––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione –30 anni sono tanti nel percorso di vita di un uomo, e anche di un football club. Tanti ne sono trascorsi dal giorno in cui Napoli impazzì di gioia, da quel pomeriggio marchiato a fuoco nella memoria di chi c’era e nei desideri di chi ancora non era nato. È facile, fin troppo, descrivere una città imbandierata, tinta d’azzurro in ogni angolo, ma chi non l’ha vista coi suoi occhi non può capire né quel giorno né l’atmosfera di euforia collettiva dell’assolata vigilia, di quel sabato del villaggio partenopeo che anticipò l’apotesi.
Qui non si tratta di festeggiare, sarebbe minuscolo, ma di raccontare ai più giovani, perché quello scudetto fu il primo per Napoli e uno dei pochissimi del Sud. Non poteva rappresentare lo spostamento definitivo di un asse, la rivoluzione geocalcistica. Fu un’eccezione, di quelle che confermavano la regola non scritta, alla quale non sfugge neanche il Napoli dei record di oggi.
Qualcuno, dalle stanze dei bottoni della politica, aveva spinto un marziano riccioluto da Barcellona a Napoli, ad allietare una città piegata dal terremoto, dalla cassa integrazione nelle acciaierie di Bagnoli, dalla disoccupazione dilagante e dall’inarginata espansione camorristica degli anni Ottanta. Altrove si respirava la spensieratezza, il lavoro nelle fabbriche del “triangolo”, la “Milano da bere” dei paninari cantanti persino dal synth-pop britannico dei Pet Shop Boys. Ma il Genio del calcio era all’ombra del Vesuvio, ignaro del perché fosse finito nella periferia del calcio europeo; e rese Napoli capitale del football in Italia e in Europa.
Dietro quello scudetto si celavano molteplici significati, ma preferisco indugiare sulle parole con cui l’equanime Sandro Ciotti, romano, descrisse quel trionfo:
«Questo è lo Scudetto della parte romantica di ognuno di noi, nella quale Napoli ha un ruolo, come evocazione di spirito, di umanità di filosofia, di tenacia. Questa disponibilità all’arte, questa disponibilità ad apprezzare tutto quello che è bello e spiritoso è indubbiamente caratteristico della città di Napoli, e perciò è lo Scudetto veramente più popolare che sia mai stato conquistato».
Ecco, appunto, lo scudetto della squadra del cuore di un popolo, quello più identitario d’Italia, il napoletano, capace però di travolgere tutti. E infatti fu l’unico della storia al quale la Rai dedicò una festa-spettacolo, in prima serata e sulla rete ammiraglia. Lo condusse il torinese e torinista Gianni Minà, e non gli riuscì difficile, benché velocemente improvvisato. Basto metterci dentro la napoletanità per riempirlo di suoni, colori ed emozioni. No, non fu una festa come le altre.
Angelo Forgione – Smentisce se stesso Giampiero Mughini, rispondendo della sua polemica sull’identità napoletana a Tiki Taka (Mediaset). Napoli è quel che è, anche per Mughini, ed era assai improbabile che una persona di cultura non conoscesse minimamente la centralità della caleidoscopica identità partenopea nella cultura occidentale. E così, attestandolo, ha negato le parole pronunciate solo sette giorni prima:
«Pieno di rispetto per la passione popolare nei confronti di un campione [Maradona] e per un momento dell’identità calcistica di questa città [Napoli], che purtroppo, a parte quella calcistica, non ne ha talmente tante altre».
Così il catanese di nascita ha modificando il tiro:
«Qualsiasi analfabeta sa che Napoli è una delle grandi capitali della storia occidentale, e nessuno può sospettare di me che non lo sappia. Il fatto era che la città aveva celebrato, come momento sacro della sua identità, la divina avventura calcistica di un grande campione argentino al San Carlo, come se Torino avesse celebrato Platini alla Mole Antonelliana. A me è sembrato che la città abbia fatto torto a se stessa».
Dunque, il suo problema sarebbe l’uso di un sostantivo sbagliato, perché l’identità è qualcosa di complesso, e non si limita ai soli artisti che contribuiscono a crearla. Il fatto è che Mughini, la scorsa settimana, ci ha girato attorno per non dire apertamente quello che pensava, e cioè che non ha alcuna stima di Maradona. Giusto perché non ha giocato nella Juventus. È questo il vero motivo per cui, per una mera questione di appartenenza calcistica, lo juventino ha voluto dare un “colpetto” a Napoli che lo ha accolto come un Re. E però, ciò che pensa di Maradona, Mughini l’ha fatto intendere chiaramente a La Zanzara (Radio24), sposando col pensiero la parola di Giuseppe Cruciani: «Maradona è un emerito ca**one» (guarda il video).
Si può star sereni tutti, perché Maradona è l’identità calcistica di Napoli – e che identità! – , ma la città, per fortuna del mondo, ne ha talmente tante altre che un qualsiasi uomo di minima cultura che dica il contrario è costretto, di fronte all’evidenza, a fare marcia indietro e ad arrampicarsi sugli specchi. Ma un presunto intellettuale che antepone la sua passione sportiva alla Conoscenza fa solo male a se stesso. Il troppo tifo nuoce gravemente all’intelletto.
Angelo Forgione – In occasione del ritorno di Maradona a Napoli per lo spettacolo Tre volte 10 al Real Teatro di San Carlo, ecco un piccolo estratto dal mio Dov’è la Vittoria dedicato ai significati più profondi della sua esperienza in terra vesuviana.
Per emulare il Cagliari tricolore del 1969-70 il Napoli dovette aspettare la stagione 1986-87. Era già nata la Lega Lombarda, che aveva dato nuova linfa e diffusione ai pregiudizi anti-Sud abbracciando l’humus delle province lombarde, in cui era stata digerita l’immigrazione, ma non le culture estranee, ritenute inferiori. La Lega era nata in Lombardia, ma aveva raccolto consensi in tutto il Nord, diffondendo il sentimento e gli slogan contro i meridionali e gli extracomunitari anche nelle curve, sempre più politicizzate nel dilagante calciocentrismo degli anni Ottanta, contribuendo in maniera cospicua all’accentuazione del razzismo sulle gradinate. A Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Verona e altri campi caldi d’Alta Italia era già divenuto “indispensabile” il poco cordiale benvenuto in Italia ai napoletani al seguito della squadra del cuore, ormai matura per lo scudetto. Il grido «terroni» ci aveva messo poco a riverberarsi dai conservatori musicali agli stadi.
A Diego Armando Maradona, argentino infamato col marchio di “sudaca” in Spagna, la parola “terrone” ricordava il pregiudizio verso i sudamericani delle ex colonie che gli aveva fatto detestare Barcellona e che, a 22 anni, aveva contribuito a incamminarlo sul sentiero della tossicodipendenza. In Catalogna era persino andato in televisione a difendere la sua gente:
«A tutta la gente di Barcellona voglio dire che non tutti noi argentini siamo cattivi, che noi argentini non vogliamo offendere nessuno, che sappiamo vivere. Non abbiamo noi la colpa per tutti quelli che sono venuti a far del male a questa città. Invece ora ci vogliono far pagare per gli altri.»
Diego ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva. La prima partita in Serie A la giocò il 16 settembre ‘84, a Verona. In quello stadio, 10 mesi prima, la curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, aveva salutato il brasiliano del Napoli Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di integrazione territoriale: “Ora non sei più straniero, Napoli ti ha accolto nel continente nero”. Maradona ne lesse un altro di striscione: “Benvenuti in Italia”. Benvenuto anche a lui nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Quel campionato lo vinse proprio il Verona. Sarebbe poi toccato alla Juventus, e successivamente al Napoli.
Gli azzurri iniziarono a vincere col riccioluto argentino, e più vincevano tanto più il razzismo cresceva negli striscioni e nei cori settentrionali. Tanta la paura per quei miserabili del Sud che minacciavano di prendersi quello che era sempre “spettato” al Nord. A traguardo raggiunto, a Torino fu inalberato un infame cartello: “Napoli campione oltraggio alla Nazione”. La sera del 17 maggio ‘87, dagli schermi di Rai Uno per Notte per uno scudetto, uno show celebrativo del primo tricolore, apparve in video Massimo Troisi, grandissimo tifoso partenopeo, in una “falsa” intervista di Gianni Minà culminata con uno sferzante sfogo mascherato da una brillante ironia. L’ottimo giornalista piemontese gli ricordò: «Al Nord sono comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord Africa”. L’Unità d’Italia non è mai avvenuta!». Il compianto attore di San Giorgio a Cremano, in tempo di apartheid, rispose alla sua maniera:
«Io, intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa.»
Maradona, un riottoso per natura, infilò i panni del capo dei terroni, un brigante consapevole di poter sovvertire almeno in campo le gerarchie sociali, col Napoli quanto con la nazionale argentina. I due schiaffi – la truffaldina mano de Dios e il poetico gol del secolo in 4 minuti e nella stessa partita – che il fenomeno argentino si divertì a rifilare al popolo inglese dalla trincea messicana, dopo la sanguinosa guerra per la contesa delle isole Falkland/Malvinas, fecero male quanto quelli che avrebbe dato a chi affollava i poco ospitali stadi del Nord Italia delle camicie rosse, rimediate proprio nei mattatoi di Buenos Aires. L’eroe dei due mondi nel XX secolo indossava l’azzurro.
Venne il tempo dei Mondiali italiani del 1990. All’esordio del Meazza di Milano, una delle principali arene delle battaglie del napoletano Maradona contro milanisti e interisti, il tifo fu tutto per i “leoni indomabili” del Camerun (vincitori per 1 a 0). Dopo i fischi all’inno argentino e il sostegno agli africani, Diego si rifece in sala stampa con sarcasmo pungente:
«L’unico piacere di questo pomeriggio è stato scoprire che, grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti: oggi, per la prima volta, hanno fatto il tifo per degli africani.»
Niente fischi nelle successive due partite, solo perché giocate a Napoli, che vale a dire in casa. Poi il derby sudamericano contro il Brasile a Torino, dove i tifosi locali si regolarono come quelli di Milano: di nuovo fischi all’inno argentino. Ma il destino volle che alla semifinale di Napoli approdassero proprio la Nazionale di Maradona e l’Italia. Dieguito, dopo anni di battaglie in campo per i napoletani, lanciò una bomba, un proclama agli italiani in cui racchiuse un acuto messaggio identitario:
«Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta.»
Chiaro l’interesse personale, ma altrettanto chiara la consapevolezza spesso esternata in passato dal capitano nelle sue coerenti parole, che la gente di Napoli apprezzò; molto meno il resto d’Italia, che non poteva guardarsi allo specchio per una partita di Calcio, seppur importante. Diego andava oltre, come sempre, più lontano del suo istinto. Sugli spalti dello stadio di Fuorigrotta, la rivendicazione patriottica si lesse su un visibile striscione: “Diego, Napoli ti ama ma l’Italia è la nostra patria”. Alla fine prevalsero, di una spanna, il patriottismo italiano e la Nazionale argentina. Verdetto sportivo ai calci di rigore, freddi per i piedi sudamericani e gelidi per i cuori italiani. Qualcuno riversò le responsabilità sui napoletani, incolpati di esser caduti nella trappola tesa dal loro idolo, a prescindere dai tricolori a migliaia sugli spalti, dall’esplosione dello stadio al gol di Schillaci e all’espulsione nei supplementari dell’avversario Giusti, e dalle responsabilità di una sciagurata uscita di Zenga su Caniggia, così come dell’altrettanto sciagurato e pietrificante rigore calciato a occhi chiusi da Serena.
Fu l’inizio della rappresaglia: rientrata la Selección nel ritiro di Roma, volarono pugni tra i custodi del centro tecnico di Trigoria e il cognato di Maradona. Nottetempo fu pure strappata la bandiera argentina sul pennone, accanto alla quale furono issate quelle della Roma e d’Italia. Nella finale dello stadio Olimpico, Diego subì la vendetta sotto forma di fischi, quelli degli infuriati spettatori italiani durante l’inno argentino, ai quali rispose con un chiaro «hijos de puta». Sempre tra incessanti fischi, dovette accontentarsi della medaglia d’argento e lasciare il trofeo ai tedeschi, aiutati dell’arbitro Codesal. Qualche giorno dopo, il capitano dell’Argentina dichiarò che l’astio degli italiani era indirizzato a un napoletano. Nel film-documentario del 2008 a lui dedicato, il fuoriclasse argentino disse al regista Emir Kusturica:
«I napoletani sanno bene che io feci di tutto per far vincere il Napoli. Però c’era la netta sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Una volta andammo a Torino per giocare contro la Juventus e gliene facemmo 6. Sai cosa significa che una squadra del Sud ne fa 6 all’avvocato Agnelli?»
In realtà i gol realizzati quella volta erano 5, ma per el revolucionario non erano mai troppi quelli rifilati ai potenti. Un eccesso di orgoglio ininfluente sul senso della storia.
Nessuno straniero è stato amato quanto Maradona dalla gente di Napoli; un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso ha accostato i napoletani agli argentini, diversamente dai catalani di Barcellona e dagli andalusi di Siviglia, che quasi lo detestarono. Nessuno ha pagato come lui l’identificazione nella realtà partenopea. Il fuoriclasse argentino fu incapace di gestirsi e imporsi come esempio per i giovani, fallendo troppe volte con sé stesso e con i suoi affetti; allo stesso tempo offrì beneficenza nell’ombra e mostrò la sua generosità ai compagni di squadra. Un autolesionista altruista, si potrebbe dire. Fu proprio per il suo intuito primitivo che seppe dar dimostrazione di aver fiutato certe dinamiche sociali di uno strano Paese che già negli anni Ottanta faceva del Calcio il campo di battaglia degli odi e delle intolleranze.
È altamente simbolico e significativo che la storia del più grande artista del pallone non sia legata a quella dei più vincenti club del Nord Italia e d’Europa, ma alla squadra regina del Sud. Fondamentale è la comprensione dell’indole del personaggio, il più grande rivoluzionario della storia del Calcio, un trascinatore che leggeva Che Guevara e sprigionava energia in campo e fuori, trasmettendola a tutti; un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti e convocazioni, di modellare il suo gruppo ideale. Un sudamericano così, nel più ricco campionato del mondo degli anni Ottanta, non poteva che diventare un’icona dei poveri, un lustro ineguagliato della storia del Napoli, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra. Dopo aver ricevuto il Pallone d’oro alla carriera, nel 1995, fu proprio lui a dichiarare:
«Tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli.»
Attenzione: il migliore (del mondo) a Napoli, non del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria indossando la divisa di un club importante d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale, senza il supporto di un ricco sodalizio. 259 partite e 115 gol in quasi 7 anni sono solo l’aspetto numerico di quanto offrì alla declinata Napoli il condottiero che nel luglio 1987, a qualche settimana dal primo storico scudetto azzurro, fu invitato contemporaneamente dagli Stati Uniti e da Cuba per ricevere due differenti premi. Scelse Cuba, senza indugio, e conobbe Fidel Castro, dialogando col Líder di sport e politica americana per 5 ore di seguito. 18 anni più tardi, nel novembre del 2005, avrebbe guidato col presidente venezuelano Hugo Chávez la foltissima protesta dei paesi sudamericani e caraibici contro l’imperialismo egemonico statunitense di George W. Bush al Vertice dei Popoli di Mar del Plata. Il Che Guevara del Football, colui che rifiutò di conoscere Carlo d’Inghilterra, che si fece tatuare il Che e Fidel sulla pelle, che incarnava l’orgoglio dei Sud del mondo, non poteva avere nel suo destino la Torino dell’industria, e neanche poteva essere amato nella ricca Barcellona, lui che a Buenos Aires era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Il destino volle renderlo interprete delle vittorie dei sottomessi e gli riservò il trono decaduto della deindustrializzata, infamata e razziata Napoli, dal quale riconobbe la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle e individuò nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare.
Eppure, prima di approdare all’ombra del Vesuvio, il Che del Football fu proprio a un passo dalla Mole Antonelliana e dall’indossare la maglia della Juventus. Lo svelò l’ex calciatore e presidente bianconero Giampiero Boniperti a La Stampa nel luglio 2008, alla vigilia dei suoi 80 anni:
“L’avevo preso, solo che il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, bloccò il trasferimento. Ordini superiori.
Un giorno, molti anni dopo, ho rivisto Diego e mi ha confidato che, se fosse venuto alla Juve quando doveva, magari avrebbe avuto una vita privata più serena.”
Su questa rivelazione il mondo bianconero ha ricamato un presunto rimpianto juventino di Maradona, imboccandogli altre parole di ammirazione e rammarico per non aver mai potuto vestire la maglia bianconera. Nel maggio 2012, per celebrare il ritorno al tricolore della Juventus post-Calciopoli, il quotidiano Tuttosport pubblicò un pensiero attribuito all’argentino dal giornalista Guido Vaciago:
“Forse se fossi finito alla Juventus avrei avuto una carriera più lunga, vincente e tranquilla. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto.”
Frasi senza alcun riscontro, peraltro mai confermate da Diego ed evidentemente nate dalla manipolazione di quel «se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena» reso noto da Boniperti qualche anno prima. E come dar torto a colui che in Catalogna iniziò ad affrontare i suoi tormenti? Se fosse andato a Torino, nel 1980, avrebbe probabilmente evitato i dolori di Barcellona e magari la cocaina: una sorta di sliding doors della sua vita. È tutto qui il significato della condivisibile riflessione intima senza rimpianti di Maradona svelata da Boniperti; semmai il rammarico era dei dirigenti juventini.
La storia narra che nel 1978 Gianni Di Marzio, allenatore del Napoli, recatosi in Argentina per vedere i Mondiali, fu contattato da Settimio Aloisio, un responsabile dell’Argentinos Juniors, e condotto a osservare il giovane fenomeno. Ne rimase entusiasta e lo segnalò al presidente Ferlaino, proponendogli di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni, nell’attesa che si riaprissero le frontiere in Italia. Il patron azzurro non accettò, intendendo puntare su calciatori già affermati (avrebbe poi preso il fuoriclasse olandese Ruud Krol), e così il primo treno per Napoli passò. Nella primavera del 1980, dopo una segnalazione di Omar Sivori alla Juventus, fu Boniperti a volare in Argentina per prelevare Maradona dall’Argentinos Juniors. Il trasferimento del diciannovenne astro di casa non fu autorizzato dal presidente della Federcalcio locale Julio Grondona poiché il commissario tecnico César Luis Menotti gli aveva chiesto di trattenere in patria i migliori calciatori in vista dei Mondiali di Spagna del 1982. La Vecchia Signora avrebbe però potuto prenderlo e attendere 2 anni, ma Boniperti non si entusiasmò alla vista della statura del campioncino e lo bocciò. Non se ne fece niente; la Juve ripiegò sull’irlandese Liam Brady e 2 anni dopo strappò il fantasista Michel Platini alla concorrenza dell’Inter, mentre Maradona, dopo un anno e mezzo al Boca Juniors, si accasò al Barcellona con un contratto di 6 anni. Nella città catalana, il giovane argentino si infilò nel tunnel della droga. Troppa e improvvisa la pressione sulle spalle, cui si aggiunse un forte disagio interiore: nessuna integrazione con la ricca borghesia catalana, autosegregazione nella lussuosissima villa di Pedralbes dopo la traumatica notizia di aver contratto l’epatite, guerra immediata col dispotico presidente José Luis Núñez che pretendeva invano di impartirgli ordini, scarso feeling con alcuni compagni di squadra invidiosi, stampa ossessiva che non gli perdonava nulla e tifosi blaugrana insoddisfatti dal rendimento di un calciatore pagato a peso d’oro, ma spesso infortunato e pure riottoso ai metodi dell’allenatore Udo Lattek. L’unica occasione di divertimento erano le discoteche notturne delle Ramblas, e lì cominciò il pericoloso gioco della cocaina, un’illusione nei pochi momenti di finta felicità nella gabbia dorata catalana che lo faceva sentire straniero ed emarginato.
Nel 1983 spagnolo, dopo anni di frustrazioni dittatoriali dello pseudo-fascismo di Francisco Franco, la rivalità tra le varie comunità era fortissima e in campo si picchiava davvero duro, coi gomiti e coi piedi. Non era come in Italia, dove le marcature toglievano il fiato con correttezza. Il culmine della tensione fu l’entrata spezzacaviglia di Andoni Goikoetxea, difensore dell’Athletic Bilbao, noto anche come “il macellaio” (indicato dal Times come il giocatore più violento di tutti i tempi). Quarta giornata della Liga 1983-84: sul 3-0 per il Barça, scivolata da tergo: caviglia, malleolo e legamenti della gamba sinistra di Diego in frantumi. Il basco mise a repentaglio la carriera dell’argentino, costringendolo a un intervento chirurgico che avrebbe comunque potuto comportare la perdita dell’eccezionale dote che lo distingueva dai comuni mortali, ovvero la flessibilità rotatoria della magica caviglia sinistra, superiore alla norma. L’integrità dell’arto fu salvata dal miracoloso trattamento del dottor Rubén Oliva, vero e proprio taumaturgo, che riconsegnò al mondo del Calcio il suo astro più luminoso. A fine stagione, la finale di Copa del Rey fra Barcellona e Athletic rimise Maradona di fronte a Goikoetxea. Al termine della partita, vinta dal Bilbao (1-0) tra derisioni e insulti, Diego si scagliò contro Andoni con colpi d’arti marziali e pugilato, scatenando una furiosa rissa tra le due squadre. Fu sottratto al linciaggio solo grazie all’intervento dei compagni di squadra. A bocce ferme, chiese scusa al re Juan Carlos di Borbone, ma in Spagna il suo tempo era ormai scaduto.
Tramite Ricardo Fuica, un mediatore argentino residente a Valencia, il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino seppe dell’opportunità e informò Boniperti, che, appagato dal rendimento di Platini, rifiutò di ritornare sul giocatore e rispose che con quel fisico non sarebbe arrivato lontano. Marino sondò allora il direttore generale del Napoli Antonio Juliano, da cui partì la lunga trattativa che portò il grande fuoriclasse a Napoli. Al diavolo l’epatite, la frattura, Núñez e la maledetta Barcellona! Il riccioluto prodigio si catapultò senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornì l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola, esternando la sua voglia di scappare e raggiungere quello che in quel momento era il campionato più bello del mondo:
«Mi stanno uccidendo, non possono più tenermi in questa incertezza. Il Barcellona deve decidere prima possibile. Ormai mi sembra quasi tutto fatto e l’offerta del Napoli non può che essere considerata ottima.»
Maradona accettò alla cieca quel che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima, ad accordo fatto. «A Napoli non andrò mai», aveva detto in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici. Il giornalista Mimmo Porpiglia aveva raccolto e pubblicato, e 90.000 tifosi napoletani, fischietti alla bocca, avevano riempito il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia il 20 ottobre ‘79: 89.992 spettatori paganti, record nella storia della Serie A. El Pibe de oro ebbe tutt’altro approccio, dichiarando subito dopo la firma di sentirsi come un bambino nato da poche ore. L’ufficialità fu data a pochi minuti dalla chiusura del calciomercato e i napoletani si riversarono in strada. Chi uscì dai cinema, dai teatri e dai luoghi al chiuso si ritrovò all’improvviso di fronte a un pandemonio inatteso, la prima vera festa sportiva della città, 3 anni prima di quella per il primo scudetto. Cambiò tutto, compreso l’appeal del Napoli: Giordano lasciò l’amata Lazio e accettò l’azzurro per richiesta diretta di Diego. Careca pure, ambito da mezza Europa, si mise in testa di giocare a tutti i costi con l’argentino e decise autonomamente la sua destinazione, forte di una scrittura privata che gli permise di svincolarsi dall’adorato São Paulo a un prezzo vantaggiosissimo per il Napoli.
Anche Berlusconi si innamorò di Maradona e provò a sedurlo con un faraonico ingaggio, più una lunga lista di benefit. Ricevette dal calciatore una risposta secca:
«No, grazie… Non giocherò mai al Milan, non tradirò mai i tifosi napoletani.»
Diego si fece invece corteggiare da Bernard Tapie, il Berlusconi di Francia, miliardario di simpatie socialiste e presidente dell’Olympique Marsiglia, voglioso di vincere la Coppa dei Campioni (ci sarebbe riuscito nel ‘93 prima d’essere condannato a 2 anni di galera per corruzione). Maradona provò in quell’occasione – era la primavera del 1989 – a lasciare Napoli, stanco delle reclusioni diurne, degli spifferi giornalistici sulle sue amicizie con alcuni camorristi e delle accuse di aver “venduto” lo scudetto del 1988. Droga e criminalità le avrebbe certamente incrociate anche a Marsiglia, ma era forte la voglia di cambiare ambiente, di avere quella villa con giardino e piscina che Ferlaino gli aveva sempre promesso e mai concesso, e l’intenzione di prepararsi per i Mondiali ‘90 in un campionato molto meno pressante di quello italiano, con un mese di sosta invernale. A Monaco di Baviera, alla vigilia della semifinale di ritorno della Coppa UEFA, strappò a Ferlaino la promessa di poter essere ceduto se il Napoli avesse vinto il trofeo. Il trofeo andò al Napoli, ma quando sul prato di Stoccarda Maradona si apprestò ad alzarlo al cielo il presidente gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio di aver approntato il contratto da rinnovare. Mantenere la parola avrebbe significato il linciaggio dai tifosi. Togliere ai napoletani il loro condottiero era impossibile, e infatti il distacco sarebbe giunto per una squalifica per doping. Diego a Marsiglia ci sarebbe andato, ma non avrebbe mai tradito i tifosi napoletani e non avrebbe mai giocato in una squadra italiana diversa dal Napoli. La separazione definitiva avvenne nel peggiore dei modi: alla scadenza della squalifica per doping, Diego fu convocato in ritiro, ma l’acredine per il nemico Ferlaino e il rifiuto di tornare a vivere a Napoli portarono a una guerra per vestire la maglia del Siviglia, vinta anche grazie all’arbitrato della FIFA. L’esperienza in Andalusia fu pessima e la carriera del fuoriclasse si concluse in Argentina.
La controversa immagine di Maradona è stata sempre allacciata, dall’opinione pubblica e da qualche comico senza troppa fantasia, ai mali di Napoli e alla sua stessa tossicodipendenza, quasi a ridurre le sue mirabilie e il valore dei trionfi in azzurro. Maradona non ne trasse alcun beneficio sotto il profilo agonistico, e anzi fu limitato dall’abbattimento e dalla depressione che spesso lo costrinsero a non allenarsi. Di fatto, l’euforia, l’infaticabilità e l’accentuazione della reattività tipiche dell’assunzione da cocaina inalata durano dai 20 ai 90 minuti, in base alla quantità e alla purezza. Dopo l’esaurimento degli effetti sopraggiungono abbattimento morale, depressione e irritabilità. El Pibe avrebbe dovuto sniffare negli spogliatoi nell’immediatezza della partita per presentarsi in campo sotto effetto “positivo” e non subirne svantaggi alla distanza. Sul terreno di gioco si mostrò sempre equilibrato, di una correttezza esemplare, per niente irascibile e mai reattivo nonostante i numerosi calcioni incassati. Piuttosto, si fece bucare continuamente da spaventosi siringoni pieni di massicce dosi di cortisone, unico rimedio per andare in campo senza avvertire il cronico dolore alla schiena procuratogli da una congenita deformazione della colonna lombo-sacrale.
«Sai che giocatore sarei stato se non avessi tirato cocaina? Che giocatore ci siamo persi! Mi resta l’amaro in bocca: avrei potuto essere molto più di quello che sono stato. Io sono la mia colpa e non posso rimediare.»
È il rimpianto del sommo fuoriclasse, la voce della coscienza nel finale della pellicola di Kusturica. Certo, la potenza mediatica di Maradona non è quella di Michele Padovano, Mark Iuliano, Jonathan Bachini, Francesco Flachi, Angelo Pagotto o Angiolino Gasparini, alcuni tra i calciatori della Serie A che hanno fatto uso e, in qualche caso, spaccio di droghe ricreazionali senza essere irrisi per questo. Ancora nel febbraio 2014, a dipendenza da tempo cancellata, Gene Gnocchi, tifosissimo del Parma, fu querelato da Maradona per una battuta di cattivo gusto pronunciata nel corso della trasmissione Rai Il Processo del Lunedì: «Maradona ambasciatore di Napoli? No, al massimo della Colombia e del cartello dei narcotrafficanti di Medellín».
Solo un mese dopo, nel pieno delle polemiche tra l’argentino e il fisco, il regista napoletano Paolo Sorrentino, che da piccolo andava a sostenere la squadra del cuore al San Paolo, dedicò il Premio Oscar appena ricevuto a Hollywood per La grande bellezza a Federico Fellini, a Martin Scorsese, ai Talking Heads e a Diego Armando Maradona, definendoli “fonte d’ispirazione”.
Maradona scontò evidentemente anche la sua appartenenza, l’essere icona di Napoli, per giunta vincente. Con lui a guidare gli azzurri verso la vetta d’Italia si fece più vigorosa l’aggressività verbale nei confronti della gente partenopea. Esisteva già, da quel 1973 del colera mal raccontato dalla tivù. Un’aggressività fluttuante, proporzionale al rendimento sportivo del club partenopeo, ma mai arrestata: più insistente nell’era dei trionfi degli anni Ottanta, sopita nel lungo periodo della cadetteria e della rinascita in Serie C, riaccesa col ritorno in Massima Serie concomitante con l’esplosione della crisi dei rifiuti, e resa più volgare e insistente col dirompente ritorno ai vertici nazionali.
Maradona non avrà la competenza musicale e artistica di Riccardo Muti, ma è pur sempre uno degli uomini più noti del mondo, e come il grandissimo direttore d’orchestra nell’ottobre 2011 a Oviedo, anche lui ha affermato l’orgoglio di possedere, in quanto napoletano, il più bel teatro del mondo.
Le parole di Dieguito sono capaci di amplificarsi a livello planetario. Può e deve essere il più grande testimonial del Napoli, ma anche di Napoli.
Angelo Forgione – All’esterno del Real Teatro di San Carlo c’è una fila di pigne a “proteggerne” la facciata. Le pose l’architetto Antonio Niccolini nel 1810, in piena massoneria napoleonica, rifacendo il volto del vecchio teatro reale, e non per sola decorazione. La pigna, infatti, simboleggia la ghiandola pineale, una ghiandola endocrina che riceve il più abbondante flusso sanguigno, in misura maggiore di qualsiasi altra ghiandola nel corpo umano, ed è responsabile della chiarezza mentale. Anche detta “terzo occhio”, essa allude al più alto grado di illuminazione, quindi alla saggezza e alla conoscenza più profonda. Le pigne innanzi il portico del San Carlo volevano significare che il Teatro, il più importante dell’epoca, era la casa della Cultura europea. Quella fila di pigne era il confine tra il tempio della Cultura e l’inferior livello.
Sono trascorsi due secoli da allora, e il San Carlo non è più considerato ciò che era allora. Il repertorio settecentesco, quello del secolo della grandissima Scuola Musicale Napoletana, è stato messo in disparte a beneficio di un repertorio ottocentesco che ha contribuito al prestigio della Scala, posta poi in posizione primaria nel dopoguerra, con una Milano al centro della ripresa industriale e sociale del Paese. Da qualche anno, poi, si è sviluppato un uso improprio del Real Teatro di Napoli, prestato a eventi non legati al linguaggio cui è destinato, con conseguenti forti polemiche tra favorevoli e contrari. La verità è che il San Carlo, che aveva figliato la Scala e tutti i lirici d’Europa, è oggi alla rincorsa del risanamento del buco dovuto agli affanni dei decenni passati. È in fieri un piano triennale finalizzato non solo all’equilibrio finanziario, ma anche all’aumento della produttività e alla riduzione dei costi di gestione, anche a costo di pagare un prezzo di immagine per certi eventi, che fanno arrossire l’invidiata tradizione e l’antico prestigio sancarliano. Gli ultimi bilanci sono in pari, ed è già un risultato; la produzione è triplicata rispetto al 2012, gli incassi da botteghino sono raddoppiati, ma il vero rilancio è lontano.
Le fondazioni lirico-sinfoniche moderne, deputate alla gestione dei lirici italiani, versano in difficoltà economico-patrimoniali. Quella del San Carlo riceve la metà dei fondi statali e regionali destinati alla Scala. Più soldi arrivano anche all’Opera di Roma, alla Fenice di Venezia, al Maggio Fiorentino e al Regio di Torino. Al Massimo milanese, inoltre, affluiscono anche importanti sponsorizzazioni, su tutte quella di Rolex, ma anche le partnership di marchi napoletani quali Kimbo e Ferrarelle. In tal senso, per il San Carlo ci si limita a partecipazioni una tantum o legate a piccoli progetti momentanei, ma nessun imprenditore campano è disposto a investire sull’immagine del Teatro.
Così, per il San Carlo, è impossibile reggere il confronto e riprendersi il posto che gli compete. La condizione si fotografa nel palco reale, il bellissimo palco reale borbonico che tutto il mondo invidia alla sala del Niccolini: una parata di sedie in policarbonato trasparente di Kartell, modello ‘Louis Ghost‘, anche costose, ma di modernissimo design e completamente inadeguate al contesto. E infatti la sovrintendenza del teatro più bello e umiliato del mondo intende sostituirle con più degne e regali sedute, ma di soldi non ne ha, e allora è alla ricerca di donazioni private per lo scopo.
Tale è la triste realtà, ed è per questo che la stessa sovrintendenza sancarliana apre il Gran Teatro a eventi minori. L’inferior livello scavalca la fila di pigne e dissacra il tempio della Cultura napoletana. Ne guadagna la cassa, ma non l’immagine.
Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.
Angelo Forgione – Quel caldo giorno di fine estate del 1987 in cui il sessantenne Napoli, battezzato di scudetto, fu accoppiato allo spaventoso Real Madrid per l’esordio assoluto in Coppa dei Campioni, il calcio italiano era il più importante del Continente e in azzurro deliziava Maradona, il più grande giocoliere del pianeta. Il “sudaca” tornava da Re di Napoli a sfidare Madrid e l’inospitale Spagna.
Il Napoli scese nel silenzio del Santiago Bernabeu con Luciano Sola al posto di Careca infortunato, e non era proprio la stessa cosa. Il protagonista fu Garellik, tra gol divorati da Giordano e gollonzi, evitabilissimi, rimediati dal Real. Un guerriero Bagni, troppo morbido solamente sulla discesa di Sanchiz, ma poi a suonarle in campo e negli spogliatoi (che rissa!) a tutti i blancos, sponsorizzati Tanzi, che urlavano «mafiosi» al clan azzurro.
E se lo stadio madrileno non poté affollarsi, quello napoletano fu riempito come un uovo. Quella ventosissima sera di fine settembre entrarono in 100mila al San Paolo. Il resto della città era davanti la tivù, a crederci davvero. L’eroico Francini gli disse immediatamente che ne avevano ben donde, ma a fargli venire una sincope fu Careca, e l’impresa a perdifiato spirò con la parata di sedere di Buyo – palla arrestata di gluteo – e col disimpegno errato dell’eroico di cui sopra.
A rivederle velocemente quelle due sfide ti accorgi quanto conti la storia e l’abitudine a certi palcoscenici. Nando De Napoli che urlava ai suoi «c’avete paura?» nel deserto del Benabeu (nel video a 2:09) è sintesi del calcio.
Quel confronto, invecchiato 30 anni, barricato nella storia del club partenopeo, si replicherà, a sottolineare quali sono i due Napoli più forti di sempre: quello di Maradona e, checché se ne dica, e nonostante tutto, quello di De Laurentiis.
Napoli-Real Madrid non sarà più un ricordo per quelli di allora. No, sarà anche roba per giovanissimi, che di scudetti non hanno mai gioito ma hanno già potuto farsi bocca buona con Bayern di Monaco, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Benfica e Borussia Dortmund. Sono squadre, queste, che fanno crescere. Chi negli Ottanta già fremeva d’azzurro non ebbe più che un Ujpest e uno Spartak Mosca, oltre al mitico Real Madrid. Che tornerà, più forte di allora, forse da campione del mondo, ad offrire al novantenne Napoli un’altra opportunità per far parlare di sé nel mondo del pallone. Hai visto mai…
Angelo Forgione– 1 agosto, giorno di festeggiamenti per il Napoli, l’unico club del Sud capace di misurarsi contro il ricco Nord del calcio. Una ricorrenza che però è inventata di sana pianta, perché in realtà la SSC Napoli di anni ne ha quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata, e se c’è un giorno di agosto da celebrare, quello è semmai il 25, non l’1. Faccio chiarezza, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A.
Inganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana.
Il Napoli era già nato nell’ottobre del 1922, allorché si era realizzata la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli, e si era costituito l’Internaples Foot-Ball Club, che aveva eletto come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelto il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud.
Dal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.
Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), aveva ingaggiato l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili era stato promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine era poi arrivata a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto. A quel punto irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’, articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria, ndr); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste dell’ultimo torneo, Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne veniva fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città. Un articolo de Il Mezzogiorno del 12-13 agosto annunciò che una riunione sociale presso la sede di piazza della Carità avrebbe probabilmente stabilito il “nome migliore da dare alla Società”.
Una nuova assemblea dei soci si tenne il 25 agosto, riportata da Il Mezzogiorno del 25-26 agosto, per formalizzare il cambio di denominazione di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.
Una data, quella del 25 agosto, erroneamente tradotta dalle cronache successive come 1 agosto, giorno in cui non accade di fatto nulla. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione aveva emanato ufficialmente la Carta di Viareggio, con cui era nato finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’Internaples aveva ottenuto l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale.
L’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport aveva pubblicato un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.
L’A.C. Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in un ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione. L’A.C. Napoli cessò le attività nel 1943 a causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi della guerra. A tenere vivo il calcio napoletano fu la neonata Associazione Polisportiva Napoli, che nel 1947 assunse la storica denominazione di Associazione Calcio Napoli. Il 25 giugno del 1964, tra sali e scendi dalla A alla B, la società, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo da parte di Aurelio De Laurentiis, che scelse la provvisoria denominazione Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di una società nata nel 1922 e rinominata cinque volte nel corso degli anni (1926, 1945, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le si sottraggono quattro anni di discriminazione settentrionale e il primissimo periodo divita.
Angelo Forgione– Gran polverone si è alzato per una notizia di calciomercato data da Paolo Bargiggia di Mediaset. “Higuain ha rifiutato il rinnovo di contratto proposto da De Laurentiis, il quale cerca il sostituto”. Ne è seguito un comunicato stampa ufficiale in cui il club azzurro ha parlato di “poteri forti” pronti a destabilizzare l’ambiente napoletano, chiudendo i rapporti con il network televisivo milanese a prescindere dagli accordi contrattuali con la Lega Calcio. Aurelio De Laurentiis sembra esserla davvero presa. Cerchiamo di capire il perché.
Qualche anno fa, Gonzalo militava con successo nel Real Madrid, uno dei club più ambiti al mondo. Era arrivato in Spagna diciannovenne, nel 2006, tra lo scetticismo generale, e dovette sgomitare, nel tempo, con Raul, Van Nistelrooy, Cristiano Ronaldo e Benzema. Finì sempre per essere titolare. Tutti i suoi allenatori, da Capello a Mourinho, passando per Pellegrini, l’avevano considerato fondamentale per il Real e gli elogi da parte della stampa e dei tifosi del Real non mancavano affatto. Ma il presidente Florentino Perez prediligeva Benzema, che in Higuain trovava forte concorrenza. L’intera carriera (ottima) di Higuain al Real si era svolta tra pregiudizi montati dal presidente, smontati uno ad uno coi goal, costruendoseli spesso da solo, senza l’aiuto di nessun “galacticos”. 190 partite e 107 goal con in blancos, sgomitando, appunto, senza che nessuno gli avesse regalato nulla. Lui, con spirito competitivo, si era guadagnato la stima della piazza ma non il favore del presidente, e a un certo punto non ce la fece più. Andò da Perez e gli comunicò che avrebbe cambiato aria. Il patron sorrise con soddisfazione, gongolando al pensiero di cederlo per soldi e di assicurare la titolarità al protetto Benzema. Higuain sorrise più di Perez. Sull’argentino si fiondarono Arsenal e Juventus, con tanto appeal, ma con meno liquidità del Napoli, e l’operazione si concretizzò con una quarantina di milioni di euro e un ingaggio pari a quello percepito nel glorioso club spagnolo. Gonzalo non pensò affatto a un declassamento, e non basò la sua scelta sul blasone e sulla bacheca del club da sposare. Fece in qualche modo come Maradona, lasciando un club ricco e glorioso per abbracciare una causa difficile, difficilissima, in un Calcio in cui tutti cercavano cascate di gloria e danari. Lo fece perché aveva voglia di sentirsi leader, di poter dimostrare il suo talento senza dover essere messo in discussione. Il nuovo allenatore del Napoli, Benitez, lo chiamò e lo fece sentire subito al centro del nuovo progetto, e lui accettò di buon grado. Due anni in azzurro, e quando il mister spagnolo naufragò il suo attaccante perse stimoli, affondando insieme a lui. Ma il Pipita non fuggì e volle guardare negli occhi il successore di Rafa, conoscerlo, prima di decidere il suo immediato futuro. Allo sconosciuto Sarri bastarono 5 minuti di orologio per farlo sentire ancora più importante, per trasferirgli importanza, centralità e fiducia. E così Gonzalo, dopo nove mesi, ha superato persino l’inarrivabile predecessore, il bomber Cavani.
Credete davvero che Higuain e il fratello procuratore – che con De Laurentiis hanno un ottimo rapporto – abbiano bisogno di giocare sporco col Napoli? Gonzalo ha fatto scelte controcorrente in passato. Un top club l’ha già raggiunto, e l’ha lasciato. Se resterà o meno a Napoli sarà una questione di motivazioni oltre che di vil danaro. E quando deciderà di lasciare quello che è il suo regno, andrà a dirlo lui al presidente. Lui, prima di tutti.
Angelo Forgione– Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”. Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.