naples. Angelo Forgione, nell’accingersi a scrivere la sua seconda opera, quella della verità, non ha inanellato una serie di fattarielli, ha studiato la materia, si è tuffato in questo mondo prendendolo di petto, ne ha studiato gli aspetti più sconcertanti. Ne è venuto fuori un prodotto che sarà materia di studio e un libro praticamente obbligatorio sia per gli addetti ai lavori sia per quanti si pongono domande alla quali, fino ad oggi, non sono state date risposte esaurienti. Alcune di queste domande le troviamo nella controcopertina del libro. Ma sono solo alcune. A tante altre, a tutte, Forgione dà le sue risposte e lo fa in maniera del tutto esauriente. Non è un caso che quanto sta accadendo nel Napoli in questi giorni rispecchia quanto Angelo anticipa nella sua opera. Dopo anni di illusioni di grandezza, gli obiettivi della squadra sono ridimensionati. Non più sogni europeisti, con un allenatore con fama, a torto o a ragione, internazionale come Rafa Benitez ma un bravo tecnico, per di più napoletano, i cui meriti sono di aver dato un gioco decente ad un Empoli appena arrivato in serie A, guidandolo ad una tranquilla salvezza. E dando alla squadra un gioco piacevole ed a tratti spettacolare. In ogni caso, un allenatore i cui meriti sono da verificare in un ambiente difficile come il nostro. Perché questo ridimensionamento? E perché, mentre il Napoli, agli inizi del XXI secolo, veniva mandato in serie C senza pietà, altre squadre, come la Roma e specialmente la Lazio di un certo Lotito, venivano risparmiate ed i loro debiti venivano spalmati in comodi pagamenti, anche con scadenza venticinquennale e senza interessi? E come mai la Juve, coinvolta pesantemente in Calciopoli, veniva punita solo alla serie B e gli venivano tolti solo due scudetti mentre, stando alle indagini, sarebbero molti di più quelli conquistati più o meno legittimamente? Il calcio meridionale raccoglie solo le briciole di quanto gli lascia, con tanta magnanimità, il calcio del Nord. Squadre che rappresentano realtà importanti, come il Palermo, non hanno mai vinto uno scudetto. Il Napoli ne ha conquistati due, ma solo grazie al fatto di poter contare sul giocatore più forte del mondo, un lusso che, negli anni seguenti, fu pagato amaramente. Di tutto questo e di moltissimo altro parla e discute Forgione in Dov’è la Vittoria, una pubblicazione, che ripeto, deve trovare posto nelle vostre librerie. Dopo averla letta, naturalmente.
R. P.

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Parte il restauro della Cassa Armonica di Napoli

Angelo ForgioneAmputata della sua pensilina perimetrale in occasione delle World Series dell’America’s Cup 2012, ha finalmente preso il via l’intervento di restauro della Cassa Armonica della villa comunale di Napoli, che sarà restituita alla città – sottolinea una nota del Comune – “nel suo originario splendore”.
Il progetto, finanziato dal Comune per un importo di 450mila euro, è della società RTU restauri di Montella, in provincia di Avellino, che si è aggiudicata la gara per la riqualificazione completa della struttura. I lavori di ripristino interessano non soltanto la corona, smontata durante la prima edizione delle World Series di Coppa America, ma anche il basamento e le parti marmoree. Una parte consistente delle opere, come il restauro di tutte le parti in ferro e degli elementi decorativi in ghisa, viene effettuata presso la sede della RTU.
In Villa Comunale poi si provvederà alla sostituzione dei vetri, alla deumidificazione della cassa di risonanza ed al restauro di marmi, bronzi e del tavolato di legno. Nella Cassa Armonica, progettata da Enrico Alvino nel 1862, e realizzata 15 anni dopo, si esibiva, in passato, la Banda della Città di Napoli. Dopo un restauro superficiale avvenuto negli anni ’80, la struttura necessitava di interventi importanti che oggi si stanno realizzando e si concluderanno entro marzo 2016. Il cantiere in Villa Comunale sarà aperto, ogni quindici giorni, a partire dalla fine di questa estate, a cittadini e studiosi che potranno prenotare una visita all’impianto e seguire da vicino le varie fasi del restauro.

Pillole di ‘Dov’è la Vittoria’ a Marte Sport Live (Radio Marte)

Tratto dalla puntata serale del 9 giugno di Marte Sport Live (Radio Marte) condotta da Massimo D’Alessandro, il mio intervento in studio alla vigilia della presentazione di Dov’è la Vittoria a La Feltrinelli di Napoli Chiaia.

Presentazione DOV’È LA VITTORIA a La Feltrinelli di Napoli

Mercoledì 10 giugno, alle ore 18:00, la Feltrinelli di Napoli Chiaia propone “Le due Italie nel pallone”, evento di presentazione del libro Dov’è la Vittoria di Angelo Forgione.
Con l’autore interviengono Luigi Necco e Rosario Pastore.

Feltrinelliclicca qui per guardare il booktrailer

Evento sul sito lafeltrinelli.it

La frustrazione napoletana della vittoria che non arriva

Angelo ForgioneDurante la trasmissione del 2 giugno di Club Napoli All News, in onda sull’emittente TeleClubItalia, alla quale ho presenziato come ospite per presentare il mio libro Dov’è la Vittoria, un telespettatore è intervenuto in diretta per lamentarsi della scarsa confidenza del Napoli con lo scudetto, incarnando la filosofia imperante a Napoli del “noi vogliamo vincere”. Una filosofia che non ammette ragionamenti più ampi, sui quali invece tutti dovrebbero riflettere in una piazza come quella partenopea e in tutte quelle meridionali. La mia risposta – una di quelle offerte nel mio saggio – ha convinto amaramente sia il tifoso da casa che il conduttore Francesco Molaro.

De Laurentiis, Benitez, calciatori e tifosi. Perdono tutti.

Angelo Forgione – Si chiude una stagione sciagurata, inaugurata con un preliminare di Champions League affrontato con troppa sufficienza al cospetto di una squadra modesta, eliminata ben presto dallo scenario europeo. Era il tempo della campagna acquisti col freno a mano tirato, dell’indebolimento preventivato nella prospettiva del passaggio alla fase a gironi, che tale rimase perché il cammino in Champions si fermò lì. Per Benitez, già alla vigilia non si sarebbe trattato di un dramma, mentre il dramma sportivo lo viveva lui dovendo schierare Rafael al posto di Reina e il ripudiato Gargano di ritorno in luogo di Behrami. Non si dimise, ma si allineò alle volontà della Società, da aziendalista quale non è. Errore grave.
Eppure Aurelio De Laurentiis aveva fatto proclami roboanti: «lotteremo per lo scudetto», disse il patron. Ma in lizza il Napoli non c’è mai stato. È arrivato a dicembre alla conquista della Supercoppa, un bel regalo di Natale per i tifosi, ma non troppo di più sulla bilancia di una stagione in cui si è pure sfiorata la finale di Europa-League, senza acciuffare né quella né la qualificazione ai preliminari di Champions. Insomma, dai sogni di scudetto al posto cinque nella graduatoria della Serie A 2014-15.
Si chiude tristemente il biennio spagnolo, inaugurato con grandi auspici quando De Laurentiis volò in Inghilterra a convincere Benitez, una grande figura del Football internazionale, per rendere il Napoli ancora più europeo. Il mister ereditava la Champions diretta lasciatagli da Mazzarri – uscendone poi per differenza reti in un girone di acciaio – ma non sarebbe riuscito ad agguantarla nelle sue due campagne italiane. Il presupposto era quello di accrescere l’appeal internazionale del Napoli, ed è purtroppo fallito.
Benitez non si discuterebbe, perché il curriculum parla per lui, e se va al Real Madrid non è per improvvisa follia della dirigenza dei blancos. Una Coppa Italia e una Supercoppa pure le ha portate a casa, ma si separa dal Napoli in modo amaro, volando via, alla volta del club più prestigioso del pianeta, lasciandosi alle spalle le macerie di una squadra da ricostruire in buona parte. E sarà dura, perché due stagioni senza Champions League, per un club italiano che vuol crescere, precludono il sostegno agli investimenti importanti. La patata bollente resta tra le mani di De Laurentiis, già gravato dell’impegno per uno stadio almeno decente ma che, una volta reso presentabile, non porterà importanti entrate al club.
Perdono un po’ tutti in questi due anni che dovevano rappresentare ben altro. A cominciare dallo stesso De Laurentiis, che ha perso la sua scommessa, non avendo gli argomenti per rendere la presenza di un allenatore stimato nel mondo più di una semplice esperienza, e neanche positiva. Perde Benitez, che, troppo preso da se stesso, non ha saputo compattare una squadra la cui grande vulnerabilità è stata nella mancanza di vere motivazioni (vedi Empoli e Parma) più che nell’incredibile perforabilità, e che non ha saputo lasciare un buon ricordo prima di andarsi a prendere la più ambita delle panchine. Perdono i calciatori, compresi quelli più rappresentativi, privi di carattere, cattiveria e decisività. Perdono anche certi tifosi, che indegnamente hanno apostrofato con nomignoli poco eleganti un allenatore “rotondo” che ha sponsorizzato nel mondo le bellezze del territorio e che si sono abbandonati a cori disgustosi nei confronti della madre del presidente, defunta da poco. Non è questa la Napoli civile che ci si auspicherebbe. Sì, De Laurentiis ha i suoi difetti, non è certamente un benefattore, ma resta comunque artefice di un mezzo miracolo sportivo e di una gestione aziendale con pochi punti deboli. Il suo Napoli è sano, indipendente e con le spalle alle banche; è collocato al 20° posto del ranking europeo, seconda tra le italiane, pur essendo espressione del territorio più depresso dell’Eurozona. Ma la vicenda stadio dimostra quanto sia difficile fare Calcio a Napoli e nel Mezzogiorno d’Italia in generale. La maturità non giungerà mai finché ci si sentirà in diritto di pretendere la vittoria senza guardarsi intorno, senza comprendere che gli scudetti sono arrivati nella povera Napoli solo grazie a Maradona, acquistato grazie alle forze politiche degli anni Ottanta, per poi pagare il grande sforzo col fallimento.
La stagione degli sprechi è finita. Andate in pace… si fa per dire.