Una tedesca a Napoli per scelta di vita. Linus: «E non ha cambiato idea»

Ariane, una tedesca di 49 anni che vive a Napoli da quando ne aveva 21, telefona a “Deejay chiama Italia” e spiega la sua felicissima esperienza in diretta. È una addetta alle pulizie, non una grande manager straniera, e vive di pane e amore all’ombra del Vesuvio. Linus conduce la telefona all’insegna delle dietrologia, mostrandosi sconcertato. «Avrebbe avuto tutto il tempo per cambiare idea, e invece no».
Non si comprende perché Ariane avrebbe dovuto cambiare idea. Forse è proprio Linus che dovrebbe cambiare le sue, alla luce di quanto ha già fatto intendere in tempi non sospetti circa il suo pensiero sulla cultura di Napoli e in merito alla sua conoscenza della città.

Ascolta l’audio integrale della telefonata di Ariane (minuto 2:51)

Paradossale Paolo Guzzanti: «il Piemonte non voleva Napoli e Roma ma se le ritrovò»

Sulle modalità con cui fu realizzata l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna ne abbiamo lette di varie correnti, ma quelle che propone Paolo Guzzanti in un’intervista su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo le battono davvero tutte in quanto ad originalità e fantasia.
Alla domanda “Lei crede alla Trattativa Stato-mafia?”, il giornalista-politico ha risposto così:

«Certo. C’è stata. Questo è un paese mafioso che con la mafia ha sempre trattato. […]
Il Regno di Napoli fu concesso dalla camorra. I piemontesi erano sbalorditi. Non avevano nessuna intenzione di prendersi il sud di Italia e tantomeno la Roma papalina e si ritrovarono a gestire questo peso gigantesco. […]»

Vero che mafia e camorra si allearono con gli invasori, ma che tra loro non vi fosse una “trattativa” è in contraddizione con la risposta stessa, e che i malavitosi avessero imposto ai garibaldini di prendersi il Sud controvoglia è roba da farsi una bella risata.

Il Bello dell’Italia: Maarten van Aalderen, amore per l’Italia e verità per Napoli

Angelo Forgione Il Bello dell’Italia (Albeggi Edizioni) è una vera e propria dichiarazione d’amore per lo Stivale da parte del giornalista olandese Maarten van Aalderen, presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, residente a Roma, che ha chiesto a 25 colleghi corrispondenti stranieri quali cose preferiscono del Paese che li ospita. In copertina un Icaro dolorante e a terra, chiamato a rialzarsi.
C’è spazio per tutte le bellezze della Penisola, compresa Napoli, che per van Aalderen è “è una città che è stata schiacciata dall’immagine della camorra e della delinquenza, invece è meravigliosa e deve essere conosciuta e visitata per i suoi inestimabili gioielli d’arte e architettura”.
Due anni fa, prima che van Aalderen scrivesse il libro, lo accompagnai in giro per Napoli, parlandogli dell’anima della Città, della sua Storia e della sua Cultura, donandogli anche il mio libro Made in Naples. Ed è stato un gran piacere scoprire di essergli stato utile per decifrare Napoli, attraverso quanto mi ha indirettamente riconosciuto nella lusinghiera e gratificante citazione inserita nella sua introduzione:

In Italia si critica spesso una città in particolare: Napoli. Napoli rappresenta per me l’Italia al quadrato. Si parla frequentemente dei suoi aspetti negativi, come la corruzione e la criminalità organizzata. Per questi motivi, c’è perfino chi si rifiuta di andarci. Eppure, Napoli è una città con una fortissima identità, con una storia di cui può andare fiera e che la vede protagonista da secoli, dotata come è di una cultura unica e di una bellezza infinita. La bellezza di Roma, Firenze e Venezia è scontata, quella di Napoli invece è assolutamente sottovalutata. E quanto spesso ho incontrato dei napoletani impegnati per la loro città, come il blogger e scrittore Angelo Forgione, che ne conosce a fondo i problemi, ma continua ad amarla appassionatamente e a difenderne la bellezza contro ogni degrado e illegalità. Io a Napoli mi sono in ogni caso sempre sentito a casa.

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Verona contro Napoli, in principio fu Dirceu

verona_0Angelo Forgione Verona-Napoli, incrocio timbrato da squallide storie di intolleranza all’italiana. I primi conati razzisti del ‘Bentegodi’ affiorarono il 20 novembre 1983 (Verona-Napoli 1-1). In quegli anni il Veneto non era il Nord-Est di oggi ma una terra molto chiusa nel suo provincialismo. La curva scaligera, la prima ad appellarsi al Vesuvio, salutò il brasiliano del Napoli José Dirceu, ex gialloblu, con un messaggio di “integrazione territoriale”: “ORA NON SEI PIU’ STRANIERO, NAPOLI TI HA ACCOLTO NEL CONTINENTE NERO”. E ancora, “DIRCEU CI HAI TRADITO, NELLA M…A SEI FINITO”.
Maradona, dieci mesi più tardi, al suo esordio in Serie A, ne avrebbe letto un altro di striscione: “BENVENUTI IN ITALIA”. Benvenuto anche a Diego nel Calcio del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri. Tutto subito chiaro, bastò tanto a fargli intendere che la missione non poteva essere solo sportiva. Il fuoriclasse argentino ci mise poco a capire che i napoletani erano per i settentrionali ciò che gli argentini erano per gli spagnoli, e si fece interprete di un’istintiva rivalsa sportiva.
Buon sangue l’hanno fatto invece alcuni striscioni divertenti passati alla storia alla storia del tifo d’autore, come lo straordinario “GIULIETTA È ‘NA ZOCCOLA” srotolato negli anni Ottanta proprio dai tifosi napoletani per rispondere al “Vesuvio facci sognare” degli ostilissimi veronesi. Evidente differenza di utilizzo dello strumento comunicativo e sublime finezza, consacrata come la più ironica delle frasi mai esposte negli stadi. Forse avrebbe sorriso anche Shakespeare, e non avrebbe avuto troppi dilemmi alla lettura della postuma integrazione con la quale i tifosi azzurri pennellarono lo spasimante della Capuleti: “ROMEO CORNUTO”… colpiti e affondati anche i Montecchi. Venti gli anni necessari per ricevere una risposta dagli scaligeri: “NAPOLETANI FIGLI DI GIULIETTA”. Tentativo di ricalcare l’ironia partenopea fallito e chiaro autogol con un’ammissione sui cattivi costumi del simbolo femminile di Verona.

Eugenio Scalfari: «Altro che Unità! Fu occupazione piemontese»

Tratto da Repubblica TV, un’osservazione di Eugenio Scalfari, fondatore dell’omonimo quotidiano, stralciata da una chiacchierata sul nuovo libro di Umberto Eco Numero Zero (Bompiani). Sollecitato da Antonio Gnoli sul perché gli italiani non siano mai cambiati e restino sempre “diversi”, Scalfari ha sottolineato che il popolo italiano detesta lo Stato sin dalla sua nascita, e per via dell’occupazione piemontese.
«Non fu Unità! Fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato.»

Le chiavi della Città a Riccardo Muti, fiero napoletano e lustro di Napoli nel mondo

Angelo Forgione Al Real Conservatorio di San Pietro a Majella, Riccardo Muti ha ricevuto le Chiavi della Città di Napoli dal sindaco De Magistris. Applausi non solo per l’esecuzione del concerto ma anche e soprattutto per il discorso al pubblico del Maestro, che ha raccontato i suoi natali napoletani e, purtroppo, un’Italia che umilia la cultura: «L’Italia è il Paese della Musica ma non insegna la Musica. Dobbiamo smetterla di parlare di Cultura se poi non la facciamo più».
La chiusura è un classico del grande Maestro: «Mia madre volle partorire me e i miei fratelli a Napoli perché se un giorno avessimo girato il mondo saremmo stati rispettati». Se oggi è ancora così e grazie a persone come Muti.

Centinaia di persone ad Avellino per “Made in Naples”

avellino_ottopaginedi Ilde Rampino per Ottopagine del 7 dicembre ’14

avellino_6Una presenza importante nel giorno in cui la ’Accademia dei Dogliosi’, presieduta dall’Avv. Fiorentino Vecchiarelli, con il contributo fondamentale del Preside Giovanni Sasso, presidente della Società Filosofica di Avellino, assegna annualmente borse di studio “Pina Cerullo”agli studenti meritevoli delle scuole superiori di Avellino e provincia, è stata quella del giornalista e scrittore napoletano Angelo Forgione, che ha presentato all’Hotel de la Ville di Avellino il suo libro Made in Naples che sta ottenendo un grande successo.

L’intervento di Angelo Forgione è stato molto interessante e ha trasmesso la sua passione e il suo impegno per ridare dignità alla nostra terra che deve risollevarsi dal baratro in cui sembra essere caduta, e con estrema disponibilità ha risposto ad alcune domande.

Cosa rappresenta per lei Napoli e il Meridione?

Una sola parola: universalità. Napoli rappresenta un pilastro culturale, a livello mondiale, con tutto ciò che ha espresso e ha trasmesso oltre i suoi confini e quelli dello Stato.

Qual è stato secondo lei, il periodo storico che più degli altri ha lasciato un’impronta sulla città di Napoli?

Sicuramente il periodo borbonico, perché è quello che dal punto di vista culturale ha dato di più in tutti i campi, anche a livello sociale, al di là delle pecche innegabili e che pur vanno riconosciute, ma è stato il periodo che ha reso Napoli una capitale europea, e abbiamo il dovere di affermarlo con forza. Nella descrizione del centro storico di Napoli patrimonio dell’Umanità UNESCO c’era scritto che con Garibaldi finiva “il regime e la tirannia borbonica”. Io mi sono battuto per ottenere una modifica e oggi c’è scritto che “si chiuse l’epoca della dinastia borbonica.

Come si è posto nei confronti dell’indifferenza con cui gli italiani trattato la città di Napoli e i meridionali?

Si tratta in realtà di una sorta di vero e proprio accanimento nei confronti della città e del Meridione, che credo sia dettata da un profondo senso di invidia per il nostro passato importante; l’identità di Napoli e del Sud Italia è forte, ed è anche temuta, perché l’Italia nel mondo è un po’ vista come una grande Napoli, nel bene e nel male. Non dimentichiamo mai che l’intolleranza verso la diversità nasce da ciò che è percepito come un pericolo.

Il suo libro è stato scritto con uno scopo revisionistico o rappresenta un atto d’amore nei confronti della sua città?

Entrambe le cose, non c’è rabbia, ma tanto amore per Napoli che deve essere raccontato per quello che è, per questa grande capitale che faceva e promuoveva cultura in tutto il Sud, è un libro denso di nozioni storiche e di riflessioni basate su fonti documentarie.

Da cosa può rinascere un senso di riscatto da parte dei napoletani e dei meridionali in genere per recuperare il senso di ciò che siamo stati nel passato?

Ci sono dei passaggi obbligati per recuperare ciò che ci è stato tolto: la memoria, la rabbia, l’orgoglio e il riscatto. Siamo al terzo stadio e per arrivare alla fine c’è bisogno di unione e condivisione per pervenire a una piena coscienza popolare.

Dopo la proiezione di un DVD sulla storia delle rivolte avvenute in Irpinia nel 1860–61, scritto e diretto dall’Avv. Antonio De Martino, il Presidente Fiorentino Vecchiarelli, ha affermato la necessità di stabilire la verità storica in un territorio che fino al 1860 era molto importante e ricco, che ha subito ingiustizie e soprusi, e ha proposto che le strade siano intitolate a personalità importanti del nostro Sud, al fine di rivendicare il nostro orgoglio meridionale. Angelo Forgione è rimasto molto colpito ed emozionato dalle vicende storiche presentate nel filmato e ha invitato tutti a chiedersi chi avesse il diritto di invadere le nostre terre e sottomettere il nostro popolo, poiché è stata portata avanti una verità storica che non è tale, riguardo al compiersi dell’Unità d’Italia: «C’è stata una carneficina – ha detto lo scrittore – ma noi non abbiamo un sacrario della memoria per i nostri morti. È necessario capire chi siamo. L’Unità d’Italia non è nata per un moto liberale spontaneo, ma è stata voluta dalle nazioni forti d’Europa».
Forgione ha ricordato l’importanza che Napoli e il Regno delle Due Sicilie avevano nell’’800, e i rapporti di amicizia tra Ferdinando II di Borbone e lo zar Nicola I – a tal proposito ha ricordato i due cavalli “di bronzo” posti davanti al Maschio Angioino, dono dello Zar, ve ne sono di simili a San Pietroburgo sulla Neva – e i problemi di carattere economico, che sorsero in occasione dell’apertura del Canale di Suez, nel 1869, perché il Regno delle Due Sicilie ne sarebbe stato favorito commercialmente.
Lo scrittore, spiegando la genesi del suo libro davanti ad un uditorio attento e interessato – all’incontro hanno partecipato 400 persone – ha messo in rilievo che il “muro della cultura” meridionale è stato sfondato e cancellato. Egli ha preso i mattoni sparpagliati e l’ha ricostruito. Ed è di tufo giallo, simbolo della zona vulcanica e del nostro essere capaci di assorbire culture diverse. «Napoli le ha sempre accettate», ma ora, secondo Forgione, sta venendo fuori la convinzione di essere colonizzati.
Sulla copertina vi è l’immagine della mela annurca, la regina delle mele, ma nessuno la compra più, perché ci sono alcuni territori inquinati – in realtà solo il tre per cento del territorio campano – riferendosi alla “Terra del Fuochi”, «ma fare certe battaglie non deve creare altri problemi: la mela annurca è diventata nera di rabbia, ma serve positività».
Il libro è fatto di mattoni: fiabe che nascono nel territorio campano come “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile; l’Opera e la Musica sacraMozart ha frequentato i conservatori di Napoli, città che apprezzava molto – e a questo punto lo scrittore spiega che in origine questi erano luoghi in cui venivano accolti i bambini poveri e si dava loro un’istruzione, ma poi, vista la grande tradizione di questa città, l’insegnamento musicale divenne preponderante e quindi il termine definì principalmente le scuole di musica. Tra i vari “mattoni” del libro Made in Naples troviamo: la Canzone, che nell’’800 fu influenzata da Donizetti; la Tolleranza e le Pari opportunità (a San Leucio, prima della Rivoluzione francese, Ferdinando IV e Maria Carolina convivevano con i coloni e le donne potevano scegliere chi sposare); la Previdenza sociale, per cui si poteva chiedere assistenza sociale anche senza dare le proprie generalità; la Protezione Civile e il Governo del territorio; l’Economia civile, il cui termine deriva da “civitas” romana che includeva anche il popolo; la Pasta di grano duro, rivoluzione alimentare della conservazione; il Presepe, che non era la rappresentazione di una grotta, bensì di Pompei, con gli archi e le rovine che si offrono al mondo, in seguito alla cui scoperta nasce il Neoclassicismo che ha influenzato persino la Casa Bianca a Washington; gli Antibiotici con la scoperta della penicillina fatta prima di Fleming dallo studioso napoletano Vincenzo Tiberio.

De Laurentiis spaccanapoli

Angelo Forgione De Laurentiis sì, De Laurentiis no. I tifosi del Napoli sono ormai spaccati in due fronti, tra chi sostiene il progetto in corso e chi invece si professa totalmente ostile al presidente. La parola più gettonata dai secondi è “pappone”, quella che si insinua nei bar e negli uffici della città, dove la frustrazione per lo scudetto che non arriva mai cresce. Ma dov’è la verità? Chi ha ragione?
A leggere le cifre dell’ultimo bilancio della SSC Napoli, chiuso al 30 giugno 2014 con un record storico di 237 milioni (151 nel 2013), potrebbe venir fuori un quadro sinistro, fatto di un club che incassa tanto e spende solo in parte. Messa così sembra che non si possa non dar ragione ai contestatori, ma non tutto è come appare. Nell’ultima chiusura rientrano la faraonica  plusvalenza della cessione di Cavani e i ricavi della scorsa Champions League, e i costi di gestione sono aumentati, con un’impennata degli ingaggi e degli ammortamenti dei calciatori in organico. È lo scotto da pagare per poter ingaggiare qualche campione e tenere una società ad alti livelli, come quelli in cui si è attestato il sodalizio partenopeo (unica squadra italiana da cinque anni nelle coppe europee).
La bilancia è quasi in equilibrio, ma con l’eliminazione dalla Champions League di agosto e il mantenimento dei calciatori di prima fascia inizia a pendere verso il passivo: si va infatti incontro a un prossimo bilancio tutt’altro che florido. Stante la ferrea volontà di De Laurentiis di non indebitarsi con le banche, il tesoretto che ha in cassa non lo sperpererà di certo gettandolo dalle finestre prossime di mercato ma lo terrà in buona parte al sicuro per mantenere l’equilibrio dei conti. Insomma, la verità è che De Laurentiis ha sì il portafoglio col lucchetto ma non “pappa” granché. Nel calcio italiano di oggi vince chi si indebita e il patron azzurro non intende mettere la società nei guai. Dunque, in assenza di forti investitori all’orizzonte, un Napoli virtuoso è grasso che cola.
Il vero problema resta lo stadio. Secondo la relazione del Coni Servizi, firmata da Michele Uva, direttore generale del Coni Servizi, nella relazione consegnata al Comune di Napoli lo scorso luglio per stimare il valore d’uso dell’impianto in funzione del rinnovo della convenzione con la SSC Napoli, il “San Paolo”, se adeguatamente sfruttato, potrebbe fruttare oltre 31 milioni. Sempre pochi rispetto ai quasi 41 dello “Juventus Stadium”, ma molti rispetto ai 21,5 messi a bilancio dal club azzurro nel 2014 (15 nel 2013) a causa delle carenze dell’impianto di casa. Non spiccoli, ma soldi che, ad esempio, avrebbero potuto trattenere Reina, cioè conservare il valore del bisognoso reparto difensivo. E intanto un nuovo stadio, il cui progetto è da depositare in Comune entro il 31 maggio prossimo, è ancora una chimera.

dibattito sul progetto Napoli di De Laurentiis tratto da Club Napoli All News (Tele Club Italia)

Rom e profughi spremuti come i meridionali. E l’Italia è prima per corruzione in UE

Angelo Forgione “Mafia de’ noantri”, “Mafia romana”, “Mafia capitale”… Chiamiamola pure come ci pare. È solo una questione di nome. Il fatto è che la nuova questione romana si annusava da decenni e non stupisce. La maestà del “cupolone“, nello specifico, è qualcosa che il capo-procura di Roma definisce «originario e originale, autoctono, con caratteri suoi propri rispetto alle altre organizzazioni mafiose cui è anche collegato». È una “Quarta Mafia” forse meno potente, sul piano militare, di quelle tradizionali perché poggia maggiormente su coperture politiche, e perciò più lacerante e invasiva, temuta e corteggiata, con grandi capacità di includere e condividere.
Scorretto però puntare il dito sulla sola Roma. Dove vi è politica vi è corruzione italiana, e se Roma, centro nevralgico del sistema nazionale, non poteva restarne immune lo stesso vale per ogni parte del Paese, zona più e zona meno. Le bande del MoSE e dell’Expo insegnano che certe organizzazioni hanno molteplici facce e diverse latitudini, ed è importante anche il loro contributo al non formidabile primato raggiunto quest’anno dal Belpaese: L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Il dato è fresco di notifica, consegnata da Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di stilare annualmente una classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index, sulla scorta delle valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 vede l’Italia al posto 69, fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea. È la stessa posizione della classifica 2013, pressoché identica anche ai risultati degli anni precedenti, a testimonianza di una poco invidiabile stabilità conseguita in argomento, e per giunta le uniche europee che la precedevano, Bulgaria e Grecia, l’hanno appaiata, migliorando la loro posizione. Sullo scenario mondiale, in una scala da zero (massima corruzione) a 100 (corruzione assente), l’Italia fa segnare 43 punti e si colloca tra le nazioni che non raggiungono la sufficienza in trasparenza.
Ci si affretta a parlare di “meridionalizzazione”, riprendendo l’ormai antica identificazione scorretta del solo Sud con la parola «corruzione». La storia recente ha detto invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti e note vicende. «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale», disse il mezzobusto che conduceva il TG1 Economia del 29 settembre per lanciare un servizio sulla corruzione italiana. In quel servizio (guarda) il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri precisava che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso».
L’impostazione conserva un certo retaggio storico della Nazione. Sembra che sia stato il Mezzogiorno a infettare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Da allora, nella capitale non è cambiato molto, ma poco è cambiato pure a nord e a sud del cupolone. Oggi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci racconta che Roma non è marcia, e che va punito chi ha rubato senza criminalizzare la città, forse allontanando l’ipotesi dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Atto che in un altra città sarebbe già scattato automaticamente, ma che per la capitale prefigura un gravissimo danno per la sua immagine all’estero, e per quella dell’Italia tutta. È la stessa dinamica dell’abolizione della chiusura degli stadi per discriminazione territoriale, sanzione cancellata per evitare ulteriori figuracce mondiali dopo lo scivolone estivo sulla buccia di banana del candidato presidente della FIGC Carlo Tavecchio, poi eletto. Alfano ridimensiona il fenomeno della corruzione romana e usa parole diverse rispetto a quelle che normalmente si adoperano per definire Napoli, Palermo, Reggio Calabria e tutte le città del Sud in cui il mondo imprenditoriale che conta non investe più per evidente massacro mediatico, vera metastasi del meridione. Da Roma in su invece sembra esserci sempre una cura per eliminare il tumore senza lasciare tracce dell’infezione. Il fatto è che, proprio come sui Rom e sui profughi che fruttano più della droga, anche sui meridionali – che non producono e comprano merci del Nord – poggiano i privilegi della ricchezza prodotta, e chi la detiene non intende perderla.

Quando gli Squallor cantarono l’Africa italiana

Angelo Forgione Era il 28 gennaio 1985 quando fu registrato il brano We are the World, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie; fu prodotto da Quincy Jones e inciso a scopo benefico da USA for Africa, un supergruppo di celebrità della musica pop, riunitesi secondo l’esempio della Band Aid di Do They Know It’s Christmas?. I circa 50 milioni di dollari raccolti con We Are the World, su idea di Harry Belafonte, furono devoluti alla popolazione dell’Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il brano uscì il 7 marzo dello stesso anno e fu un successo planetario. Vinse infatti il Grammy Award come “canzone dell’anno”, come “disco dell’anno”, e come “miglior performance di un duo o gruppo vocale pop”. Solo negli Stati Uniti ne furono vendute 7,5 milioni di copie.
In Italia, scimmiottando le ipocrisie e i luoghi comuni che il gran successone americano conteneva, fu incisa una parodia dai demenziali Squallor, intitolata Usa for Italy. Il gruppo abbandonò per un momento i suoi tipici testi “coloriti” e scrisse un brano che, diversamente dagli altri ricchi di turpiloqui, poté essere sdoganato dalle radio nazionali. Non a caso, l’album Tocca l’albicocca che conteneva Usa for Italy si rivelò il maggior successo commerciale della band.
Gli Squallor, trent’anni fa, non persero l’occasione data dal filone americano di denunciare a modo loro le povertà locali e composero una geniale denuncia delle due Italie, dove una delle due era associata metaforicamente all’Africa. Qualcuno pure non si rese conto che dietro la parola Italia si nascondeva il Mezzogiorno, nonostante il testo fosse estremamente chiaro: “Caro Michael Jackson, tu che mandi i soldi in Africa (…), ricordati di noi che stiamo a Napoli e un disco faccelo anche per noi. E poi, mandaci i danari. E se tu vuoi, mandali anche a Bari… e a tutti i meridionali for Italy. (…) E in riva al mar, dollari in contanti perché l’Africa canti for Italy.”