Napoli pericolosa? Sì, perché fa innamorare.

Angelo Forgione Il The Sun di Londra bolla Napoli come una delle undici città più pericolose al mondo. Esagerazione!
Non siamo di fronte a un problema nuovo. Gli inglesi, nel solco della loro storica ambiguità, hanno sempre raccontato tutto il bello e tutto il brutto di Napoli. Siamo semmai di fronte a un sensazionalismo più spinto, a una narrazione della realtà che non corrisponde alla realtà, e che ne amplifica ancora di più la percezione, dettata da una narrazione cinematografica del Male napoletano di grande successo. Qui non si tratta di un reportage confezionato da un bravo giornalista che ha girato il mondo ma di un cimento estemporaneo, tipico del The Sun, di tale Guy Birchall, che certamente si è spostato dal divano del suo salotto alla scrivania prima di sentenziare.
Il problema ha chiaramente una radice interna. Gli stereotipi su Napoli hanno un’origine toscana. Già nel Quattrocento, il sacerdote fiorentino Piovano Arlotto scrisse nei suoi Motti e Facezie che “L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini che nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti. E senza dei quali Napoli sarebbe un paradiso”. Eppure allora si parlava di “Napoli gentile”, e non c’era ancora la camorra, e non tutti i mali italiani di cui è afflitta oggi la metropoli. Penso proprio si trattasse di rivalità tra Firenze e Napoli (non tra le due corti medicea e aragonese, in stretti rapporti), due grandi realtà rinascimentali d’Europa in un’Italia totalmente conflittuale e in un’epoca in cui i mercanti fiorentini, già dal Trecento, trafficarono nella Napoli angioina.
Dal momento che il male fa da sempre più sensazione del bene, certe metafore hanno evidentemente esercitato nei secoli la loro energia negativa in misura ben maggiore di quella positiva. Da lì si arriva al famoso “paradiso abitato da diavoli”, che poi trova terreno fertile nel Positivismo tardo ottocentesco, il vero propagatore degli stereotipi su Napoli in Italia e poi in ogni angolo del mondo. Del resto, anche i napoletani ripetono spesso il detto «‘O presebbio è bello ma ‘e pasturi nun so’ bbuoni». Ora, però, la notizia diffusa dal The Sun fa riflettere sul ruolo del giornalismo che si affida alle fiction che raccontano la cattiveria di certi napoletani, non alle fonti statistiche, e tantomeno all’esperienza diretta.
Napoli è malata, molto, non c’è dubbio, ma certamente non infettiva. Anzi.

Scrivo in Napoli Capitale Morale:

“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte […] che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana.
[…]
Dal dopoguerra in poi, gli elementi dominanti della narrazione di Napoli e di Milano sono diventati la criminalità organizzata napoletana, autorizzata a sostituirsi allo Stato sul territorio, e la finanza milanese, che ambisce a prendere il posto di quella londinese nel dopo Brexit. Il paradosso […] di Napoli, assai pernicioso, è l’occultamento dei suoi enormi e positivi valori dietro l’immagine imposta del Male […].

Napoli Capitale Morale, intervista per ‘il Vaporetto’


di Antonio Corradini per ilvaporetto.com

Napoli e Milano, due città che sembrano correre su strade parallele, due realtà contrapposte, separate da sempre da uno spartiacque sociale intriso di contraddizioni e luoghi comuni. Entrambe, come ci spiega nel suo nuovo libro Angelo Forgione, capitali morali d’Italia, la prima per il suo ingombrante prestigio preunitario, la seconda per il ruolo di città-faro che ha saputo coltivare dall’Unificazione fino ad oggi, approfittando proprio del declino inesorabile della città partenopea. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore dell’opera, con un’intervista esclusiva in cui abbiamo voluto chiarire quelle che erano le ragioni che hanno reso necessario la pubblicazione di un libro che promette di rispondere a molte domande su quella che è la storia ed il percorso passato e futuro di due città faro delle loro rispettive macro aree. Milano e Napoli, Nord e Sud.

Ci siamo Angelo, Napoli Capitale Morale è sugli scaffali delle librerie. Quanta fatica per un’opera che si propone di svelare gli intrecci, le analogie e i personaggi che hanno accompagnato le città di Napoli e Milano dal Rinascimento ad oggi?

Tantissima fatica. Ho messo insieme la storia di Napoli e quella di Milano, e le ho incollate con una mistura di Politica, Massoneria e Chiesa. Capirete che è stato un lavoro di ricerca profonda e faticoso, ma molto appagante. Vi si legge di storie e figure note, ma intrecciate, e anche di personaggi e fatti davvero poco conosciuti, che ho voluto tirare fuori dal dimenticatoio della storia per chiarire e raccontare il dialogo tra Napoli e Milano che l’Unità d’Italia ha spezzato e per fornire degli strumenti di comprensione della realtà attuale delle due città.

Napoli e Milano hanno più affinità di quello che si pensa?

Direi proprio di sì. Pur essendo città diverse e per certi versi opposte, vi sono dei punti di contatto anche evidenti. Questo perché i rapporti intercorsi sono stati importanti, inizialmente durante il secondo Quattrocento, tra il regno aragonese di Napoli e il ducato sforzesco di Milano, e in maniera più intensa nel secondo Settecento, tra i Borbone di Napoli e gli Asburgo di Vienna, che governavano il territorio lombardo, ma anche tra gli illuministi delle due città. Una relazione strettissima vi è stata anche nel primo Ottocento napoleonico. Poi le vicende risorgimentali hanno fatto divergere i percorsi e con l’Unità è andata a finire che le élite del Regno d’Italia hanno interrotto le comunicazioni tra Nord e Sud, spento la profusione culturale e omesso il racconto di ciò che si sono dette Napoli e Milano. Oggi, per esempio, ci riempiamo gli occhi con la Scala e il San Carlo ma non immaginiamo che c’è una strettissima parentela tra i due teatri. Io ho voluto raccontare tutto.

Possiamo considerare Milano come la continuazione storica e politica della Napoli preunitaria?

In un certo senso, sì. Milano è diventata sul finire dell’Ottocento quello che era Napoli un secolo prima, cioè la meta di professionisti e talenti. E ancora a metà del XIX secolo, al momento dell’Unità, Napoli era la città più grande e popolata d’Italia, ma anche la più importante e la più rispettata in Europa. Oltre quattrocentomila abitanti napoletani, il doppio dei milanesi, e meno ancora erano i romani e i torinesi. Oggi Milano è seconda a Roma per popolazione residente ma certamente è la più inclusiva d’Italia, l’unica città che cresce demograficamente, mentre tutte decrescono, e Napoli in modo preoccupante, risultando ormai popolata più o meno quanto Torino. Il capoluogo meneghino si è indubbiamente avvantaggiato delle condizioni create nel “triangolo industriale”, mentre la politica sabauda strozzava l’economia partenopea a beneficio di quella piemontese-lombarda-ligure, ed è stata scelta come luogo di affermazione della finanza sulla politica, vincendo così la concorrenza di Torino e facendosi per questo città-faro del nuovo slancio italiano. Perciò fu battezzata come “la capitale morale”, tra l’altro dal napoletano Ruggero Bonghi, e non per la mai esistita concorrenza industriale e finanziaria di Roma, cioè la città che tutti credono erroneamente il riferimento sottinteso dell’etichetta milanese.

Napoli e Milano sono due simboli agli antipodi, due città eternamente stereotipate, nel bene e nel male. Cosa è cambiato dal Risorgimento ad oggi?

È cambiato appunto che Napoli non è più la città più importante della Penisola, e lo è diventata Milano. È cambiato che fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando l’Italia era ancora il primo paese nel mondo per richiamo turistico, Napoli era al vertice massimo del turismo nostrano e straniero, condiviso con Roma, Firenze e Venezia, e aveva ancora un tessuto produttivo di un certo interesse, mentre oggi, ignominiosamente, non è percepita come città d’arte, perché tutto il patrimonio che possiede è stato occultato dall’immagine imposta del Male, della criminalità e degli affanni sociali, ed è principalmente città di consumo. È cambiato che Milano è cresciuta con la sua immagine di città moderna impegnata nel profitto spietato e, da città della periferica contea asburgica, è diventata la metropoli più scintillante d’Italia. Il ribaltamento è tutto qui.

Che capitale sarebbe stata Napoli se il processo unitario l’avesse rispettata?

Difficile dirlo, perché Ferdinando II di Borbone, fino alla morte nel 1859, aveva condotto uno sviluppo svincolato dal liberismo nascente e dall’indebitamento bancario. La spesa pubblica era controllata, mentre altrove si chiedevano prestiti enormi per realizzare le infrastrutture. Questa virtuosa politica economica aveva consentito di tappare uno spaventoso disavanzo derivato dai prestiti che per circa un decennio i Rothschild avevano fatto alla Corona borbonica per pagare il mantenimento delle truppe austriache dopo la Restaurazione del Congresso di Vienna. Capirete che, mentre tutti facevano debiti, per la gioia dei banchieri tedeschi, la piattaforma economica napoletana rappresentava una mosca bianca, e pure fastidiosa. Ma se pure l’Italia unita non avesse privilegiato lo sviluppo del Nord-Ovest, Napoli avrebbe dovuto comunque adeguarsi alle aspirazioni del ceto medio e dare maggior impulso all’iniziativa privata nel processo di modernizzazione. In ogni caso, il definitivo crollo di Napoli è derivato dai bombardamenti e dagli eventi della Seconda Guerra mondiale. Napoli non si è ripresa da quelle ferite, anzi, è decisamente collassata sotto il profilo sociale. Gli americani sul territorio hanno consentito l’allacciamento di rapporti tra le organizzazioni malavitose e la mafia d’America, ampliando gli affari col traffico internazionale della droga. Così la camorra è cresciuta enormemente, come è cresciuta la povertà e la necessità di rimediare. La città si è espansa demograficamente ma senza sviluppo, e alle problematiche esistenziali si è iniziato a dar risposta ricorrendo all’illegalità e alla delinquenza.

Napoli e Milano, due destini diversi, due realtà inique e inversamente proporzionali, cosa ci aspetta per il futuro?”

Nulla di particolarmente buono per Napoli e qualcosa per Milano, nei limiti delle possibilità di un Paese come l’Italia in fortissima stagnazione, finché i governi continueranno a non spingere per la soluzione della Questione meridionale e a considerare il Sud solo come serbatoio di voti, tra l’altro gestito dalle mafie, che sono ammortizzatori sociali da non far mancare a un territorio senza sviluppo, quindi da non combattere seriamente. Continuando così proseguiremo ad assistere allo svuotamento intellettuale e umano di Napoli e al riempimento sistematico di Milano, che continuerà ad essere spinta anche da Roma, come è accaduto per l’Expo, per il quale si candidò prima Torino sulla scia delle riuscite Olimpiadi invernali, prima che il Governo cavalcasse la successiva candidatura di Milano, ritenuta più “importante”. L’antagonismo, come vedete, è tra Milano e Torino, non tra Milano e Roma. A Napoli non resta che ottimizzare l’offerta turistica per riguadagnare posizioni, e sperare che nasca una nuova generazione politica fiera e coinvolta negli interessi del territorio. Nel passaggio da Monarchia e Repubblica, per il Sud nulla è cambiato davvero. Ottantacinque anni la prima, una settantina la seconda, e Napoli non ha mai sorriso. Milano sì. Eppure fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra.

‘Napoli Capitale Morale’ a ‘La Radiazza’

Due chiacchiere sul nuovo libro Napoli Capitale Morale, nel giorno dell’uscita in libreria, al fortunato show radiofonico La Radiazza di Gianni Simioli, sulle frequenze di Radio Marte.

—— Napoli Capitale Morale ——

Dal Vesuvio a Milano
Storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa

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La definizione “capitale morale” è sinonimo di Milano, la città che, dall’Unità d’Italia in poi, si è messa alla guida del progresso del Paese e ha saputo guadagnarsi il ruolo di città-faro, pur non essendo la capitale ufficiale. Eppure, alla vigilia della spedizione di Garibaldi e della conquista del Sud da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia, Milano era città subordinata a Vienna, cioè alla capitale di quell’Impero austriaco che dialogava con la capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, la “capitale morale” dell’Italia pre-risorgimentale.
Napoli e Milano, La “capitale morale” preunitaria e quella postunitaria, le città che hanno fatto la storia dell’Opera, i due poli uniti da rilevanti intrecci tra il Quattrocento e il Settecento, tra il Rinascimento e l’Illuminismo, allontanate dall’Unità nazionale e completamente separate dall’americanizzazione post-bellica, si proiettano nel futuro come diverse realtà dello stesso Paese. Ma davvero si tratta di mondi inconciliabili?

Napoli Capitale Morale è un documentato racconto dei percorsi e degli incroci tra le città-metafora delle due Italie, con un occhio vigile alle componenti Politica, Massoneria e Chiesa. È un chiarimento dei loro destini, necessario per ragionare su quanto ereditano dalle rispettive scelte storiche, culturali, economiche e urbanistiche, e per individuare i motivi delle differenti velocità del loro sviluppo. Una narrazione di due paradigmi, utile alla comprensione dell’origine della “Questione meridionale” e del differente progresso di Nord e Sud del Paese.

ncm_foto_libroDici “capitale morale” e pensi a Milano. Dici Milano e pensi a finanza e panettone, ma anche ai suoi simboli: la Scala, il Corriere della Sera, l’Alfa Romeo. Eppure, il padre del glorioso teatro scaligero non avrebbe mai potuto costruire quella sala e la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli. In quel teatro si giocava così febbrilmente d’azzardo che uno scaltro barista milanese, con l’opportunità di servir bevande, riuscì a spillare tanti soldi ai suoi concittadini come croupier da guadagnarsi la direzione del più importante San Carlo di Napoli e diventare nientemeno che “il principe degli impresari”, determinando dal Golfo le carriere internazionali degli artisti italiani e mettendo su, con la fortuna messa da parte, l’impresa edile che innalzò la basilica di San Francesco di Paola. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e fu ancora un napoletano a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi. E sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”. Si potrebbe proseguire oltre a snocciolare gli incroci tra le due città, ma tanto basta per dedurre quanto sia significativa l’impronta di Napoli nella storia recente della città della Madonnina e nei suoi simboli e per rimandare alla lettura di Napoli Capitale Morale. Nel titolo è chiarissimo il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita, raccontandone il percorso ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. Sembra, appunto, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese. Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel profitto. Eppure vi fu un tempo dei Lumi e della Cultura in cui Napoli dialogava con Vienna, allorché la corte asburgica portò la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato di Milano, compreso l’emblema contemporaneo della cultura milanese, quel Regio Ducal Teatro di Santa Maria alla Scala che fu diretta emanazione del Real Teatro di San Carlo di Napoli e del Teatro di Corte della Reggia di Caserta. Dal 1861 in poi è stata Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli.
Due anni di indagine e scrittura per chiarire come si sia concretizzato un capovolgimento nazionale: da Napoli, universalmente riconosciuta come la città più importante dell’Italia di metà Ottocento, a Milano, periferica contea asburgica cresciuta enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea. Due città che, per diversi aspetti, hanno in Torino la rivale comune e che, forti delle proprie identità, hanno cancellato Roma dalle loro toponomastiche. Due metropoli che rappresentano il Nord e il Sud, raccontate sullo sfondo delle vicende politiche nazionali, ma anche di quelle apparentemente estranee della Chiesa e della Massoneria in conflitto tra loro, che invece proprio nelle evoluzioni del processo unitario ebbero grande importanza.

Napoli Capitale Morale
edizioni Magenes
collana ‘Voci dal Sud’
pagine 320

Indice del libro

INTRODUZIONE

I – TRA RINASCIMENTO E DOMINIO DI SPAGNA

La nascita della Napoli europea – Napoli e Milano nell’Italia delle arti e delle armi
La dominazione spagnola e l’età barocca – le trasformazioni sociali al tempo dei Vicereami

II – NAPOLI MODELLO PER MILANO NEL SECOLO DEI LUMI

La nascita del tempio napoletano della musica
la rivoluzione architettonica del teatro

L’erudito Karl Joseph von Formian
un diplomatico asburgico porta la cultura di Napoli a Milano

Mozart nel paese della musica
il genio di Salisburgo influenzato dai musicisti napolitani

Giuseppe Piermarini, il padre della Scala
un vanvitelliano apprende a Napoli e applica a Milano

III – DAI MASSONI AI GIACOBINI

Il rosicruciano Raimondo de’ Sangro
il primo Gran Maestro dei territori italiani

La politicizzazione delle logge
lo scontro tra poteri nella capitale della Massoneria italiana del ’700

L’intromissione degli Illuminati di Baviera
un agente segreto a Napoli per sobillare i frammassoni

La diffusione del giacobinismo
il completo deragliamento della Massoneria

IV – L’ITALIA DI NAPOLEONE: BEAUHARNAIS A MILANO, MURAT A NAPOLI

La grandeur di Milano
la città specchio del potere di Napoleone

Napoli a Gioacchino Murat
il Maresciallo dell’Impero diventa Re del Sud

La nuova facciata del Teatro di San Carlo
il milanese Barbaja irrompe sulla scena partenopea

Napoli anello debole della grandeur
scontro in famiglia tra Napoleone e Murat

V – VERSO IL RISORGIMENTO

La nuova sala del Teatro di San Carlo
Antonio Niccolini firma il teatro più bello del mondo

Il regno di Domenico Barbaja
“il principe degli impresari”, la primadonna e il successo di Rossini

Lo slancio verso il progresso
Napoli e Milano in cerca di autonomia

La Scala verso la gloria risorgimentale
il teatro di Milano diviene simbolo dell’Unità

Milano con la rivale Torino, Napoli con Roma
l’unione anti-austriaca al Nord e il legittimismo al Sud

La Massoneria risorgimentale
il contributo delle logge alla cancellazione del Regno di Napoli

VI – NEL REGNO D’ITALIA

Il processo di modernizzazione
crescita di Milano e ritardo di Napoli tra Unità e Grande Guerra

Napoli e Milano tra le due Guerre
dalla riorganizzazione fascista ai bombardamenti degli Alleati

VII – DAL DOPOGUERRA AL TERZO MILLENNIO

Gli anni Cinquanta e Sessanta
la ricostruzione postbellica e il “miracolo economico”

Gli anni Settanta e Ottanta
la grande recessione e il gran disimpegno

Gli anni Novanta
dalla Tangentopoli milanese all’effimero “rinascimento napoletano”

DIREZIONE FUTURO

Un caso di “unione civile” di inizio ‘900 al Cimitero (da salvare) delle 366 Fosse?

cimitero_2uominiAngelo Forgione Il Cimitero delle 366 fosse di Napoli è un formidabile esempio di architettura sociale voluto nel 1762 dal governo borbonico per dare sepoltura ai poveri della Capitale e pensato dall’architetto toscano Ferdinando Fuga. Una pianta quadrata, interamente recintata, e lastricata di pietra lavica, all’interno della quale si trovano 366 botole numerate che coprono altrettante fosse di 4,20 metri per lato e profonde 8 metri, adibite alla conservazione dei corpi di chi moriva nel giorno dell’anno corrispondente al numero riportato sulla lastra di chiusura. Un sistema innovativo che seguiva un rigido ordine numerico e cronologico: ogni giorno una fossa veniva scoperchiata e richiusa la sera, per poi essere riaperta 365 giorni dopo. Il Cimitero è ancora adibito alla tumulazione, nelle pareti di recinzione, ma necessita di interventi urgenti di recupero per conservare la memoria di uno dei luoghi simbolici della Napoli dei Lumi.
Proprio nell’atrio di ingresso, nel corso del Ventennio fascista, sono stati inseriti dei monumenti funebri. In uno di questi giacciono due persone di sesso maschile. Parenti lontani o amanti del periodo tra l’Ottocento e il Novecento?

Concorso fotoletterario “Arenella e Vomero nella Napoli capitale”

C’è un luogo all’Arenella, popoloso quartiere di Napoli, in cui Gaetano Donizetti ha scritto buona parte della Lucia di Lammermoor, una della sue opere più famose, inscenata in tutto il mondo. Ed è anche un posto di gran pregio architettonico. Eppure il fatto e il luogo sono delittuosamente misconosciuti, come tanti altri attinenti alla zona collinare condivisa dall’Arenella e dal Vomero che conservano memorie da riscoprire, testimonianze del passato che possono riattivare una curiosità intellettuale e dare il là a un’impensabile rivalutazione storica del territorio. È per questo che ho accettato la proposta fattami dal consigliere municipale Mimmo Cerullo di MO di fare da testimonial al concorso fotoletterario “Arenella e Vomero nella Napoli Capitale”, indetto dalla V Municipalità di Napoli. Si tratta di una competizione aperta a tutti i cittadini con almeno 14 anni di età, invitati a partecipare con delle fotografie di posti della zona collinare corredate da un breve testo in cui si evidenzi l’importanza dei soggetti ritratti. L’intento è quello di stimolare la conoscenza e la memoria storica, di fare identità anche in una Municipalità che conta circa 120mila abitanti, una città nella città, demograficamente grande quanto Bergamo, a proposito di Donizetti, o Pescara, e poco meno popolata di Salerno (135mila).
Al netto della presenza del Museo e Certosa di San Martino e del Castel Sant’Elmo, l’Arenella e il Vomero non sono considerate zone di rilievo turistico. Eppure di storia collinare da riscoprire ve n’è tanta, e sono certo che il concorso possa dare un gran contributo in tal senso. Io darò il mio, e sarà un piacere poter premiare i vincitori il 27 maggio nella sala consiliare “Silvia Ruotolo”. Magari, quel giorno, rivelerò dove Donizetti ha scritto la Lucia di Lammermoor, il gran trionfo al San Carlo alla sera del 26 settembre1835.

Angelo Forgione

Regolamento e scheda di partecipazione:
http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/32542

pagina facebook con quotidiana pubblicazione dei luoghi più interessanti da fotografare e descrivere presenti nella Napoli collinare:
https://www.facebook.com/quintamunicipalita/?fref=ts

Comunicato stampa della V Muncipalità:
ANGELO FORGIONE TESTIMONIAL DEL CONCORSO FOTOLETTERARIO “ARENELLA E VOMERO NELLA NAPOLI CAPITALE”!
Lo scrittore e giornalista Angelo Forgione, opinionista, storicista, colto meridionalista napoletano, sarà il testimonial del concorso che vuole riportare alla luce i monumenti e le memorie dei quartieri collinari della città di Napoli attraverso immagini e testi realizzati da semplici cittadini. Non poteva essere fatta scelta migliore, verrebbe da dire, essendo Forgione uno scrittore al servizio della storia e dell’identità, esperto di Questione Meridionale, curatore del blog V.A.N.T.O. (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio) e da tempo profondamente impegnato in prima linea a contribuire al rilancio della città. In questo caso, Forgione darà il suo contributo alla conoscenza di quartieri considerati a torto poco interessanti sotto il profilo turistico e invece ricchi di testimonianze della Napoli Capitale. «Arrivata la proposta da Mimmo Cerullo, consigliere di MO! della V Municipalità, che sta portando avanti il progetto, ho accettato con grande piacere. Ritengo un privilegio aiutare a portare alla conoscenza dei più la storicità dei luoghi dell’Arenella e del Vomero – ha detto Forgione – e poter premiare i vincitori di un concorso che trovo, nel suo formato, assolutamente originale e intrigante!» Forgione, autore di due libri di grande successo come Made in Naples – Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) (2013), in cui è chiarito come in nessun altro testo perché Napoli è considerata dall’Unesco la culla della cultura occidentale, e Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (2015), in cui sono ricostruiti gli intrecci politico-economici che hanno decretato l’egemonia settentrionale nello sport nazionale, e in procinto di lanciare il suo nuovo libro dedicato alle storie intrecciate di Napoli e Milano, sarà presente agli eventi promozionali e alla premiazione del concorso che si terrà nell’aula consiliare della V Municipalità “Silvia Ruotolo” il prossimo 27 maggio alle ore 17.00. «Sono molto, molto contento che Angelo Forgione abbia accettato un ruolo nella promozione dell’immagine del nostro concorso fotoletterario dedicato all’Arenella ed al Vomero. Il suo appoggio ci garantisce diffusione e, soprattutto, un’accresciuta importanza nei confronti dell’informazione e dei Napoletani» ha commentato Mimmo Cerullo di MO!, promotore del concorso insieme all’ideatore Antonio Lombardi e Unione Mediterranea.

Real-Napoli: dialogo impossibile tra Carlo e Ferdinando

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carlo_ferdinando“Padre, ma Vi hanno detto che i napoletani stanno venendo in massa a Madrid?”

“Sì, sono informato, caro Ferdinando… credi che sia solo caccia e presepi, io? Il calcio mi interessa. Tutto mi interessa!”

“Scusatemi, padre, non volevo mancarvi di rispetto. E ditemi un po’, per chi tiferete?”

“Figliolo, lo sai che Napoli ce l’ho nel cuore e che i napoletani me li sono portati in Spagna per governare e costruire. Ho governato da “napoletano” qui. Ma io sono nato a Madrid, ci sono cresciuto prima di andarmene a Parma, e ci sono morto. E poi, qui la squadra porta la corona. Voi, a Napoli, ve ne siete dimenticati, e portate pure la enne napoleonica sulle maglie.”

“Me ne rendo conto, e potete capire che rabbia. Però, sapete che c’era il Corsiero del Sole sulle maglie del 1926. E però, pure nel calcio il nostro Sud è stato umiliato, e quando ha iniziato a misurarsi coi sabaudi e gli austriacanti è stato un disastro. Però molta gente porta le nostre bandiere allo stadio. Il popolo non si è dimenticato dei tempi migliori, nonostante tutto. Che bella rivincita!”

“Sì, Ferdinando, vedo… vedo… e mi fa piacere, ma i simboli del Regno coi simboli di Napoleone sull’azzurro mi sembra una follia. Ma a chi è venuto in mente?”

“Ai torinesi.”

“Che cosa?”

“Sì. Quelli producono l’abbigliamento del Napoli e si sono inventati una linea borbonica. Hanno venduto assai. Alla gente piace il nostro stemma.”

“Mi fa piacere, figliolo. Quelli, i torinesi, ne sanno una più del diavolo. Ma dimmi un po’, che ci facevano i calciatori al Real Museo?”

“Hanno posato per il calendario ufficiale del club tra i tesori della Collezione Farnesiana.”

“Ferdinando, io te lo dicevo che non era il caso di togliere i vincoli di famiglia alla collezione di tua nonna e donare tutto quel ben di Dio alla città.”

“Padre, state tranquillo, non si è danneggiato nulla. E poi, permettetemi di dirvelo, Voi siete un sovrano illuminato, ma tutti quei marmi, se non fosse stato per me, stavano ancora a Roma. L’impresa per trasportarli a Napoli sulle navi l’ho voluta io. Voi neanche ci pensaste.”

“Stai al posto tuo, Ferdinando. Io ho portato la pinacoteca della Collezione da Parma e Piacenza, e se non fosse per me, tutti quei quadri starebbero a Vienna, accidenti! E poi ho iniziato gli scavi vesuviani. Io ho fatto tantissimo per l’amata Napoli.”

“Certo, e chi dice il contrario? La città Vi ricorda ancora con tanto affetto. Siete considerato il miglior re che Napoli abbia mai avuto.”

“E pure a Madrid, caro mio.”

“Però voi siete nato a Madrid, e siete pure tifoso del Real, a quanto pare.”

“E quindi?”

“E quindi il vero napoletano sono io. Jammo, padre… lo sapete benissimo che avete fatto costruire la Reggia di Caserta perché non pensavate di dover tornare a Madrid. Credevate che sareste morto a Napoli e che quello sarebbe stato per sempre il Vostro regno. Se il Vostro fratellastro Ferdinando VI non fosse scomparso prematuramente voi non sareste mai tornato in Spagna.”

“E che vuoi dire con questo?”

“Che siete madrileno, e tifoso del Real, e che il vero napoletano sono io.”

“Sei sempre stato un insolente, Ferdinando. Io mi sento napoletano, a tutti gli effetti. E ricordati che tuo fratello Carlo Antonio, napoletano come te, è stato Re di Spagna dopo di me.”

“Ecco, appunto. Parliamo di Carlo Antonio. Per chi tifa? Ditelo che tifa anche lui per il Real.”

“Te lo ripeto, lui è napoletano come te.”

“Sì, ma è venuto con Voi a Madrid a undici anni. Chissà quanto è rimasto napoletano.”

“Ha sempre ricordato tutto dei luoghi della sua infanzia. E poi, vuoi condannare chi non tifa Napoli?”

“Per carità! Io ho firmato lo Statuto di San Leucio, sono il primo sovrano d’Europa ad aver bandito le discriminazioni. Tranne giacobini e juventini, a casa mia sono tutti i benvenuti. Voi, che siete considerato il miglior sovrano di Madrid e di Napoli, non siete arrivato a tanto.”

“Uh… basta, Ferdinà! Lo Statuto leuciano è tutto merito dell’austriaca, che ho voluto metterti vicino io per assicurarti il trono. Questo è il ringraziamento. Tornatene da lei, va’, che ora ho perso la pazienza.”

“Preferisco sempre la siciliana.”

“Vai da chi vuoi tu, basta che te ne vai.”

“Padre, un’ultima cosa…”

“Dimmi…”

“Vincerà il Napoli!”

“Il solito sbruffone. Una squadra del povero Mezzogiorno d’Italia contro il club più ricco è blasonato del mondo. Neanche lo stadio di proprietà riuscite a farvi. Da quando siamo andati via noi non si è capito più niente laggiù. Se fosse stato per me, avrei fatto costruire il Real Stadio di San Carlo, una reggia del calcio, e sarebbe stato certamente il più bello del mondo.”

“Vi state vantando del San Carlo? Meglio che Vi vantiate della Reggia di Caserta, perché il teatro l’ho fatto ricostruire io, più bello di prima, e se è il più bello del mondo lo si deve a me e al mio architetto Niccolini.”

“Era un epigono del mio Vanvitelli. Tu non cambierai mai.”

“Mai, Maestà. Napoletano per l’eternità. Stàteve buono… e forza Napoli!”

Ulisse legge Made in Naples

Angelo ForgioneUlisse, il piacere della scoperta, la fortunata trasmissione Rai di Alberto Angela, per la redazione della puntata dedicata a Napoli, ha utilizzato, tra le varie fonti, anche Made in Naples, come testimonia la storia del caffè tratta più o meno fedelmente dal relativo capitolo sul libro. Peccato però che non sia stata fatta citazione nei credits di chiusura. Poco male. L’importante è rimettere a posto la storia e anche smentire i luoghi comuni sulla specificità dell’espresso napoletano.

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Franceschini: «Napoli può tornare capitale turistica mondiale»

Angelo Forgione Dopo aver ereditato l’ottimo lavoro di Massimo Bray, Dario Franceschini, nella sua esperienza da Ministro dei Beni Culturali, si è evidentemente reso conto che Napoli si trova al centro di una macrozona turistica senza troppi rivali al mondo per offerta culturale e bellezza paesaggistica, e che questo scrigno non riesce ad attrarre quanto potrebbe. Ora che i segnali sono positivi, col turismo in crescita nel capoluogo partenopeo, dagli Stati generali della Cultura a Roma, azzarda una previsione: «Se investe in cultura, Napoli destinata a tornare una delle capitali del turismo mondiale».


Il Ministro ha usato il verbo tonare, perché sa che Napoli, meta del Grand Tour di un tempo per i motivi ai quali lui stesso ha fatto allussione («per una serie di ragioni che non sto qui ad elencarvi e che sono abbastanza evidenti»), ha condiviso il primato del turismo nostrano e straniero con Roma, Firenze e Venezia fino al periodo delle guerre, quando l’Italia era il primo paese nel mondo per richiamo turistico. I bombardamenti l’hanno ferita molto più delle altre, e un altro gravissimo colpo gliel’ha dato la cattiva informazione sul colera del 1973, vera colpevole dell’allontanamento dei turisti dalla città. Proprio la tivù, insieme agli altri media, ha contribuito a far uscire Napoli dalla percezione collettiva delle città costituenti il polo culturale italiano. La marcia, lentissima e faticosissima, è ripresa solo nel 1994, col G7, e non a caso, un anno dopo, l’Unesco ha inserito il suo intero Centro Storico nella lista dei patrimoni dell’umanità. Poi ancora un brutto colpo intorno al 2010, con la crisi dei rifiuti. Ma Napoli l’indomita si è rialzata di nuovo, e Franceschini, che in questi anni ha toccato con mano i tesori e le bellezze partenopee, sa che può tornare ad essere meta assoluta del turismo internazionale.
Dunque, ne approfitto per ricalcare un passo del mio libro Made in Naples:

In Italia, in Europa, nel mondo, c’è uno scrigno abbandonato. Dentro vi è custodita una città romantica quanto Parigi, colorata quanto Barcellona, aristocratica quanto Londra, eterna quanto Roma, accogliente quanto Berlino, colta quanto Vienna, sorprendente quanto Istanbul. E, cosa non dappoco, più buongustaia di tutte. Se solo i napoletani scoprissero che quello scrigno è sotto i loro piedi e se ne riappropriassero, abbandonando l’oblio di sé stessi, diventerebbero, in men che non si dica, il popolo più beato al mondo!

Il controverso prestito di tesori napoletani a Comacchio

Angelo Forgione  Una strana storia. Due città candidate al ruolo di “capitale italiana della cultura 2018”. La napoletana Ercolano e l’estense Comacchio. Il titolo è una bella invenzione del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anch’egli estense, e dà l’opportunità di promuovere annualmente un territorio, attribuendogli anche un contributo ministeriale di un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare le iniziative previste per l’anno di investitura. Il fatto è che per ottenere il riconoscimento bisogna mettere in campo diverse iniziative culturali che rendano il territorio vivo e lo dotino di un’offerta di un certo interesse. Accade allora che l’assessorato alla Cultura del Comune di Comacchio inizi a lavorare per rafforzare la candidatura, e concepisca l’idea di chiedere aiuto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che è il più importante museo al mondo di antichità classiche e ospita l’immenso patrimonio di reperti provenienti dagli scavi vesuviani, tra cui anche quelli di Ercolano, che è città in competizione per la gara del MiBACT. La proposta è quella di esporre, lungo un periodo di due anni e forse più, alcuni reperti archeologici custoditi nei depositi dell’importante museo napoletano nel nascente Museo Delta Antico di Comacchio, che aprirà i battenti nella primavera 2017, in modo da promuovere il nuovo spazio espositivo e proiettarlo immediatamente nei circuiti museali internazionali. Cosa normale, visto che le mostre itineranti e i prestiti museali sono prassi. Il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini, archeologo toscano specializzato in etruscologia, nominato da Franceschini, accoglie la proposta e pure il sindaco di Comacchio, accompagnato dall’assessore competente, per firmare un protocollo d’intesa che rende partner il Museo Delta Antico.

Alcune domande, però, sorgono spontaneamente. Siamo proprio sicuri che sia questo il modo giusto per promuovere i tesori di Napoli, visto che i tour-operator internazionali ignorano la città e indirizzano i turisti stranieri da Roma in su? Possibile che Napoli debba tenere parte dei suoi tesori negli scantinati museali mentre il mondo fa a gara per mostrarli? Possibile che l’enorme palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri, resti un eterno incompiuto e non possa essere reso invece un spazio espositivo, come propone ad esempio l’associazione Ram – Rinascita Artistica del Mezzogiorno? Possibile che Napoli dissemini cultura nell’avamposto ferrarese e la concorrente Ercolano, ma anche l’altra candidata Caserta, restino a guardare?
Il sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, pur non essendo contrario alla promozione dei tesori, lamenta il silenzio della Soprintendenza alla richiesta di strutture espositive, che starebbe invece approntando uno sponsor privato per far sì che sia la cittadina vesuviana il naturale approdo espositivo di quanto conservato negli depositi dei ricchi musei napoletani.