“Mostro” dell’Arenella verso l’abbattimento?

“Mostro” dell’Arenella verso l’abbattimento?

il procuratore De Chiara raccoglie la denuncia di V.A.N.T.O.

Angelo Forgione – Ho cominciato ad interessarmi a fondo dell’ecomostro dell’Arenella nel 2008 con articoli, segnalazioni e denunce, fino a coinvolgere in un dibattito radiofonico su Ecoradio il Comune di Napoli e Legambiente. Le informazioni raccolte che ricostruivano la storia di questo grande “mistero” napoletano rivelavano un ruolo fondamentale nella vicenda di Aldo De Chiara, nel 1990 Pretore per l’antiabusivismo e oggi Procuratore aggiunto di Napoli.
Ebbene, durante il mese di Agosto, lo stesso Aldo De Chiara per la sezione ecologia della Procura di Napoli ha provveduto a fare richiesta al Comune di trasmettergli gli atti relativi al condono edilizio richiesto nel 1994 per la sanatoria del primo governo Berlusconi. Il sospetto è che la richiesta possa essere stata insabbiata per non doverla bocciare e per non dover procedere ad emettere una ordinanza di demolizione. L’inchiesta, dunque, mira a far chiarezza per verificare la possibilità di procedere ad una sentenza di abbattimento del “mostro” di cemento che si para agli occhi di chi transita sul raccordo urbano della tangenziale. Chiaramente questa iniziativa mi felicita enormemente per l’interessamento alla vicenda ma soprattutto perchè, dopo più di 20 anni, pare si sia finalmente deciso di intervenire, e speriamo che sia davvero. Non solo per il fabbricato più evidente ma anche per gli altri due, più nascosti dietro la galleria.

articolo per napoli.com del Febbraio 2009


Dopo la bufera, intervista-confronto con Luca Serafini

Dopo la bufera, intervista-confronto con Luca Serafini
«La vera immondizia è la politica. Quella di Napoli è vergogna italiana. Ho sangue sudista, sono avvilito»

di Angelo Forgione 

L’editoriale di Luca Serafini, col quale il giornalista di Mediaset ha motivato politicamente il mancato acquisto da parte di Berlusconi del calciatore Hamsik, abbandonato nella Napoli dell’immondizia, ha scatenato una bufera per via di alcune espressioni sulla città di Napoli e sul presidente De Laurentiis, sgradite al popolo azzurro. Siti, radio, blog, gente comune, tutti contro Serafini.
Come già scritto, non c’era da offendersi perchè non si trattava di razzismo ma di semplice peccato di presunzione nel considerare un calciatore del Napoli acquistabile semplicemente per volontà. Purtroppo la querelle è trascesa e sono piovuti su Serafini insulti e minacce per via diretta tramite Facebook, nonostante avesse comunque riconosciuto l’errore di essersi espresso con termini incauti. La maleducazione e l’inciviltà non appartengono ai veri Napoletani, e superano ogni presunzione o razzismo. Il perseverare nella protesta facendola degenerare, utilizzando Facebook non come una risorsa di confronto ma come un luogo in cui poter sfrenare ogni istinto, è pratica poco intelligente per chiunque pretenda di affermare le proprie ragioni.
Ho deciso di contattare Luca Serafini, argomentando sulle mie riflessioni al suo editoriale e ponendogli qualche domanda su temi calcistici e non che coinvolgono i punti di vista di Sud e Nord, dal razzismo negli stadi al potere mediatico del nord,  in un confronto cordiale e civile che facesse meglio venir fuori il suo pensiero e si chiarisse una volta e per sempre che, come già detto a caldo, non c’era da parte sua razzismo e volontà di offendere i Napoletani. Preciso che è il mio punto di vista personale che non vuole rappresentare quello di nessun altro. 

A.F.: Serafini, se me lo consenti ci diamo del tu perchè siamo colleghi. Mi perdonerai se il mio punto di vista è da sud, ma non posso perdere l’occasione per confrontarmi con un collega giornalista d’esperienza del nord. Leggendo l’editoriale che ha scatenato l’inferno a Napoli, è chiaro che non c’è razzismo, anche se l’accusa che ti è stata mossa è questa. Ti sei però reso conto che traspare una sorta di presunzione che ha dato fastidio ai Napoletani?

L.S.: Presunzione? Non lo so. Io ho scritto che quella di “abbandonare” Hamsik è stata una scelta politica di Berlusconi: in un momento di emergenza per l’immondizia e con un fresco sindaco avversario nello schieramento, ha preferito non fare una scelta impopolare. Mi hanno rinfacciato il fatto che il Milan non lo abbia preso perché troppo caro: può darsi, a me risulta che il Milan su Hamsik l’investimento lo avrebbe fatto, poi ognuno può credere a quello che vuole. L’espressione è stata infelice, ho chiesto scusa. Due volte. Non è bastato nemmeno questo: “un grande professionista non può sbagliare a scrivere”, “ti hanno imposto di chiedere scusa dall’alto”. Mi dispiace, ma io non voto per Berlusconi e non ho mai votato per lui: non sono questi gli ordini che prendo dall’alto. E’ vero che sono a SportMediaset dal 1986: per me è un vanto, non una vergogna. 

A.F.: Il popolo di Napoli è scottato da 15 anni di emergenza rifiuti, e toccare certe tematiche è ormai diventato delicato, soprattutto per i troppi che non capiscono che il Napoletano è vittima, non colpevole. Esprimi con sincerità il tuo pensiero sulla questione, tu che sei stato corrispondente per il Mattino e i Napoletani li conosci abbastanza.

L.S.: Il popolo italiano è scottato da decenni di emergenza rifiuti: la politica! L’immondizia è in televisione, negli spot pubblicitari, nel gossip, in internet, ovunque, è un nemico che ci insidia in ogni vicolo. Bisogna che gli italiani e i napoletani si convincano che a bruciare la monnezza ci dobbiamo pensare da soli. Ho sentito in Luglio un’intervista su Radio Rai al sindaco di Napoli, il giorno dopo il suo primo incontro a Roma con Berlusconi sul tema dell’immondizia: spero che il problema sia in via di risoluzione, così come lui auspicava. E’ una vergogna italiana, non napoletana.

A.F.: Nell’editoriale hai usato l’aggettivo “invasato” per descrivere De Laurentiis, senza però motivarlo. È chiaro che ti riferivi all’estate calda del presidente, ma non credi il patron azzurro, con tutti i suoi difetti, sia comunque un bene per il calcio italiano e non un male in questo momento in cui c’è bisogno di rinnovamento?

L.S.: De Laurentiis a mio avviso è vittima della sindrome della popolarità. Funziona così: produci film di successo da due generazioni, vinci Oscar, ma pochi sanno chi sei, ti riconoscono. Diventi presidente di una squadra di calcio e ti intervistano tutti i giorni. E’ vero che mi sembra un po’ invasato, nei toni e nei modi, in questo modo rischia di avere torto anche quando ha ragione. Quando parla di complotti, aizza le folle e sa che non è vero. Se so che a un tavolo sono seduti dei bari, io non mi ci siedo a mettere a rischio i miei soldi. 

A.F.: La rivalità tra Napoli e Milan si sta accendendo come negli anni 80 in vista della prossima stagione e la squadra partenopea sta offrendo l’opportunità di liberarsi da una sorta di “professata superiorità” del nord che non si può negare, non solo nel calcio. Senza retorica, come pensi che i Napoletani possano riscattarsi anche oltre il calcio?

L.S.: Questo è quello che ha scagliato tanta rabbia contro di me in queste ore. È un vittimismo strisciante, costante. Da cosa si devono riscattare i napoletani? E perché? Quando avevano la squadra più forte d’Italia, hanno vinto scudetti e coppe e nessuno li ha boicottati. In quegli anni io scrivevo per “Il Mattino”, ho conosciuto e lavorato con colleghi napoletani ai quali sono legatissimo, ho vissuto da testimone sfide meravigliose e mai nessuna di quelle sfide fu decisa da questioni arbitrali o di palazzo. La vicenda delle 100 lire in testa ad Alemao fu l’unica polemica, ma il Milan era arrivato bollito a fine stagione e comunque si consolò con la Coppa dei Campioni.

A.F.: Questo è il mondo di internet, dove ciò che viene posizionato sul web è monitorato oltre il proprio recinto. Tutto questo evidenzia anche gli errori della televisione. Voglio dire che il potere mediatico di Milano, rispetto a Napoli che non ha neanche un’emittente nazionale, è vissuto male dai Napoletani che sentono parlare prevalentemente delle tre grandi storiche, a scapito anche dei giornalisti che, non avendo un contatto diretto col pubblico, perseverano nell’errore. Sportitalia, ad esempio, è l’unica redazione sportiva che tratta nord e sud allo stesso modo e i meridionali stanno migrando li, ne va preso atto. “Controcampo” è inviso ai Napoletani da quando Cruciani fa trasparire una certa antipatia per Napoli sia da quel pulpito che da Radio24. Non credi che anche le TV del nord debbano rivedere il loro modo di fare per non dividere anche sportivamente la nazione e perdere consensi?

L.S.: Ho lavorato 26 anni con Maurizio Mosca e grazie a lui ho imparato, tra le tante cose, che il calcio italiano non è solo Milan, Inter e Juventus. D’estate da anni, con grande entusiasmo e passione, seguo i ritiri estivi di Lazio e Fiorentina in particolare, ma anche Bari, Genoa, Bologna, Parma, Siena… Tu dici Nord contro Sud: ma lo vedi cosa succede tra i tifosi di Brescia e Atalanta? Tra quelli di Roma e Lazio? Verona e Vicenza? Genoa e Sampdoria? Foggia e Taranto? Non credi che il campanilismo spacchi l’Italia in mille pezzi e non solo in due tronconi? La cultura dovrebbe arrivare dalle scuole, dalle televisioni, dai giornali. Invece non sappiamo nemmeno difendere il nostro Crocifisso nelle aule, invece celebriamo Corona, invece ci insultiamo e ci ammazziamo per il pallone. E’ una strada lunga, incidenti come quello in cui sono incappato io non aiutano a crescere purtroppo. Quanto a Cruciani e alla faziosità dei programmi sportivi di Mediaset, sono di parte, ma vivendo la quotidianità della redazione non posso davvero assecondare la tesi di anti-napoletanità o anti qualsiasi altra cosa. Viviamo di pubblicità, ascolti e di abbonati, anche solo per opportunismo non converrebbe a nessuno essere faziosi, a Cologno.

A.F.: In chiusura, ti chiedo come si possa fare in modo che Napoli e Milan, primarie realtà calcistiche del Sud e del Nord del paese, e tutti gli addetti ai lavori che vi gravitano attorno, possano distendere le piazze e, perchè no, fare in modo che i milanisti, la cui squadra uscì tra gli applausi quella domenica del 1988, non cantino più “colerosi, terremotati, forza Vesuvio” che è coro razzista mai sanzionato nonostante le norme della FIGC, e si dovrebbero sospendere le partite, senza che sia stigmatizzato da nessuno come se fosse un normale sfottò?

L.S.: Anni fa ho scritto un libro per la “Sperling&Kupfer”, con un titolo infelice (scelto da loro: come vedi le espressioni infelici capitano a tutti): “Il libro delle liste sul calcio”. Titolo terrificante. Era un condensato di curiosità, aneddoti, stravaganze del calcio e un capitolo era dedicato a quei cori offensivi e a quello contro i napoletani in particolare. Ad oggi, se non ricordo male, gli arbitri hanno sospeso una partita solo per uno striscione contro Collina. Le corporazioni in Italia sono un’altra piaga da cui non ci riusciamo a liberare. Per quei cori come per le violenze che vengono perpetrate negli stadi a tutti i livelli, vale sempre lo stesso concetto: le leggi ci sono, bisognerebbe applicarle con severità.

A.F.: Partita sospesa anche per razzismo contro Eto’o a Cagliari dopo le ire di Moratti per l’accanimento contro Balotelli, come dire che i neri sono tutelati e i Napoletani no, ma potremmo discuterne a lungo e ad ogni modo la tua risposta è buona comunque. Grazie Luca, ci vediamo a Napoli-Milan. Credo che la polemica si possa chiudere serenamente qui. I Napoletani sono focosi ma sanno anche dimenticare quando capiscono che non c’è cattiva intenzione e premeditazione.

L.S.: Grazie a te. Mi hanno accusato anche di passare da carnefice a vittima per i toni successivi all’editoriale incriminato, sinceramente confesso che questa polemica così violenta mi ha amareggiato e avvilito. Ho sangue sudista, ho amici, tanti, e colleghi napoletani nel cuore come Carratelli, Coppola, Esposito, Iavarone, Auriemma, mi conoscono di persona e sanno che uno dei ricordi più belli della mia vita professionale, è quella foto che questa estate mi ha taggato su Facebook un milanista: avevo 25 anni e premiai in campo al San Paolo Diego Maradona per il “Supergol dell’anno”. Raccontandolo, sono ruffiano e leccaculo anche adesso, probabilmente. Ma almeno questa volta nei confronti dei napoletani e non di Berlusconi. Grazie a te per la grande, civile opportunità che mi hai concesso.

Luca Serafini (Mediaset): «Hamsik abbandonato»

Luca Serafini (Mediaset): «Hamsik abbandonato»
tipico peccato di presunzione della stampa “strisciata” 

Angelo Forgione – In un editoriale per MilanNews.it, il giornalista Mediaset Luca Serafini, vicino alle vicende rossonere, ha così tentato di spiegare i mancati acquisti di Hamsik e Fabregas da parte del club di Berlusconi:
“Hamsik è stato abbandonato per ragioni “politiche”: nella Napoli dell’immondizia, del nuovo sindaco avversario e dell’invasato De Laurentiis, Silvio Berlusconi non poteva andare a compiere sgarbi. Fabregas invece è stato abbandonato di fronte ala sua insuperabile volontà di tornare a casa, in Spagna, a Barcellona, dopo gli anni londinesi”.
Molti tifosi del Napoli mostrano risentimento per il ricorso, ancora una volta, ad un dramma sociale che ha colpito Napoli negli ultimi anni. Ritengo che Serafini non abbia voluto offendere ma, scrivendo per una testata milanista, da buon milanista ha ritenuto di ricorrere all’immondizia di Napoli (che poi non è solo di Napoli) per contestualizzare politicamente la missione incompiuta milanista. Certo, può infastidire che l’immondizia di Napoli sia diventata la Napoli dell’immondizia (l’inversione dei fattori cambia la forma e disturba eccome), per inquadrare il riferimento alla campagna elettorale dell’evaporato Lettieri di fronte al ridondante De Magistris. Ma Serafini non è stato razzista, questo no! Se affermassimo il contrario finiremmo per scadere nel vittimismo inutile che va sempre evitato.

Non è il solito rifarsi all’immondizia che deve dar fastidio, ci mancherebbe; durante le amministrative Napoli soffocava sotto i rifiuti mentre oggi le cose vanno decisamente meglio (molto meglio) e, intoppi a parte, si lavora per la normalità. Serafini venga pure a trascorrere un bel week-end a Napoli prima che inizi il campionato.
Ciò che invece disturba è la solita presunzione di tanti tra coloro che si occupano delle presunte tre big storiche, che vedono ora il Napoli sempre più insidioso e che, secondo un modo di pensare tutto loro, considerano ogni calciatore acquisibile con la sola volontà degli operatori di mercato delle tre società strisciate. Così come nel 2007 Hamsik era a 80 km da Milano ma nessuna milanese si era accorta del talento slovacco che era finito a 800 km a sud, così nel 2011 Hamsik è ancora a Napoli non perchè il presidente l’ha fortemente trattenuto ma perchè è stato “abbandonato” per ragioni politiche (nella Napoli dell’immondizia).
Serafini dimentica che a sperare in Hamsik a Milano è stato lo scaltro procuratore Mino Raiola e molto meno il Milan; e mette in secondo piano il “lodo Mondandori”, vero motivo dell’austerity rossonera in tempi di recessione del paese, di cui Berlusconi è presidente del Consiglio dei Ministri. Pochi denari da investire sul mercato, altro che Hamsik e Fabregas per cui necessitavano risorse importanti; il “mister x” era Aquilani, corredato da Nocerino, per un esborso modesto e possibile. Anche Moratti, paperon dei petrolieri che ha fatto spese folli nell’ultimo decennio pur di uscire dalla sindrome dello sconfitto, ha avuto la possibilità su un piatto d’argento per portar via Lavezzi ma non ha avuto la forza economica di pagare la clausola rescissoria a De Laurentiis. C’è crisi, grande crisi, e Berlusconi che non ne è immune non abbandona per dinamiche politiche ma, semplicemente, non può fare offerte per questioni economiche (ammesso che De Laurentiis le avrebbe ritenute idonee).
Ricordate quando il Napoli prese Maradona e la stampa del nord disse che era stato preso da Agnelli e parcheggiato in azzurro? Per un’estate intera abbiamo sentito il vento del nord che dava Hamsik al Milan e Lavezzi all’Inter, e già l’acquisto di Pandev è annunciato come ipoteca per i prossimi avvenimenti. La verità è che i “tre tenori” sono stati serenamente trattenuti e si sono aggiunti Inler, Pandev e una pletora di elementi che allungano la panchina. E questo perchè De Laurentiis ha gestito bene il Napoli negli anni scorsi ed è a posto coi conti come non il Milan, l’Inter e la stessa Juventus. Pronti via, e così il Napoli è in pole, almeno sulla carta.
Cosa vuol dunque significare il dare dell’invasato a De Laurentiis, ormai nemico numero uno di Berlusconi in sede di Lega Calcio, senza giustificare l’aggettivo? Perchè è invasato il presidente del Napoli? Perchè è in regola col fair-play finanziario? Perchè conosce il mercato e sa fare l’imprenditore? Perchè coi suoi modi esuberanti, e spesso fastidiosi anche per i Napoletani stessi, sta rompendo gli schemi ingessati e precostituiti dell’agonizzante calcio italiano con l’avallo del Presidente del CONI Petrucci che ne sponsorizza l’autorità?

Serafini si tenga quel Berlusconi che prima di Milan-Napoli disse all’Unione per il Commercio di Milano «andiamo a battere il Sud» e che nella piazza simbolo della NAPOLI DELLA CULTURA, umiliata dai rifiuti tossici del nord e dalle mafie mai contrastate dai governi italiani, ha tentato di comprare i voti dei fans di Gigi D’Alessio promettendo che il Milan non avrebbe comprato Hamsik. I Napoletani si tengano l’assennato De Laurentiis, il confermato Hamsik, l’eletto De Magistris e la cultura di Napoli.

da Siviglia: «non volevamo offendere i Napoletani»

da Siviglia: «non volevamo offendere i Napoletani»
«Napoli e suoi tifosi grandi realtà d’Italia e d’Europa»

Angelo Forgione – Torno, e per chiudere un discorso avviato in Agosto e non concluso, sull’appellativo “camorra” usato nei confronti dei giocatori del Napoli durante e dopo l’assai poco amichevole Napoli-Siviglia. La telefonata organizzata a seguire da Gianni Simioli di RadioMarte con l’ausilio di una complice napoletana residente in Spagna, ha fatto in modo che il direttore del quotidiano “Estadio Deportivo” Joaquin Adorna porgesse le sue scuse per il titolo usato sul quotidiano (“Possono con tutti, anche con la camorra”).
Il termine “camorra”, di origine ispanica, è contemplato nel vocabolario spagnolo come sinonimo di rissa e può essere semmai stigmatizzato quando associato alla parola “napolitana” (commentai già così la sera della partita quando tanta gente mi inviò copiose proteste per la telecronaca spagnola della partita). Giocare con la parola quando c’è di mezzo Napoli è purtroppo facile e non è la prima volta che accade. Ma va detto che lo stesso termine è stato utilizzato dal quotidiano spagnolo “El Pais” nei confronti di Mourinho e del suo Real Madrid in occasione della rissa seguita alla sconfitta sul finale col Barcellona.
Vale la pena riportare la traduzione di un articolo comparso sul seguìto blog sevillista “El Alminar de Nerviòn” dal quale si evince che da una parte gli spagnoli si giustificano a ragione veduta per l’uso della parola ambigua e dall’altra viene sottolineata l’abitudine, non troppo gradita agli stessi sevillani, del direttore del quotidiano di casa di forzare spesso certi titoli.
In conclusione, e a qualche settimana dalla vicenda, si può dire che non è dunque da considerarsi offensiva la parola “camorra” in ambito calcistico spagnolo ma non è completamente sbagliato considerare strumentale l’uso della frase “camorra napolitana”. E allora prendiamocela un po’ più coi telecronisti della tv del Siviglia che hanno ripetuto più volte la frase. In fondo sia Joaquin Adorna che i redattori di “El Alminar de Nerviòn” hanno usato toni concilianti dai quali traspare una sorta di malgovernata delusione da appassionati tifosi per l’esito di una partita vittoriosa che doveva essere amichevole e che invece è stata fin troppo “vera” e spigolosa.
Fatta salva la buona fede sevillana (“El Pais” che non è di Siviglia ha chiesto a Florentino Perez se il suo Real Madrid voglia essere o meno un club camorrista dopo le intemperanze di Mourinho e dei suoi giocatori nella supercoppa spagnola), prendiamocela anche coi nostri antenati napoletani per aver accolto e radicato delle cattive abitudini spagnole. E qualcun altro che napoletano non era per averle fatte proliferare quando l’Italia è stata unita. E ci tocca convivere con questo flagello, senza la solidarietà di chi in Italia soprattutto, ma anche all’estero, ci attacca invece di darci sostegno. È come per la “monnezza”; i Napoletani sono molto più colpevoli che non vittime. E per questo siamo costretti a difenderci… ma una cosa è certa: è giusto farlo!

Il paragone “camorrista” indigna i tifosi napoletani
Dice il dizionario della RAE che camorrista è colui “che facilmente e per futili motivi provoca liti e risse”. In Italia, questa definizione è stata usata per definire le organizzazioni criminali che operano tanto a Napoli qanto in tutto il sud del paese, battezzandole con il sostantivo “camorra”. La cosa più curiosa è che questi banditi sono originari delle montagne spagnole e non furono pochi quelli che arrivarono in Italia nei primi anni del ‘300.
Non è stata presa bene a Napoli che da Siviglia abbiamo paragonato l’atteggiamento dei loro giocatori con tali individui, e da diverse fonti di opinione ne è stato espresso il disappunto. Capiamo perfettamente che chi è vittima di un male sociale di questa portata si indigni al pensiero che qualcuno possa confrontare i giocatori della squadra del proprio cuore con dei criminali. In Spagna abbiamo sufficiente rispetto per certe cose.
Tuttavia, il calcio è storicamente incline a certi titoli che richiedono di essere compresi a fondo dai lettori. Dal momento in cui il Siviglia ha toccato il primo pallone, l’atteggiamento dei giocatori napoletani è stato incomprensibilmente violento e fuori luogo. La disputa della palla, più che dura, è stata febbrile e dissennata, destinata quasi sempre a distruggere ogni costruzione di gioco. Nonostante lo spettacolo deprimente, le immagini delle entrate dure nelle ginocchia, nelle tibie, peroni, delle caviglie e dei piedi, sono state evidenti da parte dei padroni di casa. Che hanno reso ancor più valida la prestazione del Siviglia, mai caduto nella provocazione costante della squadra azzurra palesemente protetta da un arbitro il cui operato è riscontrabile nella percezione di un incontro descritto da tutti come “ostile”.
Una volta chiarita la definizione di “camorra”, crediamo che il termine “camorra napoletana” definisca bene l’atteggiamento della maggior parte dei giocatori di Aurelio De Laurentiis nell’interpretazione della partita che si è dimostrata non essere una gita di piacere nel momento stesso in cui i giocatori del Siviglia Football Club si sono con piacere presentati. 

Joaquin Adorna di “Estadio Deportivo” invitato a correggere e porgere le scuse 
Dal blog di Angelo Forgione, davvero indignato, apprendiamo di un programma radiofonico italiano presentato da Gianni Simioli di Radio Marte da Napoli, dove una traduttrice che fa da mediatrice fa riferimento alla rissa finale ed esige un chiarimento pubblico dal direttore di “Estadio Deportivo” (come un consigliere a Cuenca) per aver definito con l’appellativo “camorra” l’atteggiamento della storica squadra del Sud Italia. 
Detto fatto! Con immediata prontezza l’edizione digitale di “ED” ha rimosso il sottotitolo in bianco che spiegava coerentemente il titolo in giallo “Possono con tutti”. Non è la prima volta che il direttore Adorna viene rimproverato di ricamare sui certi titoli con cui ogni giorno mira a “convincere” i lettori. 
D’altra parte pensiamo ‘che non è giusto maltrattarci come è stato fatto in questa vicenda. Nessuno pensa che i giocatori del Napoli siano dei mafiosi, o che siano affiliati a organizzazioni simili. L’idea sia del giornalista come del resto degli opinionisti che hanno usato questa analogia è stata quella di esprimere l’indignazione per il gioco duro in questo incontro “amichevole” che avrebbe potuto provocare lesioni gravi ai giocatori del Siviglia. Quando i nostri sono attaccati, tutti ricorriamo all’orgogliosa difesa contro chi provoca dolore al nostro cuore. E i nostri giocatori sono nel nostro cuore. L’arbitro non ha assicurato giustizia in campo e ha lasciato che la foga agonistica sfociasse nella scorrettezza.
“El Alminar de Nervión” considera il Napoli, i suoi giocatori e i suoi tifosi come una delle “grandi” realtà d’Italia e d’Europa e non sarà una partita violenta a cambiare la nostra opinione. Il resto appartiene all’universo calcio” che molto spesso carica di troppa adrenalina. 

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!
attacco a De Magistris sul Corriere del Mezzogiorno

Angelo Forgione – Qualche giorno fa, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco ha scritto un editoriale con il quale ha analizzato la posizione ambigua del sindaco De Magistris a metà tra sostegno giocobino e borbonico (leggi l’editoriale), a proposito della bizzarra “scoperta” del fantasma al Museo Archeologico da parte dell’architetto Oreste Albarano che già si era segnalato nei mesi scorsi per non aver realizzato il proposito di ripulire il foro Carolino di Piazza Dante dalla scritta viva il brigantaggio“. Senza voler analizzare più di tanto la terminologia utilizzata e gli attacchi al sindaco, all’assessore Lucarelli, all’Assessore Esposito e a chi pensa, diversamente da lui, che il Risorgimento fu un atto di vera e propria pirateria internazionale, nello scritto vengono fuori i soliti luoghi comuni sulla dinastia borbonica chiamando in causa Ferdinando II, detto “Re Bomba” per via della repressione della rivolta di Messina del 5 Settembre 1848. È allora forse il caso di ricordare che fu quello certamente un brutto momento che nessuno dimentica, ma doveroso per mantenere il legittimo ordine costituito nei propri territori. La Sicilia, infatti, era insorta fomentata da Francia e Inghilterra che fingevano di condividere le rivendicazioni autonomistiche dei siciliani per trarne vantaggi economici e commerciali ma che erano stranamente sorde a quelle dei lombardi e degli irlandesi.
Dopo il rabbioso bombardamento che provocò centinaia di morti, Ferdinando II non se la sentì di continuare la riconquista dell’isola per non macchiarsi di efferata crudeltà ma ormai la propaganda antiborbonica l’aveva già ingiustamente etichettato per l’eternità. La riconquista avvenne solo l’anno seguente, e furono così ristabiliti a caro prezzo ordine e pace nei confini delle Due Sicilie senza che nessuno venisse condannato a morte per le sommosse provocate.
Clemenza e assenza di condanne anche nelle vicende delle barricate di Napoli del 15 Maggio 1848 erette dai liberali in Via Toledo che già avevano avuto dal re la costituzione richiesta. L’ordine fu quello di smantellarle usando la forza solo in casi estremi. E il caso estremo si verificò con uno sparo contro le truppe che partì dalle barricate e uccise un soldato. Alla fine furono 272 le vittime tra militari e civili. Ferdinando II, che amava tanto il suo popolo, rimase turbato sia dai fatti napoletani che da quelli siciliani e si sentì tradito ma non fece mancare la sua presenza negli ospedali per visitare i ricoverati.
Vittorio Imbriani commentò così: “Non chiamo rei coloro che materialmente uccidono ma quelli che hanno reso inevitabile il conflitto. I veri colpevoli dei guai di Napoli furono gli sciagurati o gli sciocchi che eressero le barricate. Siamo giusti: nessun governo costituito può tollerare insurrezioni armate, anzi ha il dovere di reprimerle. Dell’eccesso nella repressione immediata la gran parte della responsabilità morale ricade sugli insorti. Non è da condannare Ferdinando II per il 15 Maggio”.
Anche Luigi Settembrini, agli studenti universitari che dopo l’unità d’Italia si lamentarono delle condizioni dell’ateneo, rispose che “esse erano il frutto della colpa di Ferdinando II che non aveva impiccato tutti i pazzi e gli esaltati del ’48”.
Dopo i fatti del 1848 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle Due Sicilie se si eccettua quella del regicida Agesilao Milano. Ferdinando II commutò 42 sentenze in 19 ergastoli, 11 in 30 anni, 12 in pene minori. E graziò 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. Nel Regno di Sardegna, solo dal 1851 al 1855, le condanne con esecuzione furono 113.
Questo era il “Re Bomba”, denigrato ingiustamente mentre ai veri carnefici venivano affibbiati soprannomi lusinghieri. Vittorio Emanuele II è il “Re galuantuomo” solo perchè mantenne in vigore lo Statuto Albertino, e poco importa agli antiborbonici di ieri e di oggi che fece bombardare ferocemente Genova, Gaeta, Capua, Ancona e Palermo, radendole letteralmente al suolo, saccheggiandole e lasciando una scia di sangue dietro di se. Senza contare poi i lager di prigionia e la repressione del brigantaggio che in 10 anni causò circa 800mila morti al sud.
La differenza tra le “repressioni” di Ferdinando II e le stragi di Vittorio Emanuele II sta nella legittimità degli interventi, doveroso nel caso del Borbone che cercò di garantirsi l’ordine nei propri confini e delittuoso nel caso del Savoia che si impossessò di territori non propri senza dichiarazione di guerra.
E cosa dire allora del discendente Umberto I di Savoia, detto “Re Buono” per aver fronteggiato il colera a Napoli nel 1884? Un’appellativo così tenero per un sovrano che fece usare i cannoni a Milano, e fu strage, per disperdere gli affamati partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare, la cosiddetta “protesta dello stomaco”, causata dal forte aumento del costo del grano in seguito all’ormai abolita tassa sul macinato (1868-1884).
Tirando le somme, per amor di verità, l’editoriale di Marco Demarco ripercorre ancora lo stile delle menzogne di Gladstone sul governo di Napoli come “negazione di Dio” ampiamente sbugiardate dallo stesso autore al tempo in cui la sua Inghilterra si distingueva per i massacri di irlandesi e indiani. Nessuno crede più a quella propaganda e trincerarsi ancora dietro certi soprannomi denigratori è esercizio che non piace ai lettori, sempre più informati di quelle vicende.
Il “terronismo” sembra ormai diventato un’ossessione per il direttore del Corriere del Mezzogiorno che, come da lui stesso scritto, non vuole rimanere vittima dell’esser nato nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Curiosamente, la voce di popolo è stata amplificata proprio dal suo stesso quotidiano che nell’autunno del 2009 ha organizzato un articolato sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai Napoletani, supporto da Confindustria Campania e curato da Giuseppe Galasso. Risultato: Ferdinando II vincitore a mani basse!
Infine, un commento del tutto personale: De Magistris si circondi di chi ritiene più opportuno, basta che sia per il bene di Napoli. Le discussioni storiche servono solo a ripristinare la verità e, semmai, a ridestare orgoglio. Che magari è fondamentale per risolvere i problemi della città.

De Laurentiis chiude ai Napoletani? Tutt’altro, ne stimola l’orgoglio.

De Laurentiis chiude ai Napoletani?
Tutt’altro, ne stimola l’orgoglio.

«I Napoletani al Napoli non li voglio!»

Angelo Forgione – «I Napoletani al Napoli non li voglio perché non inclini a venirci». La frase dell’istrionico De Laurentiis in merito alle voci sull’interessamento al calciatore napoletano Bocchetti sembra un’accusa alla gente di Napoli in generale e in buona sostanza è così, ma la dichiarazione conserva un’accezione positiva rispetto al concetto di Napoletanità. Il presidente ha modi di pensiero e parola tutti suoi e si esprime per iperboli e ossimori che spesso irritano. È chiaro che la pietra dello scandalo sia Criscito che non ha accettato minor retribuzione in cambio della maglia della sua città, dichiarando di andare a San Pietroburgo in una grande squadra e in una bellissima città. Scelta insindacabile, ma indigesta per un presidente che fa della Napoletanità un “plus” su cui costruire un rinnovato orgoglio e prestigio attrattivo. E infatti De Laurentiis rispose piccato dicendo che la città russa é brutta (e non ci vivrebbe nemmeno neanche per tutto l’oro del mondo), esagerando sapendo di esagerare perché non lo é affatto. Il concetto può essere discutibile sotto il profilo professionale e imprenditoriale, ma è apprezzabile dal punto di vista di un romantico attaccamento alla città che ogni Napoletano dovrebbe nutrire e che io stesso cerco di accrescere passando per la nostra storia e cultura oltre che per lo sport. Certamente il patron va in conflitto con la sua stessa gestione degli affari, peraltro ineccepibile, e tira acqua al suo mulino. E neanche può negare che Cannavaro sia Napoletano. Concetti raramente applicabili al business calcio, ma nessuno si consenta di strumentalizzare la dichiarazione che deve essere spunto per una profonda riflessione sulle potenzialità di Napoli che potrebbe primeggiare col giusto atteggiamento della sua gente. Del resto, alzi la mano chi se la sente di dire che i Napoletani, nel complesso, amano in concreto la loro bellissima città con i propri comportamenti quotidiani. La concordia tra De Laurentiis e De Magistris, con la “benedizione” del Cardinale Sepe, dimostra l’opportunità di veicolare messaggi di riscatto anche attraverso il calcio, e ciascuno di noi intenda se sia populismo o qualcosina di più.

L’appunto a De Laurentiis è quello di spiegare simili affermazioni e non lasciare adito a interpretazioni tendenziose di chi non attende altro che puntare il dito sui Napoletani.

De Laurentiis “bacchetta” i calciatori Napoletani durante la telenovela Criscito

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De Laurentiis anti-San Pietroburgo e pro-Napoli

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Criscito si difende dalle accuse di De Laurentiis

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato
e intanto Napoli dimentica i suoi grandi figli

Angelo Forgione – Quanta pubblicità si è fatta il sindaco di Alassio (Savona), l’albergatore Roberto Avogadro, cacciando dai giardini comunali la statua del “principe della risata” Totò, artista nazionale che ha unito nella risata l’Italia come non ha invece fatto la politica. Contattato da Gianni Simioli su Radio Marte, Avogadro ha dichiarato che la statua non ha legami col territorio e di non essere lui un leghista, ma la verità è che non ha la tessera della Lega Nord ma leghista lo è dentro perchè lo dicono il suo passato, le sue dichiarazioni recenti e le sue azioni del presente.
Il sindaco alassino è stato eletto con la sua lista civica “A come Alassio” perchè in contrasto con alcuni suoi colleghi leghisti. Scaviamo nella recente storia di Alassio e scopriamo che Avogadro era già stato sindaco negli anni ’90, quella volta da laghista, ed è lui stesso a farci capire la sua intimità politica in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche mese fa in piena campagna elettorale: «Non me ne sono andato dalla Lega – dice Avogadro – sono loro che mi hanno congelato la tessera quando ho detto che avrei fatto la lista civica. Ma assicuro che la mia sarà un’amministrazione leghista».
Dunque Totò saluta Alassio che fa una brutta figura anche con la figlia Liliana De Curtis, intervenuta all’inaugurazione del monumento voluto dalla precedente amministrazione comunale. La sua statua poteva essere spostata e non buttata in uno scantinato. Ancora una dimostrazione del degrado sociale di cui la Lega e le idee leghiste sono responsabili in un paese già eterogeneo dal punta di vista storico. Cancellato un grande Napoletano da una piazza del nord nella speranza vana di cancellarlo dalla cultura italiana.
Napoli invece, sempre povera di strade e monumenti intitolati ai propri figli, è florida di nomi che ricordano uomini del nord. Sarebbe troppo banale ora ricordare i cosiddetti “padri della patria” che già in tanti a Napoli hanno capito occupare abusivamente i nostri luoghi e la nostra storia. Quella battaglia è contro i mulini a vento, ma se pensiamo che a Napoli non esiste un monumento al grande Luigi Vanvitelli, nato a Napoli e morto a Caserta dopo aver inventato il neoclassicismo in architettura e averlo diffuso in tutta Europa, forse sarebbe il caso di riflettere; tempo fa proposi di mutuare quella di Onofrio Buccini a Caserta con un calco e metterla al posto della palma morta di Piazza Vanvitelli al Vomero, riattivando un filone culturale che Napoli ha da tempo abbandonato dimenticando se stessa e la sua grande storia, ma l’amministrazione Iervolino vi piantò un poco edificante alberello-bonsai.
A Napoli non va assolutamente seguito l’esempio leghista ma avere al contrario grande rispetto per la cultura. Cioè, non dovremmo cancellare i grandi, quantunque settentrionali, ma semmai ripristinare le gerarchie e relegare per esempio il grande Alessandro Manzoni altrove in città, e consegnare una strada panoramica e assolata di Napoli a qualche grande Napoletano della letteratura come ad esempio Giambattista Vico che, delittuosamente, non ha domicilio, così come artisti come lo stesso De Curtis la cui tomba è abbandonata o Renato Carosone se non vogliamo andare troppo indietro nella grande storia di Napoli.

Caldoro: «Basta offese, fermeremo i rifiuti del Nord!»

Caldoro: «Basta offese, fermeremo i rifiuti del Nord!»
ma gli industriali del settentrione paghino i danni!

Angelo Forgione – Come De Magistris, anche Caldoro è sempre più insofferente agli attacchi di Bossi & C., alleati ingombranti per il PDL meridionale. Il proclama del Senatùr “i rifiuti di Napoli glieli abbiamo messi in quel posto” col quale ha esultato all’inaccoglienza delle regioni del Nord della spazzatura campana, ha urtato ancora di più il Presidente della Regione Campania che ha dichiarato di essere al lavoro per bloccare i rifiuti industriali che dal Nord continuano ad arrivare al Sud come prima risposta alla mancanza di reciprocità.
Gli strali di Bossi sono di fatto un’ammissione di responsabilità e fanno per questo ancor più rabbia: sono anni che al Sud ce lo mettono a quel posto. Come dimostrato dalla Magistratura, la Campania, grazie agli accordi illeciti tra l’imprenditoria settentrionale e la malavita meridionale, ha ingoiato vagonate di rifiuti velenosi che hanno compromesso intere aree agricole ma anche il nostro mare, causando una spaventosa impennata di tumori nella popolazione campana. Gli imprenditori del Nord, invece di risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti speciali con tecnologie appropriate e in piena legalità, hanno pensato bene di inquinare i territori, ma non quelli loro bensì quelli sufficientemente lontani, consapevoli del crimine che stavano compiendo. Il prezzo pagato dal nostro territorio è incalcolabile, e l’andazzo continua silenzioso.
Mi viene in mente l’interessantissimo libro “And so , what…? (Tornano i bastimenti da terre più o meno lontane)” di Pasquale Russiello, fondatore dell’onlus “Arrivano i nostri”, nel quale vengono presentate molte questioni attuali che riguardano Napoli e la Campania e viene proiettata una Napoli in cui, tutto sommato, si vive meglio che altrove (clicca qui per richiederne una copia). Nel testo che l’autore mi donò con estrema cortesia due anni fa, già lessi di una condivisibile proposta di “class action” contro gli industriali del Nord che hanno contribuito scientemente a devastare l’equilibrio ambientale delle nostre zone. Secondo Russiello, la liquidità prodotta dal traffico illecito di rifiuti è difficilmente recuperabile perchè investita chissà dove e reintestata a chissà quale trust. Più facile quindi colpire le aziende complici, molte delle quali ubicate nella parte industrializzata del paese e quindi più vulnerabili ad azioni legali, per poi investire i risarcimenti a favore della ripresa.
Una strada percorribile e necessaria che consigliamo a Caldoro e a De Magistris perchè oltre ad arrestare il traffico di rifiuti velenosi è anche il caso che chi ha sbagliato paghi.

Allarme Galliani, effetto De Laurentiis

Allarme Galliani, effetto De Laurentiis
l’atto di accusa ricalcato dal dirigente milanista

Gazzetta dello Sport del 4 Agosto: GALLIANI ALLARME, «Il calcio italiano da ristorante di lusso a pizzeria. Se andiamo avanti così ci passeranno anche i francesi, diventeremo i quinti d’Europa».
Tutti coloro che non guardavano oltre l’eccessiva scenata del presidente del Napoli alla serata della compilazione dei calendari hanno finito per non capirne il senso, pensando che parlasse solo per se e dipingendo De Laurentiis come il solito vittimista napoletano calato in una sceneggiata napoletana, ma ci voleva poco per capire che il discorso era più ampio e serio.
Da queste pagine il senso di quello sfogo era stato ampiamente sviscerato, evidenziando l’incalzare della Francia nel ranking UEFA a scapito di un’Italia in discesa libera. A distanza di una settimana è Galliani a lanciare l’allarme sulle pagine dei quotidiani sportivi, avvertendo che senza stadi moderni e con una mentalità provinciale si rischia di scomparire dall’elite del calcio internazionale.
Il calcio italiano comincia a interrogarsi su se stesso ma lo fa all’italiana, quando il problema è ormai cronico. La discesa del calcio italiano è cominciata 15 anni fa, non certo ieri. Avete presente la questione dei rifiuti in Campania?
E allora, siamo o non siamo delle “emme” come disse De Laurentiis? Il cui sfogo era in qualche modo diretto allo stesso Galliani che è uno dei dirigenti più in vista e quindi con la responsabilità di risollevare le sorti del nostro movimento; insomma, la differenza tra chi lancia l’allarme e chi invece alza la voce forse spiega il perchè Milan e Inter non si sono allineate alla protesta del Napoli.
Il calcio italiano ormai pizzeria? Consoliamoci noi partenopei, perchè una cosa è certa: la pizzeria pare essere sempre più Napoletana. E quando la pizza è Napoletana, hai voglia a cucinar risotti!

De Laurentiis meridionalista è ormai certezza

De Laurentiis meridionalista è ormai certezza
«i Napoletani sono i vessati per eccellenza!»

Angelo Forgione – Tre indizi fanno sempre una certezza. Ci aveva stupiti un anno fa, sul set del film “Amici Miei – come tutto ebbe inizio”, quando Dario Sarnataro lo aveva intervistato per Lunaset (guarda); in quell’occasione Aurelio De Laurentiis aveva parlato da vero revisionista della storia dell’unità d’Italia.
Nonostante qualche “forzatura”, vedi la presentazione delle divise informali del Napoli in un atelier Napoletano alla presenza di Emanuele Filiberto di Savoia, juventino e “amico” dello stilista, il meridionalismo del presidente del Napoli si è rivelato recentemente con maggiore vigore partendo dalle 
frasi antigaribaldine pronunciate a Giugno alla riunione dell’Unione Industriali che avevano fatto rizzare i peli alla storiografia ufficiale e a qualche editore.
Il terzo indizio è arrivato in diretta televisiva su Sportitalia, dopo che nella turbolenta serata della compilazione dei calendari del prossimo campionato il patron azzurro, abbandonando la sala, aveva dichiarato di non sentirsi italiano, ovvero cittadino di un paese che non protegge i propri interessi e i propri cittadini. E così, rispondendo da Dimaro alle domande di Michele Criscitiello, De Laurentiis ha espresso il suo pensiero sulla Napoletanità intesa come un modo di intendere la vita utile a sopportare il peso delle sofferenze di un popolo vessato, prima soggiogato dagli stranieri e poi depredato e “isolato” dagli italiani.
Il vento della verità non poteva non travolgere un uomo dai modi spesso rudi e condannabili ma certamente capace di guardare oltre il proprio naso.
Benvenuto, Aurelio!