Napoli riscopre il mare, la vita

Napoli riscopre il mare, la vita.

waterfront napoletano, altro che Svizzera!

Angelo Forgione per napoli.com Pasquetta di gran pienone a Napoli. Complice la giornata di festa, centinaia di migliaia di persone si sono riversate sul tratto di lungomare tra Mergellina e il Castel dell’Ovo dando vita ad un vero fiume umano ordinato e festante. Le “World Series” di America’s Cup stanno offrendo il risultato sperato in termini di presenze turistiche in riva al golfo più bello del mondo. È ancora presto per dire se a questo seguirà anche un ritorno d’immagine della città, che è poi il principale obiettivo nascosto nello slogan “Napoli si ri-vela” dopo l’umiliazione dello scandali rifiuti. Ma intanto “La Repubblica” parla di città svizzera sulle rive del golfo che unità alla napoletanità può fruttare la perfezione, definizione rigirata da RaiNews24 che, attraverso l’inviato Enzo Cappucci e il suo blog Thalassia, sta seguendo l’evento con passione autentica in attesa delle regate su Mediaset.
A fine giornata l’atmosfera sul posto era pregna di entusiasmo e ancora vive negli occhi erano le scene di chi si faceva baciare dal sole, le sdraio laddove prima erano le auto, con il castello di fronte, tra Vesuvio e Posillipo: l’ombelico del mondo! Un banco di prova interessante per la futura “promenade” napoletana che sarà quando i riflettori dell’evento si saranno spenti. Via il rumore delle automobili che isolava dal vocio e dallo sciabordio del mare, la cui vista era preclusa dal muro di vetture in sosta a chi fino a ieri si sedeva ad un tavolo a mangiare una pizza. Via lo smog spazzato dal vento, finalmente solo odor di mare.
Il dibattito sulla riorganizzazione dell’area è aperto, magari allargando e portando lo spazio dedicato alle attività ristorative, che ora gongolano, più a ridosso del mare. Anche l’esperimento dell’illuminazione notturna del mare, coi 15 punti luce a ridosso del consolato americano, mostra tutto il fascino del posto. L’unica cosa certa è la pista ciclabile che attraverserà il percorso, ma un progetto andrà approntato ad hoc perchè il mare e il cielo sono vita da restituire e da godere, e a Napoli tutto questo è lì a portata di mano con l’ineguagliabile valore aggiunto di un panorama mozzafiato a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Fuori dal paradiso, il caos a ridosso della ZTL causato da chi ancora non comprende che l’auto è ormai un lusso e va lasciata a casa, affidandosi al trasporto pubblico. Troppe automobili con un singolo viaggiatore all’interno, magari “suv”, che sono l’emblema di una mentalità da cambiare.
Napoli, più che rivelarsi agli occhi dei profani, riscopre così sé stessa e la sua vocazione storica: il mare. Perchè non esiste napoletano senza il suo mare. È il punto di riferimento, e l’orientamento, la stella polare che scongiura lo smarrimento anche negli angoli più interni della città. Da domani, c’è da scommetterlo, durante le regate, ogni finestra panoramica della città sarà presa d’assalto. Tutti cercheranno un posto al sole e punteranno al mare che avrà gli occhi addosso, dal monte Echia a Posillipo passando per il Vomero. Sarà spettacolo, per gli spettatori ma anche per i velisti. Poi l’evento finirà e verrà il tempo dell’ordinarietà cui dovrà essere assicurata continuità e volontà di fare l’esclusivo bene della città e dei suoi abitanti, ma anche dei turisti cui andrà offerta una straordinaria città ma godibile per intero, dal centro alle periferie.
Eventi come l’America’s Cup, da soli, non bastano. Sono certamente la scintilla ma la fiamma va poi prima accesa e poi tenuta viva per non vanificare dei momenti altrimenti isolati, peraltro costosi e dal doppio potenziale se si considera che possono generare anche forte delusione qualora non sfruttati. Per evitare che ciò accada c’è bisogno di una “governance turistica” che inserisca i vari eventi in un piano organico duraturo e che sia ispirata da uno spirito di squadra come quello che ha consentito l’ottenimento delle “World Series”: Regione, Comune, Provincia e Unione degli Industriali coesi dallo stesso obiettivo come mai, ed è questa la via, anche per sciogliere altri nodi come la balneabilità, la fruizione delle spiagge e altri fronti come l’occupazione e l’indotto.
La delusione è sempre in agguato e le redini le avrà in mano il sindaco De Magistris che dovrà far tesoro dell’esperienza di Bassolino, capace di ridare speranze sfruttando l’entusiasmo del G7 per qualche anno prima di abbandonarsi alle sirene del potere delle proprie facoltà.
Napoli è città unica, straordinaria, e proprio per questo avversata da qualche difficoltà di troppo. Non solo i media sempre pronti ad enfatizzarne le ombre senza esaltarne le grandi luci, cosa di cui sono responsabili peraltro anche gli stessi napoletani; le difficoltà sono anche “strutturali”, a cominciare dai tour operator internazionali che scavalcano Napoli nei pacchetti comprendenti lo sbarco a Roma con sortita a Pompei e ritorno. Tedeschi e inglesi scelgono le isole e la costiera e a Napoli resta il traffico crocieristico, al quale fa concorrenza il porto romano di Civitavecchia, che resta comunque un turismo “mordi e fuggi”.
Ecco dunque che gli eventi straordinari servono ad attivare un circuito che faccia di Napoli meta dove i turisti restino. Le 350mila presenze di questa settimana in città ne sono la dimostrazione. Restano i grandi problemi da risolvere, senza dimenticare la bonifica e la riconversione di Bagnoli dove l’evento doveva inizialmente avere luogo. Ma è chiaro che le risorse siano enormi come dimostra il cambiamento indolore di sede che ha comunque ridato a qualche napoletano distratto l’orgoglio di vivere in una città bellissima.

Live dal villaggio della vela

Beppe Severgnini “diversamente leghista”

«Lega Nord nepotista come i Borbone, ma ne abbiamo bisogno»

Angelo Forgione – Disgustoso dibattito su La7 a “Le Invasioni Barbariche” del 6 Aprile, all’indomani delle dimissioni del leghista Umberto Bossi. Quello che doveva essere un piccolo processo alla Lega con Borghezio imputato si è trasformato in una sorta di apologia leghista. Indecente l’analisi dello scrittore lombardo e giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini che, criticando la Lega da un punto di vista tutto settentrionale e non italiano, ha imputato al partito verde un nepotismo risalente al regno borbonico. Insomma, gira e rigira, il Nord è sul banco degli imputati e il Sud diventa termine di paragone negativo (ricordate Paolo Villaggio?). Scompare d’emblée il periodo tragicamente attuale di “parentopoli” e il problema viene riportato al regno preunitario del Sud, quindi monarchico, quando la discendenza diretta era un diritto-dovere dappertutto. Al termine della discussione, lo stesso Severgnini ho voluto dare alla Lega dei consigli per migliorarsi «perchè ce ne è bisogno, ma di una Lega che non dice sciocchezze sugli immigrati e che abbia il coraggio delle opinioni». Tutto qua, stop! Smussato questo spigolo, la Lega può continuare a dividere l’Italia. Omesso il principale difetto del partito secessionista: la propaganda anti-meridionali che ha devastato il Paese. Senza dimenticare che per Severgnini è Maroni l’uomo giusto «anche agli occhi degli italiani».
Detto che per i meridionali in primis, ma in generale per gli italiani, un partito secessionista non è mai un “bisogno” ma un’aberrazione, che della Lega può avere bisogno solo il Nord, che il nepotismo non è un male borbonico ma semmai della società italiana da sempre, che non si può non redarguire i leghisti per l’odio nei confronti del Sud se se ne analizzano i difetti, è facile dedurre che gli “italiani” di Severgnini sono i settentrionali “diversamente leghisti”.

L’ammuina storica de “Il Mattino”

L’ammuina storica de “Il Mattino”

Il direttore Cusenza inciampa sul falso storico

Monti a Napoli, segue editoriale de “Il Mattino” a firma del direttore Cusenza dal titolo “Subbuglio, non ammuina”. Una disamina del momento del paese visto da Sud dettato da una dichiarazione del premier:  “Al Sud manca la massa critica, per il subbuglio innovativo che spinga la classe dirgente a cambiare e i cittadini a chiedere la soddisfazione di diritti collettivi e non soluzioni privilegiate”.
Cusenza si domanda cosa intenda Monti con la parola “subbuglio” con osservazioni precise e condivisibili, chiudendo però lo scritto con un falso storico ancora tristemente in voga, purtroppo tirato di nuovo fuori dal quotidiano di Napoli. “Il rischio è che il «subbuglio» montiano diventi la traduzione lombarda del napoletanissimo editto della marineria borbonica sul «facite ammuina», così chiude Cusenza.
Il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai contenuto alcuna disposizione o articolo che regolasse “ammuina” e confusione a bordo. A testimoniare il fatto che l’editto fosse falso e a scopo denigratorio è il fatto che il regolamento della Real Marina, al pari di tutti gli atti ufficiali del Regno delle Due Sicilie, era redatto in lingua italiana e non napoletana; di fatto, i firmatari di quel falso regolamento, Di Brocchitto e Bigiarelli, non risultano in alcun archivio italiano e in alcun atto ufficiale borbonico. In realtà si tratta di una astuzia di un ufficiale napoletano, Federico Cafiero, passato dai napolitani ai piemontesi, che fu sorpreso nel sonno con buona parte dell’equipaggio a bordo della sua nave da un ammiraglio piemontese. Messo in punizione, inventò la disposizione tornando sulla nave per dettare ai suoi marinai la maniera per evitare di essere sorpreso nuovamente.
È particolarmente triste che proprio il quotidiano di Napoli contribuisca ancora a sdoganare falsità sulla storia di Napoli, facendo “ammuina storica” e disonorando peraltro la grande Real Marina delle Due Sicilie che rese la vita difficile alle grandi potenze europee nel Mediterraneo, facendo arrossire il Regno di Sardegna che, ad unificazione avvenuta, non potè che adottarne regolamento, uniformi e gradi. Altro che “napoletanissimo” editto.

Tosel, il calcio-business e il disinganno

Tosel, il calcio-business e il disinganno

ipocrisia e finzione, ma Napoli si svegli!

Angelo Forgione – Ci devo ritornare e avrei voluto evitare, ma i risvolti in sede di giustizia sportiva mi impongono di tenere aperta la questione Juventus-Napoli. Con la nausea dettata dalle ultime vicende di calcioscommesse, il calciatore Masiello che ha confessato di aver fatto autogoal per vendersi una partita e non solo una. Fino a ieri era un botta e risposta a sfondo sportivo-culturale, un pretesto per parlare a noi più che agli altri che difficilmente ascoltano. Ma poi la questione è diventata di principio etico visto che il giudice sportivo Giampaolo Tosel non ha preso alcuna decisione nei confronti della Juventus, né per i cori razzisti oltre il regolamento né tantomeno per le aggressioni ai bambini e disabili di fede azzurra.
Premesso che il giudice sportivo sanziona in base al referto arbitrale, il problema è più ampio perchè investe i calciatori che potrebbero segnalare i cori razzisti (ricordate Zoro del Messina o il portiere Kawashima dell’Anversa?) ai direttori di gara, i quali a loro volta dovrebbero rilevarli autonomamente in quanto, appunto, non consentiti dalle norme. Dunque, anche ieri sul tavolo di Tosel non è arrivata alcuna nota a referto, evidentemente. Detto questo, ciò che accade fuori lo stadio è ben altra cosa, e Tosel può essere sordo ma non cieco.
Questo vale per quel che di vergognoso accade a Torino piuttosto che a Napoli e in tutte le parti d’Italia, fermo restando che il razzismo è intollerabile e, sulla carta dei regolamenti federali e solo su quello, intollerato.
Il mio amico Pino Aprile scrive nel libro “Giù al Sud” che per far sentire l’effetto del razzismo basta usare un metodo gandhiano: invertire i fattori, nella fattispecie rigirare al Nord gli slogan oggettivamente razzisti contro il Sud; al Salone del libro di Torino, così come altrove, disse alla platea: “Torino è una fogna da derattizzare, perchè anche i topi votano”, e mentre un fremito percorreva gli ascoltatori giustamente offesi, avvertiva che nella frase originale di Calderoli la città-fogna è Napoli. Cosa succederebbe allora se i tifosi del Napoli cominciassero a invocare frane di valli nordiche, esondazioni di fiumi e terremoti? Cosa accadrebbe se si urlasse all’indirizzo di Torino o Milano “la vergogna dell’Italia siete voi”? Sarebbe un “fatto” di cui parlerebbero tutti i giornali e le tv d’Italia. Eppure i napoletani gli argomenti storici li avrebbero, senza doversi inventare nulla; Vesuvio wash it? Bidet what’s it! Basterebbe urlare “lavatevi” ai piemontesi che non conoscevano il bidet prima di scoprirlo a Napoli, gridare “colerosi” ai milanesi che lo sono stati più volte o “terremotati” ai friulani, etc etc.
Le aggressioni e gli agguati a bambini e disabili sono state denunciate agli organi di polizia. Gli striscioni erano evidenti e nessuno li ha rimossi. I cori erano rumorosi e nessuno li ha sentiti, destinatari a parte. Ma qualcuno continua a fare finta di nulla, a non parlarne a livello nazionale e a preservare un certo potere e un determinato stato di cose. Tutto quello che accade a Napoli è giustamente sanzionato e messo sotto la lente d’ingrandimento, ma quello che accade altrove è talvolta un mistero di Pulcinella. A Napoli si dice che ‘o pesce feta d’ ‘a capa, e quindi violenza e razzismo non sono colpa dei tifosi gretti, napoletani compresi, ma delle istituzioni del calcio che fingono di introdurre delle norme contro il razzismo per poi non applicarle o farlo solo quando qualche giocatore di colore si rizela come invece non accade ai calciatori nati a Napoli e provincia. Loro tirano avanti, preferiscono giocare e basta, evidentemente meno sensibili al problema. Perchè? Perchè il problema non esiste. Perchè il razzismo ha effetto in egual misura sia su chi lo esercita che su chi lo subisce: il non napoletano ritiene l’offesa legittima e insiste, il napoletano altrettanto e tira avanti. Non è affatto un caso che a difendere Napoli siano giocatori del Napoli non napoletani. Cioè, il razzismo non è più razzismo in quanto intolleranza ma diventa prassi. Per i neri è diverso perchè sentono il problema che è universalmente tale, non prassi. In poche parole, il razzismo verso Napoli è prassi, non problema, ed è quindi consentito; e tutto questo fa da sempre parte della nostra storia, nasce con l’unità d’Italia quando i piemontesi definivano i Napolitani (tutto il Sud) “beduini affricani” con due effe. Prima non accadeva, dopo accade ancora.

Da questo pulpito lo diciamo da anni ma le cose non cambiano. Però continuiamo a denunciarlo, nella consapevolezza che il calcio è espressione finta e maligna di un paese maligno e finto. Ipocrisia, violenza, razzismo, calcioscommesse… questo è il valore diseducativo di uno show-business che arricchisce tutti tranne chi lo tiene in piedi di tasca propria con biglietti, abbonamenti alle tv, magliette e merchandising di ogni tipo. Uno show-business che si riveste di buoni e sani valori per nascondere la sua vera funzione. Vale dunque la pena riversare in questa scatola di illusioni tanta passione? Napoli, come sempre, insegna. Nell’esoterica Cappella di Sansevero che detta la “via” all’uomo, c’è una scultura di gran significato (come tutte le presenti) che accompagna il più celebre “Cristo velato”. È il magnifico Disinganno del Queirolo, in cui un uomo (il padre del principe Raimondo) si libera da una rete che rappresenta l’inganno delle perdizioni, dei piaceri e delle passioni mondane, avvertendo l’osservatore sulla principale insidia dell’esistenza umana: la finzione!

Ora i più scalmanati cosa faranno? Andranno a Roma il 20 Maggio a farsi giustizia sommaria cadendo magari in un nuovo tranello? Se questo è il clima, meglio non andarci. Solo l’intelletto può frenare la nostra cecità e le nostre pulsioni tribali, può sbarrarci gli occhi e dirci che siamo tutti vittime della passione calcio, e su questo non c’è alcun dubbio. Ma non per questo dobbiamo evitare di denunciare. Denunciare la nostra consapevolezza di essere schiavi e denunciare che siamo oggetto di uno scontro sociale che qualcuno vuole che perduri in questo paese. E all’indirizzo di Tosel e di chi sta sopra di lui spingiamo il messaggio di un altro amico, Simone Schettino, vittima anch’egli della passione calcistica ma non a tal punto da anteporre il tifo alla sua identità e al suo intelletto. Per lui, come per chi scrive, il rispetto per un’intera comunità è la prima cosa, calcio o non calcio. E non è più ammissibile che tanto orgoglio lo si metta solo ed esclusivamente nelle questioni che riguardano la squadra che porta il nome della città e i colori della sua grande storia. Continuare a inalberarsi e sentirsi napoletani solo quando c’è una palla di mezzo per poi maltrattare la propria città significa avere in tasca un’unica tessera, non quella del tifoso ma quella del vittimista.

indirizzi utili:
giustiziasport@lega-calcio.it
segrepres@lega-calcio.it
figc.presidenza@figc.it

Ciao Antonio, napoletano doc!

Ciao Antonio, napoletano doc!

L’Italia intera perde un grande giornalista. Napoli perde un interprete autentico della sua anima elegante e un grande tifoso azzurro.
Ci sono giornalisti e giornalisti, uomini e uomini. Bocca e Ghirelli, due penne che hanno descritto il paese, due stili diversi. L’uno andatosene arrabbiato col mondo, l’altro sorridente perchè ha raccontato l’Italia senza offendere o detestare nessuno.
Ciao Antonio, e grazie!

Mostra per il 150° in Toscana: Galgani risponde

Mostra per il 150° in Toscana: Galgani risponde

Copiose le email di protesta per la rappresentazione e la descrizione di Napoli nella mostra “Viaggio in Italia” indirizzate all’autore, agli enti pubblici patrocinanti e alla società Cremonini/Chef-Express. Riceviamo e pubblichiamo la risposta del Maestro Giulio Galgani, con conseguente replica di Angelo Forgione.

All’attenzione di tutte le persone coinvolte in questa debacle, se mi permette di dirlo, un po’ ingenua e sopra le righe.
Ci sono arrivate delle email in riferimento al blog personale di Angelo Forgione, che in un impeto di creatività ha pubblicato un articolo intitolato “L’arte senza cultura in autostrada”.
Tra l’altro è proprio dal sottotitolo del blog di Forgione che vorrei prendere spunto; su una veduta panoramica di Napoli posizionata in forma banner sul suo sito, si legge a chiare lettere “Baciata da Dio, Stuprata dall’uomo”. Al di là del linguaggio, forse un po’ demagogico, il sentimento che muove Forgione ha qualche attinenza (senza esagerare) con alcuni degli elementi che è possibile rilevare dalla Campania che mi sono immaginato per la serie delle mie geopitture.
Ovvero, vorrei chiedere a Forgione e a tutti i Napoletani che si sono così risentiti, come rappresenterebbero Napoli, in un’opera di sintesi (grafica, pittorica, scultorea) dovendo tener conto sia del bacio di Dio sia dello “stupro” e quindi della violenza dell’uomo sulla cultura di una comunità.
Sembra proprio che il motivo principale dello scandalo sia stato scatenato dalla combinazione della didascalia posta sotto la campania con la visione dell’opera.
Vi chiedo: avreste avuto la stessa reazione senza quella didascalia? Ovvero, senza quelle parole, scritte per’altro da un noto critico d’arte, Martina Corgnati, vi sareste avventurati in una libera lettura dell’opera e dei suoi elementi, cercando tutte le suggestioni in un percorso libero e incondizionato? Mi vorrei augurare di si, ma vorrei andare oltre.
Se leggeste con attenzione le parole della Corgnati, che come tutti i curatori di una mostra, si è limitata ad una lettura appassionata del tutto personale dell’opera, non impedendo certo che ognuno possa farsi il proprio percorso, se appunto leggeste bene quelle parole dovreste identificare un sentimento sofferente e certamente aspro relativo (forse) a quello stupro a cui allude proprio il Vostro Angelo Forgione:  “Un fondo reticolato blu su cui Napoli si staglia come un’immensa concrezione abusiva, una specie di informe parassita, dove elementi religiosi si affollano e convivono insieme a cozze e vongole”. Come a dire che gli elementi costitutivi della Napoli che è possibile osservare oggi, sono elementi complessi, stratificati, fatti di bellezza, ma anche di orrore, fatti di una storia incontrovertibilmente alta ma anche terribile, difficile, legata al complesso governo di una città che per un osservatore esterno può essere anche tutte queste cose insieme.
La visione credo debba sempre provocare, creare passioni anche contrastanti, non può essere statica e soprattutto, non può essere sempre mascherata da false lusinghe.
Persino un sommo poeta come Goethe, citato da Alessandro Cipolletta, che ci ha scritto con una violenza e un risentimento analogo, si trasforma, estrapolata dal contesto, in una visione opaca e falsificante, perchè il Viaggio in Italia di Goethe, oggi non può più essere lo stesso, addirittura non era più lo stesso per lo stesso Goethe sin dall’inizio, quando cominciava la sua avventura di viaggiatore, consapevole com’era della mutazione che colpisce tutti durante un viaggio: “Ovunque vada… tutto è come me l’ero figurato e al tempo stesso tutto nuovo”
Il mio invito, per stemperare gli animi, è quello di avventurarsi in una lettura più adulta dell’arte da parte vostra, e per adulta intendo più libera, combinatoria, senza le griglie imposte da una rappresentazione da cartolina.
Il progetto che ho portato avanti con viaggio in italia, è legato principalmente a questo concetto, la mutazione di una morfologia esteriore e interiore, lavorare con gli elementi (banali e meno banali) della terra, metterli insieme anche con simboli popolari e soprattutto non aver nessuna paura di combinare un linguaggio colto con la trivialità del brutto che ci circonda ogni giorno.
Perchè vi chiedo, Napoli è solamente fatta di sole o anche di “stupro”, come ci racconta il Vostro Forgione?
Ma se a questo punto vi dicessi che non sono interessato a tutto ciò, che come Carmelo Bene, non credo affatto ad un’arte sociologica come allo stesso tempo non credo ad un’arte turistica, se vi dicessi che il mio interesse è sperimentare più linguaggi, anche in modo provocatorio, interrogandomi sulla combinazione di elementi in contrasto, tra segni e simboli del futuro e materiali della storia anche arcaica, che cosa mi rispondereste?
Vi siete forse preoccupati, come lettori, di provare a leggere questa stratificazione, come una diversa occasione, invece di applicare un’interpretazione cosi monolitica e reattiva alla prima superficie identificata?
Ho davvero la sensazione che il pregiudizio a volte, dimori davvero nel cuore di tutti noi, occorre un po’ più di libertà per avvicinarsi al mondo degli altri, l’arte è una via, ve la consiglio.
Giulio Galgani

Egregio Maestro Galgani,
per quanto il linguaggio del sottoscritto appaia demagogico, ci tengo a precisarLe che se quella didascalia suscita rabbia non è certo per la demagogia del mio articolo che è nato dal risentimento di un Napoletano osservatore in quel di Firenze che si è scomodato a segnalare la cosa.
Rispondo subito alla Sua curiosità e Le dico che, da artista quale sono (ho fatto le scuole d’arte e sono grafico oltre che giornalista), non avrei rappresentato Napoli come ha fatto Lei. Ma questo perchè conosco la Napoletanità, la storia di Napoli che studio quotidianamente e il vissuto contemporaneo che pure denuncio incessantemente nelle sue espressioni deleterie.
La violenza dell’uomo, lo stupro, è ciò che io stesso pongo in evidenza, lo ha giustamente rilevato anche Lei; Napoli pulsa nel bene e nel male come un po’ tutta l’Italia, ma in maniera più forte. Io vedo solo messaggi negativi nell’opera, vedo mitili senza intelligenza, vedo credenza popolare, vedo la metastasi in mezzo al mare o al cielo se è vero che l’uomo con gli arti aperti è esotericamente la rappresentazione della stella e viceversa, marina o astrale che sia. Del resto è proprio la didascalia della Corgnati a supportare l’intento artistico confermando che non c’è alcun contrasto tra Napoli e Napoli ma bensì tra Napoli e il resto del territorio. Non c’è alcuna accezione positiva nella concrezione abusiva, nell’informe parassita, nelle cozze e nelle vongole. Insomma, solo messaggi negativi. Della bellezza e della storia alta non c’è traccia, solo orrore, quasi come se poi l’orrore dimorasse qui e solo qui.
Un artista (come un qualsiasi uomo) deve sottoporsi alla critica del pubblico oltre che a quella dell’esperto. E se chi osserva l’opera ne resta sdegnato, qualche motivo ci sarà, senza per questo voler limitare la sua vena artistica. Questa Sua, poi, è una creazione che coinvolge diverse sfumature della società italiana nel suo complesso e se per un toscano la cosa può passare inosservata o essere condivisa è chiaro che per un napoletano le emozioni suscitate possano essere evidentemente diverse.
La invito ad approfondire Napoli per ciò che è davvero, non per ciò che appare.
Angelo Forgione
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L’arte senza cultura in autostrada

L’arte senza cultura in autostrada

una mostra raffigura Napoli come “informe parassita”

I tantissimi simpatizzanti di V.A.N.T.O. rappresentano i mille occhi del movimento. Un’altra dimostrazione arriva da Giuseppe, un napoletano in viaggio di piacere in Toscana che ci ha inviato queste foto scattate in un’area di servizio “Chef Express”. Si tratta di una mostra itinerante dal nome “Viaggio in Italia” di Giulio Galgani, realizzata in collaborazione con Autostrade per l’Italia e Gruppo Cremonini, allestita nell’ingresso del punto ristoro con opere polimateriche raffiguranti le regioni italiane con precisi significati simbolici spiegati nelle didascalie. Tutte piacevoli tranne una, quella “dedicata” alla Campania, che ha giustamente offeso Giuseppe per l’utilizzo di significati degradanti nonchè offensivi. “Un fondo reticolato blu su cui Napoli si staglia come un’immensa concrezione abusiva, una specie di informe parassita, dove elementi religiosi si affollano e convivono insieme a cozze e vongole”.
Avete letto bene, non è uno scherzo: Napoli incrostazione abusiva, parassita senza forma, sovrapposizione di credenza a vita decerebrata (i mitili). Concetti descrittivi espliciti ed esplicitati che ne nascondono uno subliminale implicito nel raffigurazione visiva: Napoli cancro, una metastasi che corrode la purezza della vita (il mare o il cielo blu).
Se la mostra avesse come tema la denuncia delle mafie, la creazione potrebbe essere apprezzabile. Ma ciò non è, e l’opera fa arte sostituendo alla cultura i luoghi comuni sbattuti in faccia agli automobilisti italiani.
La mostra è patrocinata dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana, dalla provincia di Arezzo e nasce come contributo di creatività alle celebrazioni per i 150 anni d’unità d’Italia in cui è inserita. E meno male! Il nome “Viaggio in Italia”, poi, ci ricorda Goethe e il “Grand Tour”; anzi è proprio quello. “Napoli è un Paradiso, tutti ci vivono in una specie di inebriata dimenticanza di sé…”, scrisse il letterato tedesco nel vero “Viaggio in Italia”.

per contatti:
info@giuliogalgani.com
galgani.giulio@yahoo.it

info@cremonini.com
info@chefexpress.it

La Reggia di Carditello a “Che tempo che fa”

La Reggia di Carditello a “Che tempo che fa”

Ecco a cosa è servito lo sciopero della fame del sindaco di San Tammaro Emiddio Cimmino: summit in prefettura di Caserta col governatore Caldoro e col ministro Ornaghi, incontro di una delegazione pro-Carditello con Godart (Consigliere culturale della Presidenza della Repubblica), tg nazionali e stampa internazionale che cominciano a parlare dello scempio, e Fabio Fazio che, su chiaro suggerimento della presidente del FAI Ilaria Borletti Buitoni, ha mostrato all’Italia le condizioni della reggia borbonica a “Che tempo che fa”.

“Barbarossa”, flop leghista

“Barbarossa”, flop leghista

Cesario Console primo esempio di unità

Angelo Forgione – Preannunciato flop per la fiction “Barbarossa” trasmesso Domenica 25 e Lunedì 26 Marzo dalla RAI. Battuto da “Report” e anche dal derelitto “Grande Fratello”, col solo 10% di share in Lombardia e in Veneto. Persino più visto al Sud che al Nord, la produzione è costata circa 15 milioni di euro, finanziata con 6 milioni dalla RAI ma anche del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, quindi soldi degli italiani sottratti magari alla salvaguardia dei degradati monumenti italiani. Già proiettato al Cinema nel 2009, incassò solo un milione di euro e invece di essere messo nel cassetto è stato riproposto in tv per precisa volontà di Bossi se è vero che in una famosa intercettazione telefonica Belusconi dice ad Agostino Saccà (che perde per questo la carica di direttore di Rai Fiction) “avevo bisogno di vederti perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta con questa cavolo di fiction del Barbarossa”. Un’insistenza con successo politico ma senza successo televisivo che fa capire quale sia il legame tra politica e informazione storica e non in Italia, paese in cui nel 1999 arrivò nelle sale cinematografiche il film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono… briganti” sulla resistenza dei popoli del Sud all’invasione sabauda, subito sospeso e mai riproposto in tv.
Il “senatur” incassa, non al botteghino, e deve arrendersi alla disattenzione degli italiani alle vicende storiche del popolo “padano”, soprattutto a quella della sua gente evidentemente poco sensibile ad accadimenti storici peraltro strumentalizzati dagli inventori del partito verde.
Federico “Barbarossa”, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si sarebbe scontrato con Alberto da Giussano, che è il guerriero ritratto nella bandiera della Lega Nord. Alberto da Giussano avrebbe lottato per unire i comuni ribelli del Nord contro il tentativo di conquista di “Barbarossa”, mettendo insieme la “Compagnia della Morte” contro i germanici e sollevando il Nord col giuramento di Pontida dove nacque la “Lega Lombarda”. La battaglia finale si svolse a Legnano nel 1176 e la vittoria del Nord-Italia viene ricordata come esempio di coesione italica contro il nemico straniero.
La Lega (politica) ha eletto l’episodio storico riguardante l’intero popolo italiano ad emblema secessionistico ma in realtà la battaglia di Legnano è simbolo di unità nazionale settentrionalista nell’inno massonico di Mameli in cui si canta “dall’alpi a Sicilia ovunque è Legnano”. Quindi, mettetevi d’accordo voi che prima invadete il Sud per l’Italia unita e poi dopo 150 anni gridate “Padania libera”.
Alberto da Giussano in realtà non è mai esistito ed è un personaggio leggendario, cioè di fantasia, come la stessa Padania; un falso storico non presente in nessun documento o cronaca che qualche storico identifica invece in Guido da Landriano, console di Milano.
La “Lega Lombarda” non è neanche il primo esempio di identità nazionale perché è al Sud che ciò si verifica intorno all’850 quando Cesario Console, ammiraglio del ducato di Napoli, coalizzò le repubbliche marinare di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta formando la “Lega Campana” per respingere i Saraceni che volevano invadere Roma per poi impossessarsi dei territori del Sud. Le battaglie decisive avvennero a Gaeta e ad Ostia, entrambe vinte da Cesario Console.
Al tempo della battaglia di Legnano, i comuni del Nord erano aspramente conflittuali, soprattutto nei confronti di Milano, ma momentaneamente coalizzati sotto un unico ideale, mentre da circa 50 anni era già una realtà il Regno di Sicilia, poi divenuto delle Due Sicilie, ovvero la Nazione di tutti i territori e i popoli del Sud, nato sotto Ruggero il Normanno nel 1137 (il primo da sinistra raffigurato sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli). Regno durato fino al 1860, quindi per oltre 720 anni, mentre la cosiddetta Padania non è mai esistita né su una cartina geografica, né su una bandiera, né in un inno. A proposito di falsi storici.

a 2:30, storia e significato di Cesario Console in una passata videodenuncia
(poi andata a buon fine)

Lucio Dalla il napoletano

videoclip – Lucio Dalla il napoletano

nato a Bologna, morto a Montreux, rinato a Napoli

Angelo Forgione – Era un napoletano nato a Bologna Lucio Dalla. «La cicogna era cieca in quel momento, ma la prossima volta voglio nascere qua, essere napoletano a tutti gli effetti», così disse al Gran Caffè Gambrinus sette mesi prima di andarsene. Fu il suo testamento artistico, la sua dichiarazione d’amore per la terra che artisticamente ed esteticamente sentiva più sua. «Il grande onore per me è quello di aver partecipato», disse in quell’occasione, significando tutta la fierezza per aver capito Napoli e aver dato un contributo spontaneo e sentito alla valorizzazione della cultura napoletana. Dalla amava sinceramente Napoli, più volte da lui definita la città più bella del mondo.
«Quella napoletana – disse – è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles… dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero»
. Non erano frasi di circostanza; Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana alle Tremiti, isole geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi dalla vista del Golfo, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento. E perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, e perciò era davvero invaghito di Napoli e dei Napoletani, ripetendolo anche ossessivamente in ogni occasione e da ogni pulpito. La gelosia della parte putrefatta del paese non lo ha accettato e ne ha insultata la morte per togliersi il sassolino dalle scarpe.
Mi piace pensare che sia rinato da qualche parte qui intorno, come tu volevi. Arrivederci, Lucio.