«L’Italia riscopra Napoli. Le conviene!»

Intervista “a tutto campo” a cura di Mara Miceli per Radio Vaticana Italia

Paolo Villaggio: «napoletani “monnezza”»

Angelo Forgione – Quando Paolo Villaggio disse che i disastri alluvianali di Genova del novembre 2011 erano colpa della cultura sudista borbonica (“piaga di tutta l’Italia”) mi “toccò” riprenderlo (con una telefonata in diretta radiofonica) per rinfacciargli l’ignoranza storica dimostrata. Ma l’irriverente personaggio continuò a distribuire perle di ignoranza storica, ficcandosi spesso in polemiche da discriminazione territoriale (c’è ancora chi dice che il Calcio è un mondo a parte), trascinato persino davanti al giudice dalla Società Filologica Friulana per aver scritto su un suo libro in cui offendeva un po’ tutti gli italiani che “i friulani, per motivi alcolici, non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di m… e l’abitudine di ruttare violentemente” (assolto perché la sua fu dichiarata “una mediocre opera comica” incapace di nuocere).
Navigando online, càpito sul canale youtube di Villaggio, contenitore in cui lui stesso carica video rimediati in rete e interagisce con chi li commenta, e vedo un video non recente ma neanche troppo datato. Caricato il 9 luglio scorso, si tratta di un’intervista del 18 gennaio 2013 realizzata da un’emittente genovese durante la festa per i suoi 80 anni, organizzata a Palazzo Tursi di Genova, sede del Comune. Nel contributo audiovisivo, Villaggio decanta la sua città, la bellezza riscoperta – dopo quarant’anni di vita a Roma – dei suoi palazzi e la sua aristocrazia; e poi si compiace dei genovesi e del loro rapporto con la gente. E come lo fa? Disprezzando tout court Napoli:

«Mentre Roma (senza aggettivo) e la “monnezza” di Napoli (traduzione: “quei cafoni napoletani”) mi dice “uh, uè, che piacere…”, a Genova tutti sono affettuosi ed educati, e dicono “scusi se la disturbo… tanti auguri.»

Frase da interpretare? La generalizzazione, con un microfono alla bocca, non è un’attenuante ma un’aggravante.
Attenti, napoletani (e pure romani), a salutare Villaggio; lui che è di una cultura anglosassone diversa da quella sudista potrebbe non gradire il calore dei “terroni”. Con buona pace del Maestro Marcello Mastroianni e il suo amore per “il garbo e la gentilezza d’animo dei napoletani”.

Premio “Gallo d’Oro 2014”, riconoscimento ad Angelo Forgione

premio_gallodoro_1Si terrà a Mariglianella, nelle serate del 3, 4 e 5 settembre, l’ottava edizione del “Premio internazionale Gallo d’Oro” in memoria di Franca Rame. Tanti i temi che saranno toccati durante la kermesse strutturata in tre giorni di interventi e riconoscimenti, tutti con inizio alle 21:00 in piazza Carafa – via Parrocchia.
La prima serata sarà dedicata a Ciro Esposito, il tifoso napoletano morto a Roma dopo gli eventi dell’ultima finale di Coppa Italia. L’appuntamento di Giovedì sarà invece dedicato alla detenzione femminile. La chiusura di Venerdì sarà invece incentrata sull’inquinamento nella “Terra dei fuochi” e sulla speranza di una Terra da risollevare, con interventi e premiazioni per personalità che si sono distinte per azioni positive in difesa di Napoli e della sua gente, tra cui Angelo Forgione, “in nome dei valori della legalità e della giustizia in difesa della Napoletanità nobile e sincera, e  in virtù del libro Made in Naples che esalta le qualità di una città stretta tra Inferno e Paradiso”. Premiati, tra gli altri, anche Gianni Simioli e Francesco Emilio Borrelli per la comunicazione radiofonica identitaria dai microfoni de “la Radiazza”.

(clicca sulla locandina per leggere il programma completo)

Campania Felix culla degli anfiteatri romani in pietra

Pompei e Capua ispirarono il Colosseo di Roma

Angelo Forgione per napoli.com Il più famoso nel mondo è il Flavio, più noto come “Colosseo”. Si tratta del modello costruttivo dell’anfiteatro in pietra, edificio del mondo romano per i giochi dei gladiatori che, contrariamente a quanto si possa supporre, si diffuse con una certa tardività a Roma. Inizialmente, in tutto l’Impero se ne approntavano di provvisori in legno. L’evoluzione in struttura stabile monumentale avvenne proprio nella Campania Felix, vera e propria “università” dei gladiatori. I primi anfiteatri in travertino furono costruiti a Capua antica e a Pompei. Non è ancora ben chiaro quale sia il primissimo dei due, poiché l’Anfiteatro Capuano, ubicato nella zona dell’attuale Santa Maria C.V., secondo alcuni studiosi, fu costruito sulle rovine di un precedente anfiteatro, poi rivelatosi insufficiente con la crescita demografica della ricca Capua. L’Anfiteatro di Pompei risale al 70 a.C., e all’epoca accolse un massimo di 20.000 spettatori per evento. Nel 59 d.C. fu squalificato per dieci anni a causa di una violenta rissa tre pompeiani e nocerini (Nocera era divenuta da poco colonia e aveva assorbito parte del territorio di Pompei), provvedimento annullato dopo il sisma del 62.
A Roma, mentre in Campania esistevano già anfiteatri stabili in pietra, si costruivano strutture lignee. Solo nel 29 a.C. fu costruito un anfiteatro per metà in pietra nel Campo Marzio, a spese di Statilio Tauro. L’edificio bruciò durante l’incendio voluto da Nerone, il quale ricorse ancora al legno per la costruzione del suo anfiteatro nello stesso sito.
Lo “stadio” di Capua, costruito o ampliato a cavallo tra il I e il II secolo d.C., stupì il mondo antico per dimensioni, ancor più imponenti di quello pompeiano: 50.000 spettatori potevano assieparsi sulle gradinate e godersi il gladiatorio spettacolo. La fama che raggiunse nelle province dell’Impero lo rese modello costruttivo dell’Anfiteatro Flavio, detto Colosseo, il gigantesco anfiteatro di cui fu dotata la capitale per volontà di Vespasiano, inaugurato nell’80 d.C. da Tito, con una capienza di circa 60.000 spettatori. Dopo la sua costruzione, il suo riferimento costruttivo a Capua fu chiamato “Colossus”, e gli stessi architetti che avevano operato a Roma ne costruirono uno moto simile a Pozzuoli, di capienza pari ad almeno 30.000 persone e dallo stesso nome.
L’Anfiteatro Capuano di oggi è una rovina antica, priva della monumentalità dei suoi tempi, devastato dalle varie invasioni e sventrato in epoca normanna per edificare il Castello delle Pietre della città di Capua. Inoltre, alcuni dei busti ornamentali sulle arcate furono trasferiti sulla facciata del Palazzo del Governatore di Capua, attuale Municipio. Altri marmi furono riciclati per la costruzione del Duomo e della chiesa dell’Annunziata. Solo con la riscoperta del mondo classico e con la stagione degli scavi di epoca borbonica l’anfiteatro smise di essere depredato, dopo essere stato dichiarato monumento nazionale per volontà sovrana. L’archeologo Giacomo Rucca, nel 1828, si rivolse così a Francesco I di Borbone: “Sire, l’Anfiteatro Campano declinava di giorno in giorno. Le ingiurie degli uomini, più che del tempo, pareano minacciare ormai la ruine delle sue ruine”.
Un modello al laser dell’Anfiteatro Capuano nelle sembianze originali è stato realizzato per scopi didattitici da Franco Gizdulich, e fa ben cogliere la somiglianza col più noto Colosseo di Roma.
(vedi anche il modello al laser dell’anfiteatro Flavio di Pozzuoli)

A Pompei si gustava il “cosciotto di giraffa”

Angelo Forgione – Non solo pesce, legumi e frutta secca. Nell’antica Pompei, città di ricchi commerci, si gustavano anche cibi esotici come ricci, cosce di giraffa e fenicotteri, col condimento di spezie giunte dall’Indonesia.
La scoperta si deve ad un gruppo dell’Università di Cincinnati guidati da Steven Ellis, che hanno scavato per un decennio nei pressi di una ventina di edifici vicini alla Porta Stabia, in buona parte ristoranti. Era quella una zona della città da classe operaia: abitazioni modeste, botteghe e officine, locande. E lì, frugando tra i rifiuti del 79 dopo Cristo, nelle latrine e negli scarichi, gli studiosi hanno ritrovato resti di cibo mineralizzati o carbonizzati dalle cucine, alcuni datati al quarto secolo avanti Cristo, quando la città era ai suoi primi stadi di sviluppo. Così si sono potuti scoprire preziosi dettagli sullo stile di vita, comprese le abitudini a tavola, delle classi medie o medio basse dell’antica Pompei. Cibi comuni di una sana dieta mediterranea come cereali, frutta, nocciole, olive, lenticchie, uova, e poi carne e pesce sotto sale provenienti dalla Spagna. E ancora, frutti di mare, ricci, e… cosciotti di giraffe.
I risultati sono stati presentati all’ultimo convegno dell’Archeological Institute of America a Chicago dello scorso gennaio. «L’immagine tradizionale di una massa di poveracci che girava per le strade alla ricerca di qualsiasi scarto di cibo – ha spiegato Steven Ellis – non corrisponde alla realtà, quanto meno alla realtà di Pompei. Il fatto che una parte di quell’animale, già macellato, sia arrivato nella cucina di quello che sembra un ordinario ristorante di Pompei ci racconta non solo che esisteva un commercio su grandi distanze di animali esotici e selvatici, ma anche la ricchezza, varietà e scelta delle diete popolari».
Non è una novità che i più ricchi Pompeiani mangiassero animali esotici e cibi prelibati, ma gli archeologi avevano sempre pensato che alle classi popolari toccassero solo zuppe e pietanze povere. E invece il cibo esotico era servito e apprezzato in tutti i quartieri.

L’autoesclusione dello Stato all’ultimo saluto per Ciro

Angelo Forgione – Dov’era lo Stato al funerale di Ciro? Quale alta carica c’era a simboleggiare un dramma nazionale nato da un errore nazionale? Escluso dalla famiglia o autoesclusosi da sempre? Lo Stato non poteva essere in un sottosegretario, più “amico” di famiglia per stessa ammissione di mamma Antonella – come il presente del CONI – che uomo di politica. E dov’era il Comune di Roma? Il giorno prima addirittura un ministro, in rappresentanza del Governo, era stato alla festa del re delle cravatte a Palazzo Reale, dove si era visto anche un Cardinale della Chiesa, mentre Ciro si è dovuto “accontentare” della visita di un prete di strada. Già, la strada. Quello di Ciro è stato un funerale di strada, non di Stato, e questo indica che non c’è alcuna volontà di mettere un punto. In fondo «sono solo sfottò», si era detto lungo tutto l’anno che si è chiuso con la pistola. E infatti, con tempismo perfetto, la Corte di “Giustizia” federale ha annullato la chiusura “sospesa” della curva interista per cori razzisti. Vincono ancora i dirigenti, i telecronisti e tutti coloro che per un anno intero hanno dato man forte ai capricci delle curve italiane. Ne vedremo delle belle molto presto, a cominciare dalla prossima ridiscussione delle sanzioni per “discriminazione territoriale”.
Il segnale giunto ieri è sempre lo stesso: Napoli è sola e se la sbrighi da sé. E si pianga pure il suo morto, ma senza troppo clamore e vittimismo.

Agguato di Roma: tentata strage di bambini?

ad “Attacco a Napoli” il clima d’odio tra napoletani e romanisti

Angelo Forgione – Interessante puntata di “Attacco a Napoli” su Piuenne, approfondimento d’indagine dei fatti tragici di via Tor di Quinto a Roma che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Il dibattito, condotto da Raffaele Auriemma, ha goduto, tra gli altri, dei preziosi contributi di Sergio Pisani, uno degli avvocati del ferito Ciro Esposito, e della criminologa Angela Tibullo, criminologa nominata dello stesso pool di avvocati, che hanno fornito ulteriori particolari d’indagine dei fatti, di cui i pm hanno già un’idea abbastanza definita. L’ipotesi di incriminazione per tentata strage a carico di Daniele De Santis, da me avanzata nel dibattito, ha trovato fondamento nella ricostruzione degli eventi. La trasmissione, di cui è proposta una sintesi, ha anche tastato il polso all’assurdo clima d’odio che attanaglia le tifoserie di Napoli e Roma.

Il calciomercato deve abitare al Sud

il Mezzogiorno non ha una sede istituzionale nel calcio

Angelo Forgione – Lo scompenso tra Nord e Sud del Paese è forte ed evidente anche nel mondo del calcio, che è un’economia d’impresa. È violenta la sproporzione, non solo nel numero di scudetti vinti dal movimento settentrionale rispetto a quello meridionale, e non sono secondari nell’analisi il coinvolgimento e l’esposizione mediatica di un calcio che “legge” un quotidiano sportivo nazionale a Milano e uno a Torino, a fronte di uno a Roma che cerca di estendersi all’utenza di una Napoli già priva di network televisivi, altrove capaci di influenzare l’opinione nazionale. Mettiamoci poi che la Lega calcio ha sede a Milano, che la Nazionale abita a Firenze e che la FIGC è di casa a Roma, dopo essere nata a Torino e transitata a Bologna. Il calcio che conta, più giù della capitale non scende.
Il governo del pallone avrebbe dovuto dare già da tempo un segnale di attenzione alla parte più depressa del Paese, e questo segnale può essere l’assegnazione della sede del calciomercato a Napoli, o a qualche località del Sud, riequilibrando territorialmente la propria presenza. Del resto, l’inventore del calciomercato, inteso come sessione di incontri, è stato un palermitano, stravagante nobile di nome Raimondo Lanza di Trabia, proprietario del Palermo. Negli anni Cinquanta frequentava l’hotel Excelsior Gallia di Milano, nella piazza della stazione, gettonato da molti uomini di affari, e lì iniziò a ricevere i presidenti delle altre squadre, spesso immerso nella vasca da bagno e con un bicchiere di whisky in mano. Era “l’uomo in frac” che ispirò Domenico Modugno, alcolizzato e morto suicida (ufficialmente) nel 1954 per essersi lanciato dalla finestra dell’hotel “Eden” di Roma. Fu lui a inventarsi la riunione dei dirigenti a fine campionato per intavolare trattative. Nel lussuoso albergo milanese, col tempo, iniziarono ad affluire sempre più operatori di mercato, con la stampa sportiva – a riprova della tendenza che ha sempre esercitato – che iniziò ad assegnare “lo scudetto del Gallia” alla squadra che metteva a segno il colpo più importante. L’affollamento e la denegerazione manageriale aumentarono sempre più, finché la direzione dell’hotel milanese non prese la decisione di non consentire, durante il calciomercato, l’accesso alle persone che non vi soggiornavano. Il Gallia sfrattò e il vicino Hilton, nel 1970, accolse tutti, allestendo una sala stampa con servizio di segreteria, telex, cabine telefoniche. Poi, nel ’76, venne il tempo del Leonardo da Vinci di Bruzzano, periferia milanese, dove, due anni dopo, apparvero i carabinieri per apporvi i sigilli. Si passò a Milanofiori, e poi all’Atahotel Executive, negli ultimi anni, sempre a Milano, ma ormai considerata sede caotica e inadeguata. Il contratto con la Lega è scaduto, quindi stop!
Il calciomercato “rischia” di abbandonare il capoluogo meneghino, c’è bisogno di strutture fieristiche più adeguate, ma c’è bisogno – aggiungo – di portare via da Milano il carrozzone del mercato del pallone e trasferirlo al Sud. Napoli sembra interessata, ed è bene che non lasci passare questo treno e si inserisca in questo momento propizio, perché una fiera del mercato calcistico significa vantaggi in ogni senso; ma intanto una candidatura ufficiale del Sud è già stata presentata ai vertici del calcio italiano, con un progetto che punta a portare gli operatori del settore nella regione di Raimondo Lanza di Trabia. È il Comune di Taormina a volerli da subito. Il sindaco Eligio Giardina, il responsabile del Servizio Turistico Regionale Salvo Giuffrida, il presidente di Confindustria Turismo e Alberghi Sebastiano De Luca hanno già incassato il gradimento di Claudio Pasqualin, noto procuratore sportivo. Il coordinatore del progetto, il giornalista Emanuele Cammaroto, si è espresso proprio per una maggiore attenzione al Mezzogiorno: «l’auspicio principale è che venga dato spazio al Sud in un contesto non solo sportivo ma di sistema-impresa che per tanti anni ha guardato solo a Nord. Abbiamo letto di recente che anche Napoli potrebbe essere interessata a questo evento e magari proprio un asse strategico Taormina-Napoli tra le due città simbolo del Meridione può essere la chiave giusta per aprire in Italia la strada a una nuova stagione di reale e doveroso equilibrio territoriale».

Un’inglese addolorata dalle parole di Antonella Cilento

Ricevo e pubblico lo scritto di Dawn Bissell, 41enne inglese di Birmingham residente a Roma, amante di Napoli, addolorata per le parole della scrittrice Antonella Cilento al TG1.

Salve. Ho scritto un messaggio alla Signora Antonella Cilento, e volevo farvi conoscere il mio grandissimo dispiacere nel sentire la sua intervista al TG1, dove dice che Napoli nel 1600 era “GIÀ corrotta, sporca, puzzolente…”. Sono INGLESE, e se si indigna un’inglese davanti alle sue parole, figuriamoci tutti quei napoletani che sono orgogliosi della propria città, e che si trovano a dover lottare sempre contro lo sport nazionale di denigrare Napoli in ogni occasione. Parole come quelle della Signora Cilento non aiutano a far aprire gli occhi della gente su tutto ciò che c’è di bello e di apprezzabile a Napoli. Forse sembrerà un’esagerazione, ma ogni parola negativa affidata ai grandi media è una pietra in più che viene scagliata contro la città, che non le permette di avere il rispetto degli italiani.

Dawn Bissell
(residente a Roma, nata e cresciuta a Birmingham-UK)

“Napoli maledetta”… da Genny ‘a carogna a “Gomorra” di Saviano

Nel video, il riassunto della puntata del 12 maggio di Clandestino su Tele Club Italia. “Napoli maledetta” tema del dibattito televisivo, tra accanimento mediatico per i fatti relativi alla finale di Coppa Italia di Roma, le polemiche su Roberto Saviano per la fiction “Gomorra” e umiliazione della cultura napoletana, sostanzialmente ignorata dai media nazionali.