Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

È il Napoli “più” di sempre la grande bellezza del calcio italiano

Angelo Forgione Napoli ai preliminari di Champions League. Così impone la classifica a una squadra che ha sgretolato tutti i suoi record, e non solo i suoi. Inutile snocciolarli, valga per tutti il punteggio in classifica: 86 punti. È stato il Napoli più produttivo della storia, con una media punti di 2.26 a partita, la più alta di sempre, superiore anche a quella del Napoli scudettato 1989/90, a quota 2.11 nella conversione dei tre punti per vittoria, e a quello del 1986/87 (1.90), ma anche al primissimo Napoli di Sarri (2.15).
Al traguardo, il Napoli degli 86 punti e della grande bellezza non ha vinto il tricolore, non la Coppa Italia, e neanche ha centrato la qualificazione diretta in Champions. Ma non si può non evidenziare che la prima Juventus di Conte, nel 2012, ha fatto bingo con 84 punti, il Milan di Allegri, l’anno prima, con 82, come l’Inter del triplete di Mourinho. Ad alzare la quota scudetto, evidentemente, è stata la fame dell’ambiziosissimo Andrea Agnelli, voglioso di dimostrare ai cugini Elkann di essere manager all’altezza (e loro replicano ora con la Ferrari) e assatanato nel voler cancellare ogni concorrenza, nel voler battere il record di tricolori consecutivi, compreso quello conseguito dal nonno Edoardo. Sì, la Juventus ha messo in bacheca l’ennesimo tricolore e la Roma ha tamponato, di riffa o di raffa, la rincorsa azzurra. E tutti a chiedere a Sarri e ai suoi cosa sia mancato al Napoli. È mancato in autunno l’assetto trovato in inverno. È mancato qualche punto delittuosamente perso per strada. È mancata la forza economica della Exor e forse anche il debito che la Roma, assai spinta dagli arbitri lungo tutta la stagione, ha con Goldman Sachs. Ma il gruppo napoletano sente di non essere inferiore a nessuno, e vuole riprovarci dall’inizio, ripartendo da dove è rimasto, con gli equilibri trovati, per giocarsi lo scudetto davvero.
L’Olanda di Crujiff insegna che non è necessario essere vincenti per lasciare il segno nel football. Questo Napoli, la grande bellezza del calcio italiano, un segno lo sta lasciando. «È la squadra che gioca il miglior calcio d’Italia, tra le più spettacolari d’Europa», dicono i più titolati, da Guardiola a Capello. Ma alla banda-Sarri il bollino HQ non basta più.
Intanto cala il sipario su una stagione iniziata col grande tradimento, mitigato dall’immediato impatto di Milik. Una quadratura subito trovata e presto persa, con la necessita di trovare rimedio al traumatico infortunio del polacco in nazionale. Gabbiadini dentro, a Crotone, ma immediatamente espulso per una follia a centrocampo. Opportunità fallita, e Sarri convinto che la soluzione non poteva essere il poco sereno attaccante in cui non credeva. C’era Mertens a scalpitare, che già dalla primissima doppietta di Pescara aveva lanciato sguardi fulminanti al mister. Un po’ di rodaggio, con la squadra ad applicarsi attorno al suo tecnico, e poi il sangue si è sciolto: da Gennaio in poi, il Napoli ha iniziato a crescere, fino a diventare una vera e propria macchina da guerra. Milik, uscito da indispensabile a ottobre, è rientrato da comparsa a febbraio.
Gioco spumeggiante e meccanismi perfetti, palla nascosta a occhi chiusi, goal a raffica a rendere meno gravi quelli subiti di troppo, e Mertens, il rimedio, più goleador di Higuain in bianconero. Quasi tutti gli avversari asfaltati e Napoli campione di primavera, cioè primissimo nel girone di ritorno, coperto di complimenti e consensi. Ma non può finire qui.
Per il sodalizio azzurro si tratta pur sempre del diciassettesimo podio della sua vita sportiva, il quinto nelle ultime sette stagioni, che vale l’ottava partecipazione consecutiva alle competizioni europee, record nazionale in fieri. Si tratta di un club ben assestato nell’élite del calcio italiano ma anche in quello europeo, molto più saldamente del Napoli di Ferlaino sotto il profilo finanziario. Eppure la piazza è divisa, in una sterile diatriba oppositiva nei confronti di uno scorbutico presidente che opera in un territorio in cui è improbo fare impresa ad alti livelli, un imprenditore tronfio proprio perché consapevole di cosa voglia dire fare Calcio d’alto livello al Sud. Una parte della tifoseria pretende di più, nella convinzione che siano solo la passione e l’ampiezza di seguito a determinare le opportunità di un club e non le condizioni territoriali, che invece generano i più importanti vantaggi e limiti, a seconda di dove si operi. Un altro presidente, quello degli scudetti nati da sacrifici insostenibili, sollecita il rischio d’impresa, quello stesso rischio che egli prese non sulla sua pelle ma su quella di un club e di una tifoseria che avrebbero poi pagato i trionfi con tre lustri di anonimato e un doloroso fallimento. Provare a vincere è intento nobile per un club del Sud, ma è giusto provarci con la certezza di non uscire mai dal Calcio che conta. Il Napoli di De Laurentiis vi è entrato di prepotenza, vi resterà senza rischi, e ora si è messo pure in testa di trionfare.
Se dipendesse dalla banda-Sarri, il campionato potrebbe cominciare domenica prossima. Bisognerà invece attendere agosto per dare il via alla nuova stagione, difficile e stimolante. Altro giro, altra corsa. Ci sarà da sabotare il potere, da inceppare il meccanismo sportivo-finanziario che regola la Serie A. La torta è davvero dolcissima. Manca la ciliegina. Il meglio deve ancora venire.

Nessuno tocchi Cialdini e la Guerra al Sud

Angelo Forgione La recente revoca della cittadinanza napoletana onoraria al generale dell’esercito sardo Enrico Cialdini, conferita nel 1861 dal Decurionato di Napoli, ha prodotto la reazione di alcuni accademici, ancor più preoccupati dalla mozione del Movimento 5 Stelle che, nelle regioni del Sud, ha proposto una giornata della memoria per le vittime meridionali del Risorgimento.
A opporsi al “linciaggio” nei confronti di Cialdini è stato inizialmente Perluigi Romeo di Collaredo, dalle pagine di Storia in Rete n. 139 di maggio, accusando il consiglio comunale di Napoli  di seguire “una moda tanto ridicola quanto diffusa” che tende a sotterrare le figure dei protagonisti del Risorgimento sotto una montagna di luoghi comuni e invenzioni propagandistiche. Nel suo scritto, lo storico romano, oltre a dare una notizia infondata asserendo che “anche la Camera di Commercio ha deciso di togliere un busto del generale” (in realtà è il consiglio comunale ad aver deciso di chiedere la rimozione alla Camera di Commercio, che non pare averne intenzione), definisce l’atto finale della battaglia sferrata deliberatamente all’esercito napoletano da quello piemontese-lombardo, come “da entrambe le parti, una bella prova del valore italiano”, cioè indicando l’assedio di Gaeta, ovvero la conclusione di una  guerra voluta da italiani verso altri italiani, come dimostrazione di alto spirito italico. E assolve Cialdini non perché non abbia compiuto quel che gli si imputa, ovvero la repressione della resistenza meridionale in nome del diritto di rappresaglia, ma perché “fu duro come erano duri i generali nel suo secolo e non si comportò diversamente dai suoi contemporanei”. Romeo di Collaredo non nasconde certamente la parola “assedio”, la più corretta per descrivere la conclusione della conquista del Sud: “Oggi c’è chi si permette di accusare Cialdini di «crimini di guerra» per aver bombardato Gaeta, come se un assedio si faccia in modo diverso”. Ed è proprio l’assedio il punto nodale, perché il presupposto sta proprio nel considerare normale quello che non fu un processo democratico di Unità, che le gran parte delle masse popolari del Mezzogiorno non volevano, ma una vera e propria guerra piombata sulla testa di una legittima nazione di diritto. Aveva forse, il Regno di Sardegna, il divino diritto di invadere il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra? Certo che no, e perciò mandò avanti una spedizione irregolare, quella garibaldina, che avesse le finte spoglie di una rivoluzione popolare della quale raccogliere il testimone nel momento in cui l’opinione internazionale si fosse convinta che la volontà degli italiani fosse l’Italia Unita sotto la corona dei Savoia.
Alla reazione filo-risorgimentale si è accodato con due interventi in tre giorni su la Repubblica anche il salernitano Francesco Barbagallo, docente universitario a Napoli, dove vive. Il primo scritto contro il “neo-sudismo antiunitario”, nel quale si legge di obiettivo del Regno di Sardegna limitato all’Alta Italia. Non era quello un obiettivo dei piemontesi bensì dei protettori francesi, secondo gli accordi segreti di Plombières tra Cavour e Napoleone III, che erano subordinati alla volontà dell’Imperatore di cancellare gli austriaci dalla penisola italiana e instaurare la propria egomonia anche al Sud, magari sostituendo il Borbone con Luciano Murat, figlio di Gioacchino. Barbagallo non racconta che il piano fallì quando Napoleone III, preoccupato dalla possibile espansione del conflitto ingaggiato contro gli austriaci, concluse un armistizio con Francesco Giuseppe a Villafranca di Verona e gli lasciò il Veneto, violando gli accordi sardo-francesi e facendo venir meno in modo indiretto la necessità di preservare la legittimità e la sopravvivenza del Regno delle Due Sicilie. Nel secondo intervento, Barbagallo stigmatizza l’ignoranza su Cialdini del consiglio comunale di Napoli come e quanto Romeo di Collaredo, e se la prende col Movimento 5 Stelle per la richiesta d’istituzione di una giornata della memoria per il Sud, dove per Sud non si intende necessariamente briganti ma anche cittadini inermi, cioè bambini, donne, anziani trucidati, e pure i soldati che giurarono fedeltà per l’esercito del loro regno. Anche Barbagallo ammette che “fu una guerra feroce, da entrambe le parti”, una guerra che “fece più morti delle guerre d’indipendenza”. Possibile che si debba ancora considerare normale il presupposto di una guerra tra italiani, ai napolitani, più sanguinosa di quelle agli austriaci? Possibile che non si comprenda che il concetto di guerra, anche dopo un secolo e mezzo, non può aiutare a conseguire la necessaria unità ma semmai continua dividere per l’ostinata giustificazione a un’invasione e alle azioni di personaggi che del Sud avevano la peggiore considerazione?
Ciò detto, Romeo di Collaredo e Barbagallo hanno ragione a condannare il neo-sudismo che si accontenta della “guerra” a Cialdini, il quale era un esecutore. Che senso ha revocargli cittadinanza e cancellarlo dalle toponomastiche del Sud mentre i mandanti restano degli intoccabili nelle pagine di storia e sui piedistalli delle piazze d’Italia? Cialdini sta diventando il Moggi del Risorgimento. Certamente colpevole, ma non unico colpevole, tra tanti anche più colpevoli e impuniti.

Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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Zahi Hawass: «al MANN c’è una ricchezza strepitosa»

Zahi Hawass, l’egittologo più famoso del mondo, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, ha fatto visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Accompagnato dal direttore del MANN, Paolo Giulierini, ha ovviamente visitato anche la Sezione Egizia, la più antica d’Europa, riaperta nell’ottobre 2016, composta da collezioni private di oggetti provenienti dall’Egitto e da rinvenimenti di Pompei, Ercolano e Pozzuoli.
«Vedo la collezione egizia di Napoli per la prima volta – ha detto l’esperto – che, per prestigio, mi ricorda quella di Torino. Ho visto pezzi esclusivi, come ad esempio una testa di Alessandro Magno e i reperti di età tolemaica. In questo museo c’è una ricchezza strepitosa».

Zahi Hawass (ph: Stefano Renna)

A Napoli è nata la via delle Stelle

stella_totoNapoli, la città in cui è nato il cinema italiano, ha da oggi la sua “walk of fame”, la via delle Stelle. Si parte dal grande Totò. Una commissione stabilirà, di volta in volta, le star del cinema napoletano da fissare nei marciapiedi di via Scarlatti al Vomero, il quartiere delle primissime case di produzione e degli “studios”.
Un grande plauso va all’attore e regista napoletano Sergio Sivori, direttore artistico del “Vomero Fest”, e a Maria Rosaria Picardi per aver fortemente voluto un evento di riscoperta delle radici napoletane del cinema nazionale.

Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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30 anni fa lo Scudetto più popolare di sempre

scudiAngelo Forgione 30 anni sono tanti nel percorso di vita di un uomo, e anche di un football club. Tanti ne sono trascorsi dal giorno in cui Napoli impazzì di gioia, da quel pomeriggio marchiato a fuoco nella memoria di chi c’era e nei desideri di chi ancora non era nato. È facile, fin troppo, descrivere una città imbandierata, tinta d’azzurro in ogni angolo, ma chi non l’ha vista coi suoi occhi non può capire né quel giorno né l’atmosfera di euforia collettiva dell’assolata vigilia, di quel sabato del villaggio partenopeo che anticipò l’apotesi.
Qui non si tratta di festeggiare, sarebbe minuscolo, ma di raccontare ai più giovani, perché quello scudetto fu il primo per Napoli e uno dei pochissimi del Sud. Non poteva rappresentare lo spostamento definitivo di un asse, la rivoluzione geocalcistica. Fu un’eccezione, di quelle che confermavano la regola non scritta, alla quale non sfugge neanche il Napoli dei record di oggi.
Qualcuno, dalle stanze dei bottoni della politica, aveva spinto un marziano riccioluto da Barcellona a Napoli, ad allietare una città piegata dal terremoto, dalla cassa integrazione nelle acciaierie di Bagnoli, dalla disoccupazione dilagante e dall’inarginata espansione camorristica degli anni Ottanta. Altrove si respirava la spensieratezza, il lavoro nelle fabbriche del “triangolo”, la “Milano da bere” dei paninari cantanti persino dal synth-pop britannico dei Pet Shop Boys. Ma il Genio del calcio era all’ombra del Vesuvio, ignaro del perché fosse finito nella periferia del calcio europeo; e rese Napoli capitale del football in Italia e in Europa.
Dietro quello scudetto si celavano molteplici significati, ma preferisco indugiare sulle parole con cui l’equanime Sandro Ciotti, romano, descrisse quel trionfo:
«Questo è lo Scudetto della parte romantica di ognuno di noi, nella quale Napoli ha un ruolo, come evocazione di spirito, di umanità di filosofia, di tenacia. Questa disponibilità all’arte, questa disponibilità ad apprezzare tutto quello che è bello e spiritoso è indubbiamente caratteristico della città di Napoli, e perciò è lo Scudetto veramente più popolare che sia mai stato conquistato».
Ecco, appunto, lo scudetto della squadra del cuore di un popolo, quello più identitario d’Italia, il napoletano, capace però di travolgere tutti. E infatti fu l’unico della storia al quale la Rai dedicò una festa-spettacolo, in prima serata e sulla rete ammiraglia. Lo condusse il torinese e torinista Gianni Minà, e non gli riuscì difficile, benché velocemente improvvisato. Basto metterci dentro la napoletanità per riempirlo di suoni, colori ed emozioni. No, non fu una festa come le altre.

10maggio1987

Totò, guitto e massone “minore”, artista snobbato e ora festeggiato dalla sua Napoli

statua_totoAngelo Forgione Ha preso il via il “Maggio dei Monumenti” di Napoli, edizione 2017 dedicata a Totò, scomparso 50 anni fa. Tanti gli eventi in calendario per celebrare la maschera popolare,  napoletana e universale, del principe Antonio de Curtis. Tra gli appuntamenti più significativi, quello in programma per il 13 maggio, nell’ambito del “Vomero fest”, che nasce per ricordare la memoria storica delle prime di produzione cinematografica d’Italia (tra cui la Titanus), sorte nel primo Novecento proprio al Vomero. In quella data sarà inaugurata una “walk of fame” napoletana, tra via Luca Giordano e via Scarlatti, con l’apposizione della prima “stella” in pietra lavica e bronzo, a sei punte e ispirata alla forma del Castel Sant’Elmo, dedicata proprio a Totò.
Enorme, debordante l’entusiasmo attorno la figura del “principe della risata”. Eppure si tratta di un personaggio particolarmente snobbato dall’intellighenzia napoletana e dalle passate amministrazioni della Città. Ne danno prova il mai inaugurato museo alla Sanità e la statua in bronzo a lui dedicata, oggi al Rione Alto, in una piazzetta tra via Sigmund Freud e via Onofrio Fragnito, che è diventata per tutti “piazzetta Totò” senza che fosse mai stato ufficializzato il toponimo dal Comune di Napoli. Il monumento, opera dello scultore porticese Vincenzo Borriello, fu realizzato nel 1979 grazie a una colletta e un’asta d’opere d’arte organizzate dal pioniere delle tivù private, l’ingegner Pietrangelo Gregorio, attraverso i teleschermi di Canale 21. Una volta fusa, la statua fu boicottata da certi ambienti intellettuali e finì per essere conservata nei depositi comunali per circa vent’anni. Solo nel 1999, in occasione del centenario della nascita di Totò, la circoscrizione Arenella propose di riesumarla per collocarla in una piazza centrale del quartiere. Dopo le immancabili nuove proteste, il Comune decise di installarla nell’area pedonale del Rione Alto, cioè di mandarla in una zona periferica dove non avrebbe dato fastidio a nessuno. Il 17 aprile di quell’anno si tenne l’inaugurazione alla presenza di Liliana de Curtis, figlia dell’artista, che da allora, in posa da guitto, fa sorridere i passanti della zona.
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Così disse Totò, che forse immaginava di essere apprezzato più velocemente post mortem. E invece non dev’essere stata sufficientemente sostenuta la sua figura, quantunque la sua appartenenza alla Massoneria possa far pensare il contrario. Antonio de Curtis fu infatti iniziato nel 1945, aderendo prima a una loggia napoletana Fulgor di Monte di Dio  e poi confluendo nella Fulgor Artis di Roma, fondata nell’Ottocento da Gustavo Modena, padre del teatro moderno italiano, insieme a molti importanti attori dell’epoca (Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Aldo Silvani, Checco Durante, Carlo Dapporto). Il nobile della Sanità lavorava a Roma e ogni volta che scendeva a Napoli vedeva le distruzioni della guerra. Lo faceva nottetempo per donare bigliettoni da diecimila lire alle famiglie meno abbienti della Sanità. decurtis_massoneSpinto dalla voglia di fare beneficenza, abbracciò la Fratellanza, convinto che mirasse a finalità evolutive. Lui stesso, in seguito, fondò la Loggia artistica Ars et Labor, e ne fu Maestro Venerabile fino alla morte, quando ricopriva il 30° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato. L’adesione massonica dell’attore era riconducibile alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, una loggia nazionale conciliante col Vaticano, volta alla libera ricerca personale e religiosa, e meno incline all’eccessiva politicizzazione dell’attività massonica esercitata dall’anticlericale Grande Oriente d’Italia, dalla quale venne fuori per scissione tra il 1908 e il 1910. Pare però che la frequentazione latomica di Totò si spense quando questi comprese che la Massoneria non appagava i suoi ideali di benefattore. Solo nel 2012, attraverso la figlia Liliana, gli è stato consegnato il Brevetto di 33° Grado, l’ultimo e il più importante della scala iniziatica dello scozzesismo, al quale ambiva all’inizio del suo percorso iniziatico. In quell’occasione fu recitata ‘A Livella, la poesia scritta negli anni cinquanta che meglio di tutte incarna i valori massonici nei quali il Principe de Curtis credeva fortemente: “la morte – scrisse Totò – ci rende tutti uguali, poveri e ricchi, nobili e gente comune; il valore più importante resta la fratellanza”.
Massone deluso o meno, Totò fu in ogni caso impegnato in attività di beneficenza e pure di aiuto a persone dello spettacolo cadute in disgrazia. Prima snobbato e ora insignito di Laurea honoris causa. Personaggio simbolo della Napoli del Novecento, a furor di popolo, e non d’altri.

Maglia azzurra del Napoli, tanta voglia di lei.

Angelo Forgione Era il 28 novembre quando il Napoli, contro il Sassuolo al San Paolo, indossava per l’ultima volta in campionato la tradizionale maglia azzurra. Cinque mesi esatti sono trascorsi, diciannove partite, un intero girone: 17 partite in maglia bianca sbarrata (12 vittorie, 4 pareggi e 1 sconfitta) e 2 match in maglia nera (2 vittorie).
A oggi, le percentuali approssimative di vendita, fornite dai responsabili Kappa per la Campania, sono le seguenti: 40% la nera, 30% l’azzurra e 30% la bianca. Non tutte “Kombat Skin”, a causa dell’aderenza inadatta a chi non è perfettamente in forma, cosa che ha generato una buona vendita delle maglie “replica”, e qui la percentuale maggiore è dell’azzurra.
Sino alla svolta di fine novembre, la classica “home” era stata sempre indossata, sia in Campionato che in Champions League, tranne che all’esordio di Pescara in “total black”. Eppure, a quella data, il picco di vendite era proprio per la maglia nera, ben superiore a quella azzurra. Dopo l’avvio dell’era in maglia sbarrata, a ridosso del periodo natalizio, l’azzurra e la bianca hanno pressocché iniziato a livellare le percentuali di vendita rispetto alla nera.
Un ragionamento va fatto per capire se la scelta di adottare costantemente la divisa bianca sia dettata da marketing o da semplice scaramanzia. Non risulta che la fornitura ai punti vendita della seconda maglia sbarrata sia massiccia, tutt’altro, e ciò fa intendere che l’uso continuo da parte della squadra, accompagnato da ottimi risultati sportivi, non sia stato dettato da strategie di marketing ma da motivi scaramantici.
Nel frattempo, la maglia azzurra è stata indossata solo due volte in altre competizioni. l’ultima occasione in Champions League, il 7 marzo, contro il Real Madrid, e in Coppa Italia contro la Juventus a Torino, il 28 febbraio.
Riusciremo a rivederla prima che il sole d’agosto ci regali l’azzurrità del cielo e del mare?