L’Italia unita si può ancora fare?

Si è tenuto negli studi dell’emittente campana Italiamia un dibattito a più voci sul meridionalismo e sulle condizioni del Sud a 155 anni dall’Unità d’Italia. La parte finale del talk-show ha riguardato l’analisi sulle condizioni attuali della nazione unita. L’Italia esiste o è solo un pezzo di Europa così nominato?

Higuain tra poteri forti e forti motivazioni

higuain

Angelo Forgione Gran polverone si è alzato per una notizia di calciomercato data da Paolo Bargiggia di Mediaset. “Higuain ha rifiutato il rinnovo di contratto proposto da De Laurentiis, il quale cerca il sostituto”. Ne è seguito un comunicato stampa ufficiale in cui il club azzurro ha parlato di “poteri forti” pronti a destabilizzare l’ambiente napoletano, chiudendo i rapporti con il network televisivo milanese a prescindere dagli accordi contrattuali con la Lega Calcio. Aurelio De Laurentiis sembra esserla davvero presa. Cerchiamo di capire il perché.
Qualche anno fa, Gonzalo militava con successo nel Real Madrid, uno dei club più ambiti al mondo. Era arrivato in Spagna diciannovenne, nel 2006, tra lo scetticismo generale, e dovette sgomitare, nel tempo, con Raul, Van Nistelrooy, Cristiano Ronaldo e Benzema. Finì sempre per essere titolare. Tutti i suoi allenatori, da Capello a Mourinho, passando per Pellegrini, l’avevano considerato fondamentale per il Real e gli elogi da parte della stampa e dei tifosi del Real non mancavano affatto. Ma il presidente Florentino Perez prediligeva Benzema, che in Higuain trovava forte concorrenza. L’intera carriera (ottima) di Higuain al Real si era svolta tra pregiudizi montati dal presidente, smontati uno ad uno coi goal, costruendoseli spesso da solo, senza l’aiuto di nessun “galacticos”. 190 partite e 107 goal con in blancos, sgomitando, appunto, senza che nessuno gli avesse regalato nulla. Lui, con spirito competitivo, si era guadagnato la stima della piazza ma non il favore del presidente, e a un certo punto non ce la fece più. Andò da Perez e gli comunicò che avrebbe cambiato aria. Il patron sorrise con soddisfazione, gongolando al pensiero di cederlo per soldi e di assicurare la titolarità al protetto Benzema. Higuain sorrise più di Perez. Sull’argentino si fiondarono Arsenal e Juventus, con tanto appeal, ma con meno liquidità del Napoli, e l’operazione si concretizzò con una quarantina di milioni di euro e un ingaggio pari a quello percepito nel glorioso club spagnolo. Gonzalo non pensò affatto a un declassamento, e non basò la sua scelta sul blasone e sulla bacheca del club da sposare. Fece in qualche modo come Maradona, lasciando un club ricco e glorioso per abbracciare una causa difficile, difficilissima, in un Calcio in cui tutti cercavano cascate di gloria e danari. Lo fece perché aveva voglia di sentirsi leader, di poter dimostrare il suo talento senza dover essere messo in discussione. Il nuovo allenatore del Napoli, Benitez, lo chiamò e lo fece sentire subito al centro del nuovo progetto, e lui accettò di buon grado. Due anni in azzurro, e quando il mister spagnolo naufragò il suo attaccante perse stimoli, affondando insieme a lui. Ma il Pipita non fuggì e volle guardare negli occhi il successore di Rafa, conoscerlo, prima di decidere il suo immediato futuro. Allo sconosciuto Sarri bastarono 5 minuti di orologio per farlo sentire ancora più importante, per trasferirgli importanza, centralità e fiducia. E così Gonzalo, dopo nove mesi, ha superato persino l’inarrivabile predecessore, il bomber Cavani.
Credete davvero che Higuain e il fratello procuratore – che con De Laurentiis hanno un ottimo rapporto – abbiano bisogno di giocare sporco col Napoli? Gonzalo ha fatto scelte controcorrente in passato. Un top club l’ha già raggiunto, e l’ha lasciato. Se resterà o meno a Napoli sarà una questione di motivazioni oltre che di vil danaro. E quando deciderà di lasciare quello che è il suo regno, andrà a dirlo lui al presidente. Lui, prima di tutti.

Napoli pacifica e bella. Ecco perché è continuamente sotto attacco.

vesuvio_casteldellovoAngelo Forgione “Perché Napoli è continuamente attaccata?”. È una domanda che mi fanno spesso. La risposta che offro è unica: Napoli non è attaccata. Napoli è invidiata.
La storia insegna, e deve insegnarci, che Napoli non ha mai dichiarato guerra a nessuno nel mondo post-rinascimentale, ma l’ha subita, più volte, fino a diventar colonia interna.
“Benigna nella pace e dura in guerra, madre di nobilitade e d’abbondanza”, scrisse di Napoli Miguel Cervantes, e non vide le Guerre di successione e i moti giacobini del Settecento, e neanche l’invasione sabauda dell’Ottocento. Il drammaturgo spagnolo riconobbe nei napoletani la mitezza, la resistenza alle invasioni e la ricchezza patrimoniale.
E perché si fanno le guerre? Perché si desidera qualcosa che non si ha e la si va a sottrarre a chi ce l’ha. Certo, Napoli non ha più benessere, gli è stato sottratto; ma resta sempre se stessa, piena e tonda di cultura e identità. Ecco perché Napoli continua ad essere attaccatta. La sua cultura e la sua identità, fortissime, non le possono essere sottratte, e perciò vanno adombrate. Non si tratta di giudizio, ma di pregiudizio, qualcosa che anticipa la verità obiettiva e la eclissa.
Un popolo che non ha mai fatto guerre è un popolo che non invidia nulla. Gli basta la sua terra. E i napoletani non hanno mai fatto guerre, perché, culturalmente e paesaggisticamente, hanno tutto!

(scene tratte dal film ‘Fuoco su di me’ del 2006, incentrato sugli ultimi periodi del regno napoleonico di Murat)

Basoli vesuviani scompaiono con l’identità barocca di Napoli

lettera_basoli_pietra_lavicaAngelo Forgione Si è aperta da qualche giorno una polemica tra comitati civici e Comune di Napoli per diversi lavori di riqualifica urbana che hanno imposto basoli di pietra lavica etnea in luogo di quelli vesuviani rimossi. La discussione riguarda anche i timori per i prossimi interventi, soprattutto nel centro storico. Gli assessori competenti assicurano che tutti i basoli di pietra lavica vesuviana rimossi sono stati catalogati e conservati e che verranno utilizzati per completare le pavimentazioni delle strade che rientrano nel Grande progetto Centro storico Unesco.
La sostituzione della pietra lavica vesuviana con quella etnea, già avvenuta in passato in alcune strade importanti di Napoli e più recentemente al Borgo degli Orefici, è responsabile dei grossi problemi in via Toledo e in via Chiaia. La pietra etnea è materiale molto fragile perché contiene un’alta concentrazione di fibra vetrosa, ed è quindi meno resistente della pietra vesuviana, che è pure lavorata in sezioni più doppie e risulta più robusta del marmo. Inoltre la pietra autoctona, derivante dalle eruzioni del Vesuvio, è più pregiata e ha un colore più scuro, caratterizzando i luoghi da secoli. La sua lavorazione si è diffusa tra il XVII e il XVIII secolo, in coincidenza con la fioritura dell’architettura barocca, corrente di cui Napoli è stata una capitale europea. Il cambio del materiale nel centro storico Unesco sarebbe un intervento sbagliato che cambierebbe i connotati storico-urbanistici e colpirebbe l’identità della città. L’intervento, in ogni caso, sarebbe da evitare ovunque, per non doversi trovare con una diversa pavimentazione agli Orefici motivata con lavori in carico alla Metropolitana.

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l’Eredità… borbonica

Angelo Forgione È un semplice quiz quello sui primati di Napoli proposto da L’Eredità di Rai Uno, ma deve far riflettere. Otto primati, e ce ne sarebbero altri cento, tutti d’epoca borbonica. Altro che “uè uè”! Certo, molti napoletani sanno e talvolta abusano, ma se il quiz è della rete ammiraglia della tivù nazionale, allora l’elenco assume interessanti spunti di riflessione.
Qual è, dunque, l’unico primato che non appartiene a Napoli tra quelli proposti? Il primo giardino zoologico (Roma), che è una questione del Novecento. Morale della favola: Napoli arriva prima da capitale, in epoca preunitaria, e arretra da capoluogo di regione, in quella unitaria.
Mi rifaccio ancora una volta, instancabilmente, a ciò che ho scritto in Made in Naples: “L’eredità borbonica è apprezzata, ma chi l’ha lasciata molto meno. Il paradosso è che il periodo di Napoli capitale è proprio il più accusato e travisato della storia della città. Si evidenziano continuamente i primati e i lasciti dei Borbone, che, invece, per un contorto modo di raccontarne le vicende, vengono descritti dalla corrente storica tradizionale come l’immagine della tirannia e dell’arretratezza. Solo i più superficiali possono ignorare che qualcosa non quadra!”.
Stupisce (si fa per dire) che il primato del San Carlo sia opzionato dai concorrenti solo alla sesta scelta, per non parlare della prima linea ferroviaria, settima scelta.
Ricordo comunque che Carlo di Borbone allestì nei giardini della Reggia di Portici un personalissimo giardino zoologico, dove ospitò animali esotici e feroci. Particolare attrazione rappresentò un Elefante indiano scambiato col sultano ottomano Maometto V per delle tavole di marmo pregiato. L’animale suscitò grande curiosità nelle persone che, fino alla sua morte (1756), si recarono a migliaia a Portici per vederlo, pagando una mancia al suo custode. Lo scheletro è conservato nel Museo zoologico di via Mezzocannone in Napoli e un suo ritratto, dipinto da Pellegrino Ronchi, è esposto alla Reggia di Caserta.
Non è comunque la prima volta che la redazione de L’Eredità spulcia nella storia di Napoli. Basta ricordare le domande sul bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta e sul Corsiero del Sole, simbolo di Napoli, con citazione di chi scrive.

Zuppa di cozze, tradizione del giovedì Santo napoletano

Angelo Forgione Giovedì Santo, giorno di zuppa di cozze a Napoli. Tratta da Made in Naples (Magenes, 2013), breve descrizione della genesi di questa peculiare tradizione che precede la Santa Pasqua.

(la rivoluzione alimentare – pagina 78)

Anche il pescato, da sempre risorsa per la popolazione napoletana, conobbe nuovi modi di preparazione che diedero pure luogo a nuove tradizioni. Una su tutte, quella della zuppa di cozze, inquadrata nel periodo di Pasqua. Ferdinando IV, goloso di pescato e frutti di mare, galvanizzato dal pomodoro (ricevuto in dono dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna di Carlo III), indicò ai cuochi di corte la pomposissima ricetta delle cozzeche dint’â connola (cozze nella culla), ma il notissimo frate domenicano Gregorio Maria Rocco gli consigliò di morigerarsi nella settimana Santa. Per non rinunciare alle amate cozze, prima di recarsi in via Toledo per lo struscio del giovedì Santo, diede indicazione di prepararle in maniera più sobria, inzuppandole con una salsa piccante di pomodoro. ‘A zuppa ‘e cozzeche uscì dalle cucine reali e si diffuse in città, divenendo la tradizione del giovedì Santo napoletano e ricetta notissima, insieme all’ancor più semplice ‘mpepata.

Aurelio De Laurentiis: «la pizza napoletana non è buona»

Angelo Forgione – Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, nel corso della presentazione di un libro di gastronomia del gourmet napoletano Maurizio Cortese, tenutasi al Parker’s Hotel di Napoli, ha discusso della differenza tra pizza napoletana e pizza romana, sostenendo che «la pizza napoletana non è buona ma ha successo perché costa poco. Quella di Sorbillo non la puoi mangiare con le mani, come si dovrebbe, perché cola da tutte le parti». Il patron azzurro del Napoli ha rivelato che sta comunque lavorando a un documentario sulla pizza, per far sapere a tutti che la pizza è un patrimonio di Napoli, avvalendosi di Luca Verdone e di quel Domenico De Masi che ha recentemente definito la pizza «una delle boiate più grosse prodotte da Napoli, un qualcosa di interclassista che mette degli avvinazzati attorno alla birra». Ne abbiamo discusso a la Radiazza (Radio Marte) con Gino Sorbillo.

Le città meridionali le più trafficate per TomTom. Al Sud si esce più di sera

A dispetto di quanto dice il rapporto INRIX Traffic Scorecard sui livelli di congestione stradale delle città nel mondo, secondo cui Milano è di gran lunga la città più trafficata in Italia, per TomTom traffic index sono invece gli automobilisti palermitani ad aver trascorso più tempo in auto nel 2015. 147 ore in coda in mezzo al traffico, un tempo che farebbe del capoluogo siciliano la città la più trafficata d’Italia. Lo studio di TomTom si basa sul rilevamento dei dati di percorrenza reali misurati sull’intera rete stradale di 295 città, 77 in più rispetto allo scorso anno, in ben 38 paesi.
Palermo, col 41% di congestionamento, è la prima in Italia, la quarta assoluta in Europa, dietro solo a Lodz (54%), Mosca (44%) e Bucarest (43%), e undicesima nel mondo. Al secondo posto nazionale c’è Roma col 38% (nona in Europa / diciannovesima nel mondo), seguita da Messina al terzo col 35% (sedicesima / trentottesima), Napoli al quarto col 31% (trentaduesima / sessantacinquesima), Milano al quinto col 29% (quarantesima / ottantatreesima), Catania al sesto col 26% (cinquantottesima / centosedicesima) e Bari al settimo col 25% (sessantasettesima / centotrentaduesima). Seguono Bologna, Firenze e Torino a chiudere le prime dieci.

Un quadro da cui emerge il maggiore congestionamento del Sud, con una forte presenza di città meridionali nella ‘top ten’. Ma a ben guardare i picchi di traffico, le città meridionali sono più trafficate di sera. I picchi notturni sono infatti più alti di quelli diurni a Messina (+1%), a Bologna (+1%), a Palermo (+4%), a Catania (+4%), a Bari (+5%) e soprattutto a Napoli (+9%). Rapporto inverso a Roma (-8%), a Milano (-7%) e a Torino (-3%). La classifica diurna vede in vetta Roma (73%), seguita da Palermo (62%), Milano (59%), Messina (50%) e Napoli (47%). In quella notturna è Palermo in testa (66%), poi Roma (65%), Napoli (56%), Milano (52%) e Messina (51%). Alla luce di questi dati si evince che è verosimilmente la maggior predisposizione alla vita notturna dei meridionali a porre le loro città in alta classifica, in particolar modo a Napoli.

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155 anni di retorica e bugie che non accennano a finire

adesivo_155Angelo Forgione – Proclamato ‘Festa nazionale’, il 17 marzo non lo festeggia nessuno, e nessuno ricorda né cosa ricorra né che lo si festeggi. Così è lo spirito patriottico italiano, figlio dell’operazione di ingegneria sociale operata dal 1861 in poi con l’invenzione di una storia nazionale mai esistita. Sempre meno sono le persone che credono alle gesta eroiche dei padri della Patria italiana e sempre più sono i consapevoli che trattasi di ladri della patria napolitana. A Napoli si dice «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato…», e ce lo saremmo evidentemente messo alle spalle se non fosse cambiato nulla, e mai, in questi 155 anni. Oggi tocca ancora ascoltare Matteo Renzi, successore di Camillo Benso di Cavour, “minacciare” che il Sud se lo riprenderanno pezzo dopo pezzo, ma dopo averlo completamente smontato, e che lo riporteranno al ruolo di guida del Paese, come nel 1860. Proclami vuoti e pieni di retorica, mentre il suo esecutivo di Governo, nonostante apparenze e pomposa propaganda, è tra i più decisi nel tagliare risorse e investimenti nel Mezzogiorno.

Cassa Armonica, dietrofront: tornano i vetri colorati!

Angelo Forgione Missione compiuta! La Cassa Armonica della Villa Comunale riavrà i vetri colorati gialli e verdi, rimossi nel 2012 con la pensilina perimetrale in occasione delle World Series di America’s Cup e sostituiti durante il restauro con altri di colorazione neutra. Quando a Gennaio iniziò il montaggio delle nuove lastre, mi fu facile verificare che si stesse commettendo un errore, nonostante il Comune dichiarasse di aver seguito il progetto originale e che i vetri colorati fossero una soluzione recente. Con attenta ricostruzione, inviata a enti competenti e stampa locale, dimostrai il contrario, portando a testimonianza l’illustrazione proposta sulla prima pagina dalla pubblicazione L’Illustrazione Italiana del 28 luglio 1878, in cui si presentava “il nuovo chiosco Cassa-Armonica” appena realizzato, ma anche delle ingiallite immagini in bianco e nero di inizio Novecento, in cui era evidente la doppia colorazione della pensilina circolare. Anche la simulazione fotografica comparativa della Cassa Armonica colorata e non (in basso), che realizzai per dimostrare il pessimo risultato che avrebbe prodotto la lavorazione in corso, ha fatto la sua parte, usata come “avvertimento” da quotidiani e comitati di protesta, autori nel frattempo di un ricorso inoltrato al MiBact. L’assessore all’Urbanistica del Comune Carmine Piscopo, però, ha informato di non aver avuto alcun ordine da Roma ma di aver agito in base alla verifica della documentazione visiva di fine Ottocento, come conferma pure il Soprintendente Luciano Garella, che ha annunciato di aver approvato il dietrofront dopo aver verificato proprio i documenti d’epoca, in particolare un articolo che riferiva dell’inaugurazione della Cassa Armonica in cui era perfettamente indicata la policromia. Verosimilmente proprio il documento che proposi a testimonianza.
Le operazione di correzione del restauro sono già iniziate. La domanda, però, è una sola: non si potevano verificare i documenti visivi del 1878 prima di sbagliare, così da evitare proteste, brutte figure, marce indietro, tempo e soldi sprecati?