“SPARANAPOLI”, la copertina “gomorristica” de l’Espresso

Angelo Forgione – Una nuova copertina, quella dell’ultimo numero de l’Espresso, che fa discutere. “Sparanapoli: «In città ora comandiamo noi»”. Sul tetto di un palazzo del centro storico di Napoli, tre ragazzini incappucciati, pistola in pugno e Duomo alle spalle. All’interno, un reportage sulla “paranza dei bambini” che racconta, attraverso le confessioni di uno dei presunti protagonisti, l’emersione di un nuovo fenomeno protomafioso.
La foto di copertina è tutto fuorché un lavoro da fotoreporter, presentando tutti i crismi di un lavoro da fotografo pubblicitario, con soggetti in posa proprio come nelle locandine dei film e dei serial televisivi. È proprio l’onda lunga della spettacolarizzazione del fenomeno malavitoso, in quel filone “gomorristico” che continua a rappresentare un’increbile macchina da soldi, ad alterare la realtà, confondendo spettatori e lettori. Ne paga le conseguenze, ancora una volta, l’immagine della città, in faticosa rincorsa turistica, dipinta come luogo infernale dove giovani incappucciati sono pronti a seminare terrore. Certo, il problema è reale, e andrebbe analizzato in altri termini, magari puntando il dito sui poteri centrali che fanno del Sud un serbatoio di voti e un mercato della ricchezza prodotta dal Paese, che è in grossa parte a Nord, così come il potere mediatico. Napoli ha bisogno di voce, ma in un territorio povero si può solo scrivere libri luminosi e cercare di sfruttare al meglio internet, che è l’unico canale democratico, così da provare a convincere qualcuno che Napoli non è l’inferno degli incappucciati con pistola in pugno. Di questo ed altro ne abbiamo parlato alla trasmissione #Parliamone, in onda sull’emittente campana TeleClubItalia.

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‘Dov’è la Vittoria’ ad Underground

Tratto dalla trasmissione Underground in onda sull’emittente campana Italia Mia, il racconto della presentazione di Dov’è la Vittoria al Salotto Culturale dello scultore Domenico Sepe ad Afragola (NA).

L’onestà di Felicori e la gaffe di Cecchi Paone su Caserta

Angelo Forgione – Sulla scia della cena di Marcianise, il direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori sta vivendo un momento di gran notorietà. Accolto come una star nella puntata del 9 marzo de La Vita in Diretta (Rai Uno), con stupore leggibile nella sua espressione quando da Marco Liorni lo ha annunciato come «l’uomo di cui si parla di più in Italia negli ultimi giorni». Inutile rilevare come anche il conduttore abbia ricalcato pedissequamente l’accusa mai rivolta al dirigente museale più noto del Paese «di lavorare troppo», con enfasi prima funzionale alla politica e ora allo spettacolo. E poi la domanda delle domande: «Non ho capito come ha fatto a far aumentare gli ingressi alla Reggia. Che è cambiato?». Il fatto è che non è stato Felicori a far crescere gli ingressi alla Reggia, dove poco è cambiato, a parte restauri di facciate in corso avviati tempo fa, e il Direttore lo sa bene, come bene sa che l’incremento dei visitatori è un fenomeno rilevato ben prima del suo insediamento, ed è un trend al quale lui stesso non riesce a trovare una propria influenza diretta: «Onestamente, in cinque mesi, io ho potuto fare ben poco a livello strutturale. Noi lavoriamo molto sulla comunicazione, io sono attivissimo in Facebook e la nostra pagina ufficiale ha 116mila persone che ci leggono tutti i giorni. E poi, con la riforma Franceschini, si parla molto di beni culturali in tivù. Ma questi dati vanno consolidati e pure incrementati, perché la Reggia fa solo mezzo milione di visitatori quando Versailles ne fa sette». Onesto Felicori, conscio che il trend positivo dei musei, da quando sono state istituite le prime domeniche del mese gratuite, non riguarda solo Caserta ma è complessivo, a giudicare dai dati del MiBact. Su Caserta, poi, come su tutta la Campania, seconda regione nazionale per bigliettazione museale, confluiscono anche le tantissime persone che negli ultimi anni stanno riscoprendo una parte della propria luminosa storia per troppo tempo nascosta e vilipesa, e lo stanno facendo attraverso la fioritura di saggistica e scritti in cui la Reggia di Caserta viene descritta per il suo valore universale e per gli incredibili significati che contiene, fino a qualche tempo fa nascosti, ma anche attraverso l’attività sui social network di scrittori meridionalisti e movimenti identitari. È principalmente questo il motore da cui si è accesa la voglia di scoprire la Reggia vanvitelliana e tutte le meraviglie della Regione, pure assecondata dalle politiche del Ministero ai Beni Culturali, sicuramente più impegnato nella sensibilizzazione rispetto al passato; un dicastero retto da Dario Franceschini, che ha ereditato il gran lavoro di Massimo Bray, apprezzato predecessore che ha dato una forte scossa alla comunità con l’acquisizione della Reggia di Carditello, finalizzando la sensibilizzazione di quegli scrittori e di quei movimenti, e rendendo merito ai Borbone di Napoli e onore alla memoria di Tommaso Cestrone. Mettiamoci infine la visita alla Reggia di Renzi a gennaio, coperta mediaticamente in modo capillare, ed ecco che anche i primi mesi del 2016 hanno fornito un’impennata di afflusso pari al 70% in più rispetto ai primi mesi del 2015. È spiegato così l’incremento dei visitatori degli ultimi anni nella meraviglia plasmata da Luigi Vanvitelli, e Felicori è perfettamente cosciente che non può avere troppi meriti con pochi mesi di direzione, a prescindere dalla sua permanenza nella struttura fino a tarda ora, magari interagendo su Facebook, e che il suo lavoro dovrà servire per risolvere i problemi di cui la Reggia continua a soffrire.
A proposito di Vanvitelli, dopo aver ascoltato le nozioni di Alessandro Cecchi Paone, presente in studio durante il collegamento con Caserta, sarebbe il caso che il prossimo visitatore della Reggia sia proprio Cecchi Paone. «Lei ha fatto bene a ricordare Versailles. Molti si dimenticano che la Reggia di Caserta è identica a quella di Parigi, con lo stesso tipo di struttura e con lo stesso architetto». Informazioni sballate distribuite al popolo italiano. Versailles è antecedente a Caserta, ed è in stile barocco francese del Seicento, realizzata da vari architetti (Hardouin Mansart, Louis Le Vau, Ange-Jacques Gabriel e André Le Nôtre). Caserta fu un immenso cantiere di squadra guidato da Luigi Vanvitelli, architetto del Settecento, esponente prima del Barocco italiano e poi capostipite del Neoclassicismo napoletano, sperimentato proprio nella Reggia, che è un ibrido dei due stili, mentre studiava l’archiettura classica degli scavi vesuviani appena scoperti dai Borbone. Versailles era esclusivamente una sfarzosa comodità della corte borbonica di Parigi, mentre Caserta fu pensata anche come cittadella amministrativa polifunzionale, con sole 150 stanze delle 1200 occupate dalla Corte di Napoli, e le restanti destinate alle truppe e agli uffici amministrativi.

La bandiera delle Due Sicilie torna in una sede istituzionale

pimonteIl Comune di Pimonte (NA), paese di poco più di 6mila anime ai piedi del monte Faito, dal pomeriggio dell’8 marzo, accanto al tricolore e al cerchio stellato dell’Unione Europea sul balcone della sede municipale, espone la bandiera del Regno delle Due Sicilie, per delibera di giunta dello scorso novembre, in occasione dell’avvio delle Celebrazioni del 3° Centenario della nascita di Carlo di Borbone.
Per la prima volta, dal 1861, l’antico vessillo dei popoli del Sud torna a sventolare su una sede istituzionale. Storico.
(foto: Andrea Palumbo)

L’illuminismo napoletano alla base delle pari opportunità

Angelo Forgione 8 marzo, giorno di celebrazione internazionale della Donna, per ricordarne le conquiste economiche, politiche e sociali.
Erroneamente, in molti sono convinti che questa ricorrenza sia nata in memoria di alcune operaie morte nel rogo del 1908 della ‘Cotton’, una fabbrica di New York, poiché fu istituita un anno più tardi, nel 1909, sempre negli Usa, per interessamento del Partito Socialista d’America, che, il 28 febbraio di quell’anno, diede vita a una manifestazione per il diritto di voto delle donne, tra l’altro impegnate in quel periodo a scioperare nelle fabbriche di New York per ottenere aumenti di salario e miglioramento delle condizioni di lavoro. Da qui, nel 1910, l’VIII Congresso dell’Internazionale socialista istituì una giornata dedicata alle donne.
Il  25 marzo del 1911 accadde un altro evento significativo: nella fabbrica ‘Triangle Shirtwaist Company’ di New York si sviluppò un incendio che non lasciò scampo a 146 lavoratori, di cui 129 donne (quasi tutte camiciaie immigrate italiane ed ebree dell’Europa dell’Est).
L’8 marzo si fece storia nel 1917, quando un gruppo di donne di San Pietroburgo guidarono una grande manifestazione che chiedeva la fine dei conflitti della Grande Guerra, dando inizio alla rivoluzione che decretò la fine dello zarismo dei Romanov. Le delegate della Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste a Mosca scelsero l’8 marzo come data in cui istituire la Giornata Internazionale dell’Operaia. In Italia si iniziò a festeggiare la Giornata della Donna nel 1922.
Alla luce di tutto questo, è bene ricordare che le prime conquiste sociali della donna avvennero nel Regno di Napoli, con la sottrazione alla Chiesa della gestione delle politiche sociali e familiari. La pietra miliare è rappresentata dallo Statuto Leuciano del 1789, il primo esperimento di struttura sociale meritocratica e scevra da ogni intolleranza, disuguaglianza economica e discriminazione dei sessi, alla base della genesi e della crescita della sociologia industriale.
Quanto fu attuato per dieci anni, prima dell’interruzione causata dagli eventi rivoluzionari di matrice francese, è sintetizzato nel seguito, tratto dal saggio Made in Naples (Magenes, 2013), al capitolo “La tolleranza e le pari opportunità”.

A San Leucio, non distante dalla nascente reggia vanvitelliana, Ferdinando IV, con la sapiente regia di Maria Carolina, avviò a realizzazione la città della comunità ideale, primo e unico esperimento concreto nella storia delle monarchie di convivenza dei sovrani con i sudditi, regolata da uno speciale statuto di leggi che bandiva l’assolutismo monarchico, affermava diritti, doveri, principi di parità e meritocrazia, e poneva grande attenzione al ruolo della donna, cui, per la prima volta nella cultura occidentale, fu riconosciuta l’uguaglianza con l’uomo. In seguito alla morte del suo primogenito, il Re trasformò quello che era un casino di caccia in un borgo per “l’utile dello Stato e delle famiglie”, dove furono realizzate le manifatture della seta per il lavoro quotidiano e tutto quanto necessario all’istruzione scolastica e professionale dei coloni. […]
Uomini e donne godevano di una totale parità, anche di paga, in un sistema sociale rivoluzionario che ruotava attorno a tre cardini: educazione, buona fede e merito. […]
In un’epoca in cui i matrimoni erano forzati per casta e rango, lo Statuto di San Leucio rivoluzionò anche le scelte sentimentali, prevedendo che i giovani potessero sposarsi per libera scelta, senza consenso dei genitori e per volontà delle donne, cui spettava l’ultima parola. Le spose non erano tenute a portare la dote, cui provvedeva lo Stato impegnandosi ad assegnare, oltre la casa arredata, quanto necessario per l’avvio di una nuova famiglia. Un nuovo modo di intendere i rapporti sociali tra i due sessi, disciplinati da moderne norme morali per una “società coniugale di cui capo è l’uomo” ma in cui “ogni marito non doveva tiranneggiare mai la sua moglie né esserle ingiusto”. […]
Un’eguaglianza sociale rivendicata e applicata, seppur per “soli” dieci anni, soprattutto per affermare quelle che oggi si definiscono pari opportunità tra donne e uomini. La società moderna riconosce formalmente e festeggia l’emancipazione femminile costruita sul diritto paritario delle donne, un riscatto partorito più di due secoli fa dalla visione di una sovrana emancipata e protofemminista, quella Maria Carolina che conosceva quattro lingue e che è stata descritta come una donna inumana e spietata, ma che in realtà, prima di essere divorata dalla paura e dalla sete di vendetta, fu ispirata per circa vent’anni di governo da una visione della società incredibilmente moderna. […]
Era il 1789 quando, a Napoli, fu pubblicato il testo Origine della popolazione di San Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa, che, con la sua visione di parità dei sessi, raggiunse gli entusiasti intellettuali europei. Solo due anni più tardi, nel 1791, la drammaturga Olympe de Gouges avrebbe pubblicato a Parigi la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi considerato il primo testo giuridico femminista. Rivolgendosi a Maria Antonietta, rivendicò senza successo l’estensione alle donne dei diritti naturali assicurati all’uomo. Nel 1792, l’americana Mary Wollstonecraft pubblicò a Londra il libro Rivendicazione dei diritti della donna, il primissimo testo filosofico del femminismo liberale. Solo nel 1832 giunse la prima opera della filosofa inglese Harriet Hardy Taylor, esponente dell’emancipazionismo suffragista per la parità giuridica dei sessi. Parità che a San Leucio, per ben dieci anni interrotti dalla Rivoluzione francese, era già stata una realtà. E scusate se è poco, Signore e Signori.

La Galleria Umberto I e i colori dell’ignoranza

Angelo Forgione – Se non fossimo tristemente abituati alla sciatteria napoletana non ci crederemmo. Eppure la Galleria Umberto I è diventata multicolor dopo la messa in sicurezza seguita alla morte del povero quattordicenne Salvatore Giordano del luglio 2014. Quell’incidente non fu casualità ma conseguenza di pura negligenza, dopo anni di accorati appelli (molti di chi scrive; ndr) per mettere in sicurezza un plesso monumentale che da più di dieci anni mostrava continui cedimenti. Anche in quell’occasione, rimbalzo di responsabilità tradotto in filone giudiziario tutt’ora aperto, con 7 persone, tra amministratori di condominio, dirigenti e impiegati pubblici, rinviate a giudizio per imperizia, imprudenza, inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline dopo le reiterate denunce. All’indomani di quella tragedia si alzarono le impalcature sulla Galleria (e un po’ su tutti i monumenti cittadini). Ora, dopo circa 20 mesi, dai catafalchi si stanno lentamente levando i veli sui lavori sin qui effettuati. La storia, sia pur meno tragicamente, si ripete. Ed ecco ancora negligenza e inosservanza di sorveglianza e di regolamenti. Tra facciate ritinteggiate diversamente ed altre rimaste come prima, cioè annerite, la Galleria è diventata il trionfo dell’eclettismo cromatico. Solo che il risultato non è affatto gradevole. Di sfregio vero e proprio si tratta.
Il fatto noto è che le facciate sono condominiali e non comunali, e i lavori, eseguiti da imprese diverse a spese dei condomini, evidentemente, sono andati avanti nella totale mancanza di coordinamento, in barba ai regolamenti che impongono omogeneità per gli interventi su edifici monumentali. La Sovrintendenza aveva dettato le linee guida: il colore di riferimento doveva essere quello del civico 208, ovvero quello della facciata destra su via Toledo. Ordine impartito ma controllo assente.
E la mente corre all’omologo edificio milanese, bello non quanto il parente napoletano. È evidente quanto fregi e decori degli edifici della Galleria Umberto I siano più ricchi e curati dell’antecedente Galleria Vittorio Emanuele II. Ma la perizia che gli architetti Emmanuele Rocco, Antonio Curri ed Ernesto di Mauro impiegarono tra il 1887 e il 1890 è eclissata e umiliata da tanta, troppa incuranza, al contrario di quello che a Milano è un vero e proprio salotto, pure trattato da tale dai cittadini. Basta evidenziarne l’illuminazione notturna e l’omogeneità delle insegne commerciali (tutte su fondo nero con marchi in oro), cui gli architetti di Napoli pure avevano provveduto, attribuendo ai locali degli spazi appositi ma di fatto ignorati, perché ognuno può fare, e fa (Barbaro a parte), di testa propria. E ora pure le facciate multicolor. Ennesima manifestazione di ignoranza e di totale mancanza di sensibilità circa il decoro e la bellezza monumentale della città. Scempio intollerabile!

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Storia della fontana della Tazza di Porfido di Napoli

Angelo Forgione – Quando Ferdinando di Borbone, nel 1778, fece approntare la Villa Reale di Napoli, chiese all’architetto neoclassico Carlo Vanvitelli di realizzare “una passeggiata da Re”. Il figlio del più celebre e defunto Luigi realizzò un luogo raffinato e improntato ai principi di simmetria e prospettiva tipica dei giardini francesi, prevedendo fontane ed opere d’arte classiche. Tra queste, al centro del viale, una grande fontana circolare raffigurante Partenope e il Sebeto, con amorini versanti acqua. La realizzò nel 1781 il celebre Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo Velato, inizialmente in stucco, con l’impegno di tradurlo in marmo. Rimase così, primitiva, per sette anni, e non fu mai definita perché nel 1788 fu sostituita dal Toro Farnese, uno dei pezzi della parte romana della Collezione Farnese, sottratta ai vincoli romani dal Re, legittimo erede della serie di opere d’arte della famiglia paterna. Il Toro fu circondato da una gran vasca di fontana, simile a quella che l’attorniava nelle Terme di Caracalla, ornata da raffigurazioni simboliche delle stagioni, per essere poggiato su un finto scoglio in pietra lavica affiorante dalle acque (vedi dipinto di Saverio Della Gatta – Museo di San Martino). Quando, nel 1826, la preziosa scultura fu definitivamente sistemata nel Real Museo Borbonico (attuale Museo Archeologico Nazionale), fu sostituita con un nuovo gruppo scultoreo assemblato, firmato dall’architetto ticinese Pietro Bianchi, impegnato a realizzare il nuovo emiciclo della Basilica di San Francesco di Paola di fronte al Real Palazzo. fontana_villa_2Dal centro del quadriportico normanno della cattedrale di San Matteo di Salerno Ferdinando fece rimuovere una grande vasca di granito egizio, proveniente dal Tempio di Nettuno a Paestum e risalente alla metà del V secolo a.C., che i salernitani chiamavano affettuosamente “il provolone”, facendola sostituire con un’altra vasca più piccola, sempre in granito, che in origine era il fonte battesimale dello stesso plesso religioso. La grande vasca rimossa, del diametro di circa sei metri, era stata collocata nel Duomo salernitano nel 1085, e per i cittadini locali si trattò di una dolorosa perdita. Fu portata a Napoli per essere poggiata su quattro leoni neoclassici del Bianchi (evidentemente simili ai leoni realizzati per il colonnato di San Francesco di Paola), dalle cui bocche far sgorgare acqua. Fu chiamata Fontana della Tazza di Porfido.
tom_jerry_villacomunaleLa fontana, “visitata” da Tom & Jerry appena giunti a Napoli, è ancora oggi motivo di risentimento da parte di Salerno, che richiede la restituzione della vasca di granito contro i pareri negativi dall’amministrazione municipale napoletana e dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

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La volgare (e debole) difesa di Michele Emiliano: «Bari non è Napoli»

Angelo Forgione –  Nel finale di puntata del 23/02/16 di L’aria che tira (La7) Myrta Merlino ha trattato il tema dell’emergenza sicurezza nelle periferie di Bari, città purtroppo interessata dall’erosione sociale della malavita organizzata come le maggiori del Sud. Ospite in studio il Governatore della Puglia Michele Emiliano, che, dopo un reportage filmato sulla delinquenza nel quartiere San Pio, si oppone affermando che «il servizio è completamente sconnesso dalla verità, perché gli autori del triplice omicidio di cui si è parlato sono stati immediatamente catturati». Per rinforzare la difesa, l’ex sindaco di Bari ha poi usato un termine di paragone, il più classico, il più volgare: «Noi ci siamo eccome. C’è la Regione, c’è il Comune, c’è la Questura, ci sono i magistrati. Cioè… la Puglia (Bari) non è Napoli, e rappresentare Bari in quella maniera è un errore catastrofico. In quel quartiere nessuno si può permettere di commettere reati senza finire in galera regolarmente, perché è noto che gli uffici giudiziari della città di Bari e della Puglia reagiscono puntualmente».

Punto 1: Il sistema giudiziario di Napoli non è diverso da quello di Bari, ed Emiliano non può insinuare che gli uffici giudiziari di Napoli e della Campania reagiscono diversamente e meno prontamente nei confronti di chi commette reati. Che poi lo Stato al Sud sia sostanzialmente assente è certo, ma Bari e Napoli sono entrambe meridionali. Irrispettoso!
Punto 2: Il tasso di omicidi di Napoli e Bari (per 100.000 abitanti) è pressoché identico. Il Rapporto ISTAT 2015 (riferito ai dati 2013) dice che, circa gli omicidi volontari (tentati e consumati) nei grandi comuni, Napoli e Bari hanno gli stessi valori, e che nel quinquennio 2009-2013 Napoli ha visto migliorare la sua situazione mentre per Bari gli omicidi sono in aumento. Disinformato!
Punto 2: Rappresentare Bari (e Napoli) in maniera distorta, diffondendo la sensazione che tutta la città sia interessata da fenomeni di criminalità è sicuramente un errore, ma è davvero catastrofico, non per Bari ma per Napoli, tentare di migliorare la percezione della città pugliese attraverso la denigrazione di quella campana. Scorretto!
Punto 3: Emiliano, evidentemente, ha idea di quale catastrofe rappresenti per Napoli il perpetuo uso del suo nome in termini negativi, giorno dopo giorno, nelle emittenti nazionali, e perciò non vuole che questo accada per la sua città. Però poi violenta Napoli. Ipocrita!
Punto 4: Il fatto che vengano catturati degli assassini vuol dire che quegli assassini esistono, e quindi esiste un’emergenza sicurezza. La cattura segue il reato, non lo cancella. Sballato!

Dispiace davvero vedere un politico d’impronta meridionalista, che legge libri meridionalisti, governatore di una regione del Sud, ex sindaco di un’importante città meridionale qual è Bari, fare la guerra dei poveri e infangare inopportunamente un’altra città del Sud, peraltro la più rappresentativa, quella di cui conosce bene la storia e i motivi del declino. Proprio colui che, più degli altri, ha sollecitato in passato una sinergia tra le amministrazioni meridionali da opporre alle politiche filosettentrionali.

Philippe Daverio inciampa sui musei napoletani

Angelo Forgione


Il giro del mondo in 30 musei” è la nuova collana editoriale di RCS Corriere della Sera che illustra alcuni importanti musei del mondo, presentati dal preparatissimo Philippe Daverio. Guardando il piano dell’opera, però, si scopre che esclude completamente i grandi musei napoletani. Per l’Italia: Uffizi (Firenze), Gallerie di Palazzo Pitti (Firenze), Galleria dell’Accademia (Firenze), Musei vaticani (Roma), Galleria Borghese (Roma), Brera (Milano), Gallerie dell’Accademia (Venezia). Niente Museo Archeologico Nazionale, il primissimo dell’Europa continentale (anno 1777), e niente Museo di Capodimonte, che Daverio sa benissimo essere l’uno «il più bell’archeologico del mondo» – sua affermazione in una puntata del suo programma televisivo Passepartout – e l’altro una delle più importanti pinacoteche al mondo. E sa benissimo che tra l’Archeologico e Capodimonte è distribuita pure la preziosa Collezione Farnesiana, vanto d’Italia.
Levata di scudi anche da parte di Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli, dalle pagine del quotidiano Il Roma: “Per loro [editori settentrionali] siamo Nord-Africa”, ha tuonato il prestigioso storico dell’arte napoletano, premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti e stimatissimo, a buona ragione, dallo stesso Daverio, per cui è stato uno dei tre più competenti sovrintendenti italiani degli ultimi decenni.
È evidente che la scelta di cancellare i grandi musei napoletani non sia del curatore ma frutto di una precisa scelta del gruppo editoriale di non scendere oltre Roma, che equivale a dire non volervi far scendere i turisti. La colpa di Daverio, semmai, è quella di aver tradito in modo evidente la sua profonda conoscenza del mondo artistico per motivi commerciali, e di porsi purtroppo in evidente posizione incoerente, proprio lui che ha sempre saputo evidenziare al meglio il valore culturale di Napoli e del Sud; proprio lui che ha recentemente dichiarato che “la rivoluzione culturale per cambiare l’Italia deve partire dal Sud”; proprio lui che denunciato la retorica risorgimentale quale motivo della morte culturale del Paese. In ballo c’è la credibilità di un uomo di grande cultura, e non è poco.