Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

stesse reazioni, reazioni diverse

C’è un portiere, professionista esigente, che in Napoli-Lecce dello scorso Gennaio si era sfogato dopo un goal di un proprio compagno di squadra che aveva messo fine ad una partita da chiudere molto prima, e fu crocifisso. Anche a Parma, due mesi dopo, quel portiere non reagì con gioia al goal di Cavani scaturito da un rigore fallito, scuotendo la testa e sbuffando, dimostrando anche in quella occasione di pretendere minori sofferenze. C’è un altro portiere che si è infuriato ben più platealmente per lo stesso motivo dopo Italia-Germania dimostrando il suo disappunto, ironia della sorte, proprio all’indirizzo del protagonista del primo episodio. E nessuno ha sollevato dubbi e polemiche.
Inutile sottolineare che l’errore non è nel secondo caso ma nel primo; e per dimostrarlo era partito da qui un contributo che fece cervelloticamente impuntare la società del secondo portiere.

Nuovo asfalto sulle strade, ma Via Manzoni resta fuori

Nuovo asfalto sulle strade, ma Via Manzoni resta fuori

sbloccati i fondi, via ai lavori ma i turisti devono attendere

Parte finalmente la prima tranche dei lavori per il rifacimento e la messa in sicurezza del manto stradale di alcune strade cittadine. Sbloccati dall’assessore ai Trasporti della Regione Sergio Vetrella i primi 2,5 milioni (11.3 complessivi) di fondi europei, statali e regionali destinati a nove interventi di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza di alcune strade di Napoli.
I primi interventi riguarderanno in sequenza programmata nell’ambito del mese di Luglio le seguenti strade: 
via Cardarelli (da via Pietravalle a via Fontana), via D’Antona, via Montesano, via Cavalleggeri d’Aosta, via Diocleziano, via Leopardi, via Santa Maria a Cubito, via Arenaccia e Calata Capodichino. Sono stati inoltre affidati anche i lavori per il rifacimento della ringhiera di Via Petrarca divelta in seguito a un incidente d’auto in cui persero la vita tre ragazzi oltre un anno fa.
Altri finanziamenti verrano sbloccati nei prossimi mesi e serviranno
per interventi di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza di via Posillipo, via Mariano Semmola, via Leonardo Bianchi, Largo Cangiani, via Pansini, via del Cassano, via Comunale Limitone di Arzano, via Scaglione, via Montagna spaccata, viale Kennedy, viale Giochi del Mediterraneo, via Nicolardi, viale Colli Aminei, via Miano.
Purtroppo ancora niente da fare per Via Manzoni e Via Orazio, le strade che squalificano la nostra città agli occhi dei turisti, dove grossi problemi interessano non solo le carreggiate stradali ma soprattutto i marciapiedi.

Un dono per Gennaro Iezzo

Un dono per Gennaro Iezzo

all’ex azzurro il pumphlet “Malaunità, 150 anni portati male”

L’ex portiere del Napoli Gennaro Iezzo non ha ancora finito di leggere “Terroni” ma ha già la prossima lettura meridionalista… magari sotto l’ombrellone.

Non chiamatela pista ciclabile, è corsia ciclo-pedonale

Non chiamatela pista ciclabile, è corsia ciclo-pedonale

al ponte di Viale Kennedy inizio e fine percorso (?)

Lo staff del sindaco ci ha fornito delle informazioni in merito al già discusso tracciato ciclabile in realizzazione a Napoli.

Non si tratta di una pista ciclabile ma di una corsia preferenziale per bici. Un percorso lineare a Napoli è impossibile da realizzare ma il tracciato è comunque equiparabile a quello di altre capitali europee. Per perfezionarlo bisognerebbe variare il piano urbanistico investendo milioni di euro.
Quando è stato scelto il percorso, arrivati a Viale Kennedy, c’era il problema delle scale del cavalcavia costruito nel ’90 per i mondiali di calcio e mai usato, tra l’altro chiuso perchè interessato da problemi di statica. Andrebbe demolito ma l’operazione, al netto della vendita del ferro, costerebbe circa 100.000 euro, quasi quanto il tracciato ciclabile. Si è quindi deciso di creare volutamente in quel punto l’inizio e la fine della pista, in attesa che gli sponsor forniscano prima o poi i soldi per eliminare la struttura.
La realizzazione della ciclabile ha consentito di eliminare vecchi cartelli pubblicitari mentre altri saranno spostati. Sulla pista è nato un vero e proprio progetto di riqualificazione urbana che potrebbe portare delle piacevoli novità in futuro. Ad esempio, la ciclabile potrebbe servire per sbloccare i 5 milioni che servono per mettere in sicurezza la Crypta Neapolitana e farvi passare il percorso per evitare la galleria delle Quattro Giornate.
Le tratte scelte sono state studiate in funzione delle future ZTL e del traffico veicolare. Viale Augusto è stato scelto per il maggiore indice di parcheggiabilità che è pari a 0,95 mentre l’indice medio di Napoli è di 0,45. Pertanto, togliere qualche posto auto in quella strada per la ciclabile è il danno minore.

lo staff del Sindaco

Le nostre riflessioni sono spontanee: come può accadere che al ponte di Viale Kennedy la corsia inizi e finisca se non si tratta di un tracciato anulare? Esistono le condizioni di sicurezza per i ciclisti che in quel punto dovranno scendere dal marciapiedi (non dalla pista) con la bici per invadere la carreggiata veicolare? È possibile che non si riesca a smantellare un ponte, neanche regalando il materiale ferroso ad un privato che si accolli le spese del lavoro? È saggio assegnare un marciapiedi a pedoni e ciclisti insieme? Chi assicurerà che il tracciato sia sempre fruibile, soprattutto in concomitanza con le partite di calcio allo stadio? Si è tenuto conto del parere dei residenti di Fuorigrotta che avevano già in passato rifiutato il progetto di una ciclabile e che già protestano? Si è al corrente che le cose non condivise sono poco amate e non vengono rispettate dai cittadini? Infine, ci risulta che il costo dell’opera si aggiri intorno al milione di euro, non come comunicatoci.

immagini tratte da youtube
.

C’era una volta Napoli milionaria

C’era una volta Napoli milionaria

Censimento Istat 2011, la città continua a spopolarsi

Iniziano ad essere pubblicati i risultati del Censimento Istat 2011 e Napoli fa registrare un’ulteriore perdita di circa 56mila abitanti in 10 anni, alla media di 5.600 l’anno. La disoccupazione su tutto ha spinto i giovani fuori regione incentivando l’emigrazione che non conosce fine. Anche i prezzi delle case continuano a spingere le famiglie in provincia. La città scende così sotto il milione di residenti fermandosi a 970.438, meno del 1951, ben lontana dal picco di 1.226.594 napoletani nel 1971.
Dei sei comuni più grandi, Milano, Napoli, Palermo e Genova hanno visto negli ultimi decenni un lento e costante decremento di popolazione mentre Roma e Torino hanno guadagnato popolazione rispetto al 2001. Ormai la differenza tra Napoli e Torino è veramente esigua e con questo trend il censimento del 2021 potrebbe decretare la retrocessione di Napoli al quarto posto. E pensare che al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, era la maggiore città d’Italia con circa 440.000 abitanti mentre a cavallo tra Cinque e Seicento era la più popolosa d’Occidente.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. La città partenopea resta un’area di forte addensamento umano, quella col più alto coefficiente di abitanti per km², con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico. La città non ha possibilità di espansione territoriale come altre, non essendoci territori di campagna attorno da conquistare ed essendo compressa tra il mare e la provincia senza zone cuscinetto, provincia a sua volta circondata dalle altre regionali. Se è vero che Roma, con le sue immense campagne attorno, è oltre dieci volte più ampia di Napoli per superficie in km², è anche vero che dai Campi Flegrei fino alla zona vesuviana l’area urbanizzata attorno al golfo non conosce soluzione di continuità ed è significativo che il comune di Portici, contiguo a quello metropolitano, è il più densamente popolato del paese.

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

Fischi spagnoli e croati dopo i napoletani, è protesta!

il capofamiglia, i figli maleducati, la pecora nera e il condominio

Napoletani, spagnoli, croati. Questa è la consecutio dei fischi all’inno di Mameli che è ormai un caso internazionale, non più solo nazionale. Politici e uomini di spicco del nostro sport sono sull’orlo di una crisi di nervi. E allora Gianni Petrucci, presidente del CONI, ha mosso i primi passi ufficiali, chiedendo alla Federcalcio di pretendere sanzioni dall’UEFA. Così il direttore generale della FIGC Antonello Valentini ha inviato un esposto a Platini e soci che tira in ballo anche i fischi dei napoletani. “C’è forte rammarico da parte nostra – si legge – nel vedere che gruppi di tifosi spagnoli a Danzica e croati a Poznan hanno fischiato il nostro inno. Sono episodi deprecabili. Non dimentichiamo che lo stesso è successo anche in Italia, quando c’è stata la finale di Coppa Italia a Roma, ma ciò non ci esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere, sentito dalle autorità italiane sportive e non sportive. Ogni valutazione ora è nelle mani della Uefa”.
In sostanza la FIGC, proprio l’entità governativa sportiva che non fa rispettare a tutti i livelli le regole contro il razzismo, e che per questo (e non solo) causa i fischi all’inno nazionale da parte napoletana, confeziona un comunicato in cui sostanzialmente dice “si, sappiamo che l’inno ce lo siamo fischiato anche tra di noi, ma…”, ammettendo quei fischi come colpa italiana e non come colpa istituzionale propria. Immaginiamo che un padre di famiglia, chiassosa e maleducata, abbia il compito di educare dei figli, tutti insolenti, e lo faccia senza applicare lo stesso zelo per tutti. Uno dei figli, dopo anni di denigrazione da parte dei fratelli, esplode e finisce per protestare vibratamente; lui se la prende con quel figlio ribelle per la rimostranza. Poi quello stesso padre viene contestato anche dai vicini di casa per la maleducazione e la chiassosità della sua famiglia e va a protestare dall’amministratore del condominio dicendo che sa bene che uno dei suoi figli ha alzato la voce, ma ciò non lo esime dall’esprimere un forte rammarico e dispiacere per le proteste degli altri. Quel capofamiglia fa bene a pretendere il rispetto ma solo dopo averlo dato, e soprattutto dopo aver riflettuto sui proprio errori. Petrucci, Abete, Valentini, Schifani ancora non si sono chiesti perchè i napoletani hanno fischiato e ora dovrebbero domandarsi perchè spagnoli e croati hanno osato.
Insomma, protesta lecita e giusta nel principio, ma un po’ meno dal punto di vista etico. Quantomeno incoerente da parte di chi (Petrucci) non ha mai chiesto alla Federcalcio di sanzionare i cori razzisti e non si è mai indignato per i fischi italiani agli inni stranieri, da quello francese a Milano nel 2007 a quello argentino a Roma nel 1990 quando era Segretario Generale della stessa Federcalcio. Un po’ più coerente riflettendo sul commento di Petrucci alla paventata scritta “30 sul campo” sulle maglie della Juventus: «le regole sono fatte per essere interpretate»… mica rispettate?!
Francamente stufa dover ascoltare le dichiarazioni che arrivano dalla delegazione azzurra agli Europei. Dopo il pareggio contro la Croazia, Gianluigi Buffon ha posto le mani avanti circa la possibilità del “biscotto” tra spagnoli e croati nel terzo e decisivo turno del girone. «Spagna e Croazia – ha detto il portiere azzurro – non finirà in pareggio perchè gli spagnoli hanno un pedigree che non permette l’etichetta di antisportività e farebbero ridere l’Europa». Per Buffon, gli spagnoli sarebbero una garanzia e forse non sa, o finge di non sapere, che i biscotti li fanno anche loro, chiedere al Villarreal che ha pagato con la retrocessione l’accordo in campo tra Granada e Rayo Vallecano. Ma ammesso che gli spagnoli siano integerrimi, i croati cosa sono per Buffon, truffatori? Se i vertici della Federcalcio croata gli chiedessero le scuse per la mancanza di rispetto nei loro confronti farebbero pure bene. Non possono farlo per via della procedura dell’UEFA nei loro confronti causa razzismo dei tifosi croati, anche loro. E con quale sfrontatezza un calciatore italiano si consente di parlare di correttezza invocandola per garantirsi l’allungamento della propria esperienza agonistica? Buffon, per chi ha memoria corta, è lo stesso portiere che, dopo aver ricacciato via la palla di Muntari ben oltre la linea di porta nel rovente Milan-Juventus di Febbraio, ha detto che pure se si fosse accorto che la palla era dentro non lo avrebbe ammesso. Più che onestà, trattasi di coerenza! Ed è anche lo stesso portiere della Juventus che, per difendere il suo allenatore coinvolto nello scandalo del calcioscommesse, ha detto che «chi conosce il calcio sa che in certi casi è meglio due feriti che un morto». Più che di onestà, trattasi di coerenza! Ora ci racconta che gli spagnoli, solo loro, hanno un pedigree che non gli permette di far ridere l’Europa con l’etichetta di antisportività. Se uno più uno fa due, per la proprietà transitiva delle frasi di Buffon, Conte non ha il pedigree dell’onestà.
Sarà mica per tutto queste vicende, o anche per queste vicende, che l’inno italiano è divenuto il più fischiato d’Europa? La nostra immagine nel continente calcistico è delle peggiori, questo è un dato di fatto, e la crisi di nervi non giova a chi vuol combattere questa deriva che è fastidiosa quanto si vuole ma sicuramente non gratuita.
Dunque, li facciano pure eroi sul campo i nostri calciatori ma restino tali solo li, senza investirli di ruoli che non hanno. All’interno del mondo sportivo, più d’uno reputa questo Buffon un esempio, lui che ha ammesso di essere un accanito scommettitore. E un esempio lo reputa anche Giorgio Napolitano che gli ha riconosciuto delle capacità orali degne di un politico. Questi sono i messaggi che un presidente della Repubblica dovrebbe evitare di dare. Nessuna caccia alle streghe, ci mancherebbe, ma non si perda il senso della realtà. Buffon non è né un grande uomo né un filibustiere, è un uomo normale che diventa imbattibile tra i pali e vulnerabile fuori dal campo, scivolando più volte su sé stesso.
Prima di Buffon era toccato a Cassano inciampare sulle vuote dichiarazioni di Cecchi Paone. Ed è purtroppo scivolato anche Prandelli, colto impietosamente dalle telecamere mentre bestemmiava dopo il goal di Pirlo. Nulla di gravissimo per loro ma è il caso che stiano attenti a quando aprono bocca perchè ultimamente non ne ingarrano una. Non sono loro il miglior esempio per l’Italia ed è meglio che in questo particolare momento si concentrino a vincere, l’unica cosa che ci si aspetta. Per tutto il resto hanno francamente stufato. Calciatori, dirigenti e politici.

Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

Orologi e libri scomparsi, luoghi comuni sempre a posto

storie (s)legate di Nadal, Yanina, Brachetti, De Caro e Gianello

Angelo Forgione – Rafael Nadal derubato di un orologio da 300.000 euro a Parigi; lui va su twitter e scrive “Parigi città di m…a”. Solo la prima parte del racconto è vera, la seconda no; o meglio prende in prestito un altro scenario, quello di Yanina Screpante, fidanzata di Lavezzi, derubata del suo orologio a Napoli lo scorso inverno. Il gioiello di Nadal pare sia stato ritrovato, almeno così dice la polizia francese. L’avrebbe sgraffignato un 38enne dipendente dell’albergo, francese, nella stanza del tennista maiorchino durante lo svolgimento del Roland Garros. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto e l’arte di far proprio ciò che è degli altri è anche parigina, da sempre; ma almeno i parigini perbene non devono subire anche le offese dei derubati. Nemmeno quando il furto, anzichè con destrezza, è con scasso… chiedere a Pastore. Neanche quando un calciatore viene aggredito in strada… chiedere a Sirigu. Nulla persino dopo l’omicidio colposo di un turista straniero nella metrò di Parigi.
Strano che Napoli non sia stata chiamata in causa da Nadal come fece Arturo Brachetti quando denunciò il furto del portafogli a Lugano scrivendo su Facebook che “manco a Napoli”. È il “simpatico” vizietto di considerare la città partenopea capitale del reato mondiale quando non lo è neanche in Italia. Già, la nostra cara Italia che prende i nostri antichissimi libri dalla biblioteca dei Girolamini e li sperde in giro per il mondo in cambio di soldi. Ricettazione per cui Marino Massimo De Caro, residente a Verona, è in carcere per averne trafugati circa 2.200. Era solo il vertice di un’organizzazione criminale veronese con strategia pianificata finalizzata al lucro nel pozzo “infinito” del patrimonio e della cultura napoletana. Ma tant’è, il bene e il male sono dappertutto, e allora è meglio tornare allo sport e distrarsi gridando tutti insieme “forza Italia” dimenticando i cori razzisti, la questione meridionale nel calcio, le vicende storiche, la recessione e il calcioscommesse dell’ex terzo portiere del Napoli che ha confessato di aver tentato invano la combine. Matteo Gianello, secondo il quale sarebbe stato sdegnato dagli integerrimi Paolo Cannavaro e Gianluca Grava. È la confessione di un veronese che non riesce a corrompere un napoletano e un casertano, vero o falsa che sia. In ogni caso l’esempio di lealtà di Fabio Pisacane dai quartieri spagnoli è salvo, come i luoghi comuni che esistono se esistono il bene e il male, dappertutto… ma anche no.

Il San Carlo azzurro e argento che abbagliò Stendhal

una tempera del 1825 e una simulazione consentono di “vederlo”
.
Angelo Forgione per napoli.com Il “San Carlo”, così com’è oggi, lo si deve a uno dei più grandi architetti neoclassici, Antonio Niccolini, che, dopo aver realizzato la facciata nel 1809 ispirandosi alla Villa di Poggio Imperiale a Firenze, riuscì a connotarlo come tempio e monumento simbolo della città. Poi, dopo l’incendio che lo mandò in fumo in una notte del Febbraio 1816, lavorò per nove mesi sull’edificio interno del 1737 a tal punto da renderlo irriconoscibile. Il Niccolini restituì alla città il più bel teatro del mondo ancora più bello. Invariato tuttora, eccetto i colori originari che probabilmente davano al gioiello un aspetto ancora più elegante e atipico.

Stendhal, la sera dell’inaugurazione al 12 Gennaio 1817, ne rimase strabiliato: «Finalmente il gran giorno: il San Carlo apre i battenti. Grande eccitazione, torrenti di folla, sala abbagliante. All’ingresso, scambi di pugni e spintoni. Avevo giurato di non arrabbiarmi, e ci son riuscito. Ma mi hanno strappato le falde dell’abito. Il posto in platea mi è costato 32 carlini (14 franchi) e 5 zecchini un decimo di palco di terz’ordine. La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme, qualità che si trovano così di rado congiunte. […] L’apertura del San Carlo era uno dei grandi scopi del mio viaggio, e, caso unico per me, l’attesa non è stata delusa. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare».
Gli occhi di Stendhal erano abbagliati probabilmente per un motivo che lui stesso ci tramanda: le decorazioni erano in argento brunito lucidato con pietra d’agata, con riporti in oro zecchino brunito; i palchi erano in raso azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica (vedi Teatro di Corte della Reggia di Caserta), così come il velario e il sipario. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco tutta la tappezzeria del teatro allorchè, per scelta di Ferdinando II, i colori autentici furono sostituiti col più comune abbinamento rosso e oro. Accadde nella ristrutturazione del 1844, quando lo stesso Niccolini scrisse che «il re personalmente […] di tre parati rossi di carta vellutata di Francia […] scelse il paramento del palco di mezzo […] comandò che gli squarci delle porte de’ palchi […] fossero tappezzate della stessa carta […] comandò che il guanciale de’ parapetti de’ palchi fosse coverto in giro di velluto di lana colore scarlatto […]. Così 800 rolli di carta vellutata di Francia per il rivestimento di tutti i palchi da 1 fila inclusa, all’inizio di agosto del 1844 sono alla dogana di Napoli, giungono in Teatro l’11 settembre e vengono messi in opera entro il mese di ottobre».
L’argento non venne scrostato ma vi fu applicato al di sopra l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a Mecca (vernice dorata). Prima del recente restauro del 2009, un saggio effettuato sull’ingresso a destra della platea guardando il palcoscenico ha permesso di osservare un putto argenteo perfettamente conservato. E proprio in preparazione, pare che si sia anche dibattuto di riportare i tessuti ai colori originari per renderlo ancora più esclusivo, ma poi il commissario straordinario Salvatore Nastasi, l’architetto Elisabetta Fabbri e l’ex soprintendente speciale Nicola Spinosa hanno evidentemente pensato di non (ri)trasformare il teatro e lasciarlo come la memoria della città lo ricorda, riportandolo a quel 1844 anche nella trama dei tessuti, oggi non più “carta vellutata di Francia” ma sintetici e a norma.
L’immagine riportata è una chicca. Si riferisce a una tempera di Ferdinando Roberto, pittore dell’Ottocento, raffigurante l’interno del teatro durante la rappresentazione de “L’ultimo giorno di Pompei” del 19 Novembre 1825. La vista dà lontanamente l’idea di ciò che vide Stendhal. Da lì, una mia simulazione fotografica al computer.

tempera di Ferdinando Roberto del 1825

simulazione al computer del San Carlo in azzurro, argento e oro (clicca per ingrandire)

sancarlo_simulazione

il San Carlo restaurato nel 2009

la storia del teatro e del restauro del 2009

Palazzo Reale, la Soprintendenza nella bufera

Palazzo Reale, la Soprintendenza nella bufera

in arrivo altri 15 milioni oltre i 20 già pronti, via le auto dai cortili

Angelo Forgione – Le immagini di SkyTg24 girate da Paolo Chiariello all’interno di Palazzo Reale hanno fatto esplodere finalmente un caso che è noto da anni a chi ama i monumenti e la storia di Napoli. La Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici è finita sul banco degli imputati, giustamente, perchè ha sede proprio nel palazzo e ha sotto gli occhi ogni giorno, da sempre, le condizioni della struttura. Una Soprintendenza che lamenta (giustamente) la mancanza di soldi per la manutenzione ordinaria salvo però veder sprecare quei pochi resi disponibili della Regione con mostre che offendono l’identità storica di Napoli e dello stesso Palazzo come quella sulla regina Margherita dello scorso anno, con allestimenti invadenti, grandi schermi e oggetti piemontesi che impedivano la visione dei capolavori pittorici e degli stessi appartamenti reali.
Una Soprintendenza che ha consentito che si pregiudicasse la vista prospettica del palazzo dall’interno dei giardini con un’opera moderna per nulla attinente al luogo; Una Soprintendenza che non da alcuna spiegazione sullo scempio metallico montato sul solaio della Galleria Umberto. Una Soprintendenza che non si preoccupa di far installare una spiegazione scritta che illustri ai curiosi chi raffigurino i monumenti equestri (imbrattati) del Canova al Plebiscito. Una Soprintendenza che da anni, se fornisce risposte, lo fa dimostrando di essere fuori dalla realtà.
Consoliamoci tutti perchè ai 18 milioni stanziati dal Cipe lo scorso 23 Marzo per il Palazzo Reale e ai 2,5 dal Ministero della scorsa estate se ne dovrebbero aggiungere altri 15 per la facciata e i tetti che la Direzione Regionale dei Beni Culturali e la Regione stanno discutendo proprio oggi a Roma. Più di 35 milioni in tutto disponibili praticamente subito, per un intervento massiccio e epocale visto che è dal G7 del 1994 che il Palazzo non gode di interventi significativi di restauro. Dopo bisognerà pensare alla manutenzione ordinaria che da 18 anni è assente.

Le vergogne di Palazzo Reale su SkyTG24

Le vergogne di Palazzo Reale su SkyTG24

Finalmente un TG nazionale ficca il naso all’interno della reggia

Diverse email riceviamo oggi dopo la pubblicazione del reportage di Paolo Chiariello per SkyTg24 che mostra le condizioni indecenti di Palazzo Reale. Mura scrostate, finestre rotte, infiltrazioni d’acqua, intonaci cadenti, lampioni fatiscenti, rifiuti sparsi, cani randagi, rifugi di clochard e persino carcasse di moto abbandonate.
Il problema è a noi noto da anni ed è nascosto dietro la facciata del palazzo che pure non se la passa benissimo. Basta entrare nel cortile e dirigersi verso il corpo di fabbrica affacciato sul mare, oppure nei giardini reali per vedere di tutto e di più. Ma non è necessario addentrasi perchè i segni del degrado sono visibili anche su Piazza Trieste e Trento. V.A.N.T.O. ha segnalato più volte la cosa negli anni scorsi ma mai nulla è cambiato. E sapete il paradosso qual è? Che nel Real Palazzo ha sede la Sovrintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Napoli e Provincia.
La risposta che arriverà dalle istituzioni sarà sicuramente la seguente: sono già stati stanziati dal Ministero 18 milioni di euro per il restauro dell’intera struttura, il recupero funzionale e l’adeguamento degli impianti del complesso, oltre che per migliorare sicurezza, fruizione e accoglienza. Stanziamento che segue quello di 2,5 milioni della scorsa estate per la sola facciata. Certo, ma la vergogna non è cancellata perchè da anni manca la manutenzione ordinaria e il rispetto dei luoghi.

A margine, e per amore e rispetto che dobbiamo alla grande Storia di Napoli, segnaliamo che l’ottimo Paolo Chiariello dice nel servizio che il Palazzo nacque nel Seicento come residenza dai Borbone. In realtà fu edificato dal Vicerè Fernando Ruiz de Casto Conte di Lemos per ospitare Filippo III di Spagna, come testimonia la lapide all’ingresso. I Borbone di Napoli regnarono a partire dal 1734 e a loro si deve semmai la ristrutturazione e l’ampliamento fino all’attuale configurazione e aspetto, degrado escluso.

Guarda il video di SkyTG24