—— Napoli Capitale Morale ——

Dal Vesuvio a Milano
Storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa

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La definizione “capitale morale” è sinonimo di Milano, la città che, dall’Unità d’Italia in poi, si è messa alla guida del progresso del Paese e ha saputo guadagnarsi il ruolo di città-faro, pur non essendo la capitale ufficiale. Eppure, alla vigilia della spedizione di Garibaldi e della conquista del Sud da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia, Milano era città subordinata a Vienna, cioè alla capitale di quell’Impero austriaco che dialogava con la capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, la “capitale morale” dell’Italia pre-risorgimentale.
Napoli e Milano, La “capitale morale” preunitaria e quella postunitaria, le città che hanno fatto la storia dell’Opera, i due poli uniti da rilevanti intrecci tra il Quattrocento e il Settecento, tra il Rinascimento e l’Illuminismo, allontanate dall’Unità nazionale e completamente separate dall’americanizzazione post-bellica, si proiettano nel futuro come diverse realtà dello stesso Paese. Ma davvero si tratta di mondi inconciliabili?

Napoli Capitale Morale è un documentato racconto dei percorsi e degli incroci tra le città-metafora delle due Italie, con un occhio vigile alle componenti Politica, Massoneria e Chiesa. È un chiarimento dei loro destini, necessario per ragionare su quanto ereditano dalle rispettive scelte storiche, culturali, economiche e urbanistiche, e per individuare i motivi delle differenti velocità del loro sviluppo. Una narrazione di due paradigmi, utile alla comprensione dell’origine della “Questione meridionale” e del differente progresso di Nord e Sud del Paese.

ncm_foto_libroDici “capitale morale” e pensi a Milano. Dici Milano e pensi a finanza e panettone, ma anche ai suoi simboli: la Scala, il Corriere della Sera, l’Alfa Romeo. Eppure, il padre del glorioso teatro scaligero non avrebbe mai potuto costruire quella sala e la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli. In quel teatro si giocava così febbrilmente d’azzardo che uno scaltro barista milanese, con l’opportunità di servir bevande, riuscì a spillare tanti soldi ai suoi concittadini come croupier da guadagnarsi la direzione del più importante San Carlo di Napoli e diventare nientemeno che “il principe degli impresari”, determinando dal Golfo le carriere internazionali degli artisti italiani e mettendo su, con la fortuna messa da parte, l’impresa edile che innalzò la basilica di San Francesco di Paola. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e fu ancora un napoletano a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi. E sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”. Si potrebbe proseguire oltre a snocciolare gli incroci tra le due città, ma tanto basta per dedurre quanto sia significativa l’impronta di Napoli nella storia recente della città della Madonnina e nei suoi simboli e per rimandare alla lettura di Napoli Capitale Morale. Nel titolo è chiarissimo il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita, raccontandone il percorso ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. Sembra, appunto, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese. Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel profitto. Eppure vi fu un tempo dei Lumi e della Cultura in cui Napoli dialogava con Vienna, allorché la corte asburgica portò la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato di Milano, compreso l’emblema contemporaneo della cultura milanese, quel Regio Ducal Teatro di Santa Maria alla Scala che fu diretta emanazione del Real Teatro di San Carlo di Napoli e del Teatro di Corte della Reggia di Caserta. Dal 1861 in poi è stata Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli.
Due anni di indagine e scrittura per chiarire come si sia concretizzato un capovolgimento nazionale: da Napoli, universalmente riconosciuta come la città più importante dell’Italia di metà Ottocento, a Milano, periferica contea asburgica cresciuta enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea. Due città che, per diversi aspetti, hanno in Torino la rivale comune e che, forti delle proprie identità, hanno cancellato Roma dalle loro toponomastiche. Due metropoli che rappresentano il Nord e il Sud, raccontate sullo sfondo delle vicende politiche nazionali, ma anche di quelle apparentemente estranee della Chiesa e della Massoneria in conflitto tra loro, che invece proprio nelle evoluzioni del processo unitario ebbero grande importanza.

Napoli Capitale Morale
edizioni Magenes
collana ‘Voci dal Sud’
pagine 320

Indice del libro

INTRODUZIONE

I – TRA RINASCIMENTO E DOMINIO DI SPAGNA

La nascita della Napoli europea – Napoli e Milano nell’Italia delle arti e delle armi
La dominazione spagnola e l’età barocca – le trasformazioni sociali al tempo dei Vicereami

II – NAPOLI MODELLO PER MILANO NEL SECOLO DEI LUMI

La nascita del tempio napoletano della musica
la rivoluzione architettonica del teatro

L’erudito Karl Joseph von Formian
un diplomatico asburgico porta la cultura di Napoli a Milano

Mozart nel paese della musica
il genio di Salisburgo influenzato dai musicisti napolitani

Giuseppe Piermarini, il padre della Scala
un vanvitelliano apprende a Napoli e applica a Milano

III – DAI MASSONI AI GIACOBINI

Il rosicruciano Raimondo de’ Sangro
il primo Gran Maestro dei territori italiani

La politicizzazione delle logge
lo scontro tra poteri nella capitale della Massoneria italiana del ’700

L’intromissione degli Illuminati di Baviera
un agente segreto a Napoli per sobillare i frammassoni

La diffusione del giacobinismo
il completo deragliamento della Massoneria

IV – L’ITALIA DI NAPOLEONE: BEAUHARNAIS A MILANO, MURAT A NAPOLI

La grandeur di Milano
la città specchio del potere di Napoleone

Napoli a Gioacchino Murat
il Maresciallo dell’Impero diventa Re del Sud

La nuova facciata del Teatro di San Carlo
il milanese Barbaja irrompe sulla scena partenopea

Napoli anello debole della grandeur
scontro in famiglia tra Napoleone e Murat

V – VERSO IL RISORGIMENTO

La nuova sala del Teatro di San Carlo
Antonio Niccolini firma il teatro più bello del mondo

Il regno di Domenico Barbaja
“il principe degli impresari”, la primadonna e il successo di Rossini

Lo slancio verso il progresso
Napoli e Milano in cerca di autonomia

La Scala verso la gloria risorgimentale
il teatro di Milano diviene simbolo dell’Unità

Milano con la rivale Torino, Napoli con Roma
l’unione anti-austriaca al Nord e il legittimismo al Sud

La Massoneria risorgimentale
il contributo delle logge alla cancellazione del Regno di Napoli

VI – NEL REGNO D’ITALIA

Il processo di modernizzazione
crescita di Milano e ritardo di Napoli tra Unità e Grande Guerra

Napoli e Milano tra le due Guerre
dalla riorganizzazione fascista ai bombardamenti degli Alleati

VII – DAL DOPOGUERRA AL TERZO MILLENNIO

Gli anni Cinquanta e Sessanta
la ricostruzione postbellica e il “miracolo economico”

Gli anni Settanta e Ottanta
la grande recessione e il gran disimpegno

Gli anni Novanta
dalla Tangentopoli milanese all’effimero “rinascimento napoletano”

DIREZIONE FUTURO

Corteo per dire no alla riduzione di pena dell’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione Il 17 giugno, sotto un torrido sole e in un’umidissima aria di fine primavera, si è svolto un corteo nel centro di Napoli per chiedere la riconferma di pena di 26 anni a Daniele De Santis, assassino di Ciro Esposito, condannato in primo grado di giudizio. Nel corso processo d’appello, il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha chiesto una riduzione della pena a 20 anni, confermando l’accusa di omicidio volontario ma escludendo l’aggravante dei futili motivi, nonostante vi siano video e audio che testimoniano come De Santis abbia messo in atto un vero e proprio agguato nei confronti di un pullman pieno di tifosi napoletani.
La famiglia di Ciro Esposito e l’Associazione Ciro Vive, promuovendo il corteo, hanno voluto chiedere verità, giustizia, e conferma della pena, in vista del prossimo appuntamento del 27 giugno. La manifestazione ha preso il via da via Toledo per giungere in Piazza Plebiscito, dove Antonella Leardi ha consegnato una lettera al Prefetto di Napoli, mentre chi scrive invitava a riflettere sull’accaduto e sulle omissioni in sede processuali. Si trattò di agguato a sfondo razzista, di matrice neo-fascista, rivolto alla gente di Napoli, che avrebbe potuto avere conseguenze maggiori se Ciro Esposito non fosse intervenuto a intralciare il lancio di petardi all’indirizzo di un pullman pieno di famiglie con bambini e donne, e se l’autista non avesse avuto il sangue freddo di tenere chiuse le porte del veicolo, evitando così l’introduzione di materiale esplosivo. De Santis avrebbe meritato anche l’accusa di tentata strage, e invece ora si rischia persino la riduzione della pena per assenza dell’aggravante dei futili motivi.

Riprese del corteo: Mauro Cielo

Al Sud la più bella stazione TAV ma non ancora i Frecciarossa

Angelo Forgione Finalmente inaugurata l’avveniristica stazione TAV di Afragola, progettata dalla defunta archistar irachena Zaha Hadid. Un hub al servizio delle province a Nord di Napoli e dei territori di Caserta, Avellino e Benevento, ma che mostrerà le sue potenzialità solo dal 2022, si spera, quando, secondo progetto, dovrebbe fare da nodo di interscambio tra l’Alta Velocità Torino – Salerno, la nuova linea Napoli – Bari, la Circumvesuviana e i treni regionali da e per Caserta, Benevento e Napoli Nord.
Almeno la stazione, bellissima e senza collegamento intermodale, c’è, a incarnare la presenza di un approdo nell’assenza dello sviluppo. Il premier Gentiloni dice: «siamo ammirati nel mondo per l’Alta Velocità, ma abbiamo anche la responsabilità di riconoscere che questa ammirazione è territorialmente squilibrata. Quindi. Non ci resta che intervenire per un potenziamento verso Bari, la Calabria e la Sicilia per garantire una equità territoriale di cui il sud ha diritto. Oggi abbiamo le condizioni di partenza».
Dunque, c’è la meravigliosa stazione, una delle più belle del mondo, ma non i treni davvero veloci. Meno di 40 al giorno ne passeranno di qui mentre a Napoli Garibaldi ne sono circa 500. Questa è la portata di Napoli Afragola oggi, poi si vedrà. In ogni caso la nuova stazione non eviterà ai treni veloci di entrare e uscire da Napoli ma anzi sarà un’ulteriore fermata, e a pochi chilometri dal capoluogo. I treni veloci, in verità, mancano un po’ dappertutto a sud di Napoli. Sono infatti oltre cento i più rapidi Frecciarossa quotidiani tra Torino-Milano-Roma-Napoli e solo uno (1) si allunga da Salerno direttamente fino a Taranto, tagliando fuori Calabria, Sicilia e ovviamente Sardegna. Il resto sono i meno celeri Frecciargento, precisamente quattro (4). In Basilicata, Sicilia e Sardegna non circolano neanche gli ancor più lenti Frecciabianca, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola, ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo treni regionali su linee complementari. Ma almeno per la Sicilia c’è programmazione. La Sardegna, invece, è assolutamente dimenticata. E se pensate che sia normale nel Paese del “prima il Nord”, sappiate che la Spagna, coi fondi europei, ha coperto tutto il suo territorio, e la prima tratta, costruita tra il 1989 e il 1992, è stata la Madrid-Siviglia, in direzione della povera Andalucia, anziché la Madrid-Barcellona (1996-2003).
Di fatto, con Afragola, Napoli ha una stazione AV decentrata, ma questo era noto. Roma Tiburtina è in piena capitale. Milano Rogoredo è nel capoluogo lombardo. Idem Torino Porta Susa. L’hub di Napoli, invece, è fuori Napoli, al momento scollegata e raggiungibile solo percorrendo una ventina di chilometri in automobile. Se questo sarà un limite per la città, come prevede il sindaco De Magistris, lo potremo capire solo quando, verso sud, andranno anche i Frecciarossa, cioè quando davvero si viaggerà ad alta velocità.

Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

È il Napoli “più” di sempre la grande bellezza del calcio italiano

Angelo Forgione Napoli ai preliminari di Champions League. Così impone la classifica a una squadra che ha sgretolato tutti i suoi record, e non solo i suoi. Inutile snocciolarli, valga per tutti il punteggio in classifica: 86 punti. È stato il Napoli più produttivo della storia, con una media punti di 2.26 a partita, la più alta di sempre, superiore anche a quella del Napoli scudettato 1989/90, a quota 2.11 nella conversione dei tre punti per vittoria, e a quello del 1986/87 (1.90), ma anche al primissimo Napoli di Sarri (2.15).
Al traguardo, il Napoli degli 86 punti e della grande bellezza non ha vinto il tricolore, non la Coppa Italia, e neanche ha centrato la qualificazione diretta in Champions. Ma non si può non evidenziare che la prima Juventus di Conte, nel 2012, ha fatto bingo con 84 punti, il Milan di Allegri, l’anno prima, con 82, come l’Inter del triplete di Mourinho. Ad alzare la quota scudetto, evidentemente, è stata la fame dell’ambiziosissimo Andrea Agnelli, voglioso di dimostrare ai cugini Elkann di essere manager all’altezza (e loro replicano ora con la Ferrari) e assatanato nel voler cancellare ogni concorrenza, nel voler battere il record di tricolori consecutivi, compreso quello conseguito dal nonno Edoardo. Sì, la Juventus ha messo in bacheca l’ennesimo tricolore e la Roma ha tamponato, di riffa o di raffa, la rincorsa azzurra. E tutti a chiedere a Sarri e ai suoi cosa sia mancato al Napoli. È mancato in autunno l’assetto trovato in inverno. È mancato qualche punto delittuosamente perso per strada. È mancata la forza economica della Exor e forse anche il debito che la Roma, assai spinta dagli arbitri lungo tutta la stagione, ha con Goldman Sachs. Ma il gruppo napoletano sente di non essere inferiore a nessuno, e vuole riprovarci dall’inizio, ripartendo da dove è rimasto, con gli equilibri trovati, per giocarsi lo scudetto davvero.
L’Olanda di Crujiff insegna che non è necessario essere vincenti per lasciare il segno nel football. Questo Napoli, la grande bellezza del calcio italiano, un segno lo sta lasciando. «È la squadra che gioca il miglior calcio d’Italia, tra le più spettacolari d’Europa», dicono i più titolati, da Guardiola a Capello. Ma alla banda-Sarri il bollino HQ non basta più.
Intanto cala il sipario su una stagione iniziata col grande tradimento, mitigato dall’immediato impatto di Milik. Una quadratura subito trovata e presto persa, con la necessita di trovare rimedio al traumatico infortunio del polacco in nazionale. Gabbiadini dentro, a Crotone, ma immediatamente espulso per una follia a centrocampo. Opportunità fallita, e Sarri convinto che la soluzione non poteva essere il poco sereno attaccante in cui non credeva. C’era Mertens a scalpitare, che già dalla primissima doppietta di Pescara aveva lanciato sguardi fulminanti al mister. Un po’ di rodaggio, con la squadra ad applicarsi attorno al suo tecnico, e poi il sangue si è sciolto: da Gennaio in poi, il Napoli ha iniziato a crescere, fino a diventare una vera e propria macchina da guerra. Milik, uscito da indispensabile a ottobre, è rientrato da comparsa a febbraio.
Gioco spumeggiante e meccanismi perfetti, palla nascosta a occhi chiusi, goal a raffica a rendere meno gravi quelli subiti di troppo, e Mertens, il rimedio, più goleador di Higuain in bianconero. Quasi tutti gli avversari asfaltati e Napoli campione di primavera, cioè primissimo nel girone di ritorno, coperto di complimenti e consensi. Ma non può finire qui.
Per il sodalizio azzurro si tratta pur sempre del diciassettesimo podio della sua vita sportiva, il quinto nelle ultime sette stagioni, che vale l’ottava partecipazione consecutiva alle competizioni europee, record nazionale in fieri. Si tratta di un club ben assestato nell’élite del calcio italiano ma anche in quello europeo, molto più saldamente del Napoli di Ferlaino sotto il profilo finanziario. Eppure la piazza è divisa, in una sterile diatriba oppositiva nei confronti di uno scorbutico presidente che opera in un territorio in cui è improbo fare impresa ad alti livelli, un imprenditore tronfio proprio perché consapevole di cosa voglia dire fare Calcio d’alto livello al Sud. Una parte della tifoseria pretende di più, nella convinzione che siano solo la passione e l’ampiezza di seguito a determinare le opportunità di un club e non le condizioni territoriali, che invece generano i più importanti vantaggi e limiti, a seconda di dove si operi. Un altro presidente, quello degli scudetti nati da sacrifici insostenibili, sollecita il rischio d’impresa, quello stesso rischio che egli prese non sulla sua pelle ma su quella di un club e di una tifoseria che avrebbero poi pagato i trionfi con tre lustri di anonimato e un doloroso fallimento. Provare a vincere è intento nobile per un club del Sud, ma è giusto provarci con la certezza di non uscire mai dal Calcio che conta. Il Napoli di De Laurentiis vi è entrato di prepotenza, vi resterà senza rischi, e ora si è messo pure in testa di trionfare.
Se dipendesse dalla banda-Sarri, il campionato potrebbe cominciare domenica prossima. Bisognerà invece attendere agosto per dare il via alla nuova stagione, difficile e stimolante. Altro giro, altra corsa. Ci sarà da sabotare il potere, da inceppare il meccanismo sportivo-finanziario che regola la Serie A. La torta è davvero dolcissima. Manca la ciliegina. Il meglio deve ancora venire.

Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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25 aprile, la data sbagliata della Liberazione, simbolica per il “vento del Nord”

Angelo Forgione 25 aprile, festa della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, processo che non si concretizzò in un giorno, e non il quel giorno. Infatti, nella nazione del “prima il Nord”, la data del 25 aprile 1945 corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Milano, divenuta simbolica per tutta la Nazione e dichiarata festa nazionale “a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano”. Non era esattamente così, perché altre città furono liberate in seguito, compiendo un processo partito da Matera e Napoli nel Settembre del 1943, passando per la capitale Roma nel giugno ’44. Venezia fu “liberata” il 28 aprile. Trieste e Gorizia solo il 1° maggio. Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste, vi fu solo il 2 maggio, data scritta a chiare lettere dai rappresentanti delle forze in campo nel documento della cosiddetta Resa di Caserta, siglata il 29 aprile 1945 nella reggia vanvitelliana, anch’essa violentemente bombardata da un raid aereo che causò la devastazione della bellissima Cappella Palatina. Lì, proprio nel Real Palazzo borbonico, era stato allocato il Quartier Generale delle Forze Alleate, al comando del generale Harold Alexander.
Senza ridurre l’alto valore morale che animò l’insurrezione popolare del 25 aprile, andrebbe disincagliata dall’oblio storico la verità di una Liberazione agevolata dalla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, sotterrata dalla storiografia ufficiale, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia. Attori principali dell’oscura tessitura furono Allen Dulles, agente dello SSO (Servizio Segreto Americano), che poi diventerà capo della CIA (Criminal Investigation Division), ed il generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Le lunghe trattative furono condotte in territorio neutrale di Svizzera e concluse a Caserta, dove s’incontrarono le delegazioni anglo-americana e tedesca. Separati da un tavolo rettangolare, si schierarono da un lato i rappresentanti dello stato maggiore del Comando Supremo Alleato nel Mediterraneo e dall’altro, in abiti civili, i plenipotenziari tedeschi. In qualità di osservatore, presente anche il generale sovietico Aleksei Kislenko. L’atto di resa, firmato dai tedeschi, stabilì il cessate il fuoco su tutto il territorio italiano per le ore 14 del 2 maggio 1945. Restarono dubbi sul rispetto dei patti, che si dissolsero solo all’alba del 30 aprile, quando giunse la notizia del suicidio di Adolf Hitler nel suo bunker di Berlino.

Sugli sviluppi dell’operazione “Sunrise” era stato tenuto sempre aggiornato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che al colonnello Karl Wolff aveva fornito un lasciapassare per le trattative. E Wolff, a sua volta, aveva dato ordine ai suoi uomini di cessare le rappresaglie e di non usare le armi se non attaccati. E sapevano anche quelli della Repubblica di Salò, il Vaticano, la massoneria e altri attori. Il 24 aprile, consapevoli dello svolgersi delle trattative e preso atto che le forze alleate avevano superato il Po, gli uomini della Resistenza settentrionale provvidero a proclamare l’insurrezione armata per il mattino seguente, certi di non trovare una vera opposizione da parte tedesca. Senza le trattative dell’operazione “Sunrise”, la guerra sarebbe durata almeno altri due mesi e vi sarebbero state certamente ulteriori distruzioni nel Nord Italia.

L’operazione “Sunrise” e la conseguente Resa di Caserta sono eventi avvolti da un pressoché totale oblio e non casuale disinformazione per le quali la massa crede che un esercito di circa un milione di soldati spietati, perfettamente armati e addestrati, abbia lasciato il territorio italiano solo perché il 25 aprile Pertini, da Radio Milano Libera, disse «Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire». Piuttosto, fu solo grazie alla decisiva Resa di Caserta che non fu attuato l’ordine di Hitler di fare terra bruciata dell’Italia al momento del rientro in Germania. I ponti, le strade e gli stabilimenti industriali del Nord già minati non furono fatti saltare in aria. Furono risparmiate centinaia di migliaia di vittime specie fra i civili ed evitati danni incalcolabili all’industria dell’Italia settentrionale. Se i tedeschi avessero posto la loro resistenza/rappresaglia, l’avanzata degli Alleati verso Nord sarebbe stata ritardata di molto, avvantaggiando l’Unione Sovietica nella conquista della Germania. Ciò non poteva essere consentito dagli Alleati che, pur di avanzare, avrebbero bombardato senza sosta il nostro territorio, soprattutto il Nord Italia con quel che si era salvato dell’apparato industriale. La guerra sarebbe finita ben più tardi e anche la ripresa economica, in Italia, sarebbe stata ritardata assai.

E l’Italia quale data festeggia simbolicamente? Non quella delle firme meridionali di Caserta, non quella delle ultime città “liberate” del Nord-Est, che per il Nord-Ovest valeva quanto il Sud. Ecco perché la Liberazione è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non a torto, perché a liberarsi, sotto l’aspetto economico, furono proprio le città del “triangolo industriale”, che dagli americani ricevettero danari freschi per ricostruire le fabbriche. Decisero che dovessero essere solo le loro. Anche dopo la Guerra, soffiò davvero fortissimo il “vento del Nord”, definizione coniata nei decisivi frangenti del conflitto per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della nefasta monarchia e alla svolta democratica verso la Repubblica. Il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per la ricostruzione europea garantiti dal Piano Marshall per uno sviluppo industriale anche nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, l’armatore che avrebbe fondato la compagnia delle crociere con i fumaioli gialli, presidente di Confindustria, che rifiutò con già cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. E così fu sprecata l’occasione di ricreare un equilibrio produttivo a circa ottant’anni dalla sbagliata Unità d’Italia.
Il Meridione, invece, che la Liberazione la inaugurò nel settembre 1943 e la concluse con le firme di Caserta, non riuscì a liberarsi della subdola colonizzazione italiana, dalla povertà e dalla disoccupazione; e mai sarebbe riuscito a liberarsi delle mafie, esplosivo prodotto risorgimentale, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine… con la complicità degli Alleati, quelli che bombardarono a spron battuto per stremare la popolazione, i quali, sbarcati in Sicilia, sempre lì, nel luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni, né più e né meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento, con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi. Già a conclusione della Guerra la delinquenza meridionale dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga, nel ’43, avevano aperto le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. Raggiunta la pace, la camorra e la mafia fecero un ulteriore salto di potere allacciando rapporti e collegamenti con la mafia d’America e coi poteri internazionali, orientando gli affari verso il traffico internazionale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro del Sud, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione, dal settembre 1943 al maggio 1945.
Oggi, vincolato alla zavorra economica della Questione meridionale e con le mafie in casa, anche il Sud la chiama “Liberazione”.

Il ritorno di Higuain: fischi, pernacchie o indifferenza?

Tratto dalla trasmissione Club Napoli All News (Tele Club Italia), due chiacchiere sulla questione ‘ndrangheta allo Juventus Stadium, sul ritorno di Higuain al San Paolo e sui rapporti sempre tesi tra napoletani e romanisti.

156 anni di Unità. Cos’è oggi il Sud?

Angelo Forgione 156 anni sono passati da quando le Italie furono unite con la forza. Oggi, il Sud-Italia è un immenso porto virtuale di sola partenza, un gran deposito mediterraneo di smistamento umano, e vi si traffica in emigrazione, la principale fonte di conservazione personale e di altrui fortune. Solo dal 2001 a oggi sono emigrati al Nord circa 1.700mila meridionali, i più qualificati, i più specializzati, i più istruiti. L’era delle migrazioni unidirezionali li condanna all’abbandono della propria terra, spesso controvoglia, per approdare a più sicure opportunità occupazionali. Si tratta perlopiù di emigrazione involontaria, una scelta di subalternità, compiuta per sopravvivere attraverso il ricollocamento in luoghi di cultura estranea.
La tendenza a restare appartiene ai ceti meno istruiti e più poveri, afflitti da problemi di disoccupazione e scarsa scolarizzazione, che trovano nell’illegalità e spesso nella delinquenza l’unica risposta alle loro esigenze esistenziali. E così, sull’impoverito sistema produttivo insiste pure, fortemente e costantemente, la criminalità organizzata, scoraggiando gli investimenti e alterando la concorrenza.
Risorse enormi, risorse sprecate per la Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo, ma che è in coda nella classifica di competitività delle 263 regioni dell’Unione Europea, per propri limiti sopraggiunti ma anche e soprattutto per precise responsabilità politiche dei governi superiori. Il limes non è solo tra Settentrione e Meridione ma anche tra Nord-Europa e Mediterraneo.
Il dualismo italiano non ha eguali nel Continente, per dimensioni e continuità di sedimentazione, e si palesa in ogni aspetto della vita del Paese. Meno occupazione, meno reddito, meno servizi, meno trasporti, meno sanità, meno figli, meno sport, meno tifosi… meno tutto, tranne i rincari. Così il Sud continua la sua lunga agonia, nel silenzio generale. E non può neanche lamentarsi questo Sud vittimista e fannullone che ha fatto, e continua a fare, la ricchezza altrui.
Grazie monarchia, per aver creato il paese più spaccato d’Europa.
Grazie Repubblica, per aver tenuto le cose come le hai ereditate.

De Laurentiis ha smesso di ridere di “discriminazione territoriale” nel paese degli struzzi

Angelo Forgione Furia De Laurentiis ai microfoni di Mediaset Premium nel post Napoli-Real. Gli basta una scintilla per accendere un fuoco e alimentarlo a benzina, una domanda di Francesca Benvenuti sul rapporto con Sarri, dopo i travagli dell’andata madrilena: «È tutto a posto col suo allenatore?». E da lì parte la discriminazione territoriale della stampa, l’assoluzione del Corriere dello Sport e la dura reprimenda per la Gazzetta dello Sport, senza neanche citare Tuttosport e tutto il fronte più estremo dell’informazione settentrionale. «Poiché i giornalisti del Nord mi odiano, e odiano il Napoli, tutti al servizio del Nord. È da Camillo Benso di Cavour che il Nord odia il Sud, anche se poi la Juventus è una squadra molto sudista. Sono venuti a scasinare i nostri rapporti e abbiamo perso con l’Atalanta, ma poi ci siamo ripresi con la Roma». Sandro Sabatini, dagli studi di Milano, cerca di riparare all’uso della parola “odio”, all’indomani del vile danneggiamento dell’automobile di Mimmo Malfitano, penna della rosea. Ma non c’è verso di placare il patron azzurro, e va allora in scena la contrapposizione tra l’uomo vulcanico che tira fuori il suo pensiero, senza girarci intorno, e il bravo giornalista che parla alla Nazione ed è quindi costretto a calarsi nella retorica ecumenica. E allora Aurelio alza i toni e sbatte in faccia al suo interlocutore, ma in realtà all’Italia del pallone intera, tutta la verità di una divisione imperante. «E mi dispiace che lei che è un giornalista non se ne renda conto, ma siccome siamo in regime silente in cui dobbiamo dire quello che non pensiamo, voi volete che io non dica quel che penso e mi tappi la bocca». Il conduttore prende ad aggrapparsi allo specchio, un bel po’ deformato, di un Napoli amato da Bolzano a Pantelleria. «Dopo dodici anni di calcio – incalza il presidente – mi sono anche stancato, perché andare nei vari stadi e sentire “lavali col fuoco” è molto antipatico, e vedere che gli italiani non si ribellano a questo è molto volgare e cafone. Le prime volte che lo sentivo mi veniva da sorridere, ma ora vorrei che il pubblico che va allo stadio crescesse culturalmente, come stanno dimostrando i napoletani». Sabatini va trincerandosi sulla necessità di non dar risalto e pubblicità ai cori razzisti, e proprio qui inciampa, mostrando tutte le pecche del sistema giornalistico italiano, che invece avrebbe l’obbligo di sollecitare soluzioni efficaci tanto alla Federazione quanto al Governo. Non è che tutto il Nord odi Napoli e il Napoli, chiaro che vi sia molta gente sana e con intelletto intaccato, ma manca proprio l’analisi del vuoto culturale e legislativo che non consente di cancellare, a partire dalle scuole, quel Settentrione alimentato e avvelenato da pregiudizi e sentimenti razzisti, che esiste in diversi ambiti della cancrena sociale d’Italia, e chi lo nega è complice. De Laurentiis non sbaglia affatto a sottolinearlo, come ha fatto anche Maurizio De Giovanni ventiquattr’ore prima a Tiki Taka. Dopo certi titoli di giornale, al di là delle polemiche sportive, la misura è colma ed è evidentemente esplosa la voglia di dirla tutta.
Che il patron azzurro si sia stufato di una certa stasi non pare falso sentimento. È infatti vero che per anni abbia sorvolato, ridendoci su. Nell’autunno del 2013, al convegno “Cittadinanza sportiva” presso il Maschio Angioino, disse proprio di divertirsene: «Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi». Nel frattempo cosa è accaduto? È accaduto che la FIGC ha fatto marcia indietro nella lotta al razzismo contro Napoli negli stadi, ha tirato il freno a mano e ha parcheggiato. Riavvolgiamo il nastro e capiremo perché.
Il 22 ottobre 2012 scoppia il
caso TGR Piemonte, la grande vergogna del cronista Giampiero Amandola, cinquantottenne di Nizza Monferrato, recatosi ai cancelli dello Juventus Stadium prima del match Juventus-Napoli per ascoltare le due tifoserie in affluenza. Un servizio condito da cori «o Vesuvio lavali tu» intonati da due giovani al microfono e dallo scivolone dello stesso giornalista Rai, cui uno juventino spiega che i napoletani sono inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi»; risatine sarcastiche a denigrare i napoletani e pure i cinesi, e poi la geniale imbeccata di Amandola: «I napoletani li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto dell’insperato assist, il tifoso raccoglie e rilancia: «Molto elegantemente, certo!»… e ancora risate. Giornalismo spazzatura figlio della sottocultura italiana applicata al calcio. Amandola paga col licenziamento lo scandalo che ne segue, e la redazione torinese, in diretta regionale, deve chiedere scusa a tutti gli italiani. Mai accaduto prima!
Anche per tutto questo, nella primavera del 2013 la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, deve recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio nel XXXVII Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del calcio europeo ha adottato la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo con cui sono state inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. La UEFA e le 53 Federazioni affiliate si sono impegnate a uno sforzo maggiore per debellare il fenomeno dal mondo del pallone. La tolleranza zero ispira il nuovo Regolamento disciplinare UEFA. Vietate le forme di propaganda ideologica; punizioni per i tifosi che insulteranno la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica, dalla chiusura di un settore a quella dell’intero stadio, fino alla sconfitta a tavolino, alla detrazione di punti e, in estrema conseguenza, alla squalifica dal campionato. Da Londra, l’organo europeo pretende altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè a ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. Si adegua la FIGC, modificando il Codice di Giustizia Sportiva e tarandolo alla nuova normativa UEFA, con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali sono chiamati a non tapparsi più le orecchie. La prima società a farne le spese è il Milan, ma è solo l’apertura di una pagina molto triste per il Calcio italiano, smascherato e inchiodato al suo razzismo interno contro Napoli. Chiudono settori a Milano, Torino, Roma, e scoppia il caos. La soluzione, rendendo tutti i tifosi ostaggi di quelli razzisti, non è quella giusta. E allora, inizia la retromarcia, prima con la “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene saranno congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione da parte di medesimi supporters nel periodo interessato, e infine con la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, cotta e mangiata all’elezione alla FIGC di Carlo Tavecchio, l’uomo della buccia di banana del fantomatico Optì Pobà, subito interdetto dalle attività internazionali dell’UEFA e della FIFA. Con questa reputazione, quale credibilità avrà il nuovo presidente federale nell’accodarsi alla campagna contro il razzismo? Con quale faccia potrà prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di “discriminazione territoriale” ascoltati e visti negli stadi di mezza Italia? Che idea ci si farà all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo? E allora via alla modifica del Codice di Giustizia Sportiva, stabilendo l’applicazione di ammende invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi. Solletico per le società sportive, un dazio tollerato per cancellare la vergogna dei cori contro i napoletani.
Insomma, un doppio passo indietro invece che uno nella giusta direzione, verso una soluzione davvero efficace. L’incapacità di trovarla produce la tolleranza più vergognosa e l’autorizzazione sostanziale per tutti gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli. Ciro Esposito, a Roma, ci rimette la vita, per quell’odio territoriale indegno oggi denunciato da De Laurentiis. Andrea Agnelli, padrone di casa allo Juventus Stadium, definisce tutto questo «campanilismo, che fa parte della nostra cultura e non è razzismo ma una peculiarità italiana», e per somma beffa, nel dicembre 2015, prende l’iniziativa catartica e se ne va all’Unesco a farsi paladino della lotta al razzismo nel calcio, rispondendo in conferenza, a chi gli chiede cosa accada in Italia, che la situazione è in miglioramento. In realtà è solo silenziata, insabbiata, con la complicità dei media.
Tavecchio, l’uomo del “rinnovamento” che non c’è, l’ha votato anche De Laurentiis nell’estate del 2014, per accontentare una pressione del laziale Lotito. Nel corso degli anni, il napoletano se n’è pentito, per diversi motivi, e qualche giorno fa, alla rielezione dell’uomo che vuole proseguire lo svecchiamento neanche partito, è stato l’unico presidente di club astenutosi dal voto. Forse l’altro candidato, Abodi, neanche lo aveva convinto, e però dalla tivù ha poi dimostrato di essersi sganciato dall’attuale sistema. Dai media del Nord già lo era da tempo. Il futuro parlerà.