I 100 bombardamenti di Napoli

americani e inglesi sfregiarono la memoria artistica della città e le sue industrie

Angelo Forgione – Napoli città dal destino avverso. Uno dei periodi più tragici è stato sicuramente quello bellico, quando la città pagò (ancora una volta) la sua posizione di privilegio nel Mediterraneo e la presenza delle sue industrie. Finì con l’essere designata quale obiettivo strategico da colpire, il più bombardato d’Italia: più di cento raid aerei, in gran parte degli Alleati anglo-americani, circa venticinquemila vittime civili e un tessuto sociale e urbano devastato nelle abitazioni civili, nei monumenti, negli ospedali e nelle fabbriche. La popolazione napoletana fu vittima di una strategia del terrore, esasperata di proposito nel morale per essere condotta alla sollevazione e alla resistenza che sfociò nelle Quattro giornate del ‘43 con cui furono scacciati i nazisti. Tutto questo è dimostrato da una lettera dal presidente USA Franklin Roosevelt al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill, datata luglio 1941:
“[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.”
Nell’ottobre del 1942, Roosevelt scrisse ancora a Churcill:
“[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.”
Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA affermò:
volantino_alleati“Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]”
Alla fine, la città fu messa in ginocchio. I monumenti furono gravemente danneggiati, uno scempio studiato a tavolino, ed emblematico è il caso della basilica di Santa Chiara che perse tutta la ricercatezza artistica del periodo barocco (vedi a lato) e gli affreschi settecenteschi nella ricostruzione del dopoguerra che si rifece all’aspetto originale del Trecento. Le macerie diedero un’ulteriore spallata all’industria dell’ex-capitale che s’incamminò verso il declino completo avviato con l’Unità d’Italia. Fortunata Napoli.

Eugenio Di Rienzo: «il revisionismo non è invenzione»

Eugenio Di Rienzo: «il revisionismo non è invenzione»

a Tg2 “Mizar” un’altra spallata alla retorica risorgimentale

Angelo Forgione – Nel video “il più bello dei regni” dedicato alla vittoria sportiva del Napoli sul Chelsea, ho fatto qualche riferimento storico al ruolo che l’Inghilterra e le politiche di Londra hanno avuto (anche) nella storia di Napoli. Le ingerenze e le prepotenze furono tante perchè tanto timore e tanto astio si accumulò durante il regno di Ferdinando II che non accettava imposizioni di politica estera e non subiva alcun complesso di inferiorità.
Nella notte tra Sabato 25 e Domenica 26 Febbraio, la rubrica del Tg2 “Mizar“, una delle più sensibili alla verità storica, ha proposto una recensione del libro “Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee” (euro 14,00) dello storico Eugenio Di Rienzo dell’Università “La Sapienza” di Roma il quale ha spiegato a chiare lettere che il 150° anniversario dell’unità d’Italia è stato un’imposizione all’apologia del Risorgimento e che gli storici hanno il dovere di fare luce sugli accadimenti. Di Rienzo ha dato un’ulteriore spallata alla storiografia ufficiale legittimando una volta di più le tesi dei revisionisti: «Tanti fatti scaturiti dagli archivi stranieri che ho scritto sono considerati da anni leggenda neoborbonica ma quella non è leggenda» (è certamente più fantasiosa la leggenda dell’orgoglio rancoroso di matrice cazzulliana).
Il libro descrive il crollo del Regno delle Due Sicilie per causa di una decisiva pressione delle grandi “potenze marittime”, Francia e Inghilterra,  che dalla metà del XIX secolo tentarono di trasformare il Mezzogiorno in una colonia economica e in un avamposto strategico funzionale alla loro strategia mediterranea. Nel testo è proposta una documentazione inedita, proveniente dagli archivi diplomatici francesi, inglesi, austriaci, russi, spagnoli. Il saggio suggerisce inoltre che la stessa debolezza geopolitica che determinò il crollo dello Stato napoletano avrebbe condizionato, fino ai nostri giorni, il destino della “media potenza” italiana nel segno di un passato destinato a non passare.
E non è un caso che Garibaldi, recatosi a Londra nel 1864, fu acclamato da migliaia di persone deliranti. Fu l’uomo che cancellò il nemico napoletano, il più grande pericolo nel Mediterraneo; fu l’uomo che regalò un regno ricco e orgoglioso ai mediocri Savoia creandone uno più grande ma politicamente suddito del Regno unito.

Botte al bimbo perchè non tifa Napoli. Ma è una bufala!

Botte al bimbo perchè non tifa Napoli. Ma è una bufala!
macchina del fango contro Napoli sulla memoria di Gabriele Sandri

Angelo Forgione – “Napoli – Nel quartiere Sanità oggi si è sfiorata l’ennesima tragedia quando Gennaro Di Pasquale, sotto evidente effetto dell’alcol, ha massacrato il figlio sotto gli occhi divertiti dei passanti. All’arresto l’uomo dichiara «mio figlio no vuole dire ‘Forza Napoli’»”. È la notizia che correda l’immagine di un bambino con un occhio tumefatto, la bocca gonfia e un lungo segno sanguinolento.
La notizia fa il giro del web, velocemente. E velocemente piovono sui Napoletani attacchi razzisti violentissimi. Gratuiti, perchè la foto si riferisce a Logan Trim, un bambino inglese aggredito da un labrador la cui notizia è stata pubblicata il 16 Giugno 2011 da un quotidiano online britannico. E la cosa ancora più grave è che a pubblicare la bufala diffamatoria sia stato il gruppo Facebook “Gabriele Sandri, fondazione” intitolato al tifoso laziale morto nel 2007 in un’area di servizio dell’autostrada A1. Ma quel gruppo Facebook non è riconducibile alla vera “Fondazione Gabriele Sandri”. Insomma, qualche cane sciolto come i tanti che si incontrano sul web ha macchinato la diffamazione tanto per gettare fango sui Napoletani, cercando di rendere credibile il tutto timbrandolo col nome di una fondazione dedicata ad un tifoso laziale che è un’icona per quella tifoseria.
Il caso mette in risalto anche le controindicazioni dei social network, laddove tutti possono inventare storie facendole passare per vere a chi non ne verifica l’autenticità. “Bastardo napoletano… questa è Napoli e non lamentiamoci se fanno cose del genere… Forza Vesuvio, sterminali tutti…” e altre le frasi indicibili di commento alla notizia falsa che ha leso anche il nome di Gabriele Sandri e quello della fondazione a lui dedicata.
Giorgio Sandri, padre di Gabriele, ha denunciato il fatto alla polizia postale e ai moderatori di Facebook; sulla sua pagina Facebook pubblica, ha scritto che la falsa notizia offende il figlio, la fondazione e la città di Napoli. Il portavoce della vera “Fondazione Gabriele Sandri” ha preso le distanze e si sta tutelando nelle sedi opportune. Intanto l’autore della bravata ha cancellato il link con la foto e la bufala. Ma non dovrà bastargli; la polizia postale deve stanarlo affinchè simili vicende non si ripetano più.

Traffico a Napoli? Meglio di Milano e Roma.

Traffico a Napoli? Meglio di Milano e Roma.
stilata la classifica delle città più trafficate in Europa

di Angelo Forgione per napoli.com

Sfatato un altro luogo comune: il traffico di Napoli non è poi così infernale. O almeno lo è meno di quello di altre metropoli europee. “TomTom”, leader mondiale nel settore della navigazione satellitare, ha rivelato i risultati di uno studio condotto per conto della Commissione Europea sulle metropoli più trafficate d’Europa per ritardo medio a causa del traffico, e la città partenopea risulta essere alla posizione numero 20, meglio di Milano (14) e Roma (18).
La classifica è stata stilata ricavando i dati sulla base delle velocità reali di percorrenza sulla rete stradale delle città di dimensioni superiori ai 50mila abitanti e con una rete stradale di oltre 200km. Le velocità sono state calcolate grazie ai rilevamenti anonimi registrati sui circa 40 milioni di apparecchi TomTom in circolazione, che vengono inviati quotidianamente quando gli automobilisti collegano il proprio apparecchio ai software gratuiti TomTom HOME e MYTomTom.
La città con più ingorghi d’Europa risulta essere Bruxelles che supera Varsavia e Londra, nonostante la “Congestion Charge” istituita per limitare la circolazione nel centro della Capitale britannica. Gli automobilisti belgi devono affrontare, quotidianamente, ritardi su oltre il 39% delle strade percorse a fronte del 27% di quelle di Napoli.
Il vero incubo per gli automobilisti si materializza proprio in Polonia, Inghilterra e Francia, mentre Spagna ei Paesi Nordici sono le nazioni in cui si viaggia con più puntualità.
Tra le prime 10 si posizionano infatti anche Breslavia, Manchester ed Edimburgo, in compagnia di Tolosa, Lione, Marsiglia e Parigi che fanno della Francia un vero e proprio incubo per gli automobilisti. Brutta media per i tedeschi che piazzano ben 14 centri urbani sui 50 in classifica, anche se il primo, Monaco di baviera, è solo alla posizione 25.
Nella Top 10 Italiana, invece, il nord piazza ben sei città (Milano, Genova, Torino, Bergamo, Bologna e Padova) contro due del centro (Roma e Firenze) e due del Sud (Napoli e Palermo).
La strada a scorrimento più lento d’Italia si trova a Palermo ed è Viale Regione Siciliana, nota anche come circonvallazione di Palermo. A seguire Via Francesco Cigna a Torino prima delle quattro strade-lumaca del milanese: Via Vittorio Veneto a Cassano d’Adda, Via Lunigiana, Via Porpora e Via Pontaccio a Milano. Presenti tra le 10 più trafficate anche Via Veneto e la Salaria a Roma, mentre nessuna strada di Napoli è nell’elite dell’ingorgo.
Una nota a margine che poco ha a che fare col dato tecnico: il grafico fornito da “TomTom” attribuisce ad ogni area geografica un’immagine caratteristica. Per l’Italia, a nord compare la pizza e al sud la pasta. Come dire che Napoli non è la città più trafficata d’Italia ma resta comunque quella che la rappresenta meglio all’estero, nel bene e nel male.

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Su Rai radio2, Paolo Filo Della Torre contro meridionali

Su Rai radio2, Paolo Filo Della Torre contro meridionali
caso di razzismo filo-risorgimentale ai giorni nostri 

Giovedì 28 Aprile, su Rai radio2 va in onda la trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora“, e con essa il più sfacciato razzismo contro i meridionali.
Ospite dagli studi di Napoli l’Onorevole Clemente Mastella per dibattere delle elezioni amministrative nel capoluogo campano. Ma la discussione politica assume “drammatici” toni sociali quando il dibattito si sposta sul matrimonio di William e Kate del giorno seguente e viene introdotto in diretta telefonica il Conte Paolo Filo Della Torre, giornalista e scrittore, uno dei pochi italiani invitati all’evento.
All’aristocratico viene chiesto se Luca di Montezemolo sia di destra o di sinistra e la risposta scatena un conflitto verbale quando vengono attribuite al presidente della Ferrari delle qualità relative: «Secondo me è di destra, ed è anche un gentleman… poi è nordico».
Mastella chiede chiarimento: «Uno di destra è nordico e quello di sinistra è sudico?».
«Si, quello di sinistra è un po’ sudicio», ribatte Filo Della Torre.
I conduttori evidenziano che l’ospite è uno dei tre soli italiani invitati alle nozze del secolo. E qui parte il richiamo alle vicende risorgimentali che sottomisero le Due Sicilie grazie alla regia inglese.
«Di italiani esportabili – dice Filo Della Torre – siamo (e non “sono”) molto pochi. Se qui ci mandassero di nuovo i sudici sarebbe veramente un disastro. Gli inglesi dovettero sovvenzionare Garibaldi per “annettere” il sud d’Italia al nord, se non ci fossero stati i soldi inglesi per il vecchiaccio con la camicia rossa…».
E poi ancora spocchia: «Mi hanno invitato perchè gli inglesi, a differenza degli italiani, sanno fare le cose. Sono dei signori, non sono dei sudici così come gli “accentacci” dell’Italia del sud».
Clemente Mastella, a questo punto, salta dalla sedia e chiede rispetto al posto di simili “stronzate”. Filo Della Torre incalza: «È la verità, registrati e sentiti come parli. La maggior parte dei meridionali sono sudici». Poi, colpito dalle definizioni dell’onorevole di Ceppaloni (“broccolo”), diventa anche lui un sudicio e chiede: «ma che ca..o dici?».
I conduttori riescono a sedare la gazzarra chiedendo allo scrittore se fosse sicuro che non fossero invitati degli italiani del sud al matrimonio di William e Kate. La risposta è non meno irriverente e ricca di pregiudizi: «Difficile che potessero esserci. Se ci fosse stato ancora quel “simpaticone” del grande comandante Lauro, forse anche per divertirsi, l’avrebbero invitato. Ma adesso il sud equivale ai burini».
«Ci dissociamo, neanche Borghezio – dice uno dei conduttori – ha delle posizioni così».
L’intervento razzista sfuma tra altre illazioni del soggetto in questione che una cosa giusta finisce per dirla: «Gli inglesi sono gente seria, infatti non hanno invitato neanche i Savoia».
Certo, i Savoia no, ma i Borbone si! E sebbene l’erede della Real Casa delle Due Sicilie sia nato in Francia, è meridionale a tutti gli effetti in quanto rappresentante della famiglia reale dell’antico stato del sud. Tanto per chiarire chi fossero gli italiani invitati alle nozze dei serissimi inglesi.
Poi il “nobile” saluta, non prima di aver dibattuto sul suo prossimo libro in uscita e sponsorizzando la superiorità della razza ebraica. A questo punto i conduttori si dissociano completamente e un disgustato Mastella ribadisce che c’era da dissociarsi già precedentemente, quando era stato offeso il sud.

Ascolta le affermazioni di Paolo Filo Della Torre (al minuto 50:13)
http://www.radio.rai.it/podcast/A9143475.mp3

contatti con la redazione del programma:
http://ungiornodapecora.blog.rai.it/le_pecore/
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Nozze di William e Kate. Avanti Borbone, indietro Savoia!

Nozze William e Kate. Avanti Borbone, indietro Savoia!
per le famiglie reali d’Europa, il rispetto per quelle italiane è sempre e solo per i Borbone

“Sgarbo” al Risorgimento nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia: alle nozze di Kate Middleton William d’Inghilterra non sono stati invitati membri dei Savoia: né Vittorio Emanuele, né il figlio Emanuele Filiberto, né il cugino e rivale Amedeo d’Aosta. “Sorry”, ma ci sarà Carlo di Borbone, attuale erede del casato dell’ex Regno delle Due Sicilie, con la moglie Camilla Crociani.
La storia si ripete, e oggi come allora, il rispetto delle corti d’Europa è per la famiglia reale “Napolitana”. Nessuno gradisce un uomo implicato in processi, scandali e storie di omicidi come Vittorio Emanuele. Sgradita ovviamente tutta la famiglia, compreso il cugino che paga l’astio e la contesa per il riconoscimento del capo del casato. Anche la scazzottata “sabauda” del 2004 al matrimonio di Felipe di Spagna è un precedente che ha reso invisi i Savoia; meglio evitare dunque per chi vuole assicurarsi pace in un giorno speciale.

Sfregio al colonnato di San Francesco di Paola

Sfregio al colonnato di San Francesco di Paola
Ancora umiliata la storia di Napoli Capitale

Un monumento non deve illuminare ma essere illuminato!

Intervento e denuncia a TeleCapriNews


La denuncia l’avevamo fatta lo scorso 20 Gennaio (leggi il post), quando avevamo capito che quei riflettori tra le statue delle virtù cardinali e teologali del colonnato della Basilica di San Francesco di Paola non erano un’installazione provvisoria utile ai festeggiamenti di Capodanno al Plebiscito ma una soluzione permanente.
Mentre la Giunta Iervolino spara gli ultimi fuocherelli, ci tocca portare le telecamere di TeleCapriNews sul posto per testimoniare questo ennesimo brutto lascito del sindaco e dei suoi uomini.

La più importante testimonianza italiana del periodo Neoclassico, che ha proprio Napoli come radice, umiliata da una soluzione senza alcun criterio estetico.
I monumenti non devono illuminare ma essere illuminati. È cervellotico tutto ciò! Non possiamo non riflettere sull’incapacità da parte delle persone che hanno realizzato questo scempio di rispettare la grande storia della città, e ci chiediamo come la Soprintendenza ai Beni Architettonici che ha sede proprio di fronte, a Palazzo Reale, possa tollerare una simile bruttura.

Le troppe competenze nella Piazza (ci risulta che Palazzo Reale sia sotto l’egida della Soprintendenza, il colonnato del Fondo per gli Edifici di Culto e la piazza di pertinenza del Comune) fanno in modo che non si possa definire delle responsabilità. Ma questo poco importa; ciò che conta è che il luogo simbolo di Napoli Capitale, pregno di una storia che poche città possono vantare, è ancora una volta offeso dagli stessi napoletani.

Ci chiediamo poi se questa gloriosa storia la conoscano. Ad ogni buon conto, gliela ricordiamo velocemente nell’intervista.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)

La vera storia della spedizione dei mille

Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie

Angelo Forgione – La storica spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica, quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito ben più numeroso, per poi risalire la Penisola fino a a Napoli, capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su, per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti con i quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi, che agli inglesi, in seguito, non mancò mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino, Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie, non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.

Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico divenuto scomodo.

Furono gli idilliaci rapporti tra Ferdinando di Borbone e papa Pio IX a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche, e la cattolicissima Napoli era ormai invisa a chi, a Londra e dintorni, mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a tale obiettivo, che coincideva con quello dei Savoia e dei liberali massoni d’Italia. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Camilla Benso di Cavour.

In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione napolitana percorreva un suo percorso dettato della politica di Ferdinando II, che condusse una politica di sviluppo autonomo finalizzata a spezzare le catene delle dipendenze straniere.

La flotta navale delle Due Sicilie costituiva inoltre un fastidio per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’Oriente nel Canale di Suez, i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.

L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta dello Zar aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.

Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “Perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel Mediterraneo e in Oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre.

La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.

I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella Penisola ma più in là. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna, che riteneva Napoli obbligata a servire Londra per gli aiuti contro i francesi del 1799 e del 1815 e perciò si rivelò un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più conveniente per gli inglesi “convertire” l’ormai inimicizia dello stato borbonico con l’aiuto a un nuovo stato alleato.

Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di raccogliendo l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.

Un titolo sul Times dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, fu foriero di ciò che stava per accadere e spiegava l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.

Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un gravissimo atto di pirateria internazionale, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava la dice lunga su quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave e sulle volontà della potente Inghilterra.

Garibaldi fu un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che avrebbe potuto compiere l’invasione senza dichiarazione, non essendo né un sovrano né un politico. E venne manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e anche dai cospiratori inglesi, fin quando non giunse il momento di costringerlo a farsi da parte.

Di soldi, nel 1860, ne circolarono davvero parecchi per l’operazione. Qualcuno parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serviva allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nacque il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che dovevano formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che poi aiutarono il Generale italiano.

Garibaldi divenne un eroe in terra d’Albione, e la sua popolarità arrivò alle stelle. Nacquero i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.

In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sapevano cosa stesse per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli, ai quali “stranamente” non giunsero mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che venivano inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale riceveva le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.

La traversata partì da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sapeva neanche quanta gente aveva a bordo, non era una priorità far numero; se ne contarono 1.089 e il Generale restò stupito per il numero oltre le sue stime. Erano persone in buona parte col pedigree dei malavitosi e ne feve una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provenivano da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “Città dei Mille”. Vi erano anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, molto dei quali immortalati nella toponomastica delle città italiane.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra diede l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivarono infatti all’alba del giorno dopo e gettarono l’ancora fuori la città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivarono alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.

L’approdo avvenne proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolarono i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.

Le trattative che si intavolarono fecero prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortirono l’effetto sperato: I “Mille” sbarcarono sul molo. Ma erano in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si erano fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcarono dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiarono alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.

Napoli inviò proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco servì. Garibaldi e i suoi sbarcarono nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fecero fu saccheggiare tutto ciò che fosse possibile.
Il 13 Maggio Garibaldi occupò Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unì a lui con una banda di “picciotti”. Da qui il Generale si proclamò “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.

Il 15 Maggio fu il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I Mille erano ormai il doppio; vi si erano uniti “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidarono i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si trattò del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico.

I primi a far fuoco furono i “picciotti”, che vennero decimati dai fucili dei soldati Napoletani. Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assaltò i garibaldini rischiando la sua stessa vita e, mentre il Generale Nino Bixio chiedeva a Garibaldi di ordinare la ritirata, il Generale Landi, che già aveva rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fece suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capì che era il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi, che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto, perché poi un anno più tardi l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione si presentò al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scoprì che sulla sua copia, palesemente falsificata, erano scritti tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, fu colpito da ictus e morì.

Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltrò nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllavano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese seguiva in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.

Intanto sempre gli inglesi fecero arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.

Garibaldi entrò a Palermo e poi arrivò a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne, e l’esito della battaglia che li si combattè, a lui favorevole, fu prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi, che avevano ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.

Quando l’eroe dei due mondi passò sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuarono a scortarlo dal mare, e anche quando entrò a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ebbe le spalle coperte dall’Intrepid – chi si rivede? – che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si mosse nelle acque napoletane.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Qualche mese dopo, la città di Gaeta, che ospitava Francesco II nella strenua difesa del Regno, fu letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città aveva assunto la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.

Sparì così l’antico regno inaugurato da Ruggero il Normanno e sopravvissuto per quasi otto secoli. Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decretarono la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il potere cattolico dello Stato Pontificio.

Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, fu ospite a Londra, dove venne accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuarono per decenni e si manifestarono nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale si impegnò nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro la città completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessero contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivarono nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. Si preparò a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow, che tuttavia non vi riuscì mai per il boicottaggio del Governo italiano.

L’ideologia nazionale da allora venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.