Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

stesse reazioni, reazioni diverse

C’è un portiere, professionista esigente, che in Napoli-Lecce dello scorso Gennaio si era sfogato dopo un goal di un proprio compagno di squadra che aveva messo fine ad una partita da chiudere molto prima, e fu crocifisso. Anche a Parma, due mesi dopo, quel portiere non reagì con gioia al goal di Cavani scaturito da un rigore fallito, scuotendo la testa e sbuffando, dimostrando anche in quella occasione di pretendere minori sofferenze. C’è un altro portiere che si è infuriato ben più platealmente per lo stesso motivo dopo Italia-Germania dimostrando il suo disappunto, ironia della sorte, proprio all’indirizzo del protagonista del primo episodio. E nessuno ha sollevato dubbi e polemiche.
Inutile sottolineare che l’errore non è nel secondo caso ma nel primo; e per dimostrarlo era partito da qui un contributo che fece cervelloticamente impuntare la società del secondo portiere.

È il giorno degli spaghetti, della pizza e del mandolino

È il giorno degli spaghetti, della pizza e del mandolino

si è sempre meridionali di qualcuno… e carnefici della Germania

Angelo Forgione per napoli.com L’italia divisa batte la Germania unita, SuperMario (Monti) batte Angela, i truffaldini battono gli onesti, e via andare…  ma quel che più importa è che i “Gastarbeiter”, gli emigranti italiani di Germania, vivano oggi il loro più classico “giorno dopo” da leoni. Quando il bianco-nero prussiano incontra il blu Savoia è sempre la stessa storia, calcistica ovviamente. “Non vincete mai” cantano gli italici. Ma cosa c’è nel karma pallonaro del popolo germanico? Che colpa hanno da espiare nei confronti degli italiani? Forse è solo la presunzione di ogni vigilia, più le prendono e più la loro voglia di vendetta aumenta. Cosa diranno e scriveranno il giorno in cui riusciranno a vincere?
Oggi sfornino pizze in quantità industriale i Gastarbeiter, che non saranno mai al capolinea. Attorciglino spaghetti macchiati di rosso pomodoro e tirino fuori i mandolini e tutta la voce che hanno per cantare in faccia all’omone dal calzino bianco nel sandalo col boccale in mano.
Il potere della nazionale è tutto qui, nel riuscire ad accomunare retoricamente nella buona e nella cattiva sorte. E quella cattiva sorte provoca anche un sottile piacere nel vedere raggruppati tutti gli italiani sotto i colpi del pregiudizio. Quando gioca l’Italia, il luogo comune all’italiana del Nord verso il Sud diventa quello tedesco verso l’italiano perchè, come disse Bellavista, si è sempre meridionali di qualcuno. Spaghetti, pizza, mandolino e mafia… deutsch grida a italienisch ciò che padania grida a terronia.
Magica nazionale italiana di calcio, capace di far dimenticare tutto. L’azzurro, che in realtà è blu, genera sindrome cognitiva amnesica. Chissà quanti di quelli che in tempi non sospetti hanno gridato “se saltelli muore Balotelli” ne hanno già fatto un eroe partigiano che ci ha liberato dai tedeschi. Nel cassetto chiuso della memoria anche le rivalità “guelfoghibelline” e le offese razziste, perchè chi tifa a Napoli e a Milano tifa lontano, ed è piuttosto il contatto a creare i presupposti per i fischi all’inno nazionale. Si dimentica di tutto e molto di più, ma tant’è, a più d’uno non interessa di fronte alla possibilità di festeggiare, strombazzare, fare “ammuina”, trovare la valvola di sfogo che fa pure bene in tempi cupi come questi.
Poi magari finisce anche come nel 2006 che l’Italia vince a braccetto con gli scandali, spinta dai goal di un palermitano di colore figlio di immigrati ghanesi. Perchè no? Siamo un popolo di truffatori-vincitori. Pardon per il luogo comune, siamo anche un popolo di onesti-perdenti senza onori. Ma è vero che più solleviamo polemiche e scandali e più alziamo trofei. Giusto o meno che sia, se vincono gli spaghetti, la pizza e il mandolino vince in fondo Napoli.

Stadio “San Paolo” ferro vecchio

Napoli e il paese pagano ancora gli scandali di “Italia 90”

Angelo Forgione per napoli.com Dura da cinque anni il dibattito su un nuovo stadio a Napoli. Nuova realizzazione o demolizione e ricostruzione del “San Paolo”, un ping-pong di idee che restano tali. All’orizzonte ancora un grosso punto interrogativo e l’unica certezza è che neanche il tanto richiesto tabellone può essere installato nel fatiscente impianto di Fuorigrotta. Il terzo anello è inagibile, andrebbe smontato prima di piazzare il display elettronico. Inagibile nel senso che è l’unica parte di Fuorigrotta ben piazzata al suolo mentre tutto intorno trema. Quando i tifosi vi accedevano, ad ogni goal del Napoli provocavano vibrazioni che si propagavano attraverso i sostegni della copertura, scendendo a terra e raggiungendo i palazzi circostanti. Veri e propri micro-terremoti che hanno aperto anche lesioni negli appartamenti prima che la commissione provinciale di Vigilanza, nel 2005, intervenisse a inibire l’accesso agli spalti in acciaio durante le partite di calcio. Finì anche l’epoca dei concerti con l’allarme lanciato nel Luglio del 2004 durante l’esibizione di Vasco Rossi quando alle 21.30, orario d’inizio, il segnale monocromatico dell’osservatorio cominciò a registrare un “fenomeno di rilievo” lungo quanto tutto il concerto. Ballavano i fans del “Blasco” ma anche i residenti di Fuorigrotta che abbandonarono le loro case. Un “miracolo” di ingegneria da dimenticare nato nel 1988 dall’esigenza di una copertura rivelatasi inutile da subito. Un disastro estetico partorito per una costosa, sproporzionata e brutta struttura in ferro costruita secondo criteri climatici nord-europei, una copertura alta con aperture laterali che non teneva in considerazione la direzione di caduta delle piogge mediterranee, ventose e quindi non perpendicolari ma trasversali.
Quei lavori pregiudicarono l’impianto, stravolgendo l’opera architettonica originale dell’architetto razionalista Carlo Cocchia e tutta l’armonia stilistica del quartiere legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto. Eppure il progetto di adeguamento del 1988 fu preparato da Fabrizio Cocchia, figlio di Carlo, con la supervisione del direttore dei servizi tecnici del “Comitato Organizzativo Locale” Paolo Teresi, e consegnato all’architetto Giuseppe Squillante che lo migliorò pensando ad una copertura più elegante e più economica di quella poi realizzata  (clicca sull’immagine a lato). Della bellezza e, soprattutto, del risparmio non importava a nessuno e il vantaggioso taglio di spese falciò le gambe a Squillante cui fu revocato l’incarico. L’interess
e sovrano era il ferro perchè la gara d’appalto prevedeva un costo fisso del materiale al chilo e uno variabile in base a quanto ne fosse stato utilizzato. Più se ne impiegava e più si guadagnava. Il progetto di Squillante prevedeva circa 2 milioni di chili di ferro, troppo pochi rispetto ai circa 8,5 milioni poi riversati attorno al “San Paolo”. L’architetto dovette farsi da parte, consapevole dello scempio che si stava per compiere. La magistratura napoletana piombò ben presto sulla vicenda accusando 11 tra politici e costruttori di aver fatto elaborare agli uffici tecnici comunali un progetto di massima con costi contenuti poi portato all’approvazione del consiglio comunale e al ministero per i finanziamenti, per poi indicare come indispensabili delle costose varianti di stravolgimento del progetto originale che tali invece non erano. Un ingente danno patrimoniale per il Comune che fu costretto ad affrontare una spesa di gran lunga superiore a quella preventivata, dai 51 miliardi di lire iniziali del progetto Squillante ai 140 miliardi finali. Il processo durò 14 anni e si concluse con assoluzioni e prescrizioni. A dare ragione a Squillante sono stati però i napoletani, legati affettivamente ad un tempio che però non piace più a nessuno, e i tecnici giapponesi che, giunti a Napoli per fare tesoro degli errori italiani in vista dei mondiali del 2002, si complimentarono per il suo progetto iniziale.
I problemi principali del “San Paolo” sono dunque il terzo anello e la copertura che dovrebbero essere smontati, cancellando di fatto gli interventi del 1990, ma i soldi non c’erano nel 2005 e non ci sono oggi. Occorrono almeno 7,5 milioni di euro per eliminare le “avveniristiche” strutture dello stadio, costo da abbattere solo regalando il materiale a chi le smonta. Il problema è che nessuno vuole farlo; quel metallo non fa gola a nessuno, neanche ai cinesi che pure hanno smantellato alcune strutture delle acciaierie di Bagnoli.
Resta il problema della ferraglia, e allora niente tabellone. L’ultima indicazione riferisce della realizzazione a spese del Napoli di uno speciale display con informazioni testuali che correrebbero a 360° lungo l’anello circolare del secondo anello. Un dibattito infinito, anche triste se si pensa che quelli in corso potevano essere i campionati Europei di calcio in Italia. Sei anni fa si formularono idee per un nuovo stadio a Miano e invece nel 2007 la spuntarono Polonia e Ucraina per l’organizzazione. Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete parlò di scelta di politica internazionale di fronte alla quale bisognava dimostrare di poter ristrutturare gli stadi anche senza l’assegnazione degli Europei. Non è accaduto, e in pochi avevano dubbi. Non che nei due paesi ospitanti dell’est non ci siano stati problemi, ritardi e malaffare ma gli stadi costruiti o rifatti fanno comunque impallidire quelli italiani sempre più vecchi e inadeguati, testimoni di un’occasione sprecata nel 1990. Tutti avanzano, l’Italia resta ferma.
Lo stato dell’arte italiano in tema di stadi è catastrofico. Gli unici due impianti costruiti ex-novo per “Italia ’90” furono il “Delle Alpi” di Torino e il “San Nicola” di Bari. Il primo già demolito per inadeguatezza e sostituito dallo “Juventus Stadium”, l’unico impianto moderno d’Italia che però ha trasformato con una magica variante urbanistica un’area pubblica in “zona urbana di trasformazione”, praticamente un interesse privato. Partendo dalla concessione di 349mila metri quadri per 99 anni alla Juventus in cambio di 25 milioni di euro, cioè meno di un euro al metro quadro annui. Una seconda variante ha concesso di costruirvi vicino due centri commerciali previo pagamento di un milione di euro e il sodalizio degli Agnelli ha ammortizzato tutti i costi coinvolgendo un’impresa cooperativa e accedendo a due mutui di prestito per complessivi 60 milioni di euro presso l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica e quindi finanziata da soldi dei contribuenti.
Bello quanto si vuole il “San Nicola” di Renzo Piano  ma inutile quanto il “Delle Alpi”, sempre semivuoto, privo di servizi, posizionato in una zona desolata e pregiudicato dalla pista d’atletica che all’epoca era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.

Il paradosso è che il conto per quella manifestazione lo stiamo pagando ancora. Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi del 2011 figurava ancora una voce riferita ai mutui accesi con la legge 65 del 1987 per costruire gli stadi di “Italia 90”: 55 milioni di euro stanziati per pagarne una parte. E nel 2010 ne erano stati messi in bilancio altri 60. Il totale di spesa per quegli stadi lievitò fino a 1.248 miliardi di lire (645 milioni di euro), l’84% in più dei costi preventivati. Per tutta l’organizzazione furono spesi 6.868 miliardi di lire senza completare tutte le opere, a fronte dei 3.151 previsti. Non solo stadi mal costruiti, anche stazioni ferroviarie inutili, terminali di aeroporti abbandonati, alberghi mai completati e solo ora demoliti, sale stampa smontate dopo un solo match, senza contare le numerose vittime nei cantieri dove le condizioni di sicurezza erano veramente minime. Una cascata di denaro pubblico e privato all’italiana funzionale a un modello di edilizia fatto di stadi, strutture fatiscenti e appalti a costi crescenti. Solo il “Delle Alpi” di Torino lievitò del 214% e costò 226 miliardi di lire andati in polvere sotto i colpi delle ruspe dopo soli vent’anni di costi di manutenzione stratosferici. Il “Sant’Elia” di Cagliari, dopo soli dieci anni, rischiava il crollo e nel 2002 il presidente del Cagliari Cellino ha pensato di costruire delle tribune provvisorie proprio sopra la pista di atletica; uno stadio nello stadio, un aborto. Le tribune provvisorie sono divenute definitive e di recente la Commissione di Vigilanza ha alzato la voce mentre il sindaco di Cagliari Zedda ha puntato i piedi contro Cellino che per 7 anni non ha pagato una lira per l’uso della struttura. E così il Cagliari ha abbandonato lo stadio di casa per andare a giocare a Trieste. Dal 16 Maggio il “Sant’Elia” è stato chiuso definitivamente per inagibilità e Cellino ha avviato “deliberatamente” la realizzazione di un nuovo modesto impianto a Quartu Sant’Elena dove verrano spostate le tribune in tubi innocenti smontate dal “Sant’Elia”. Non è la soluzione ma la creazione di un altro problema.  E mentre nel mondo sorgono dappertutto impianti moderni, questo sarà l’emblema del regresso italiano.
E così, mentre a Napoli ci si gingillava pensando a come installare un tabellone che non si poteva installare, la Polonia e in parte l’Ucraina ci davano una lezione di edilizia sportiva. Un po’ dappertutto si pensano o si progettano timidamente nuovi stadi senza gli strumenti di legge idonei. La Camera discute la normativa e l’affida alla commissione cultura di Montecitorio. Nel frattempo il premier Monti legge i bilanci di previsione e si accorge che l’Italia sta ancora pagando gli appalti gonfiati dei mondiali del ’90, impallidisce, pensa alle Olimpiadi del 2004 in Grecia che hanno contribuito a portare il paese ellenico nel baratro e decide alla fine di negare la candidatura romana alle Olimpiadi del 2020. Tutti delusi per un’occasione persa per un paese che attraversa una crisi fortissima. O forse scampato pericolo. Il ricordo di ciò che “seppe fare” il famigerato “Comitato Organizzativo Locale” guidato da Luca di Montezemolo è ancora vivo, e l’azzardo UEFA a favore di Ucraina e Polonia che partivano da zero lo testimonia. Già marchiata da “tangentopoli”, l’italia era all’epoca in piena “calciopoli”; dopo cinque anni è passata a “scommessopoli”.

Un dono per Gennaro Iezzo

Un dono per Gennaro Iezzo

all’ex azzurro il pumphlet “Malaunità, 150 anni portati male”

L’ex portiere del Napoli Gennaro Iezzo non ha ancora finito di leggere “Terroni” ma ha già la prossima lettura meridionalista… magari sotto l’ombrellone.

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

il capofamiglia, i figli maleducati, la pecora nera e il condominio

Napoletani, spagnoli, croati. Questa è la consecutio dei fischi all’inno di Mameli che è ormai un caso internazionale, non più solo nazionale. Politici e uomini di spicco del nostro sport sono sull’orlo di una crisi di nervi. E allora Gianni Petrucci, presidente del CONI, ha mosso i primi passi ufficiali, chiedendo alla Federcalcio di pretendere sanzioni dall’UEFA. Così il direttore generale della FIGC Antonello Valentini ha inviato un esposto a Platini e soci che tira in ballo anche i fischi dei napoletani. “C’è forte rammarico da parte nostra – si legge – nel vedere che gruppi di tifosi spagnoli a Danzica e croati a Poznan hanno fischiato il nostro inno. Sono episodi deprecabili. Non dimentichiamo che lo stesso è successo anche in Italia, quando c’è stata la finale di Coppa Italia a Roma, ma ciò non ci esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere, sentito dalle autorità italiane sportive e non sportive. Ogni valutazione ora è nelle mani della Uefa”.
In sostanza la FIGC, proprio l’entità governativa sportiva che non fa rispettare a tutti i livelli le regole contro il razzismo, e che per questo (e non solo) causa i fischi all’inno nazionale da parte napoletana, confeziona un comunicato in cui sostanzialmente dice “si, sappiamo che l’inno ce lo siamo fischiato anche tra di noi, ma…”, ammettendo quei fischi come colpa italiana e non come colpa istituzionale propria. Immaginiamo che un padre di famiglia, chiassosa e maleducata, abbia il compito di educare dei figli, tutti insolenti, e lo faccia senza applicare lo stesso zelo per tutti. Uno dei figli, dopo anni di denigrazione da parte dei fratelli, esplode e finisce per protestare vibratamente; lui se la prende con quel figlio ribelle per la rimostranza. Poi quello stesso padre viene contestato anche dai vicini di casa per la maleducazione e la chiassosità della sua famiglia e va a protestare dall’amministratore del condominio dicendo che sa bene che uno dei suoi figli ha alzato la voce, ma ciò non lo esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere per le proteste degli altri. Quel capofamiglia fa bene a pretendere il rispetto ma solo dopo averlo dato, e soprattutto dopo aver riflettuto sui proprio errori. Petrucci, Abete, Valentini, Schifani ancora non si sono chiesti perchè i napoletani hanno fischiato e ora dovrebbero domandarsi perchè spagnoli e croati hanno osato.
Insomma, protesta lecita e giusta nel principio, ma un po’ meno dal punto di vista etico. Quantomeno incoerente da parte di chi (Petrucci) non ha mai chiesto alla Federcalcio di sanzionare i cori razzisti e non si è mai indignato per i fischi italiani agli inni stranieri, da quello francese a Milano nel 2007 a quello argentino a Roma nel 1990 quando era Segretario Generale della stessa Federcalcio. Un po’ più coerente riflettendo sul commento di Petrucci alla paventata scritta “30 sul campo” sulle maglie della Juventus: «le regole sono fatte per essere interpretate»… mica rispettate?!
Francamente stufa dover ascoltare le dichiarazioni che arrivano dalla delegazione azzurra agli Europei. Dopo il pareggio contro la Croazia, Gianluigi Buffon ha posto le mani avanti circa la possibilità del “biscotto” tra spagnoli e croati nel terzo e decisivo turno del girone. «Spagna e Croazia – ha detto il portiere azzurro – non finirà in pareggio perchè gli spagnoli hanno un pedigree che non permette l’etichetta di antisportività e farebbero ridere l’Europa». Per Buffon, gli spagnoli sarebbero una garanzia e forse non sa, o finge di non sapere, che i biscotti li fanno anche loro, chiedere al Villarreal che ha pagato con la retrocessione l’accordo in campo tra Granada e Rayo Vallecano. Ma ammesso che gli spagnoli siano integerrimi, i croati cosa sono per Buffon, truffatori? Se i vertici della Federcalcio croata gli chiedessero le scuse per la mancanza di rispetto nei loro confronti farebbero pure bene. Non possono farlo per via della procedura dell’UEFA nei loro confronti causa razzismo dei tifosi croati, anche loro. E con quale sfrontatezza un calciatore italiano si consente di parlare di correttezza invocandola per garantirsi l’allungamento della propria esperienza agonistica? Buffon, per chi ha memoria corta, è lo stesso portiere che, dopo aver ricacciato via la palla di Muntari ben oltre la linea di porta nel rovente Milan-Juventus di Febbraio, ha detto che pure se si fosse accorto che la palla era dentro non lo avrebbe ammesso. Più che onestà, trattasi di coerenza! Ed è anche lo stesso portiere della Juventus che, per difendere il suo allenatore coinvolto nello scandalo del calcioscommesse, ha detto che «chi conosce il calcio sa che in certi casi è meglio due feriti che un morto». Più che di onestà, trattasi di coerenza! Ora ci racconta che gli spagnoli, solo loro, hanno un pedigree che non gli permette di far ridere l’Europa con l’etichetta di antisportività. Se uno più uno fa due, per la proprietà transitiva delle frasi di Buffon, Conte non ha il pedigree dell’onestà.
Sarà mica per tutto queste vicende, o anche per queste vicende, che l’inno italiano è divenuto il più fischiato d’Europa? La nostra immagine nel continente calcistico è delle peggiori, questo è un dato di fatto, e la crisi di nervi non giova a chi vuol combattere questa deriva che è fastidiosa quanto si vuole ma sicuramente non gratuita.
Dunque, li facciano pure eroi sul campo i nostri calciatori ma restino tali solo li, senza investirli di ruoli che non hanno. All’interno del mondo sportivo, più d’uno reputa questo Buffon un esempio, lui che ha ammesso di essere un accanito scommettitore. E un esempio lo reputa anche Giorgio Napolitano che gli ha riconosciuto delle capacità orali degne di un politico. Questi sono i messaggi che un presidente della Repubblica dovrebbe evitare di dare. Nessuna caccia alle streghe, ci mancherebbe, ma non si perda il senso della realtà. Buffon non è né un grande uomo né un filibustiere, è un uomo normale che diventa imbattibile tra i pali e vulnerabile fuori dal campo, scivolando più volte su sé stesso.
Prima di Buffon era toccato a Cassano inciampare sulle vuote dichiarazioni di Cecchi Paone. Ed è purtroppo scivolato anche Prandelli, colto impietosamente dalle telecamere mentre bestemmiava dopo il goal di Pirlo. Nulla di gravissimo per loro ma è il caso che stiano attenti a quando aprono bocca perchè ultimamente non ne ingarrano una. Non sono loro il miglior esempio per l’Italia ed è meglio che in questo particolare momento si concentrino a vincere, l’unica cosa che ci si aspetta. Per tutto il resto hanno francamente stufato. Calciatori, dirigenti e politici.

Palazzo Reale, la Soprintendenza nella bufera

Palazzo Reale, la Soprintendenza nella bufera

in arrivo altri 15 milioni oltre i 20 già pronti, via le auto dai cortili

Angelo Forgione – Le immagini di SkyTg24 girate da Paolo Chiariello all’interno di Palazzo Reale hanno fatto esplodere finalmente un caso che è noto da anni a chi ama i monumenti e la storia di Napoli. La Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici è finita sul banco degli imputati, giustamente, perchè ha sede proprio nel palazzo e ha sotto gli occhi ogni giorno, da sempre, le condizioni della struttura. Una Soprintendenza che lamenta (giustamente) la mancanza di soldi per la manutenzione ordinaria salvo però veder sprecare quei pochi resi disponibili della Regione con mostre che offendono l’identità storica di Napoli e dello stesso Palazzo come quella sulla regina Margherita dello scorso anno, con allestimenti invadenti, grandi schermi e oggetti piemontesi che impedivano la visione dei capolavori pittorici e degli stessi appartamenti reali.
Una Soprintendenza che ha consentito che si pregiudicasse la vista prospettica del palazzo dall’interno dei giardini con un’opera moderna per nulla attinente al luogo; Una Soprintendenza che non da alcuna spiegazione sullo scempio metallico montato sul solaio della Galleria Umberto. Una Soprintendenza che non si preoccupa di far installare una spiegazione scritta che illustri ai curiosi chi raffigurino i monumenti equestri (imbrattati) del Canova al Plebiscito. Una Soprintendenza che da anni, se fornisce risposte, lo fa dimostrando di essere fuori dalla realtà.
Consoliamoci tutti perchè ai 18 milioni stanziati dal Cipe lo scorso 23 Marzo per il Palazzo Reale e ai 2,5 dal Ministero della scorsa estate se ne dovrebbero aggiungere altri 15 per la facciata e i tetti che la Direzione Regionale dei Beni Culturali e la Regione stanno discutendo proprio oggi a Roma. Più di 35 milioni in tutto disponibili praticamente subito, per un intervento massiccio e epocale visto che è dal G7 del 1994 che il Palazzo non gode di interventi significativi di restauro. Dopo bisognerà pensare alla manutenzione ordinaria che da 18 anni è assente.

Intervista di “Soccer Magazine” ad Angelo Forgione

Intervista di “Soccer Magazine” ad Angelo Forgione

tratto da soccermagazine.it

Intervista ad Angelo Forgione, giornalista partenopeo sempre in prima linea per la difesa di Napoli e della napoletanità, ricercatore storico e vero e proprio amante della cultura e della tradizione partenopea, noto a Napoli per aver fondato il movimento V.A.N.T.O. (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio), un movimento culturale volto a difendere ed esaltare l’intellettualità e l’arte che si possono scovare all’ombra del Vesuvio, tra le quali non può non trovare spazio anche la proverbiale e genuina passione per il calcio. Forgione ha rilasciato un’intervista esclusiva a Soccermagazine.it per parlare del Napoli e soprattutto per affrontare alcune delle spinose tematiche che spesso coinvolgono i tifosi azzurri.

L’affermazione della squadra è vista sotto alcuni punti di vista come una rivalsa della città di Napoli: ritieni che Napoli-città abbia bisogno del Napoli-calcio per risorgere?
Assolutamente no! Il Napoli è una passione, un amore infinito e smisurato di tutti noi e può essere un tramite per parlare alla vasta marea dei sostenitori azzurri. Il Napoli è un canale mediatico potentissimo e se si riesce a far capire a chi lo sostiene che bisogna sostenere anche Napoli con i comportamenti corretti nella vita di tutti giorni, allora può servire. Ma è Napoli il bene primario, non il Napoli.

Sei davvero convinto che chi sia nato a Napoli ma tifi una squadra del Nord non ami la propria città natale? Perchè trovi ingiustificato che un napoletano non sostenga il Napoli?
L’ho detto più volte che ognuno è libero di fare e pensare ciò che vuole. Anche di tifare per il Nord se si è del Sud. Però la Napoletanità non accetta interpretazioni e ci sono fondamenti che vanno dall’arte alla gastronomia, dal teatro alla musica, passando per la storia. E chi conosce la storia di Napoli sa che la questione meridionale esiste anche nel calcio, a partire dalla nascita della FIGC che dal 1898 al 1926 ha consentito la competizione a sole squadre del Nord. Il Sud è entrato in gioco solo perchè nel ventennio fascista Mussolini adoperò il calcio per la sua propaganda nazionalista e oggi dobbiamo purtroppo ringraziare lui se ha frenato il divertimento esclusivo di Juventus, Milan, Inter, Torino, pro Vercelli, Genoa e qualche altra settentrionale. Quest’anno si è toccato quota 100 scudetti al Nord a fronte di 8 al Centro-Sud. Quel gap ce lo portiamo dietro insieme a tutte le questioni politiche e chi pensa che il calcio sia solo uno sport sta ancora dormendo sognando che colossi come Fiat, Fininvest e Saras non facciano la differenza. Basta studiare la storia della Fiat per capire che tifare Juventus al Sud significa essere schiavi di un sistema che attinge forza lavoro e consensi. E purtroppo il Sud è il più grande serbatoio di quelle squadre. I ragazzini guardano il blasone e crescono con il mito delle squadre vincenti. Mica sanno che quelle squadre vincono sfruttando quelle differenti opportunità con cui gli stessi tifosi del Sud crescendo si ritrovano a fare i conti?!

Data la tua incondizionata difesa della napoletanità, cosa pensi di quella frangia di tifosi del Napoli che hanno cominciato a sostenere gli azzurri solo dal 2007 in poi, anno dell’esordio in A per la società targata “De Laurentiis”?
La mappa del tifo è fluttuante. È normale che fallire e ripartire dalla serie C ti faccia perdere seguito. Poi risali e recuperi quanto hai perso. Come ho detto prima, se la gente capisse che il calcio è un aspetto della questione meridionale irrisolta, avremmo una mappa completamente diversa e le grandi del Nord smetterebbero di attingere al serbatoio meridionale. Ma è chiaramente un’utopia e allora dobbiamo essere contenti che il Napoli vinca e si stabilizzi tra le più forti d’Italia in maniera da recuperare seguito quantomeno tra i napoletani.

Diverse tifoserie e molti cittadini d’Italia accusano i napoletani (tifosi e non) di vittimismo: secondo te da cosa e perché è nata questa convinzione?
Dal fatto che le istituzioni politiche e calcistiche hanno vomitato e consentito di vomitare fango sui napoletani. Allo stadio c’è volgarità dappertutto, anche da parte dei napoletani, ma il razzismo è un problema diverso e nessuno si è mai preoccupato di arrestare cori razzisti e indecenti che oggi, alla luce degli avvenimenti attuali, mostrano tutta la loro ignominia. Il tifoso napoletano restituisce volgarità ma non risponde con razzismo e non invoca stragi e distruzioni. Il vittimismo è un’arma pronta per zittire chi protesta. E di fronte al razzismo, i napoletani hanno tutte le ragioni per protestare fin quando le istituzioni non applicheranno le norme che ci sono o un calciatore del Napoli non chiederà all’arbitro di sospendere una partita per cori razzisti come hanno fatto il giapponese Kawashima e l’ivoriano Zoro.

Negli stadi d’Italia viene condannato di tutto, ma sembra che ad essere ignorati da giudici sportivi, istituzioni e media siano solo i cori contro i napoletani, per i quali hai richiesto sempre l’intervento di capitan Cannavaro sul campo. Come ti spieghi questa situazione, e perchè nessun membro del Napoli interviene?
Perchè discriminare un napoletano è normale. Renderlo sinomimo di terremotato, coleroso, puzzolente è talmente corrente che manca solo che lo scrivano anche nei vocabolari. E i media hanno grosse colpe. Il colera è un fenomeno che ha toccato tutta l’Italia e non solo l’Italia, e nel 1973 a Napoli arrivò dalla Tunisia colpendo tutto il bacino del Mediterraneo. I napoletani lo debellarono in meno di due mesi con la più imponente profilassi della storia mentre a Bari, Cagliari e Barcellona, quello stesso vibrione perdurò per due anni. Doveva essere un motivo di vanto per la nostra città e invece i giornalisti si accanirono raccontando a tinte fosche la nostra realtà senza dire la verità e senza documentare le altre, e negli stadi iniziarono a gridare “colera… colera” all’indirizzo dei tifosi azzurri. Il terremoto è una calamità che può colpire chiunque, e l’Emilia Romagna lo dimostra, eppure i “terremotati” sono i Napoletani. Il sapone era fabbricato nella Napoli preunitaria mentre al Nord non sapevano cosa fosse, così come il bidet che i piemontesi, quando lo scoprirono alla Reggia di Caserta, definirono “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Il coro razzista contro Napoli non trova riscontro nella realtà e nasce da una denigrazione continua e inarrestata che solo i calciatori napoletani del Napoli possono frenare. Ma non so se lo faranno perchè ci vuole coraggio per rompere il muro dell’ignoranza, e poichè questo è un paese ignorante e ostile verso il prossimo, protestare non è esattamente la posizione più comoda da assumere. Per ora hanno protestato solo i tifosi con i fischi all’inno nazionale, e infatti hanno avuto il coraggio di assumere una posizione molto scomoda.

Nel Novembre 2011 la nostra redazione salvò in extremis, prima che venissero cancellati, i tweet “anti-Napoli” di Yanina Screpante, fidanzata di Lavezzi, che il giorno dopo fecero il giro d’Italia. Credi che quelle parole della ragazza abbiano tradito ragioni anche solo parzialmente legate alla possibile partenza del Pocho?
Non mi interessa sapere se Lavezzi sia stato influenzato da Yanina o meno. L’idea ce l’ho ma non conta più. Quello che conta è che non fece una bella figura e non la fece fare neanche a Napoli dando in pasto ai detrattori della città un argomento su cui parlare. Qualche giorno dopo Arturo Brachetti fu derubato a Lugano durante uno spettacolo e scrisse su Facebook “neanche a Napoli” e non “Lugano città di m…a”. Io stesso lo costrinsi a chiedere scusa. Certo, tra l’episodio di Yanina e quello di Brachetti c’è una pistola di differenza ma adesso lei e Lavezzi non pensino che a Parigi siano al sicuro. Chiedano alla famiglia del giornalista leccese Sergio Vantaggiato, scippato nella metro parigina e deceduto per le conseguenze della colluttazione. Oppure chiedano al portiere del Paris Saint Germain Sirigu, aggredito in automobile ad un semaforo da un motociclista che molestava con lo sguardo la sua fidanzata. Queste cose fanno scalpore solo se accadono a Napoli e vi ho detto il perchè: colpa dei media nazionali.

Dopo i fischi contro l’inno nazionale da parte dei tifosi partenopei in occasione della finale di Coppa Italia, il presidente della FIGC Abete ha promesso, forse provocatoriamente, di organizzare un’amichevole della Nazionale proprio a Napoli. Qual è il tuo pensiero circa questa vicenda e su come venga trattata dalle istituzioni?
Il malessere è esploso. Molti napoletani non accettano più di non essere tutelati dalle istituzioni. E in più hanno approfondito una certa questione storica che fa molto male. Abete non prenda sotto gamba la cosa e ci vada cauto perchè i fischi non sono a prescindere ma hanno delle motivazioni oggettive di cui è bene che tutti si rendano conto senza moralismi e perbenismi che non fanno bene a nessuno.

La vittoria della Coppa Italia può sbloccare un ciclo glorioso? Credi che sotto la gestione De Laurentiis il Napoli possa riuscire a vincere il terzo Scudetto?
Il calcio italiano è un movimento in continua discesa. L’ho detto prima, il calcio non è un divertimento slegato dalla società italiana ma ne riprende presupposti, vicende storiche e contemporanee. L’industria calcio è una delle principali voci dell’economia del paese, il quale recede e si porta appresso anche il pallone. Il livello concorrenziale si abbassa, calciatori ed allenatori di grido non ambiscono più alla Serie A come negli anni 80-90. De Laurentiis sa bene tutto questo e per questo mantiene una condotta cauta da sempre con l’obiettivo di seminare per raccogliere a medio-lungo termine. Ha fatto crescere il Napoli lentamente e gradualmente mentre gli altri hanno pompato gli ingaggi a scapito dei bilanci. Ora i nodi stanno venendo al pettine e tenere il Napoli costantemente in leggera crescita mentre gli altri di colpo si ridimensionano significa ovviamente assumere una posizione di vantaggio in una condizione di decrescita generale. Se il fair-play finanziario imposto dall’UEFA verrà rispettato, i colossi dell’economia del Nord non potranno più iniettare liquidi nelle casse dei clubs che dovranno spendere quanto guadagnano. E questo avvicinerebbe il sano Napoli alle malsane Juventus, Milan e Inter. Si, il tempo di raccogliere i frutti in Italia sta arrivando. La Coppa Italia è un segnale.

Cosa manca al Napoli per essere al pari delle grandi?
Questo Napoli è già una grande. Manca solo il passo in avanti per lottare per il tricolore. Aspettiamo il prossimo mercato dove il Napoli si presenterà appunto in posizione di vantaggio. Potrà spendere, come del resto ha fatto anche in passato. Ma dovrà spendere bene e comprare giocatori di spessore funzionali al progetto tattico di Mazzarri. Se sarà fatto, bisognerà rompere gli indugi e liberarsi di timori e complessi di inferiorità, annunciando all’Italia del calcio che l’obiettivo sarà lo scudetto. Per vincere bisogna lavorare mentalmente su un obiettivo che non può essere casuale.

In conclusione, come ti auguri che possano apparire un giorno Napoli ed il Napoli rispetto agli altri ed agli occhi degli altri?
I napoletani devono pretendere il rispetto e darlo alla propria città. Solo quando vedrò i monumenti puliti da ignobili scritte spray, quando non vedrò buttare carte a terra mi preoccuperò di cosa pensano gli altri di una città che storicamente ha fatto l’Europa. Napoli è stata conquistata dall’Italia e i napoletani hanno commesso l’errore di assecondare negli anni chi voleva il loro male. Oggi sono ugualmente responsabili del degrado della città, si abbandonano compiacenti alla perdita del decoro e non è possibile accettarlo. Chi ammazza Napoli vivendola non è migliore di chi l’attacca senza conoscerla. Solo dopo che avremo riconquistato il nostro orgoglio e il nostro rispetto per il bene comune saremo capaci di dotarci di strumenti più efficaci per zittire i detrattori. Per ora è una lotta impari che solo chi ha cultura e consapevolezza può avere il coraggio di combattere.

Gennaro Iezzo: «A quest’Italia nessuno crede più!»

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dibattito sui fischi all’inno nazionale su Capri Event

Dalla trasmissione “Ultimo Minuto” su Capri Event, uno stralcio del dibattito nel corso del quale si è affrontato anche il tema dei fischi all’inno nazionale. L’ex portiere di Napoli e Cagliari Gennaro Iezzo ha espresso il suo pensiero ostentando consapevolezza e curiosità riguardo temi storici e contemporanei approfonditi tramite letture meridionaliste.
Il suo ex compagno De Sanctis ha invece detto di capire il malessere ma che avrebbe protestato in maniera diversa e più elegante. “Parate” di due portieri; uno tesserato e selezionato in Nazionale, l’altro ormai senza condizionamenti di sorta. 

Terremoto al Nord tra dolore e risentimento

Terremoto al Nord tra dolore e risentimento

Qualche stupido esulta a Napoli… ecco le colpe delle istituzioni!

Qualche commento sui social network lascia intendere chiaramente la soddisfazione di chi per anni si è sentito chiamare “terremotato”. Reazione arcaica che non fa onore a chi la esterna. Non è il momento delle polemiche e delle rivalse ma quello della solidarietà. Ogni discussione, purchè civile, è rimandata. Ma una cosa è certa: il terremoto, in tutto il suo dramma, dimostra la gravità di certe offese e cori, invocazioni a tragedie di ogni tipo, che le istituzioni del calcio ma anche quelle dello Stato e i media nazionali (vero Bertolaso, Salvini, Bocca e Giannino?) non hanno mai inteso contrastare.
Vedere gente morire, soffrire, perdere case e posti di lavoro, realizza il minimo dolore e la massima gravità che si doveva avvertire ogni qualvolta un tifoso, un europarlamentare, un capo della Protezione Civile o un giornalista invocava stragi e distruzione. Il resto è solidarietà piena da Napoli e dal Sud verso l’Emilia Romagna e le popolazioni del Nord che sono anche del Sud. Proprio oggi è stato ritrovato senza vita il corpo di Giordano Visconti, napoletano, fratello del nostro caro amico Andrea al quale va il nostro più sincero e sentito abbraccio.

A Meta di Sorrento la ”Festa Azzurra”

A Meta di Sorrento la ”Festa Azzurra”

Auriemma, Ermetto, Forgione e Sepe con i tifosi a Meta di Sorrento

Mercoledi 30 maggio 2012, ore 20.30, sulla spiaggia di Meta di Sorrento il “Club Napoli Meta organizza” la “Festa Azzurra”. Live Show di Luca Sepe, ospiti della serata Raffaele Auriemma (Mediaset Premium)Gigi Ermetto (Canale 9) e Angelo Forgione con la proiezione di alcuni dei più bei video sportivi da lui ideati. Punti ristoro, drinks, music e gran finale scoppiettante con maxitorta e spettacolo pirotecnico! In palio anche un viaggio in una capitale europea. Ingresso libero.