Nel 2015 record per i musei italiani

Campania seconda regione. +16% per la Reggia di Caserta, +12% per Pompei.


Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha presentato al Comitato permanente del turismo, riunitosi al Collegio Romano, tutti i numeri dei musei italiani del 2015. 42.953.137 visitatori in totale, contro i 40.744.763 del 2014 e i 38.424.587 del 2013.
Il Lazio (19.750.157 ingressi e 62.838.837€ di introiti) è la regione leader, con Roma che continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma subito dietro si piazza la Campania (7.052.624 visitatori e 35.415022 € di introiti) delle potenzialità solo parzialmente espresse. Sul terzo gradino del podio la Toscana (6.738.862 visitatori e 29.890.419 € di introiti). Poi il Piemonte (1.903.255 visitatori e 10.829.653 € di introiti), la Lombardia (1.552.121 visitatori e 5.656.677 € di introiti) e il Friuli Venezia Giulia (1.194.545 visitatori e 1.151.233 € di introiti).
I tassi di crescita più elevati, in termini di visitatori, si sono registrati, in Basilicata (+13%) in Piemonte (+10%), in Emilia Romagna (+9%), in Campania (+7%), in Puglia (+5%) e in Toscana (+3%). In termini di introiti, invece, l’incremento massimo è stato per il Piemonte (+61%), seguito da Basilicata (+37%), Puglia (+44%), Toscana (+19%), Campania (+13% gli introiti) ed Emilia Romagna (+11%).
I dieci luoghi della cultura più visitati nel 2015 sono stati: il Colosseo (6.551.046 visitatori); gli Scavi di Pompei (2.934.010); gli Uffizi (1.971.596); le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.415.397); Castel S.Angelo (1.047.326); il Circuito Museale Boboli e Argenti (863.535); il Museo Egizio di Torino (757.961); la Venaria Reale (555.307), la Galleria Borghese (506.442); la Reggia di Caserta (497.158). Tra i primi dieci siti, l’unico a far segnare un dato inferiore al 2014 è la Venaria Reale (-4%), nonostante il grande dato del Museo Egizio di Torino (+33%). Il sito reale dei Savoia è incalzato dal più importante vanvitelliano dei Borbone (+16%), che riduce lo scarto da 145.198 a 58.149 visitatori.
A seguire, Villa D’Este (439.468), la Galleria Palatina di Firenze (423.482), il Cenacolo Vinciano (420.333), il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (364.297), il Museo Nazionale Romano 356.345), gli Scavi di Ercolano (352.365), le Cappelle Medicee (321.043), gli Scavi di Ostia Antica (320.696), il Polo Reale di Torino (307.357), Paestum (300.347), il Museo Archeologico di Venezia (298.380) e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (289.323).
Tra i luoghi della cultura gratuiti primeggia il Pantheon che è stato visitato da un milione di persone in più rispetto allo scorso anno; a seguire il Parco di Capodimonte e il Parco del Castello di Miramare di Trieste.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
“Quello che si è appena concluso – ha detto Franceschini – è stato l’anno d’oro dei musei italiani. Circa 43 milioni di persone hanno visitato i luoghi della cultura statali generando incassi per circa 155milioni€ che torneranno interamente ai musei attraverso un sistema premiale che favorisce le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà. Per la storia del nostro Paese è il miglior risultato di sempre, un record assoluto per i musei italiani, – ha aggiunto Franceschini – e anche rispetto al 2014, anno in cui si erano registrati numeri erano molto positivi, la crescita dei visitatori e degli incassi è significativa: +6% i visitatori (pari a circa +2,5milioni); +14% gli incassi (pari a circa +20milioni€); +4% gli ingressi gratuiti (pari a circa +900mila). E non siamo in presenza di una tendenza internazionale, anzi siamo in controtendenza se si guarda ai dati usciti sulla stampa estera oggi. In Italia, grazie anche alle nuove politiche di valorizzazione, prime fra tutte le domeniche gratuite, gli italiani sono tornati a vivere i propri musei. Un riavvicinamento al patrimonio culturale – conclude Franceschini – che educa, arricchisce e rende consapevoli i cittadini della magnifica storia dei propri territori”.

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Il Napoli come Napoli, regine d’inverno

Angelo Forgione Giro di boa della Serie A 2015/16, e il Napoli è davanti a tutte. Due vittorie convincenti alla ripresa, la tanto temuta ripresa dopo la pausa natalizia, e la squadra azzurra si è presa la testa, nuovamente. Incalza la Juventus, appaiata all’Inter, ma con un’inerzia decisamente diversa da quella dei nerazzurri, partiti di slancio e poi ripresi dalle due squadre più lente nell’uscire dai blocchi di partenza. Sì, perché Napoli e Juventus, alla quinta giornata, erano ai posti 12 e 13, lontane 9 e 10 punti dall’Inter. La sensazione netta è che il nome della squadra campione d’Italia verrà fuori da questo terzetto, precluso alla Fiorentina degli inciampi e all’arenata Roma.
Ma se la posizione della Juventus non desta sensazione, stupisce quella del Napoli, più per il gioco espresso che non per la classifica. Il fatto è che la squadra si diverte agli allenamenti, scende in campo per vincere ma senza la pressione di chi deve farlo per missione. Poi vince, stravince e fa divertire, e va pure a festeggiare coi propri tifosi. L’idillio è palese, l’afflato pure. Il fatto è che l’amore che i calciatori fanno coi propri tifosi si consuma ad ogni vittoria, non solo contro le più blasonate rivali storiche. Con il Frosinone come contro la Juventus. Non c’è in ballo la vittoria che vale una stagione ma la stagione che vale una vittoria. Si guarda a Maggio, flirtando con lo scudetto. Ma intanto si amoreggia in casa. È un’energia sessuale che fluisce ininterrottamente, che risplende in quella danza di fine partita, coi calciatori e i tifosi che si guardano occhi negli occhi, saltellando e battendo le mani. È una tarantella del pallone, una danza erotica dopo l’orgia del campo che propizia quella del trionfo finale. Qualcuno ammonisce sulla perniciosità del rito orgiastico, non conoscendo la natura dell’energia partenopea, che non conosce polarità. Tutti danno, tutti ricevono. Solo chi si immerge in questa vitalità può capirla. Un certo Ibrahimovic Zlatan, giramondo del pallone, Re senza regno, c’è riuscito per caso, catapultato sul prato del ‘San Paolo’ per accompagnare Ciro Ferrara ai chiodi per le scarpette in un lontano giorno di giugno del 2005. Si ritrovò nel cratere di un vulcano in eruzione, e fu marchiato a fuoco. I suoi occhi videro Maradona, Re dei re, in maniche di camicia, anche se tondo e pieno come il San Paolo, riabbracciato e asfissiato dai napoletani. Una bolgia infernale. E un pensiero nato quella sera nel fuoriclasse svedese, nomade del pallone: far impazzire il ‘San Paolo’ e prendersi, un giorno, quell’energia. Lo confidò ai suoi compagni della Juventus che dominava prima di finire in polvere e vergogne, mentre il Napoli annaspava in Serie C, destinato ad essere frenato dall’Avellino. Lo svedesone lo disse anche al suo manager, Mino Raiola: «Un giorno piacerebbe pure a me essere accolto come Maradona. Non posso concludere la mia carriera senza aver giocato con la maglia del Napoli». Avrebbe giocato nell’Inter, nel Milan, nel Barcellona, nel Paris SG. Desiderio azzurro mai realizzato, perché sogni e soldi, nel Calcio moderno, difficilmente si sposano. Zlatan è a Parigi, nel nuovo El Dorado del pallone, dove ingrossa il suo conto in banca, come Edinson Cavani, che il trono di Maradona lo ereditò e poi lasciò il regno dell’amore per quello del danaro. E dalla fredda Parigi, recentemente, ha chiarito: «La realtà è che oggi devo rendere al massimo per il PSG, ma Napoli rimane nel mio cuore». Come dire: “i soldi mi hanno portato qui, lontano da dove ho lasciato il cuore”. Percorso inverso per Pepe Reina, che pure ha conosciuto il calore di Barcellona e Liverpool, ma il suo cuore si è fermato a Napoli. Dodici mesi in prestito per rimpiangerla da Monaco di Baviera, e poi il ritorno tanto voluto, dopo tante fughe di piacere e continui tweet in napoletano. Stipendio ridotto da 4,2 milioni all’anno a 2,8 pur di riabbracciare Partenope: “Napoli è felicità, sono tornato per questo, è il posto giusto per me e la mia famiglia, dopo un anno non abbiamo resistito”.
Napoli che vince e festeggia le vittorie si prende la copertina di metà percorso, effimera ma benaugurale. Squadra che cerca di sovvertire il pronostico, le statistiche, la storia e l’ordine precostituito, che cerca di piegare il Nord del Calcio, che lavora al colpo di Stato. E già si alza da lontano lo stantio refrain del riscatto cittadino, come se il Calcio avesse il potere di risolvere i problemi sociali. Il fatto è che Napoli, nonostante tutto, vince non solo nel Calcio. È la città che, silenziosamente e senza doping governativo, ha fatto registrare il maggior incremento turistico d’Italia nell’ultimo anno, con gran picco nel recente mese di Dicembre, ricomponendo il quadrilatero storico (con Roma, Firenze e Venezia) amputato dal colera del 1973. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma è l’ingiusta propaganda che si continua a proporre della città vesuviana a far gioire e sperare per il futuro. Napoli che conquista le vittorie con le sue forze, tra le difficoltà. Napoli che se la vivi ti innamori, proprio come la sua squadra. Napoli che può vincere.

Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna

Angelo Forgione  È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.

Quando il calcio diventa geopolitica

Intervista di Domenico Romeo per lameziainstrada.it

dlv_cover_1Calcio che diventa archivio statistico, che a sua volta si tramuta in storia che collima con la geopolitica economica della Nazione.
È il mix del meraviglioso libro Dov’è la Vittoria (Magenes editore), secondo lavoro letterario di Angelo Forgione.
Un libro fuori dagli schemi, che rompe le barriere delle tradizionali e conformiste ‘scie’ di raccontare il mondo dello sport, sviscerando ogni fenomenologia sociale, macroeconomica e politica, annessa e connessa con un mondo per larghi aspetti a noi ancora sconosciuto.
Esce fuori un elaborato che induce a riflettere, che mette in luce gli aspetti controversi del mondo del calcio, partendo dalle origini, riconducendosi ai tentacoli delle lobby economiche, alle tipologie di distribuzione del potere da parte dei ‘potentati’.
Ne parliamo con l’autore.

Nel testo lei espone, esplicitamente, difformità economiche nel panorama Sud-Nord del Paese che si riflettono anche nel calcio. A suo avviso, come si è sviluppata all’origine questa sperequazione?

Tutto succede dopo l’Unità del 1861. L’Italia era nel suo complesso ben più arretrata rispetto alle Nazioni che guidavano lo sviluppo europeo. Si trattava di un Paese con un’élite legata a interessi agrari, e non esisteva una reale differenza tra Nord e Sud in termini di ricchezza, seppur vi fossero precise caratteristiche e diversità territoriali. Da quel momento prese piede la piemontesizzazione, i prestiti bancari furono impiegati per supportare la nascita dell’industria settentrionale nel triangolo Torino-Milano-Genova e le commesse statali furono dirottate al Nord.  Ed è proprio lì, dove si concentrava ormai l’offerta di lavoro, che vennero fondati i club che disputarono i primi campionati italiani, detti nazionali, ma che, in realtà, erano esclusivamente settentrionali, aperti a sole squadre lombarde, piemontesi e liguri. Il Calcio italiano è ancora fortemente a trazione settentrionale, e lo dimostra non solo la forte sproporzione di scudetti vinti dalle squadre del Nord rispetto a quelle del Sud ma anche la scarsa presenza storica di squadre meridionali in Serie A, che non va oltre il 20%. Come ho scritto nel libro, la Serie A assomiglia alla Major League Soccer americana, un torneo in cui una manciata di squadre canadesi si misurano con quelle statunitensi.

Tali difformità hanno causato una forma di accentramento industriale in talune Regioni. A suo avviso, questo trend potrà subire variazioni d’equilibrio?

Finché strade, ferrovie, porti e aeroporti non saranno sviluppati come al Nord sarà inutile costruire fabbriche al Sud. Le merci prodotte farebbero fatica ad essere sdoganate e ne conseguirebbero prezzi poco concorrenziali. È già successo ai tempi della Cassa del Mezzogiorno. Pensiamo all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, presa in carico dall’ANAS nel 1962 e ancora in via di realizzazione, mentre l’autostrada del Sole Milano-Napoli fu compiuta in soli otto anni per volontà di un consorzio privato settentrionale costituito da Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi. L’Alta Velocità ferroviaria si ferma a Salerno. In Basilicata, Sardegna e Sicilia non circolano neanche i più lenti Frecciabianca. Per il porto di Gioia Tauro, il più grande hub del Mediterraneo, non c’è collegamento intermodale e lo scalo calabrese è chiuso in un isolamento che ne limita le grandi potenzialità. Senza un ripensamento del sistema-Paese è inutile parlare di industrializzazione del Sud.

Parliamo di un concetto richiamato nel testo: quello del rischio di una colonizzazione economica che assoggetta una restante parte d’Italia, manifestandosi anche nel calcio. Vuole essere maggiormente esplicito in ciò?

Non c’è la volontà di rendere concorrenziale il Mezzogiorno, che deve restare un mercato delle merci settentrionali. Dopo la guerra, gli stanziamenti del Piano Marshall furono impiegati in grandissima parte per rimettere in piedi il “triangolo industriale” e il presidente di Confindustria dell’epoca, il ligure Angelo Costa, disse al sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio che era più giusto portare operai meridionali al Nord che fabbriche al Sud. Oggi nulla è cambiato. La verità è che il sistema di sviluppo italiano è frutto di volontà ben precise che tendono a lasciare al Nord la maggior quota di ricchezza prodotta e le migliori infrastrutture, e a tagliare fuori mercato il Sud, al quale si lasciano sussidi e trasferimenti statali per diseducarlo alla produttività e per strozzarne l’autonomia. Il Sud assistito è funzionale al sistema, perché lo si può accusare piuttosto che dotare di infrastrutture e fabbriche, più utili alla produzione in concorrenza.

Nel libro da lei scritto, parla di una fenomenologia peculiare riferibile al concetto di ‘napoletanità’ intesa come appartenenza ad una Nazione. Cosa intende?

Napoli è una Nazione nella Nazione. Fino al primo Novecento è stata la città più popolosa d’Italia, un primato detenuto per secoli. Al momento dell’Unità era l’unica città degna di rappresentare la capitale del Paese. Fu invasa e annessa, e resta sempre una capitale abrogata che mantiene la sua identità “napolitana” più che italiana. Nel calcio, questo si traduce nell’interpetazione di un vessillo, quello azzurro, sotto il quale cercare una dignità cancellata. È il riferimento unico di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. È l’unica città del Sud che non lascia troppo spazio al tifo per le squadre del Nord, e che non si abbandona a una doppia fede, ovvero un concomitante sostegno per la squadra locale e per una del Nord in grado di vincere. Il legame tra i napoletani e il  Napoli non ha eguali, e vi si avvicina solo quello tra i romani e la Roma.

Calcio, malavita e lobby industriali: un legame che cammina a prescindere del territorio?

Dietro allo spettacolo calcistico si celano interessi enormi. Nel libro c’è tutta una parte dedicata agli scandali che dal ventennio fascista hanno coinvolto il nostro Football ad ogni latitudine, e a ben leggere si evince una manipolazione maggiore da parte del calcio settentrionale. La lotta per il trono tra le tre grandi del Nord si è svolta spesso fuori dal campo, attirando la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, e alimentando un sistema corrotto generale che si è palesato più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari. Al Sud, la malavita ha i suoi interessi nelle categorie minori e il suo scopo nel riciclaggio di denaro sporco e nelle scommesse, rappresentando di fatto un limite per il movimento meridionale.

Calcio ed equilibri. Negli anni ottanta e novanta il Nord Italia presentava una Serie A composta da: Como, Bergamo, Brescia, Milano, dunque città lombarde. L’Emilia Romagna rispondeva qualche anno dopo con: Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Cesena. Solo qualche anno fa il Centro-Sud d’Italia presentava queste città: Roma, Cagliari, Palermo, Catania, Messina, Reggio Calabria, Bari e Lecce, per poi ritrovare il grande ritorno di Napoli ( alla data dell’intervista in testa al campionato  dopo 25 anni). Riguardo a quest’ultima casistica, come si è potuto verificare un evento simile per la prima volta nella storia d’Italia ? È riproponibile secondo lei?

Sì, si è registrata una buona presenza di squadre meridionali tra il 2008 e il 2011, pur non superando mai il 40% del totale. Ma la resistenza di quelle squadre dimostra che si è trattato di un exploit storico. Oggi, di quell’ondata, è rimasta solo l’onnipresente Roma, il rifondato Napoli e il Palermo, che pure è retrocesso. Cagliari e Bari sono in B, Catania, Lecce e Messina in Lega Pro, la Reggina addirittura in Serie D. In Serie A, oggi, milita il Frosinone, che è davvero un caso limite per il Calcio del Sud. Il problema vero è quello di assicurare ai sodalizi meridionali quella continuità e solidità che fa meno difetto ai club settentrionali.

Nel testo lei propone dati storici ed economici. Di chi si è avvalso al fine di curare l’attendibilità delle fonti?

Le fonti sono citate nella bibliografia, e poi ce ne sono tante altre che cito nel manoscritto ad ogni dato saliente. Direi comunque che è fondamentale la possibilità che abbiamo oggi di accedere alle emeroteche digitali, che consentono di leggere gli articoli dei quotidiani d’epoca. Il resto lo fa la visione storica dello scrittore, che con intuito deve saper mettere in relazione gli eventi sportivi con quelli economici e politici del Paese nei vari periodi storici.

All’interno del mondo del calcio che riscontro ha avuto il suo libro fra gli addetti ai lavori? (Presidenti, calciatori, giornalisti, etc).

È un saggio storico che vuole raccontare il mondo del calcio oltre il rettangolo di gioco, e per far questo ho dovuto mettere le mani anche dove c’era da sporcarsele. È ovvio che il mondo del calcio non abbia alcun interesse a dar risalto a un saggio che lo dipinge meno scintillante di quanto appare, ma questo lo sapevo già. Un grande editore si era anche interessato alla pubblicazione, e certamente avrebbe assicurato maggiore spinta al prodotto, ma poi sono sorti dei conflitti di interesse. La cosa più importante è che il libro sia comunque uscito e che i giornalisti di indagine ne abbiano apprezzato e condiviso il contenuto. La prefazione di Oliviero Beha è la migliore testimonianza di un lavoro evidentemente ben fatto.

Ultras fottuti o depurati? Pallotta e Agnelli, le due facce del Calcio italiano

Angelo Forgione Antonello Venditti chiede conciliazione tra romanisti e napoletani e incontra Antonella Leardi nel backstage del suo concerto napoletano all’Immacolata. Ma i tifosi giallorossi ignorano la richiesta, insultano la mamma di Ciro Esposito, e danno il “buon” esempio ai più giovani con uno nuovo coro razzista, durante il “derby del sole” del campionato Primavera, sulle note di “L’estate sta finendo” dei Righeira.
A chiedere scusa, stavolta, è il giornalista Furio Focolari (ex Rai) dai microfoni romani di Radio Radio, e poi intervenuto anche sulle emittenze napoletane di Radio Marte: «Quella minoranza non deve rappresentare Roma. Tra noi romani e voi Napoletani siamo uniti da una filosofia comune solo nostra, noi papalini e voi borbonici, vediamo la vita dal lato positivo. Certi imbecilli non c’entrano con Roma e andrebbero isolati».
Andrebbero isolati, ma nessuno vuole farlo. Quello che accade è il più logico risultato di un insabbiamento operato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, figlio delle volontà di certi presidenti che un anno e mezzo fa dettarono le semplici multe invece di condannare fermamente il fenomeno e di chiedere l’individuazione chirurgica dei responsabili. Al prossimo incidente grave si dovrà chiedere alla dirigenza della Juventus se sarà convinta che la “discriminazione territoriale” è una “forma tradizionale di insulto catartico”, così come suggerito nello studio sul razzismo finanziato dal club bianconero e presentato da Andrea Agnelli all’Unesco, issatosi a faro della lotta al razzismo ma indicando a tutto il movimento di tollerare i cori contro Napoli.
C’è oggi il presidente del massimo club italiano che traduce il razzismo in campanilismo e paga uno studio che lo ritiene purificatore, e ce n’è un altro, pure proprietario di un club tra i più importanti, che si scontra senza timori coi suoi ultras definendoli “Fucking idiot and assholes…” per le offese ad Antonella Leardi. “Questi tifosi sono degli str… e dei fottuti bastardi…”, questa la traduzione delle parolacce per cui il presidente della Roma, James Pallotta, è contestato della Curva Sud, pubblicate dopo l’esposizione dello striscione contro la mamma di Ciro in occasione del match tra Roma e Napoli della scorsa primavera. Parole chiare, che mai sono state pronunciate dai presidenti dei club italiani, talvolta vincolati alle “curve” da perversi rapporti. Il presidente della Roma non si oppose alla squalifica della curva, al contrario di quanto fecero gli altri illustri colleghi, tutti uniti a far fronte comune al tempo delle chiusure dei settori. Non è un caso che il proprietario della seconda squadra sia straniero e viva negli Stati Uniti, lontano dal nostro Paese e dalla sua sottocultura sportiva. Non è un caso neanche che lo zio d’America sia già isolato dalle altre società, oltre che dagli ultras della sua squadra. E ora iniziano ad isolarlo anche le istituzioni. Forse capirà che investire in Italia non è un grande affare.

La testa del Napoli in testa potrebbe essere spenta o non raggiungibile

higuain_testabassaAngelo Forgione Cos’è accaduto al Napoli dei 13 risultati utili, quello che con 9 vittorie e 4 pareggi si era meritatamente issato in testa alla classifica? Neanche il tempo di riassaporarne il dolce gusto e subito ingoiato un boccone amaro. 25 anni e 7 mesi per ritrovarsi in vetta e soli 6 giorni per perderla. Per giunta, neanche una partita disputata da capolista, visto che l’inseguitrice (Inter) aveva scavalcato gli azzurri prima che andassero in campo e le prendessero dal Bologna. È, il Napoli, davvero incapace di tenere il vertice?
Sostengo nel mio Dov’è la Vittoria, dati alla mano e a compiuta analisi, che i club del Calcio meridionale hanno davvero poche possibilità di raggiungere i più alti traguardi ma anche che qualche chance c’è. E quando l’occasione si presenta bisogna giocarsela fino in fondo e con determinazione. Quello in corso è un campionato davvero atipico, fuori dallo standard del nostro Calcio, connotato da tante forze incrociate che si alternano di domenica in domenica. Inter, Roma, Fiorentina, Napoli, e poi di nuovo Inter in testa, con la Juventus, inizialmente attardata, che ringrazia e ne approfitta. Non una squadra “ammazzacampionato” e opportunità per tutti. Vincerà chi avrà migliori ricambi, più fiato di tutti al traguardo e, soprattutto, chi ci avrà messo la convinzione di farcela lungo tutto l’arco della stagione. È in questo che il Napoli ha mostrato il più preoccupante dei segnali, perché una volta agguantato il primato solitario è crollato sulle gambe tremanti, come un palazzo dalle fondamenta fragili sotto la spinta di una leggera scossa di terremoto. Tutto è iniziato al minuto 62 della battaglia contro l’Inter, fin lì dominata e poi improvvisamente ribaltata nell’inerzia ma non nel risultato. Lì il Napoli tosto, che per mesi aveva inseguito la vittoria a prescindere, ha abbandonato il terreno di gioco, lasciandolo a una squadra gemella ma con una testa diversa, timorosa di perdere il primato raggiunto, rinculata nelle sue paure per i restanti 30 minuti e assistita dai pali della propria porta nell’ultimo giro di lancette. Con questa testa un’euforico e scarico Napoli è salito a Bologna, prolungando lo sciagurato finale contro i nerazzurri. Del Napoli convinto, solo la controfigura, tradito dall’appagamento per un effimero traguardo parziale e schiacciato dalla pressione del primato già nuovamente sottratto dall’Inter qualche ora prima. È mancata la giusta concentrazione, soprattutto in fase difensiva. È mancata la giusta determinazione. È mancato l’approccio che le squadre che vincono i campionati ci mettono ogni domenica. Napoli, più che dal solito Mazzoleni, bloccato dalla paura di perdere immediatamente il primato e dal furore del Bologna (a proposito di testa!), pronto a triplicare le forze per uscire sul portatore di palla e, soprattutto, sul ricevitore. Anche i felsinei hanno confermato quanto conti la testa, credendo di averla vinta sul 3-0 e smettendo di sudare, consentendo al Napoli di ridimensionare la disfatta.
Per stare in vetta bisogna essere convinti di poterci stare. Nasce un pericoloso disorientamento quando il presidente preconizza un maggior margine di vantaggio a Natale e l’allenatore, invece, smorza le ambizioni rifacendosi agli obiettivi ipotizzati a luglio che possono far sentire appagati i calciatori. Quando una squadra raggiunge la prima posizione, gioca bene e raccoglie consensi internazionali, vuol dire che vi è concretezza tecnica, e allora bisogna guardarsi in faccia, tutti, e ridefinire gli obiettivi e stabilire una linea comunicativa comune. Le due cose, quando c’è di mezzo lo scudetto, non devono andare d’accordo, ma ciò che deve coincidere sono le parole in pubblico dei dirigenti e dello staff tecnico, a prescindere dal fatto che si racconti la verità o che la si nasconda.
La sensazione è che, in questo strano campionato, il Napoli, con qualche innesto a Gennaio, potrà dire la sua. L’occasione per il Sud del Calcio non può essere gettata alle ortiche. Ma bisogna crederci veramente, e mettersi in testa che in campo bisogna andarci per vincere; e se gli avversari fiatano sul collo bisogna sputare sangue. La psicologia è fondamentale anche nello sport, soprattutto ad alti livelli, e Sarri lo sa bene, perché era stato proprio lui a dire un mese fa, dopo la vittoria contro il Midtjylland, che non temeva cali fisici se la testa dei ragazzi avrebbe continuato a rispondere. Domenica scorsa quella testa, in testa, era spenta, o fuori campo.

tratto da Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) – pag. 50, capitolo “Prima il Nord”

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Hitler? Per Mussolini era un Pulcinella

Angelo Forgione Benito Mussolini aveva nel suo studio un busto di Napoleone. Adolf Hitler, invece, ne aveva uno di Mussolini, di cui ammirava il modo in cui aveva conquistato il potere e come lo alimentava. Il Duce era il suo modello e ne copiò pedissequamente la politica e la propaganda prima che si invertissero le gerarchie.
I due si conobbero di persona nel giugno del 1934 e l’incontro fu davvero particolare. Hitler atterrò la mattina del 14 giugno all’aeroporto di Venezia e trovò ad attenderlo un abbronzato Mussolini in uniforme e camicia nera, con la sciaboletta appesa alla cintura, guanti e stivali fino alle ginocchia. Il Führer indossava invece un cappotto giallo sopra il classico cravattino, delle normalissime scarpe nere e un cappello di velluto. Un testimone lo definì “un operaio nel suo migliore vestito domenicale”. Il tedesco mostrò imbarazzo ma rispose al saluto romano che l’italiano gli fece andandogli incontro, e gli strinse la mano. I due si recarono presso la sede dell’incontro ufficiale, la Villa Pisani di Stra, sulla riviera del Brenta, dove Mussolini, al termine di un’intensa due giorni, si convinse che Hitler fosse matto, tutto intento ad affermare la superiorità della razza tedesca e a preannunciare i suoi piani di annessione dell’Austria. «Questo Hitler, che Pulcinella!», confidò il Duce a Fulvio Suvich, sottosegretario agli Esteri, mentre l’aereo decollò per riportare il Führer a Berlino. Hitler non fu da meno definendo «un pallone gonfiato» il suo “maestro”. Venne la guerra d’Africa e Benito chiese aiuti alla Germania, credendo di poter intimorire Gran Bretagna e Francia, ma finendo schiavo di un’alleanza fatale con Pulcinella.

 

Napoli in vetta, meritatamente!

Angelo Forgione Napoli in testa al campionato di Serie A dopo 25 anni e 7 mesi. Non è poco per chi quel 29 aprile 1990 non immaginava che dietro il sole del secondo scudetto si addensavano le nubi del dramma umano di Maradona, del conto da pagare per un lustro al vertice e del fallimento doloroso. Ed è tanta roba per i più giovani sostenitori partenopei, che dall’attico della Serie A non si sono mai affacciati. Gli azzurri, tornati solitari in cima ai danni dell’Inter, hanno ora l’obbligo di tornare subito in catena di montaggio delle vittorie e presentarsi all’esame Bologna scarichi dell’euforia di una piazza non avvezza alle vertigini. Non lo è neanche la squadra, e la partita contro i nerazzurri di Milano, dopo 70 minuti di dominio, l’ha evidenziato. Col doppio vantaggio e l’uomo in più è subentrata la certezza di aver domato gli avversari, e l’imperdonabile calo di concentrazione ha consentito a Ljajic di trovare il goal che ha disintegrato le convinzioni degli uomini di Sarri, piombati nella paura di perdere punti, vittoria e primato. Tutta l’inerzia dei 20 minuti finali ha preso la direzione della squadra di Mancini, in inferiorità numerica ma in superiorità psicologica e atletica. In quell’ultimo quarto di partita è affiorata tutta la storia di un club ben più avvezzo alla contesa di vertice, di una squadra quest’anno costruita per non fallire i primi due posti, di una compagine che non disputa le competizioni europee e che, perciò, ha potuto spendere qualcosa in più nel rettilineo finale. Ma di fronte ai gatti nerazzurri improvvisamente diventati leoni c’era la dea bendata, necessario rinforzo, e due uomini in maglia azzurra coi nervi più saldi di tutti: Higuain e Reina, di quelli che chiami fuoriclasse a ragion veduta perché capaci di indirizzare un risultato. E Il Napoli ha portato a casa l’intero bottino, afferrato sin dal primo minuto con una cannonata che ha abbattuto la porta avversaria e messo a rischio nell’ultimo. Il fischio finale ha detto che Napoli e Inter possono essere primedonne fino in fondo, che il Napoli è competitivo pure se mancano cambi come Mertens e Gabbiadini, perché ha uomini più decisivi e un impianto di gioco più convincente, e che l’Inter, obbligata a far sul serio, fa sul serio e, diversamente da Napoli, Roma, Juventus e Fiorentina, può beneficiare del prezioso riposo infrasettimanale.
Passata la paura è iniziata la festa liberatoria sugli spalti, purtroppo senza ‘o surdato nnammurato (sempre più dimenticato), e pure uno strano dibattito mediatico. Pare che sia stata l’Inter la vincitrice dello scontro al vertice, e che il Napoli ne sia uscito ridimensionato. Il dibattito lo ha indirizzato immediatamente Mancini, attaccando verbalmente gli opinionisti arbitrali, definiti bugiardi e inadeguati, e riversando sui microfoni tutta la bile per l’espulsione di Nagatomo, che però era stata decretata da due gialli ineccepibili. Un’irruenta ginocchiata alle terga di Callejon che aveva già lasciato il pallone, descritta dal Mancio come simulazione dell’azzurro, e una sconsiderata entrata su Allan valgono l’eslusione per doppia ammonizione, diretta conseguenza di un atteggiamento annunciato alla vigilia da Felipe Melo («bisogna menare Higuain») e confermato da Guarin al fischio d’inizio, colto dalle telecamere mentre chiedeva a Murillo, con eloquente gesto, di essere poco tenero con gli avversari. E l’allenatore interista, che aveva evidentemente caricato i suoi in tal senso per cercare di arginare il gioco partenopeo, e che a Napoli prese applausi da calciatore per un goal formidabile in maglia blucerchiata, ha alzato i toni, dimostrando di non meritare lo stipendio che percepisce, infinitamente superiore a quello del ben più umile e sereno Sarri. Il nervosismo del tecnico jesino dimostra che l’Inter deve arrivare in alto per missione aziendale.
Fino a notte fonda, i salotti televisivi hanno incentrato il chiacchiericcio sulla squadra sconfitta, dimenticando che la squadra in testa al campionato era il Napoli, che aveva vinto la squadra che aveva dominato la gara per tre quarti, chiudendo comunque con un 62% di possesso palla, pregiudicato da un finale pieno di errori di misura e imprecisione. A Tiki Taka (Mediaset), Raffaele Auriemma sbroccava per l’eccessivo panegirico sull’autostima nerazzura ed Enrico Mentana, che lo accusava di essere tifoso del Napoli, come se lui non fosse tifoso interista, lo invitava a stare buono dandogli del “Pulcinella” (minuto 0:14:10) e prendendosi, dopo un’ora di trasmissione, l’etichetta di “cafone” dal collega napoletano.
L’Inter, che non avrebbe scippato nulla se avesse pareggiato, è stata celebrata perchè nessuno si aspettava che fosse capace di esprimersi come mai aveva fatto in precedenza. Il Napoli è passato in secondo piano perché nessuno si aspettava che fosse messo in ambasce in casa, con due goal di vantaggio e un uomo in più. Il dato è che è il Napoli in testa alla classifica, dopo aver vinto in casa 3 scontri diretti su 3 (il quarto è all’orizzonte). Tutto frutto della miglior difesa e del terzo miglior attacco, del miglior marcatore, del record di inviolabilità della porta a livello europeo (533 minuti), del minor numero di sconfitte (1), cui va aggiunto il percorso netto in Europa League con analoghi record. Eppure sono bastati 20 minuti di forte difficoltà contro la (ex) capolista per adombrare quello che Sarri e i suoi hanno fatto fin qui. La realtà è che la vetta è stata scalata e raggiunta dalla squadra azzurra, che alla 5ª giornata pagava 9 punti di distacco dalla capolista Inter, e nelle successive nove giornate se l’è messa dietro, insieme ad altre dieci squadre. La realtà è che il Napoli aveva solo un punto di vantaggio sulla Juventus quando Sarri sembrava sull’orlo della defenestrazione, e ora ne ha 7 sui bianconeri in risalita. La realtà è che, in 19 partite stagionali, gli azzurri hanno collezionato 14 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta allo start. La realtà è che con il Napoli, in testa alla classifica, ci va tutto un popolo, compreso chi a inizio stagione contestava e disertava. La strada è lunga e tortuosa, e un posto al sole alla 14ª giornata è tanto accattivante quanto effimero, ma dopo la rabbia di Mancini e la copertina dedicata alla sua squadra rimontata in nove giornate, una cosa è più certa che mai: quel nome lassù è minaccia di un colpo di Stato.

Dov’è la Vittoria, il libro della settimana (Canale 21)

Tratto dalla rubrica Il libro della settimana (Canale 21 Napoli), l’intervista a cura di Federica Flocco su Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015).

Antonello Venditti: «Amo i napoletani». Quel giorno in cui la Roma vinse lo scudetto e il Napoli retrocesse…

Angelo Forgione – «Sali con me sul palco per ricordare tuo figlio». È l’invito di un romanista doc come Antonello Venditti rivolto ad Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, vittima dei colpi di pistola esplosi all’esterno dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia del 2014. L’incontro radiofonico è avvenuto a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte), e a qualcuno è parso un atto di piaggeria in vista della prossima data napoletana del tour del popolare contautore romano e romanista. E invece Venditti, che ha vissuto gli anni del bellissimi gemellaggio Napoli-Roma, ha sempre dimostrato spontanea simpatia per Napoli e per i napoletani; lo dimostra quel che disse a Radio Rai il 27 giugno 2001, giorno dello scudetto della Roma e della retrocessione del Napoli, decretata a Firenze ma “decisa” una settima prima dai giallorossi con un pareggio al San Paolo e dalle manovre illecite di Tanzi e Pastorello in Parma-Verona. Non ho mai dimenticato che in una rassegna radiofonica di tifosi vip della Roma euforici, Antonello Venditti ebbe un pensiero spontaneo per i tifosi napoletani in disgrazia. Quel moto di affetto di un simbolo romanista per una tifoseria rivale che soffriva mi colpì per sensibilità e sportività, elementi che andrebbero riscoperti non solo nel Calcio. Ho raccontato quell’episodio di più di quattordici anni fa in radio per sottrarre la sincerità di Antonello Venditti dai pur leciti dubbi. Il resto è valutazione soggettiva di ciò che ruota attorno a quella che è di fatto una stupida “guerra” in cui sono finite due città del Calcio meridionale. Una guerra che ha prodotto un morto, un ragazzo per cui si attende giustizia. E che sia presto.