La Reggia di Carditello sul tavolo di Napolitano

La Reggia di Carditello sul tavolo di Napolitano
sito da salvare, solo il Presidente può farlo

di Angelo Forgione per napoli.com

Finalmente la storia della Real tenuta di Carditello approda sul tavolo del Presidente della Repubblica. L’appello sottoscritto dalle associazioni riunite nell’Agenda 21 per la bonifica dei «Regi Lagni» ed impegnate nella campagna “Salviamo Carditello”, ha avuto un primo riscontro che lascia speranze circa la cancellazione dell’asta giudiziaria che consegnerebbe la delizia borbonica ai privati. I rappresentati del comitato, sono stati ricevuti dal Consigliere Culturale della Presidenza della Repubblica, Prof. Louis Godart, lo scorso 24 Maggio.
Si è dunque messo il Quirinale al corrente della situazione, informando sul pericolo dell’asta giudiziaria fissata per ottobre con base di vendita di 20 milioni di euro e del pericolo di consegnare un bene culturale monumentale in mani di organizzazioni criminali che nell’area di Carditello e della provincia di Caserta proliferano».

Al tavolo i rappresentanti di Italia Nostra, del Consorzio di Bonifica, della Sun, del Collegio dei Periti Agrari, delle associazioni GAS La Tavola Rotonda, Legambiente Ager, LiberamenteOnda, Meduc, Pianeta Cultura, Siti Reali e dal sindaco del Comune di San Tammaro. Al Consigliere Godart è stata illustrata la proposta della risoluzione debitoria del Consorzio di Bonifica del Volturno nei confronti della SGA/San Paolo IMI attraverso il recupero crediti di 16 milioni di euro che l’ente di bonifica vanta nei confronti della Regione Campania e di alcuni Comuni. La speranza è quella di indurre la SGA a valutare la proposta di transazione avanzata dal Consorzio di Bonifica entro i termini economici concordati tra la stessa SGA e la Camera di Commercio per un importo di 9,3 milioni di euro. Questa, secondo il comitato pro-Carditello, sottrarrebbe il sito alle speculazioni e offrirebbe la possibilità di avviare un primo recupero urgente.
Pronta anche una soluzione alternativa: la pubblica amministrazione potrebbe esercitare il diritto di prelazione alla vendita ai sensi del Codice dei Beni Culturali, magari accedendo ai fondi europei, disponibili fino al 2013.

Il comitato spera di sensibilizzare la Regione Campania e il Ministero dei Beni Culturali per un eventuale restauro da realizzarsi attraverso la definizione di un progetto di valorizzazione della residenza borbonica, sull’esempio di quanto realizzato alla Reggia di Venaria Reale a Torino dove il finanziamento con i proventi del gioco del Lotto, a cui si sono aggiunti successivamente in gran parte i finanziamenti della Comunità Europea, ha consentito un miracolo del restauro.

A tal proposito, la presidente della sezione casertana di Italia Nostra Maria Carmela Caiola ha dichiarato che il recupero di Carditello assumerebbe un alto valore simbolico in occasione dell’anniversario dell’unità d’Italia, dimostrando che non esistono due Italie, una che recupera la reggia di Venaria al Nord e una che abbandona la reggia di Carditello a Sud.
È questa la leva su cui agire per coinvolgere Giorgio Napolitano, principale sponsor dell’unità del paese.
Il Presidente della Repubblica è stato invitato a visitare la reggia in occasione dell’ apertura del 21 e 22 settembre prossimi, sperando che per quella data l’imminente asta sarà stata scongiurata.

Il Comitato “Salviamo Carditello” invita tutti i cittadini sensibili a inviare una mail al Presidente della Regione Caldoro per sostenere una petizione online. Il testo è scaricabile all’indirizzo internet carditello.wordpress.com

La Reggia di Carditello è una delle Reali Delizie, fatta costruire da Carlo di Borbone in un luogo ricco di boschi e pascoli e scelta dal sovrano per le sue battute di caccia e per l’allevamento di cavalli. In seguito fu trasformata da Ferdinando IV di Borbone in una fattoria modello per coltivare grano, allevare razze pregiate di cavalli e bovini e per stimolare la produzione della mozzarella di bufala, grande invenzione del tempo.

video: IL SUD CHIEDE IL GIORNO DELLA MEMORIA

videoclip: IL SUD CHIEDE IL GIORNO DELLA MEMORIA
festeggiamenti 150° dell’unità d’Italia,
Napolitano spreca occasione per vera unità!

Angelo Forgione – Il mio nuovo video di istruzione storica e denuncia scaturisce dall’attento monitoraggio da un anno a questa parte (ovvero da quando si sono aperte le celebrazioni dell’unità d’Italia) dell’atteggiamento del Presidente della Repubblica nei confronti di un sud, il suo sud, che non ha chiesto nient’altro che verità e memoria per i suoi morti, unica via per fare davvero un’Italia unita diversamente da quella che in realtà è. Tutto ciò che è gravitato attorno in questo periodo  fa giungere alla conclusione che l’occasione dei festeggiamenti è stata ampiamente sprecata e, a furia di affermare in ogni occasione il concetto di unità senza dargli anima e emotività, gli italiani escano ancor meno coscienti e più disorientati su cosa significhi davvero la nazione unita, come si sia realizzata, e quale sia la differenza tra la prima Italia monarchica e la seconda repubblicana.

1861-1871, l’eccidio del Sud: migliaia di morti al sud che rifiutarono l’invasione del Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II di Savoia per “piemontesizzare” l’Italia.
La nazione unita ha cancellato dalla storia quei morti e continua a cancellarne la memoria negandogli un minimo ricordo. Al contrario, le istituzioni festeggiano l’unità d’Italia celebrando i 150 anni dall’incoronazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia, quindi celebrando di fatto la monarchia sabauda e non la vera unità che venne più tardi, e rendendo onore all’aguzzino dei popoli del meridione alla cui tomba rende onore il Presidente della Repubblica Napolitano dopo aver puntato il dito contro quel sud che non dimentica. Un Presidente che sovrappone consapevolmente la celebrazione della monarchia con la festa della Repubblica.
Ecco perchè l’occasione delle celebrazioni dell’unità è stata sprecata, con una verità sotterrata che invece, se affermata, avrebbe rafforzato lo spirito unitario. E invece il tenerla nascosta significa continuare a imbavagliare e strozzare il grido del meridione cosciente; e questo ne alimenta la rabbia e il risentimento. Possibile che non lo si capisca?

La smentita di Pino Daniele: «Amo Napoli»

La smentita (parziale) di Pino Daniele: «Amo Napoli»
ma conferma di essere un “buon garibaldino”

E dunque, Pino Daniele avrebbe preso le distanze dall’articolo del “Corriere della Sera” firmato da Pasquale Elia. La rettifica (in basso) è stata affidata al Fans Club online, al sito www.pinodanieleonline.it dal quale si apprende che l’articolo sarebbe pieno di controsensi e presunte dichiarazioni a suo danno, che l’artista sarebbe grato alla sua città e che la responsabilità della distorsione delle sue dichiarazioni sarebbe colpa del “nuovo giornalismo” che impone il richiamo dell’attenzione ad ogni costo.
Nel comunicato c’è una puntualizzazione riferita a presunte polemiche col mondo dei “Talent Show” e una richiesta di scuse a tutti coloro che hanno letto l’articolo e che sono stati indotti a pensare cose sbagliate. E poi i sassolini dalle scarpe vanno via: «il giornalista [Pasquale Elia] imparasse a rispettare chi ha talento e lavora duramente per delle giuste cause e a non pensare solo al resoconto personale per il suo bisogno di fama». Se dolo c’è stato, supportiamo la denuncia verso un giornalista che avrebbe fatto così il male di Napoli, della categoria giornalistica e dei sostenitori dello stesso Daniele.
Purtroppo, però, le frasi controverse erano due: «non mi sento figlio di Napoli»«mi sento però un garibaldino del sud». La prima sarebbe stata smentita. La seconda, invece, in qualche modo confermata. «Io da buon garibaldino amo il Sud e Napoli…». L’artista dovrebbe forse approfondire la sua conoscenza storica.

Pino Daniele: «Io non sono figlio di Napoli»

Pino Daniele: «Non sono figlio di Napoli»
il cantautore: «mi sento un garibaldino del Sud»

È un’intervista dai toni polemici e antistorici quella rilasciata da Pino Daniele a Pasquale Elia del Corriere del Mezzogiorno del 3 giugno 2011.
«Io non sono figlio di Napoli… io mi sento figlio del Sud. Sono un garibaldino. Da quando ho l’età della ragione ad oggi non è cambiato niente, anzi la situazione è peggiorata. Ma non voglio pensare che non ci sia più la speranza. Una speranza che purtroppo si riaccende soltanto quando salta fuori qualcuno: una volta è spuntato Maradona, una volta Troisi, una volta Pino Daniele… Purtroppo è un popolo che ha bisogno sempre di un re. O di un Masaniello».

SVIMEZ: nel 1861 PIL identico tra nord e sud, poi…

SVIMEZ: nel 1861 PIL identico tra nord e sud, poi…

dall’unità d’Italia si sviluppa la “questione merdionale”

Angelo Forgione per napoli.com  Prima il CNR con il saggio di Malanima e Daniele, poi la Banca d’Italia con Fenoaltea e Ciccarelli, ora lo SVIMEZ. Anche l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno da ragione a noi meridionalisti e rafforza le tesi revisionistiche sui reali effetti dell’unità realizzatasi nel 1860.
Il Presidente Adriano Giannola e il vicedirettore Luca Bianchi hanno illustrato i risultati di un rapporto che mette e a confronto le statistiche italiane. Si evince che nel 1860 in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo. Se nel 1861 il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni il Pil del Mezzogiorno risulta pari solo al 59% del Centro-Nord.
Per i meridionalisti e gli archivisti che si occupano di questo tema, non è certo una novità. I saggi di CNR, BANCA D’ITALIA e SVIMEZ arrivano assai in ritardo rispetto agli studi e le analisi di inizio ‘900 di Francesco Saverio Nitti, economista, politico e giornalista antifascista italiano, che per primo elaborò delle proposte per risolvere la questione meridionale sulla base dei suoi stessi approfondimenti di economia e finanze dell’Italia preunitaria. Ma in ritardo anche rispetto ai vari Nicola Zitara e Angelo Manna. Eppure i trattati di oggi cominciano a parlare di parità di PIL, non evidenziando il fatto che in ogni caso la ricchezza e le riserve auree erano al sud, motivo per cui il Regno sabaudo in bancarotta lo invase senza dichiarazione di guerra per sanare i suoi debiti.
Invece di lasciare ai meridionalisti e a istituti e associazioni il compito di restituire al meridione ciò che gli spetta dal punto di vista storico e antropologico, sarebbe ora che i politici in primis e a seguire gli storici e i giornalisti di sistema la smettessero dopo 150 anni di menzogne di raccontare la brutta storia di un sud atavicamente arretrato a prescindere. Sarebbe ora che le opinioni in merito dei vari Giorgio Bocca, già facilmente confutate in passato (leggi), non venissero più considerate dogmatiche a tal punto da lasciarle srotolare in ogni pulpito, con le solite stantie falsità prive di contraddittorio.
Se il sud è arretrato è perchè prima un regime settentrionale, quello sabaudo, e poi la politica che pende a nord dalla nascita della Repubblica l’hanno inginocchiato, compresi i politici meridionali che sono scelti o per manifesta inattività o per dichiarato asservimento ai loro leader settentrionali.
E a tal proposito mi preme ripescare un intervento del 27 Febbraio 2010 di Marco Esposito, giornalista napoletano e responsabile della sezione dipartimentale Politiche per il Mezzogiorno di IDV, che ha elaborato cinque emendamenti per la finanza regionale 2010 della Campania su nucleare, acqua pubblica, RC auto, bonus occupazione e bollette sociali (tutti approvati). Marco Esposito attacca Caldoro alla vigilia dell’elezione alla presidenza della Regione, ma anche Giulio Tremonti, dando l’esatta dimensione di come il sud sia raggirato e continuamente colonizzato dai politici del potere settentrionale che guidano il paese in funzione degli interessi delle proprie aree di provenienza.

Marco Esposito contro Caldoro e Tremonti

 

Vienna incontrò Napoli: nacque il wafer “Neapolitaner”

Angelo Forgione – Non tutti sanno che la Campania è da secoli leader nella produzione delle nocciole e che, nonostante la varietà italiana maggiormente reclamizzata sia quella piemontese, dal territorio campano provengono altri tipi di nocciole certamente non meno qualitative.
Le prime testimonianze di coltivazione da nocciolo risalgono persino al terzo secolo avanti Cristo e sono riscontrabili al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove sono esposti alcuni resti carbonizzati di nocciole. Ma fu durante il florido periodo borbonico che la bontà del prodotto campano ottenne divulgazione e riconoscimento, grazie ai rapporti commerciali del Regno delle Due Sicilie con gli altri stati preunitari d’Italia e con l’estero. Le nocciole cosiddette “napoletane” arricchivano le tavole dell’Ottocento in ogni parte d’Europa e in America, rifornendo inoltre le prime produzioni industriali di fine secolo, che arrivano distrattamente ai giorni nostri con nomi eloquenti trattenenti la memoria di un territorio produttivo e dinamico come era quello napolitano.
In quegli anni Napoli e Vienna erano, insieme a Parigi e Londra, tra le città più dinamiche d’Europa e in più di un’occasione le rispettive culture si incrociarono sulla scia dell’unione in matrimonio dei reali napoletani con quelli asburgici.

Risale al 1898 l’invenzione del “Manner Original Neapolitan Wafer n. 239” da parte di Josef Manner (leggi dal sito della Manner), un imprenditore viennese del cioccolato che mise insieme zucchero, olio di cocco, cacao in polvere e nocciole provenienti dalle zone del napoletano per creare quattro strati di ripieno tra cinque strati di cialda. Quella ricetta non è mai cambiata e resta ancora oggi il fondamento produttivo dei wafer alla nocciola, universalmente catalogati come “Neapolitaner”.
Sempre in Austria, nel 1948 e subito dopo la seconda guerra mondiale, Franz Andres fondò con dei soci un’azienda specializzata nella produzione di wafer e biscotti, denominandola “Napoli Ragendorfer & Co Company”. Dal 1970, il marchio “Napoli” (vai al sito) è di proprietà della “Manner”, che rappresenta per fatturato il maggior produttore austriaco di wafer e biscotti.

Un’altra grande azienda altoatesina, la Loacker, ancora oggi indica nella “qualità di nocciole coltivate nei territori vicino a Napoli il segreto originale della golosità dei suoi “Neapolitaner” (leggi dal sito della Loacker).
In alcune zone d’Europa il nome “neapolitaner” viene tradotto nelle lingue locali, come nel caso dell’Ungheria, dove i wafer alla nocciola diventano in magiaro “Nàpolyi”.
Tutto questo a testimonianza delle eccellenze locali poco reclamizzate ma che spesso rappresentano un plus qualitativo tante volte più noto all’estero che nel nostro paese.

L’Italia produce circa 110.000 tonnellate di nocciole ed è al secondo posto nel mercato mondiale, dopo la Turchia. Le regioni di provenienza sono, in ordine di importanza, la Campania, il Lazio, il Piemonte e Sicilia, che coprono il 98% dell’intero volume.

La Campania, con 12.000 aziende, 23.000 ettari di territorio coltivato a nocciolo e circa 50.000 tonnellate annue, rappresenta circa il 40% della torta e le principali zone interessate sono Avellino (49%), Napoli (27%), Caserta (12%) e Salerno (9%).

Le principali tipologie di coltivazione sono la nocciola Mortarella (38%) e S.Giovanni (37%) che vengono destinate alla produzione industriale mentre per il consumo fresco e di prima qualità spicca la Tonda di Giffoni (12%) e, a seguire, la Tonda Bianca, la Tonda Rossa, la Camponica e la Riccia di Talanico.
Tra i prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP) della Campania figura oggi la “Nocciola di Giffoni” che per pregio non ha nulla da invidiare alle più pubblicizzate nocciole del Piemonte.

Caro De Magistris, ora vai a sud! (?)

Caro De Magistris, ora vai a sud!
il nuovo sindaco faccia l’opposto del suo predecessore

di Angelo Forgione (Movimento V.A.N.T.O.)

Esce per sempre di scena la Iervolino senza lasciare un solo rimpianto che sia uno in città. Il peggior sindaco della storia, ormai da mesi un simulacro errante, e nemmeno tanto errante, che ha lasciato la città in balia delle sue dinamiche perverse e delle sue derive peggiori. Ieri, sotto Palazzo San Giacomo, l’antico palazzo dei ministeri borbonici, c’erano tantissimi giovani e questo la dice lunga sul sentimento di liberazione e sulle speranze che la gioventù partenopea nutre nel nuovo arrivato Luigi De Magistris. Tra quelli che mi salutavano c’era qualcuno che mi diceva «Auguri», a simboleggiare un capodanno napoletano accompagnato anche dai fuochi d’artificio. Un benvenuto a lui, uomo che ha saputo portare avanti una campagna elettorale quasi impeccabile sfruttando proprio l’insoddisfazione dei giovani e le incertezze del vento berlusconiano sempre più debole, a tal punto che lo stesso Lettieri aveva provato all’inizio a presentarsi senza il simbolo del PDL ma con un’immagine quasi neutra per poi sfociare nel populismo, nel nervosismo e nella rissa dell’ultima settimana pre-ballottaggio quando ha capito che le cose si erano messe male.
Una serie di autogoal, suoi e del suo leader, lo hanno messo fuori gioco. Partendo dalle accuse a Realfonzo, passando per quelle al rivale dopo il rogo del proprio comitato elettorale, arrivando alla squallida strumentalizzazione sportiva targata Hamsik e stadio San Paolo. La verità è che De Magistris questi autogol non li ha fatti, mettendo a segno il goal più importante attraendo la vera forza di questa città, quello strato spesso di giovani che verso Lettieri non sono mai andati se non in minima parte per prendersi la musica di Gigi D’Alessio.
Ora, per l’ex magistrato tocca un compito gravoso e comincia il difficile. La vittoria elettorale è solo il trampolino di lancio verso quel mare di problemi per cui una città intera chiede soluzioni. Quell’energia che ha saputo catalizzare non va dispersa ed è questa la principale responsabilità: canalizzarla e indirizzarla in direzione di uscita da ogni depressione, per non tradire il suo elettorato che non è stato titubante ma convinto e deciso. Il Comune di Napoli non è un approdo comodo ma una valle di lacrime, un’azienda da strappare al fallimento che necessita di una cambio di direzione, e appena Luigi comincerà a metterci mano avrà di che mettersi le mani nei capelli, anche se lui ha già cognizione di tutto avendo avuto già consigli dallo stesso Realfonzo. Aggiungiamoci poi che avrà molti bastoni tra le ruote.
Noi cittadini, quella parte sana che ha a cuore le sorti di questa città, siamo ora chiamati non solo a sostenere i propositi della vigilia del nuovo sindaco ma ad incalzarlo fino ad annoiarlo. Ha voluto la bicicletta e ora è giusto che pedali forte. De Magistris ha parlato tanto di un Palazzo San Giacomo trasparente e aperto, di coinvolgimento di tutte le forze sane della città, compresi i movimenti e ogni forma di cittadinanza attiva. Noi di V.A.N.T.O. che facciamo anche questo e con molto vigore, abbiamo captato questo segnale ed è per questo che io stesso mi sono presentato al nuovo sindaco qualche settimana fa al cinema “Modernissimo”, per metterlo già da subito di fronte alle responsabilità che stava caricando su di se con le sue parole-contratti verbali. Avevo capito già da allora, quando in pochi credevano in lui, che sarebbe diventato sindaco, perchè questo vuole Napoli: essere guidata per poter partecipare. La Iervolino non solo ha sbarrato Palazzo San Giacomo facendolo diventare un nuovo Vaticano ma ha anche evitato di guidare la città che inevitabilmente ha sbandato accartocciandosi.
Forse qualcuno non si aspettava una mia presa di posizione e ha sbagliato. Qualcun altro ha sperato che sostenessi l’altra corrente avendo contestato aspramente l’amministrazione uscente. Errore, perchè per me conta Napoli, non gli uomini che sono chiamati a guidarla. Chi si occupa della città e la ama non può non interpretarne i segnali e captarne i sentimenti. E quando un mese fa qualcuno vedeva Morcone vincente su De Magistris e perdente su Lettieri già ero convinto che invece Luigi avrebbe stupito tutti prendendosi la poltrona di primo cittadino. Già al primo turno avevo indicato il voto disgiunto per un nuovo modo di fare politica (vai al post del 14 Maggio) che oggi lo stesso De Magistris celebra, e proprio il voto disgiunto ha consentito la prima parziale affermazione dell’outsider. Li la gente ha capito il vento e in tanti, quelli che il nuovo sindaco chiama “quelli della seconda, terza e quarta ora” hanno rafforzato l’elettorato “arancione”.
Ora la partita è finita e lo scenario si trasforma. C’è un nuovo uomo a cui riferirmi, che se vorrà mantener fede alle sue parole potrà avvalersi dell’appoggio e confronto costruttivo nostro e di tutti gli altri movimenti attivi. Viceversa andrebbe come con la Iervolino che prima ho votato e poi ho combattuto con tutte le mie forze una volta avvertito il tradimento e il raggiro totale.
Un’ultima considerazione la faccio da meridionalista, che è uno stadio diverso da quello di uomo di denuncia e di attivismo. Napoli è morta prima per un regime straniero che l’ha colonizzata e poi per colpa della politica che l’ha tenuta in scacco servendosi della camorra per ovvi interessi. Se Napoli oggi è in ginocchio è colpa della politica! De Magistris è entrato in politica ed è a tutti gli effetti un politico. Ma se vuole dare una mano a Napoli sappia essere uomo del popolo perché Napoli (e tutto il sud) può risollevarsi davvero solo con delle dinamiche protezionistiche e attente ad un territorio fino ad oggi e da 150 anni colpito da inerzie nazionali fortemente squilibrate verso il nord. Solo così si potrà eliminare il bubbone della spazzatura, migliorare l’offerta di lavoro per evitare che i giovani impoveriscano il meridione a vantaggio del settentrione, e restituire ai Napoletani l’orgoglio di esserlo rispolverando e riconsacrando quella grande storia che ha fatto di Napoli la matrice della moderna società europea. Questo lo si fa ridando vita alla città con le forme di cultura di cui è capace per tradizione, e restituendo le strade alla gente aumentando la sicurezza. Senza andare a Sud non si va da nessuna parte!

Una campagna elettorale giocata su un campo di calcio

Una campagna elettorale giocata su un campo di calcio
Berlusconi scende a Napoli e la tratta da colonia

Angelo Forgione (Movimento V.A.N.T.O.)

Sia chiaro, ognuno poteva scegliere dove stare la sera della chiusura della campagna elettorale. Io sono stato in entrambe le piazze per tastare il polso del clima pre-elettorale perchè, pur avendo la mia idea, quello che più mi interessa è la città e il suo popolo. Niente dono dell’ubiquità, la chiusura degli interventi politici alla Rotonda Diaz ha coinciso con l’arrivo di Berlusconi a Piazza Plebiscito, momento in cui la vergogna è venuta fuori con il premier che ha trattato i Napoletani come fanno tutti da 150 anni: colonizzati!
Ma perchè Berlusconi è sceso a Napoli direttamente dal G8 francese? Presto detto. Tutto nasce dal Presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis che al teatrino di corte di Palazzo Reale, alla vigilia delle prime votazioni, dichiara la sua simpatia per Lettieri. Ma ad inizio settimana, la Gazzetta dello Sport, quotidiano milanese, diffonde l’interesse di Berlusconi per Hamsik. De Laurentiis non gradisce lo sgarbo e incontra De Magistris per parlare dello stadio San Paolo, uno degli stadi più grandi e più fatiscenti d’Europa che la sinistra iervoliniana ha dato in concessione gratuita alla SSC Napoli. Berlusconi capisce l’autogol elettorale e intuisce che l’unica cosa da fare per riparare al danno è andare a Napoli non per parlare di programmi e soluzioni ai problemi ma per dichiarare che non compra Hamsik.
Nota a margine, nella notte seguente appaiono al centro storico e in alcune periferie manifesti contro De Magistris raffiguranti lo stadio San Paolo sbarrato.
Sono li, incredulo di quanto sto ascoltando. Mi dico “Ma come? Qui si decide il futuro di una città in cui l’immondizia invade le strade e i turisti muoiono appena scesi dalle navi, e l’uomo politico con più potere d’Italia, uno degli otto più importanti della terra sulla carta (se ne è vantato davanti la platea), viene nella piazza della grande storia borbonica a parlarci di Hamsik e a cantare ‘o surdato nnammurato?”
È quel punto chiaro che a sostenere Lettieri è il Presidente del Milan, non quello del Consiglio dei Ministri. 
Quando sento quel proclama lancio un “epiteto” sperando di non essere il solo. Probabilmente non lo sono, ma purtroppo, sotto al palco, molti napoletani esplodono giubilanti all’elemosina del Presidente rossonero. A quella carità per una colonia chiamata Napoli, un popolo dritto avrebbe fischiato sonoramente. E invece urla di gioia e bandiere al vento! Dimenticando che quell’uomo sul palco è lo stesso che la mattina di Milan-Napoli, all’Unione del Commercio di Milano (e sottolineo all’Unione del Commercio di Milano), arrembò contro il meridione tutto (non solo Napoli) dicendo “andiamo a battere il Sud”. E anche lo stesso uomo che ha festeggiato con la Lega Nord in parlamento, tra bandiere leghiste e con fazzoletto verde nel taschino, per il federalismo municipale che drena i soldi dei meridionali verso i comuni del nord (leggi).
Qui la politica non c’entra niente. Qui c’entra il populismo politico e la vergogna di un popolo che non riesce e ritrovare se stesso, la propria dignità e la propria consapevolezza. Le mani nei capelli ce le dovremmo mettere noi, non Hamsik. E per disperazione.

p.s.: Hamsik si vende se decide di andarsene e se De Laurentiis decide di venderlo, non se Berlusconi decide di comprarlo.

A Castellammare per sostenere i lavoratori di Fincantieri

A Castellammare per i lavoratori di Fincantieri

28 Maggio ’11 – Questa mattina, insieme ad altri delegati del Parlamento delle Due Sicilie, ci siamo recati a Castellammare di Stabia in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa “Castellammare è Fincantieri”, per esprimere il nostro sostegno agli operai di Fincantieri in questa e in altre prossime manifestazioni di protesta per la chiusura dei prestigiosi cantieri navali stabiesi, vanto italiano e, ancora prima, del Regno di Napoli (leggi la storia).
Nei prossimi giorni valuteremo la possibilità accordataci di allestire una mostra sulle industrie dell’antico Regno delle Due Sicilie in una struttura di Castellammare.

“Castellammare è Fincantieri” è la scritta blu e rossa stampata su un telo bianco che da domani sventolerà dai balconi di Castellammare di tutti coloro che vorranno esporla (la nostra sventolerà a Napoli in segno di solidarietà). Come dire: se chiudono i cantieri, muore Castellammare. Una bandiera per tenere accesa l’attenzione sul cantiere che è l’anima e il cuore pulsante di Castellammare di Stabia.
“Abbiamo stampato – spiegano i referenti del Comitato Promotore di questa bella iniziativa – una bandiera per ricordare a tutti che Castellammare è la Fincantieri ed invitiamo tutti i cittadini ad esporre ai propri balconi quella bandiera che deve unire il popolo stabiese per non perdere la speranza, per tornare ad ascoltare il suono di quella sirena che ha sempre accompagnato Castellammare, ricordandoci ogni giorno con orgoglio la bellezza e la dignità al lavoro”.

videoclip by XG1: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA

videoclip: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA
la fantastica galoppata verso la Champions League

Il ciuccio torna alle origini e si riscopre un cavallo di razza (leggi la storia del simbolo) che corre spedito verso l’Europa dei grandi.
15 minuti per rivivere la fantastica galoppata della prima squadra del Sud-Italia verso la Champions League.
I momenti salienti della stagione 2010/11 del Napoli aperti del consiglio di Roberto Saviano raccolto da Walter Mazzarri e chiusi da un imperdibile finale per non dimenticare le sofferenze dell’inferno recente eppure così apparentemente lontanissimo.
In qualsiasi serie, in qualsiasi condizione sociale… sempre e solo Napoli! 

Buona visione!

Clicca qui per vedere il videoclip