300 anni fa nasceva Carlo di Borbone, il “Re Sole” di Napoli

 

20 gennaio 1716. È la data di nascita, a Madrid, di Carlo Sebastiano di Borbone-Farnese, Re di Napoli e Sicilia e, in seguito, di Spagna, di cui si celebra il tricentenario della nascita. Figlio di Filippo V di Spagna e della parmigiana Elisabetta Farnese, dall’ingresso di questo illuminato sovrano nella scena meridionale, nel 1734, la cultura napoletana divenne il grimaldello per aprire ogni porta nelle corti europee del Settecento. Fu riformatore efficace, ispiratore di  un movimento razionalista, che accompagnò l’affermazione del Regno di Napoli indipendente nel panorama sociale e culturale europeo, e stimolatore eccezionale della Cultura racchiusa in tanti simboli voluti a Napoli, dalla Collezione Farnese al Real Teatro di San Carlo, dagli scavi vesuviani alla Real Accademia Ercolanense, dalla Reggia di Portici a quella di Capodimonte. E, su tutto, il monumento per il mondo: la Reggia di Caserta. Non senza difficoltà esistenziali, prima fra tutte la tendenza alla depressione, soprattutto in epoca infantile e giovanile, Carlo di Borbone governò in modo produttivo e ispirato sia a Napoli, tra il 1734 e il 1759, che a Madrid, tra il 1759 e il 1788, quando assunse il nome di Carlo III. In entrambe le città è ricordato come il più amato dei Re.

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Dalla Germania, il re della birra nel tempio del caffè

Angelo Forgione Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, da poco reduce dalle decorazioni della nuovissima Galleria Umberto I, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gran Caffè Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Nell’agosto 1938, in pieno Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché accusato di essere luogo di ritrovo antifascista, mentre è in realtà un affollato e chiassoso ritrovo proprio sotto l’abitazione del Prefetto e Signora. I locali vengono assegnati a un’agenzia del Banco di Napoli fino al 1952, quando l’ala su Via Chiaia viene restituita alla precedente funzione e gestita dall’imprenditore Michele Sergio, i cui figli, dopo una battaglia con il Banco, riescono a riappropriarsi anche del resto degli sfarzosi saloni. Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.

Una strada per Ferdinando II

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAngelo Forgione – Nel 2009, battendo Eduardo De Filippo e Federico II, Ferdinando II di Borbone fu “eletto” superpersonaggio storico di Napoli in un lungo divertissement online del Corriere del Mezzogiorno. Ora la Fondazione “Il Giglio” e il Movimento Culturale Neooborbonico chiedono al Comune di Napoli di intitolargli una strada, dopo la delibera di intitolazione toponomastica di uno slargo ad Enrico Berlinguer (intersezione pedonale tra Via Toledo e via Diaz) e la proposta del sindaco De Magistris di intitolare una strada, una piazza o un giardino di Napoli a John Lennon.
I promotori dell’iniziativa chedono di inviare una email al Sindaco, all’indirizzo sindaco@comune.napoli.it, chiedendo “che sia intitolata una piazza importante o una strada principale della città a Ferdinando II di Borbone, il Re che fece grandi Napoli capitale e il Regno delle  Due Sicilie”. Lo stesso Corriere del Mezzogiorno sta proponendo un sondaggio (clicca qui) per verificare l’eventuale gradimento della proposta.
L’operato politico di Ferdinando II, di cui ho parlato in Made in Naples e che ho focalizzato sotto il profilo economico nel Cenno Storico sulle opere pubbliche eseguite nel Regno di Napoli, è riassunto nell’intervento di Gennaro De Crescenzo, tra i promotori dell’iniziativa, nell’intervento alla trasmissione Baobab di Radio Rai (minuto 8:00).

Referendum per la Repubblica del ‘46, sangue su Napoli

11 Giugno ’46: fine della monarchia, a Napoli è l’inferno

Angelo Forgione – 2 e 3 giugno 1946, il referendum sancisce un passaggio storico per la Nazione italiana dopo la guerra: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. I Savoia, dopo 86 anni di regno e di danni, perdono per sempre il trono.
Alla vigilia, il Nord del Paese spinge per la Repubblica ma gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. Dietro le tendenze monarchiche si nasconde il timore che le forze di sinistra possano mutare l’Italia a proprio piacimento, forti del forte legame tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica. In realtà gli aiuti poi stanziati dal Piano Marshall, tra il 1948 e il 1951, ricostruiranno le fabbriche del Nord a patto di licenziare gli operai comunisti.
Il 4 giugno è il giorno degli spogli e a metà delle operazioni la monarchia sembra in vantaggio; la previsione parla di vittoria del re Umberto II nonostante i misfatti del padre Vittorio Emanuele III nella guerra appena conclusa. È a questo punto che Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, decide di intervenire direttamente assegnando ai funzionari addetti alle circoscrizioni «autonoma gestione dei voti al di fuori di ogni controllo». Tradotto in soldoni, bisogna far vincere la Repubblica a tutti i costi. All’alba del 5 giugno, senza risultati ufficiali, lo stesso Togliatti comunica l’esito pro-repubblicano ad Umberto II. Dopo un durissimo scontro tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia, nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolgono in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
Nonostante i ricorsi presentati alla Cassazione sui cui giudici Togliatti fa pressioni, lunedì 10 giugno vengono comunicati i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la monarchia. In un clima di forti tensioni, tra denunce di schede mai verificate e nascoste nelle cantine del Viminale (altre verranno poi ritrovate non scrutinate nei luoghi più disparati e distrutte), Umberto II parte il 15 giugno per l’esilio in Portogallo parlando di colpo di Stato nel suo comunicato: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di fedeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Lo spargimento di sangue, in verità, c’è già stato, e il Re non vuole che continui. Accade
 l’11 giugno del 1946, a Napoli, la città più monarchica d’Italia, psicologicamente e politicamente sottomessa, aggrappata al potere della sciagurata monarchia sabauda presente nel centrale Palazzo Reale e nella posillipina Villa Rosebery. Nella città piegata ottantasei anni prima il voto è ampiamente a favore di Umberto II: 903.651 voti contro 241.973. L’esito del referendum e l’ombra dei brogli spingono i monarchici napoletani a scendere in piazza tra le autoblinde quando, attraversando via Medina, una frangia si dirige verso la sede del PCI dove sono state da poco esposte la bandiera rossa e il tricolore privo dello stemma sabaudo. Spunta una scala che viene piazzata per raggiungere la bandiera italiana ma un marinaio che vi sale è fatto precipitare, perdendo la vita il giorno dopo in ospedale. La polizia fa muro per proteggere il portone del palazzo che ospita il PCI e, sotto ordine giunto da Roma, inizia a sparare sulla folla inferocita. È una carneficina: in 7 arrivarono morti all’ospedale Pellegrini, 1 agli Incurabili e 10 tra i circa 150 feriti muoiono in agonia. Tutti giovani, alcuni sono anche bambini, tra i 12 e i 14 anni. Su queste morti cala il silenzio e nessun processo rende giustizia a quelli che vengono definiti teppisti. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente elegge un monarchico napoletano a Capo dello Stato, Enrico De Nicola.
Un’altra vicenda che i libri di scuola non riportano, utile a testimoniare come la storia d’Italia sia costellata di cambi di potere imposti con la forza. Prima l’invasione al Sud della monarchia Sabauda, poi il fascismo, e ancora il comunismo repubblicano… Tutte forme di governo ricche di misfatti per affermare il potere e far vegetare il popolo sulla menzogna.
Napoli, in ogni epoca, ha versato il suo tributo di sangue. La strage di Via Medina somiglia a quella di Pietrarsa del 1863, quando Bersaglieri, Carabinieri e Guarda Nazionale di parte piemontese spararono sugli operai napoletani che difendevano il lavoro. Ottanta anni dopo circa, quello stesso popolo si fece sparare addosso per difendere chi gli aveva sparato contro. Il referendum del 1946, nelle sue modalità poco trasparenti, ricorda molto i più spudoratamente falsi plebisciti sabaudi del 1860. I “teppisti” di Via Medina non sono differenti dai “briganti” antisabaudi, i primi sotto il fuoco della monarchia, i secondi sotto quelli della Repubblica.
Dinamiche perverse che testimoniano la perdita di memoria dei popoli, frutto di una pianificata costruzione della coscienza storica italiana basata sulla sottrazione della verità. La confusione contemporanea è l’unico esito possibile, alimentata da Giorgio Napolitano, figlio politico di Togliatti, che in quei giorni era segretario federale del PCI a Napoli e Caserta e oggi è Presidente della Repubblica capace di festeggiare il 17 marzo monarchico-sabaudo e il 2 giugno repubblicano. “Tutto cambia affinché nulla cambi“, insegna Il Gattopardo.

Una passeggiata con re Nasone

di Francesco Canessa – “La Repubblica” Napoli, pag I e VIII, 18 dicembre 2013

“Sarà stata l’imprevista rilettura del poemetto digiacomiano Lassammo fa’ Dio capitatomi la sera prima tra le mani mentre cercavo altro nello scaffale, ma la storia di Nostro Signore che decide di trascorrere una giornata a Napoli con San Pietro che gli fa da guida, l’ho rivissuta assai simile in sogno.” (clicca sull’immagine per ingrandire il seguito dell’articolo)

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8 dicembre, Festa napoletana nel mondo cattolico

Dalla guglia di Napoli alla colonna di Roma, Napoli decisiva nella la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione, Patrona delle Due Sicilie

La solennità dell’Immacolata Concezione è antica, importata nell’Italia meridionale dai monaci bizantini e inserita nel calendario della Chiesa universale da papa Alessandro VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum dell’8 dicembre 1661. La Festa in suo onore celebra un dogma cattolico proclamato l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX, che, con la bolla Ineffabilis Deus, fece della Vergine Maria l’unica creatura concepita senza quel peccato originale che invece appartiene a ogni essere umano alla nascita. Tre anni dopo fu eretto un monumento celebrativo a Roma, in piazza Mignanelli, adiacente a piazza di Spagna. Il Pontefice fece installare una colonna con una statua bronzea della Madonna alla sua sommità, inaugurata l’8 dicembre 1857 col fondamentale aiuto di 220 pompieri. Dal 1953, il Papa di turno esce dal Vaticano ogni 8 dicembre e si reca ai piedi della Colonna per presenziare all’affollata cerimonia dell’offerta di una corona di fiori apposta proprio dai Vigili del Fuoco sulla statua della Madonna, una tradizione inaugurata nel 1923.
Nel percorso di definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, fondamentale importanza la ricoprì il vicino Regno delle Due Sicilie. Dietro il monumento romano si intrecciano infatti le storie delle cattolicissime Roma e Napoli, a quel tempo preunitario vincolate dall’amicizia tra Pio IX e Ferdinando II delle Due Sicilie, tant’è che, nel 1852, il Re di Napoli era stato ospite con tutta la famiglia a Castel Gandolfo, dopo che, nel novembre 1848, il Papa era stato ospitato nella napolitana Gaeta durante il suo riparo dalla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Fu proprio a Gaeta che il Santo Padre, preoccupato per le sorti della Chiesa di Roma, ascoltò le parole del Cardinale Luigi Lambruschini: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». Da Gaeta, Pio IX indirizzò a tutto l’episcopato cattolico l’enciclica Ubi Primus Nullis per accogliere i pareri (in larga parte favorevoli) dei Vescovi sull’eventuale proclamazione del dogma. Il Papa vi rimase fino al settembre 1849, per trasferirsi a Napoli, dove alloggiò alla Reggia di Portici, che lasciò nell’aprile del 1850 per rientrare finalmente nella liberata Roma, dirigendosi direttamente al Vaticano, scelto come sua nuova residenza in luogo del Quirinale.
Durante la permanenza nella capitale dello Stato borbonico, il Papa benedisse i napoletani dal balcone del Palazzo Reale, sperimentò per la prima volta un viaggio in treno sulla linea Napoli-Nocera, visitò le officine ferroviarie di Pietrarsa, andò alla Reggia di Caserta e nell’enclave di Benevento. Il lungo soggiorno nei territori borbonici gli diede modo di avvertire di persona la grande devozione napoletana alla Vergine Maria. Lì, a Napoli, esisteva già un monumento dedicato all’Immacolata, eretto tra il 1747 e il 1750. Re Carlo di Borbone e la consorte Maria Amalia si erano fatti promotori della realizzazione di un monumento barocco dedicato alla Vergine, una scultura che ricalcasse una “macchina da festa”, da collocarsi nel centro della piazza del Gesù Nuovo. Il delegato alla raccolta dei fondi necessari, il gesuita Francesco Pepe, evangelizzatore instancabile che attirava moltitudini di fedeli, aveva messo insieme le tantissime elemosine dei cittadini devoti alla Vergine Maria, vogliosi di vedere presto nello slargo un monumento alla Patria Napolitana che ne rappresentasse la fede del popolo. La Guglia significò i tre componenti della Nazione partenopea tornata indipendente: la Chiesa, la Famiglia reale e il Popolo. Un’altra guglia era, sin dal 1733, pure a Bitonto, dove il culto mariano era fortissimo già dal forte terremoto che nel 1731 aveva colpito la cittadina pugliese. La successiva battaglia del maggio 1734, combattuta dalle truppe di Carlo di Borbone contro quelle austriache, i cui esiti avevano consegnato definitivamente il Regno di Napoli alla nuova indipendenza, aveva convinto la risparmiata popolazione locale che la Vergine vegliasse su Bitonto, proclamata perciò Patrona della città. E sempre Carlo di Borbone volle la costruzione del monumentale Palazzo dell’Immacolatella nella zona portuale di Napoli, caratterizzato dalla statua della Vergine Maria alla sommità dell’edificio e da altri simbolismi mariani.
La festività dell’8 dicembre era già molto sentita nello Stato meridionale perché celebrativa della Patrona speciale della Patria Napolitana dal 1748. Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico e il Congresso di Vienna, i due regni di Napoli e di Sicilia erano stati riuniti nel Regno delle Due Sicilie con la “Legge fondamentale del Regno”, un’entità statale spiccatamente mariana.
Pio IX, profittando del suo esilio napoletano, visitò chiese e istituti religiosi per toccare con mano quanto il clero del Mezzogiorno considerasse Napoli la vera autorità di riferimento, e non Roma, riscontrando una fortissima attesa della definizione del dogma dell’Immacolata. Conobbe don Placido Baccher, devotissimo alla Madonna e noto come “l’apostolo dell’Immacolata”, colui che aveva reso la Basilica del Gesù vecchio il luogo per eccellenza di venerazione della Vergine. Anche il Pontefice pregò davanti alla statua dell’Immacolata a bella posta per volontà del sacerdote napoletano, e fu proprio dinnanzi a quell’immagine che si convinse a proclamare il dogma mariano qualora ci fosse stata la restaurazione dello Stato pontificio. L’episcopato del Regno napoletano aveva già avviato delle petizioni che furono presentate il 27 settembre 1849 al Papa, allorché si recò al Gesù Nuovo per venerare l’Immacolata, e integrate da numerose altre una volta rientrato in Vaticano nel 1850, quando iniziò a lavorare per approntare la bolla definitoria dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1854, Pio IX celebrò in San Pietro la proclamazione del dogma e Ferdinando II, durante la consueta parata al Campo di Marte (attuale zona aeroportuale di Capodichino), ne ricevette l’annuncio telegrafico, ordinando un solenne Te Deum di ringraziamento. Il Popolo Napolitano accolse con gioia l’evento che rendeva universali i festeggiamenti per la Protettrice del Regno delle Due Sicilie in tutto il mondo cattolico.
Nel 1857, dunque, Roma ebbe il suo monumento mariano, analogo a quello di Napoli. Affine fu il metodo di finanziamento, perché se quello napoletano era stato realizzato con le offerte del popolo, quello romano fu realizzato proprio con soldi napoletani. Li elargì Ferdinando II a Pio IX in cambio dell’abrogazione definitiva di un antico tributo di sudditanza feudale, la cosiddetta “Chinea”, che Napoli aveva pagato in tempi antichi a Roma con la consegna affidata a un cavallo bianco condotto davanti la basilica di San Pietro ogni 29 giugno. L’omaggio era sorto coi Normanni nel 1059 e il suo plateale cerimoniale fu cessato da Ferdinando IV nel 1788, dopodiché la fiera e illuminista Napoli, non più disposta alla sudditanza, aveva dato sempre meno importanza alle annuali pretese della Santa Sede. Il 25 giugno 1855, Ferdinando II chiese a Pio IX di desistere dalle mai cessate richieste e, in forma di “buona uscita”, propose 10.000 scudi pontifici per l’erezione in piazza di Spagna di una colonna da dedicare all’Immacolata Concezione, sulla falsa riga di quella napoletana. Il Papa accettò, e il 5 luglio fece registrare ufficialmente la cessazione del tributo.
L’8 dicembre del 1856, durante la festosa sfilata delle truppe nazionali al Campo di Marte, Ferdinando II subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la Patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte, la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto popolare a Capodichino, affollata dai fedeli in piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe probabilmente la sua importanza postuma poiché forse causò la morte per male oscuro di Ferdinando II dopo qualche anno, a causa delle ferite trascurate. Scomparso nel 1859 l’autoritario sovrano, gli eventi per il Regno di Napoli precipitarono e la protestante Londra armò il Piemonte per spazzare via la cattolicissima Napoli dallo scacchiere geopolitico e fare del Risorgimento una guerra contro la Chiesa cattolica di Roma e contro la concorrente Napoli. Proprio a Gaeta si rifugiò l’erede Francesco II per risparmiare alla sua capitale le sofferenze di una guerra all’ultimo stadio. E proprio l’8 dicembre del 1860, il giovane Re decretò la resa al Piemonte con uno struggente proclama che si chiudeva con una preghiera al “sommo Iddio” e alla “invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese”. La “fedelissima” Gaeta pagò l’ospitalità al Papa del 1848 e fu rasa al suolo dai cannoni rigati piemontesi. La Francia cattolica di Napoleone III assicurò ancora protezione a Roma, sostenendo l’Unità d’Italia ma assicurando il potere temporale di Pio IX. E fu proprio il piroscafo francese Mouette ad accompagnare in esilio Francesco II e Maria Sofia, per essere ospitati proprio a Roma dal Santo Padre, in segno di gratitudine per quanto fatto in passato. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, il potere temporale crollò definitivamente, ma la nuova Italia doveva restare cattolica e Vittorio Emanuele II, dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze (per volontà di Napoleone III) e la successiva invasione di Roma, dovette riconoscere al Pontefice speciali immunità, gli onori di Capo di Stato, una rendita annua e il controllo sul Vaticano e su Castel Gandolfo. Pio IX scomunicò Casa Savoia per la politica ostile alla Chiesa, provvedimento reiterato tre volte e ritirato nel 1878, in punto di morte di Vittorio Emanuele II, ma solo perché il Re dell’Italia cattolica non poteva morire senza sacramenti.
L’Italia era divenuta politicamente e militarmente piemontese per volontà francese e inglese, ma napoletana e romana nel costume, nella religione e nella cultura. Compresa la celebrazione dell’Immacolata dell’8 dicembre, che, non per caso, vede continuare Napoli e Roma a procedere a braccetto nei festeggiamenti. Se a Roma è il Papa a presenziare all’omaggio dei Vigili del Fuoco alla colonna mariana, a Napoli è sono il Sindaco e il Cardinale a porgere sempre ai pompieri un fascio di rose da deporre tra le mani della statua della Vergine sulla Guglia. In altre città italiane, dopo l’affermazione del dogma mariano, sono sorte colonne dedicate alla Vergine Maria, la Regina che Napoli volle innalzata al cielo.

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Un Re lazzarone… ma non troppo

Angelo Forgione – La storiografia ufficiale descrive come un ignorante quel Ferdinando I di Borbone che paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, l’eccessiva propensione al diletto e il prolungarsi di un trono perso e riconquistato più volte tra il 1759 e il 1825: tredici lustri a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici in cui, tra mille insidie, governò riconoscendo i suoi limiti e fidandosi della consorte Maria Carolina e delle idee degli uomini di pensiero accolti a corte. Ma era davvero un sovrano incapace? Non proprio, a giudicare dal profilo che ne tracciò il Goethe nella sua biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert, grazie al quale possiamo conoscerlo meglio.

“Fin dalla gioventù il Re era un cacciatore appassionato. Lo avevano educato alla caccia. Nei suoi verdi anni era stato delicato di salute. Fu l’esercizio della caccia a renderlo forte, sano e scattante. L’Hackert ebbe un giorno l’onore di essere invitato a caccia insieme con lui e con sorpresa vide che su cento colpi, ne mancava solo uno. Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. Hackert è andato spesso con lui a Capri e a Ischia. Il Comandante governava la corvetta solo di notte, mentre di giorno lo faceva il Re, con la capacità di un provetto ufficiale di marina. Conosceva bene anche la tecnica della pesca e lo dimostrava nel lago di Fusaro, il quale dai tempi antichi è collegato col mare mediante un canale, il che rende salate le sue acque. Il Re aveva fatto venire le ostriche da Taranto e le aveva messe qui in vivaio. In pochi anni ebbe un successo strepitoso. […] Il Re sapeva remare come il più bravo dei marinai e si arrabbiava molto se i suoi compagni di remo non andavano al giusto ritmo. Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa.”

Da questa descrizione, firmata da un osservatore autorevole, ne viene fuori un Re molto napoletano, amante sin da piccolo dell’aria aperta, fatto che, evidentemente, lo salvò da una salute non ottimale (morì alla soglia dei 74 anni, nonostante una vita molto faticosa, un’eta molto tarda per quel tempo). Un Re comunque molto intelligente, pratico e capace di comprendere l’importanza della cultura, affidandosi a Maria Carolina che sapeva essere ben più dotta. Del resto, fu proprio sua la memorabile e storica decisione di cancellare nel 1777 la proprietà privata delle collezioni di famiglia per renderle pubbliche e donarle alla città, dando vita al Real Museo di Napoli, la prima esposizione classica al mondo ma anche il primo museo dell’Europa continentale, un ventennio prima della realizzazione del museo del Louvre voluto da Napoleone. E riuscì proprio lui, nonostante l’opposizione di papa Pio VI, a togliere dai vincoli romani la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese (come quella Parmigiana comprendente dipinti e oggetti vari trasferita nella reggia di Capodimonte) e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla. Le fece trasferire a Napoli, via Tevere e mare, per arricchire la sua Capitale. Chissà oggi dove sarebbero tutte quelle preziosità se Ferdinando non fosse stato così lungimirante.

Inoltre, il cosiddetto “Re lazzarone” esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con opere d’arte, a partire da quelle di Canova, che lui stesso interpellò per abbellire e impreziosire Napoli, e al quale diede la soddisfazione di lavorare per l’unico sovrano italiano protettore delle arti, così come simbolicamente, nelle vesti di Minerva, lo scolpì per il Real Museo.
Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra pasta, pomodoro, mozzarella di bufala e tanto altro ancora. Sviluppò l’artigianato, a partire da quello serico di San Leucio.
Superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo e fece avviare la prima vaccinazione di massa infischiandosene degli anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo padre Carlo, partendo da se stesso e dalla sua intera famiglia, rendendo obbligatoria l’inoculazione per i bambini. Fece non troppo meno del celebratissimo genitore, del quale nessuno si azzarda a ricordare quanto fosse non troppo più istruito di lui.

Certamente paga i fatti del 1799 e le turbolenze di quel tempo. Con quel centinaio di esecuzioni al patibolo, per reprime il tradimento subito, strozzò traumaticamente l’intellighenzia locale (accolta a corte) che aveva costituito la linfa del grande Settecento napoletano cui attinse il mondo intero, ma bisogna conoscere a fondo le vicende del ’99 e sapere delle migliaia di civili massacrati in battaglia dai francesi e dagli stessi repubblicani locali, che riversarono sul popolo napoletano colpi di cannone alle spalle da Castel Sant’Elmo. Stime ufficiali ne indicano circa tremila, ma il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di sessantamila vittime napolitane, limitata ai primi mesi del ‘99.

Grazie Crozza, ma anche la storia perde i pezzi

Angelo Forgione – Non può che farmi piacere che Maurizio Crozza metta anch’egli in evidenza il degrado della Reggia di Caserta, tra scarsa manutenzione e vandalismi di ogni genere. Non può che rallegrarmi che sottolinei come l’Italia abbia completamente trascurato la sua ricchezza a differenza dei Paesi civili («Francesi, prendete in gestione la Reggia vanvitelliana, fatela diventare il sito più visitato in Europa come avete fatto con il Louvre, salvatela dal degrado»). Non può che appagarmi che da quando ho parlato di sua maestà il bidet di Caserta (anche prima di trattare il caso Amandola in vari convegni e riunioni), lo strumento è stato riportato da allora dappertutto, persino nei quiz-tv, recependo che nella Reggia si trovino testimonianze di incredibili modernità. Tutto bene, grazie Crozza… però… c’è un però: non può farmi piacere che derida chi quella ricchezza l’ha voluta, e non fu certo Maria Amalia di Sassonia, connotandolo con mimica e parlata da troglodita. Si, la colta Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, una volta giunta a Napoli, riempì le stanze di libri, ma il presepe era anche una passione della “preceditrice” Maria Amalia di Sassonia, e aveva una funzione culturale inimmaginabile al giorno d’oggi. Servì da stimolo a una pluralità artistica incredibile: pittori, architetti, ceramisti, sarti, musicisti e scultori, tra cui anche Giuseppe Sanmartino, autore per il Principe di Sansevero del Cristo velato, considerato il più eclettico tra gli scultori napoletani del Settecento e fondatore di una vera e propria scuola di artisti del presepe. Divenne simbolo popolare di ostentazione di nuove opportunità e fu strumento di diffusione culturale delle novità napoletane che nel Settecento stavano rivoluzionando le correnti intellettuali europee, a cominciare dagli scavi di Ercolano e Pompei. Ridurlo a “pazziella” e dire che metà reggia era disseminata di futili presepi è di fatto una gaffe.
Ci tengo a ricordare all’ottimo Crozza che la Reale Accademia Ercolanense che attirò il bibliotecario tedesco Johann Joachim Winckelmann fu un’intuizione di Carlo di Borbone e che il pur poco incline alla lettura Ferdinando IV avviò la sistemazione del Real Museo di Napoli, il primo d’Europa, oggi Museo Archeologico Nazionale, con annesse la Biblioteca degli Studi… nel 1777, un ventennio prima della realizzazione del museo del Louvre voluto da Napoleone.
Grazie Crozza per la sensibilità nei confronti del simbolo dei monumenti del Meridione, ma, cortesemente, basta denigrare i napoletani.
Un’ultima cosa: ancora quasi perfetto il comico genovese nel citare Goethe che scrisse “L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero”. Ma non era il 1788, come erroneamente riferito dai suoi autori, anno in cui concludeva il suo primo viaggio in Italia iniziato nel Settembre 1786. Quella frase fu scritta nel 1790, anno in cui il letterato tedesco provò a ripetere il viaggio che l’aveva entusiasmato, soprattutto al Sud. Quella frase la scrisse a Venezia, da dove decise di fermarsi e fare rientro in patria perché disgustato per l’inasprirsi repentino dell’indisciplina delle persone e del sudiciume dei luoghi. I suoi appunti furono una condanna per il Triveneto, che gli fece passare la voglia di proseguire in direzione delle amate Roma e Napoli.
Regalerò a Crozza il mio libro prossimo all’uscita in libreria, dove leggerà di tutte queste cose e d’altro ancora, in forma di ringraziamento per la sua denuncia… con qualche “errore”. La Reggia muore perché Roma le gira solo un quinto di quanto incassa al botteghino. Qualcosa non torna, in tutti i sensi, anche nella narrazione della storia, che, come i monumenti, è trascurata. Ed entrambe fanno cultura.

Il panettone campano in trionfo

Angelo Forgione – Sostengo da anni l’eccellenza della qualità del panettone “made in Sud” anche in ottica di mercato. A qualcuno ho dato l’impressione di essere presuntuoso nel valorizzare un prodotto che non fa parte della tradizione napoletana e che per qualcuno sarebbe risultato comunque perdente rispetto al milanese d.o.c., ma nel mio modo di comunicare non esiste disinformazione e quando mi espongo è solo per conoscenza dei fatti, per approfondimento e per quella grande curiosità che mi porta ad interessarmi ad ogni cosa che riguardi il nostro territorio.
La Campania è un fiorire di rinomati panettoni di ogni tipo grazie alla straordinaria ricchezza di ingredienti che ne arricchiscono il sapore. E mentre quello nostrano vince nelle manifestazioni gastronomiche dedicate e sale all’onore delle cronache per l’insidia che sta portando al primato “lumbard”, chi scrive prenderà oggi il premio “Eccellenze del Sud” per aver sostenuto tra le tante anche questa causa sin dalla prima ora. Nella consapevolezza che la nostra terra ha sublimato il caffé, la pizza e il babà (per fare solo tre esempi) senza che fossero nati a Napoli. E poteva essere in grado di sublimare anche il panettone. Che resta milanese.

Il messaggio dell’emigrante terremotato

Il messaggio dell’emigrante “terremotato”

Andrea e la sofferenza infinita

Tutto come anticipato da qui nei giorni scorsi. Dopo l’ennesimo furto al patrimonio Napoletano, Marino Massimo De Caro è stato arrestato ed era nell’aria. L’inno di Spagna è stato fischiato ed era nell’aria, con lo Stato che si è piegato alla volontà e al sentimento dei “fischiatori” accorciandone l’esecuzione. Ma oggi è più significativo pubblicare un messaggio di un napoletano residente a Mirandola, colpito dal terremoto in Emilia Romagna: Andrea, un ragazzo emigrante che qualche anno fa espresse a Carlo Alvino, Eddy Napoli e al mai dimenticato Guido Palligiano tutto il suo malessere (link in basso) per le condizioni di disagio sociale frutto di razzismo con cui convive in quelle zone.

Ciao Angelo.
Mi commuove il tuo ricordo di me! Solo ora sono risalito in casa per lavarmi velocemente/decentemente e controllare i danni. Qui molti fanno le toccate e fuga a casa per prendere le cose di prima necessità. I vigili ci hanno sconsigliato di risalire, ma vivere in auto e lavarsi a malapena nei bagni indecenti-pubblici è indicibile. Il portatile si è distrutto sotto i mobili, le crepe nei muri e sotto il soffitto non si contano, ma posso dirti di essere fortunato, molti non hanno più ne casa e ne lavoro, tutto crollato. Spero nell’abitabilità del mio appartamento… si vedrà. Solo da ieri alcune attività hanno riaperto, fino a poco fa sembrava il deserto.
Un fortissimo bacio a te, a Eddy Napoli e a voi tutti. Quando e se potrò risalire in casa ti contatterò, ti voglio bene come ad un fratello.

Andrea

Per ascoltare la testimonianza di Andrea:   parte 1   –   parte 2

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