––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione– Dici finanza e pensi a Milano, anche se è nata a Napoli. L’ho scritto su Made in Naples, pubblicato nel 2013, nel capitolo “Le Banconote e i Conti Correnti Bancari”, che tutto ha origine nel Cinquecento all’ombra del Vesuvio, e oggi, dopo due anni di lavoro effettuato da una commissione costituita da grandi esperti di storia della finanza tra il 2015 e il 2017, lo si annuncia al mondo che i banchi pubblici napoletani costituiscono l’origine delle prassi della banca moderna. Tre giorni di convegno internazionale: “The rise of modern banking in Naples. A Comparative Perspective” (“La nascita della banca moderna a Napoli. Una prospettiva comparativa”), dal 15 al 17 giugno alla Fondazione Banco di Napoli per dimostrare il dimostrabile. Furono proprio i banchi pubblici partenopei a introdurre i tre elementi costitutivi di una banca moderna: la circolazione cartacea basata sulle fedi di credito; la capacità di accrescere il volume della moneta in circolazione attraverso la creazione di credito; l’introduzione dello scoperto di conto corrente.
La circolazione cartacea costituisce una fondamentale innovazione che consentì di sopperire alla scarsità di moneta metallica (di oro e d’argento), al tempo lamentata in tutti i Paesi europei. L’ampliamento della circolazione cartacea al di sopra della base metallica fu possibile grazie alla concessione di prestiti mediante l’emissione di fedi di credito. L’introduzione dello scoperto di conto corrente, una delle modalità specifiche con cui si effettuavano i prestiti, consentiva al beneficiario di prelevare più volte, fino a un tetto stabilito dalla banca, una somma a credito ogni volta che ne avesse bisogno. E nacque così, a Napoli, la banca moderna, con scopo filantropico e non di solo profitto come accadde nei paesi britannici e poi dappertutto ai giorni nostri.
L’aeroporto di Capodichino ha ricevuto a Parigi il premio “Aci Europe Award” come miglior aeroporto europeo nella categoria 5-10 milioni di passeggeri. Un riconoscimento che arriva proprio nell’anno dei record: abbattimento del muro dei sei milioni di visitatori (con previsione di sfondamento dei sette), incremento dei collegamenti internazionali e approdo delle prime due compagnie aeree low cost per importanza.
Il premio è stato consegnato dai vertici Aci Europe (Associazione Europea degli Aeroporti) durante una cerimonia ufficiale. La motivazione è chiara: «Per i significativi miglioramenti all’aeroporto per l’esperienza dei passeggeri, per la valorizzazione dei beni artistici-culturali e l’incentivo alla promozione e valorizzazione turistica del territorio». Merito, dunque, dell’installazione di un itinerario archeologico nella zona arrivi-partenze, unico nel suo genere nel mondo, sei statue tra originali e copie prestate dal Museo Archeologico Nazionale tramite un accordo di collaborazione tra il direttore Paolo Giulierini e Gesac che ha fatto di Capodichino uno scalo-museo.
Il premio per il migliore aeroporto nella categoria oltre i 25 milioni di passeggeri è andato all’aeroporto Barajas di Madrid. Quello di Alicante si è aggiudicato il riconoscimento tra i 10-25 milioni di passeggeri. L’irlandese Cork miglior aeroporto con meno di 5 milioni di passeggeri all’anno.
Angelo Forgione– Il Cimitero delle 366 fosse di Napoli è un formidabile esempio di architettura sociale voluto nel 1762 dal governo borbonico per dare sepoltura ai poveri della Capitale e pensato dall’architetto toscano Ferdinando Fuga. Una pianta quadrata, interamente recintata, e lastricata di pietra lavica, all’interno della quale si trovano 366 botole numerate che coprono altrettante fosse di 4,20 metri per lato e profonde 8 metri, adibite alla conservazione dei corpi di chi moriva nel giorno dell’anno corrispondente al numero riportato sulla lastra di chiusura. Un sistema innovativo che seguiva un rigido ordine numerico e cronologico: ogni giorno una fossa veniva scoperchiata e richiusa la sera, per poi essere riaperta 365 giorni dopo. Il Cimitero è ancora adibito alla tumulazione, nelle pareti di recinzione, ma necessita di interventi urgenti di recupero per conservare la memoria di uno dei luoghi simbolici della Napoli dei Lumi.
Proprio nell’atrio di ingresso, nel corso del Ventennio fascista, sono stati inseriti dei monumenti funebri. In uno di questi giacciono due persone di sesso maschile. Parenti lontani o amanti del periodo tra l’Ottocento e il Novecento?
Angelo Forgione– Il quadro, di autore ignoto (presumibilmente di scuola francese), in mostra nel Museo del Tesoro di San Gennaro, raffigura l’annuncio del Prodigio di san Gennaro del 22 gennaio 1799, alla presenza di alcuni ufficiali dell’esercito francese, capeggiato da Championnet.
Nel dipinto si notano gli occupanti giacobini soddisfatti e i napoletani urlare al tradimento: il miracolo legittimava l’invasione francese, per di più laica.
I militari francesi instaurarono immediatamente un deciso anticlericalismo e politicizzarono il venerato san Gennaro per placare il forte dissenso della plebe, che considerava quello di Parigi l’esercito dell’anticristo. Championnet, ben informato da Eleonora Fonseca Pimentel sui costumi locali e favorito da alcuni massoni della Deputazione del Santo, impose con la forza all’Arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di annunciare lo scioglimento del sangue per salutare l’arrivo dei suoi e legittimarne l’occupazione. “Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque… Viva la Repubblica!” Questo scrisse donna Eleonora sul suo Monitore Napolitano, ben sapendo che il popolo di Napoli non gradiva né i francesi né i giacobini napoletani, e tantomeno avrebbe gradito l’atteggiamento filofrancese del Santo patrono.
Dopo meno di sei mesi di furti, tasse e stravolgimento dei costumi, il popolo in sommossa riconsegnò il Sud al cattolico Ferdinando di Borbone con una vera rivolta di massa che defenestrò i repubblicani e castigò pure san Gennaro, accusato di adesioni politiche giacobine per aver “compiuto” più volte la prodigiosa liquefazione su richiesta dei nemici della fede cattolica. Le armate sanfediste giunsero a liberare la città il 13 giugno, e l’incarico di protettore della città fu assegnato a sant’Antonio, raffigurato da quel momento con la cattolica bandiera borbonica.
Solo alla fine del periodo napoleonico Napoli fece pace col suo Santo, “perdonato” da Ferdinando, re profondamente cattolico. Non prima, però, di aver chiesto alla Deputazione del Tesoro di vendere il prezioso ostensorio donatogli da Murat. Impossibile, niente da fare! Quella ricchezza, per tradizione, andava accresciuta, non depauperata. San Gennaro fu almeno lasciato finalmente in pace.
Angelo Forgione– Storico evento per il calcio italiano. La squadre del capoluogo sannita approda in Serie A. Benevento è la 4a provincia campana ad approdare in Massima Serie e la 17ma del calcio “meridionale” a fronte delle 43 “settentrionali”, unendosi a Napoli, Salerno, Avellino (Campania), Pescara (Abruzzo), Roma, Frosinone (Lazio), Bari, Lecce, Foggia (Puglia), Reggina, Catanzaro, Crotone (Calabria), Palermo, Catania, Messina (Sicilia) e Cagliari (Sardegna).
Con i sanniti, la Campania diventa la regione del Sud con più squadre ad essere riuscite ad arrivare in A (4), come la Liguria e dietro a Lombardia (11), Emilia Romagna (9), Toscana (7), Piemonte e Veneto (6).
Non una promozione piovuta dal cielo quella delle “streghe”. Il patron giallorosso Oreste Vigorito, avvocato napoletano di Ercolano, è infatti uno degli uomini più ricchi e potenti del Mezzogiorno. Re dell’eolico, sfruttando gli incentivi statali (i più alti d’Europa) e invadendo il paesaggio, il suo Gruppo IVPC, sponsor del club sannita, ha sviluppato fino ad oggi Parchi Eolici per un totale di 1035 MW costituiti da 1171 turbine distribuite su 7 regioni meridionali. Attualmente, in virtù di varie operazioni societarie susseguitesi negli anni, il Gruppo IVPC detiene la titolarità di 271.8 MW e gestisce l’esercizio e la manutenzione di Parchi Eolici di oltre 700 MW. Già finanziatore in passato dell’Udeur di Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento, Vigorito ha rilevato il club sannita nel 2006, in C2, portandolo fino in Serie A, dove mai era stato. In verità anche in B era esordiente. A gonfie vele! Per la prima volta si disputerà il derby Napoli-Benevento in Serie A. Un derby campano sul palcoscenico nazionale più importante non si disputava dal lontano 1987-1988.
Angelo Forgione– Finalmente inaugurata l’avveniristica stazione TAV di Afragola, progettata dalla defunta archistar irachena Zaha Hadid. Un hub al servizio delle province a Nord di Napoli e dei territori di Caserta, Avellino e Benevento, ma che mostrerà le sue potenzialità solo dal 2022, si spera, quando, secondo progetto, dovrebbe fare da nodo di interscambio tra l’Alta Velocità Torino – Salerno, la nuova linea Napoli – Bari, la Circumvesuviana e i treni regionali da e per Caserta, Benevento e Napoli Nord.
Almeno la stazione, bellissima e senza collegamento intermodale, c’è, a incarnare la presenza di un approdo nell’assenza dello sviluppo. Il premier Gentiloni dice: «siamo ammirati nel mondo per l’Alta Velocità, ma abbiamo anche la responsabilità di riconoscere che questa ammirazione è territorialmente squilibrata. Quindi. Non ci resta che intervenire per un potenziamento verso Bari, la Calabria e la Sicilia per garantire una equità territoriale di cui il sud ha diritto. Oggi abbiamo le condizioni di partenza».
Dunque, c’è la meravigliosa stazione, una delle più belle del mondo, ma non i treni davvero veloci. Meno di 40 al giorno ne passeranno di qui mentre a Napoli Garibaldi ne sono circa 500. Questa è la portata di Napoli Afragola oggi, poi si vedrà. In ogni caso la nuova stazione non eviterà ai treni veloci di entrare e uscire da Napoli ma anzi sarà un’ulteriore fermata, e a pochi chilometri dal capoluogo. I treni veloci, in verità, mancano un po’ dappertutto a sud di Napoli. Sono infatti oltre cento i più rapidi Frecciarossa quotidiani tra Torino-Milano-Roma-Napoli e solo uno (1) si allunga da Salerno direttamente fino a Taranto, tagliando fuori Calabria, Sicilia e ovviamente Sardegna. Il resto sono i meno celeri Frecciargento, precisamente quattro (4). In Basilicata, Sicilia e Sardegna non circolano neanche gli ancor più lenti Frecciabianca, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola, ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo treni regionali su linee complementari. Ma almeno per la Sicilia c’è programmazione. La Sardegna, invece, è assolutamente dimenticata. E se pensate che sia normale nel Paese del “prima il Nord”, sappiate che la Spagna, coi fondi europei, ha coperto tutto il suo territorio, e la prima tratta, costruita tra il 1989 e il 1992, è stata la Madrid-Siviglia, in direzione della povera Andalucia, anziché la Madrid-Barcellona (1996-2003).
Di fatto, con Afragola, Napoli ha una stazione AV decentrata, ma questo era noto. Roma Tiburtina è in piena capitale. Milano Rogoredo è nel capoluogo lombardo. Idem Torino Porta Susa. L’hub di Napoli, invece, è fuori Napoli, al momento scollegata e raggiungibile solo percorrendo una ventina di chilometri in automobile. Se questo sarà un limite per la città, come prevede il sindaco De Magistris, lo potremo capire solo quando, verso sud, andranno anche i Frecciarossa, cioè quando davvero si viaggerà ad alta velocità.
Angelo Forgione– Un trionfale “Concerto per l’Europa” quello tenuto il 3 giugno nel Duomo di Milano, con il grande direttore indiano Zubin Metha a condurre l’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli nella Sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, evento gratuito davanti a 5.000 spettatori che hanno tributato 15 minuti di applausi finali. Un ponte artistico tra Napoli e Milano che prova ad arrivare all’Europa attraverso la Musica, per condividere l’arte tra Nord e Sud.
Presente il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ma non il suo omologo milanese Beppe Sala, che ha delegato l’assessore alla viabilità, e neanche il presidente della Regione Lombardia Riccardo Maroni. Forse infastidito da certe assenze, Zubin Metha, da tempo innamorato di Napoli, del suo teatro e della sua cultura musicale, ha esternato prima del concerto il suo disappunto per le lacune culturali del Paese, affidandolo al Corriere del Mezzogiorno:
«So dei tanti pregiudizi sui napoletani e per questo spero ci siano molti leghisti tra gli spettatori in Duomo, e che al suono delle meravigliose note di Beethoven imparino quale sia la grandezza del San Carlo e di Napoli. Molti leghisti sono ignoranti, ovvero ignorano la cultura del Sud e di Napoli: vanno compatiti».
Problema di non soli leghisti, ma problema che appartiene sempre meno al musicista di Bombay, il quale ha aggiunto:
«Napoli è una città che sto conoscendo sempre meglio. Per esempio, ho appreso tardivamente, e me ne rammarico, che il Regno delle Due Sicilie non era sotto la dominazione spagnola, ma aveva sovrani napoletani. Sto amando la storia di Napoli».
Angelo Forgione– Sono trascorsi più di sessant’anni dal referendum istituzionale del Giugno 1946 e ancora l’Italia discute dell’altissima maggioranza monarchica dei meridionali in un dibattito opaco che interessa storici, economisti e sociologi, spesso senza analizzare a fondo quel periodo al quale bisogna tornare per capire i due motivi di quel coro meridionale apparentemente incomprensibile.
Prima ragione fu il retaggio storico del Sud, storicamente legato alla forma monarchica e poco incline a quella repubblicana. Nella povertà acuita dalla precoce liberazione del Sud e nella totale incertezza sulle sorti del Paese, la continuità dell’istituzione monarchica sembrò per tantissimi una soluzione più opportuna e rassicurante, anche perché il Meridione era rimasto fuori dalla guerra di liberazione combattuta nelle regioni del Centro-Nord. Del resto, a pochi interessava la storia per niente scintillante del Regno d’Italia in un momento di grandi stenti in cui non esistevano storiografia e pubblicistica diverse da quelle “ufficiali” che raccontavano i buoni Savoia (e i cattivi Borbone). Umberto II, erede al trono, del resto, aveva vissuto al Palazzo Reale di Napoli da principe ereditario, e la sua presenza in città aveva creato affezione tra i napoletani e non solo.
Secondo fattore, non poco incisivo sulla maggioranza bulgara dei monarchici meridionali, fu rappresentato dalle manipolazioni politiche del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, che orchestrò leprime elezioni amministrative dopo la dittatura fascista in modo da mettere in secondo piano l’espressione degli elettori del Sud Italia. Il clima politico di quei mesi lo espresse il socialista Pietro Nenni: «O la repubblica o il caos». Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia. E allora le consultazioni amministrative furono scientificamente distribuite in due momenti: il Nord in primavera e il Sud in autunno, a distanza di mesi, in modo da piazzarvi in mezzo proprio il più importante referendum del 2 e 3 giugno per scegliere tra la monarchia e la repubblica. Furono mandate molto presto al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale.
I meridionali, quindi, si videro pure aggirati ed estromessi dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, definizione coniata in quei frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta democratica, accusando la strategia del ministro Romita, da lui stesso spiegata in seguito: mettere in minoranza il Sud, storicamente legato alla forma monarchica, facendo votare immediatamente il Nord filo-repubblicano alle amministrative prima che si votasse per il referendum, il quale si sarebbe svolto con i primi risultati, prevedibilmente pro-repubblica, delle elezioni amministrative nel Settentrione.
“Fu questo – scrisse di suo pugno Romita nella pubblicazione Dalla monarchia alla repubblica del 1959 – il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. […]. Nell’orientarmi, quindi, per la scelta dei comuni dove si doveva votare nella prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte, che ad ogni ministro deve essere consentita”.
Il referendum spazzò via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi venti di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Il Mezzogiorno si disse monarchico, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni, più che di effettiva affezione ai Savoia, si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia.
Altissime percentuali di voti per la monarchia si registrarono nelle circoscrizioni di Lecce, Brindisi e Taranto. Brindisi era stata la capitale del Regno del Sud e da lì Vittorio Emanuele III aveva cercato di ricomporre l’ormai sfaldato esercito italiano, partendo dalle divisioni militari dislocate a difesa delle basi navali nella provincia brindisina e in quella tarantina.
Altro exploit monarchico vi fu nella grande Napoli, peraltro la città natale di Vittorio Emanuele III e quella in cui, da principi ereditari, avevano vissuto per anni il Re Umberto II e la sua Maria José; città le cui drammatiche condizioni sociali, originate dalle distruzioni dei bombardamenti, e la lotta per la sopravvivenza del popolo, costretto a badare a se stesso dopo le “Quattro giornate” dell’autunno ’43, non metteva di certo i napoletani in condizione di interessarsi profondamente alla politica. A risultati accertati, tra mille polemiche di brogli, il fronte monarchico di Napoli insorse in via Medina, dove si trovava la sede del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti. Sotto ordine giunto da Roma dallo stesso Romita, la polizia sparò ad altezza d’uomo. In nove persero la vita e undici tra i circa centocinquanta feriti morirono in agonia, senza processo e giustizia. Per placare gli animi e “risarcire” la città e il Sud, il 28 giugno l’Assemblea Costituente mise a Capo dello Stato un monarchico napoletano, Enrico De Nicola, eletto al primo scrutinio con circa il settantacinque per cento dei suffragi dopo aver votato egli stesso a favore della monarchia, convinto dalla necessità di assicurare un trapasso meno traumatico possibile al nuovo sistema e di proporre ai filo-monarchici meridionali una figura capace di riscuoterne il gradimento.
Per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)
Angelo Forgione– Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.
Angelo Forgione– Napoli ai preliminari di Champions League. Così impone la classifica a una squadra che ha sgretolato tutti i suoi record, e non solo i suoi. Inutile snocciolarli, valga per tutti il punteggio in classifica: 86 punti. È stato il Napoli più produttivo della storia, con una media punti di 2.26 a partita, la più alta di sempre, superiore anche a quella del Napoli scudettato 1989/90, a quota 2.11 nella conversione dei tre punti per vittoria, e a quello del 1986/87 (1.90), ma anche al primissimo Napoli di Sarri (2.15).
Al traguardo, il Napoli degli 86 punti e dellagrande bellezza non ha vinto il tricolore, non la Coppa Italia, e neanche ha centrato la qualificazione diretta in Champions. Ma non si può non evidenziare che la prima Juventus di Conte, nel 2012, ha fatto bingo con 84 punti, il Milan di Allegri, l’anno prima, con 82, come l’Inter del triplete di Mourinho. Ad alzare la quota scudetto, evidentemente, è stata la fame dell’ambiziosissimo Andrea Agnelli, voglioso di dimostrare ai cugini Elkann di essere manager all’altezza (e loro replicano ora con la Ferrari) e assatanato nel voler cancellare ogni concorrenza, nel voler battere il record di tricolori consecutivi, compreso quello conseguito dal nonno Edoardo. Sì, la Juventus ha messo in bacheca l’ennesimo tricolore e la Roma ha tamponato, di riffa o di raffa, la rincorsa azzurra. E tutti a chiedere a Sarri e ai suoi cosa sia mancato al Napoli. È mancato in autunno l’assetto trovato in inverno. È mancato qualche punto delittuosamente perso per strada. È mancata la forza economica della Exor e forse anche il debito che la Roma, assai spinta dagli arbitri lungo tutta la stagione, ha con Goldman Sachs. Ma il gruppo napoletano sente di non essere inferiore a nessuno, e vuole riprovarci dall’inizio, ripartendo da dove è rimasto, con gli equilibri trovati, per giocarsi lo scudetto davvero.
L’Olanda di Crujiff insegna che non è necessario essere vincenti per lasciare il segno nel football. Questo Napoli, la grande bellezza del calcio italiano, un segno lo sta lasciando. «È la squadra che gioca il miglior calcio d’Italia, tra le più spettacolari d’Europa», dicono i più titolati, da Guardiola a Capello. Ma alla banda-Sarri il bollino HQ non basta più.
Intanto cala il sipario su una stagione iniziata col grande tradimento, mitigato dall’immediato impatto di Milik. Una quadratura subito trovata e presto persa, con la necessita di trovare rimedio al traumatico infortunio del polacco in nazionale. Gabbiadini dentro, a Crotone, ma immediatamente espulso per una follia a centrocampo. Opportunità fallita, e Sarri convinto che la soluzione non poteva essere il poco sereno attaccante in cui non credeva. C’era Mertens a scalpitare, che già dalla primissima doppietta di Pescara aveva lanciato sguardi fulminanti al mister. Un po’ di rodaggio, con la squadra ad applicarsi attorno al suo tecnico, e poi il sangue si è sciolto: da Gennaio in poi, il Napoli ha iniziato a crescere, fino a diventare una vera e propria macchina da guerra. Milik, uscito da indispensabile a ottobre, è rientrato da comparsa a febbraio. Gioco spumeggiante e meccanismi perfetti, palla nascosta a occhi chiusi, goal a raffica a rendere meno gravi quelli subiti di troppo, e Mertens, il rimedio, più goleador di Higuain in bianconero. Quasi tutti gli avversari asfaltati e Napoli campione di primavera, cioè primissimo nel girone di ritorno, coperto di complimenti e consensi. Ma non può finire qui. Per il sodalizio azzurro si tratta pur sempre del diciassettesimo podio della sua vita sportiva, il quinto nelle ultime sette stagioni, che vale l’ottava partecipazione consecutiva alle competizioni europee, record nazionale in fieri. Si tratta di un club ben assestato nell’élite del calcio italiano ma anche in quello europeo, molto più saldamente del Napoli di Ferlaino sotto il profilo finanziario. Eppure la piazza è divisa, in una sterile diatriba oppositiva nei confronti di uno scorbutico presidente che opera in un territorio in cui è improbo fare impresa ad alti livelli, un imprenditore tronfio proprio perché consapevole di cosa voglia dire fare Calcio d’alto livello al Sud. Una parte della tifoseria pretende di più, nella convinzione che siano solo la passione e l’ampiezza di seguito a determinare le opportunità di un club e non le condizioni territoriali, che invece generano i più importanti vantaggi e limiti, a seconda di dove si operi. Un altro presidente, quello degli scudetti nati da sacrifici insostenibili, sollecita il rischio d’impresa, quello stesso rischio che egli prese non sulla sua pelle ma su quella di un club e di una tifoseria che avrebbero poi pagato i trionfi con tre lustri di anonimato e un doloroso fallimento. Provare a vincere è intento nobile per un club del Sud, ma è giusto provarci con la certezza di non uscire mai dal Calcio che conta. Il Napoli di De Laurentiis vi è entrato di prepotenza, vi resterà senza rischi, e ora si è messo pure in testa di trionfare.
Se dipendesse dalla banda-Sarri, il campionato potrebbe cominciare domenica prossima. Bisognerà invece attendere agosto per dare il via alla nuova stagione, difficile e stimolante. Altro giro, altra corsa. Ci sarà da sabotare il potere, da inceppare il meccanismo sportivo-finanziario che regola la Serie A. La torta è davvero dolcissima. Manca la ciliegina. Il meglio deve ancora venire.