Il disturbo dello juventino campano che “segue” il Napoli

juve_sudAngelo Forgione Piccolo siparietto televisivo apparentemente insensato che invece è utile spunto di riflessione su un sottovaluto aspetto economico della Questione meridionale.
È una costante delle trasmissioni sportive napoletane dedicate al filo diretto con i tifosi: lo juventino di Napoli e dintorni, della Campania in generale, che irrompe in diretta per affermare la propria fede, spesso con fare becero per creare solo disturbo. Gente che le trasmissioni di dibattito partenopeo le guarda con costanza quotidiana, perché in fondo si tratta di tifosi che non riescono a risolvere un conflitto interiore. Hanno iniziato a tifare per la Juventus in età infantile, magari per affermarsi tra gli amichetti, e in età adulta non riescono ad avere sufficiente personalità per gestire l’affermazione dell’identità territoriale cui appartengono, men che meno di rimettere in discussione la fede sportiva, processo troppo difficile anche per chi, da sostenitore bianconero, è attratto dalle trasmissioni in cui si dibatte del Napoli e di Napoli. Non c’è dubbio che si tratti di un vero e proprio disturbo della psiche. È un fenomeno evidente nelle tivù campane, tutto attinente alla juventinità locale, dacché milanisti e interisti non vi partecipano. È accaduto anche e a me, ospite alla trasmissione Club Napoli All News di Francesco Molaro. Si parlava di Napoli calcio ma soprattutto di Napoli città, tutto in chiave storico-identitaria, e all’improvviso faceva irruzione il più classico dei disturbati: «Pagate le tasse, e avrete servizi, voi napoletani», sbraitava il buontempone con accento campano, ma come se fosse lombardo o veneto. «Bisogna fare come la Juve, essere vincenti», diceva il disturbato per affermare la presunta superiorità juventina facendo leva sulle vittorie, che sono probabilmente il motivo per cui ha iniziato a tifare, da bambino di un’altra città, per una squadra che non rappresenta la sua identità territoriale, ammesso e non concesso che la Juve ne rappresenti una. Ed eccoci alla riflessione seria di tipo meridionalista sul fenomeno della “migrazione del tifo”, perché anche in questo modo, cioè attraverso i periodici sondaggi commissionati dalla Lega Serie A sulle dimensioni delle varie tifoserie, il Nord prende soldi al Sud. A beneficio di chi non lo sapesse, il 25% dei diritti TV è ripartito in base ai bacini di utenza, cioè traducendo in fette economiche – e sono tanti soldi – la gerarchia delle tifoserie dettata dalle scelte di fede sportiva dell’immensa platea di appassionati, i quali talvolta acquistano anche abbonamenti e biglietti allo stadio, nonché prodotti ufficiali del merchandising. Senza contare i soldi derivanti dal turismo sportivo, tra ristorazione e talvolta alloggio nelle città delle squadre del cuore. Danari spostati in altri territori, nella fattispecie a Torino e Milano, e lì reinvestiti. Va da sé che il tifo non sia un sentimento fine a se stesso ma una scelta individuale dalle conseguenze rilevanti sui destini dei club ma anche dei territori, e questo vale non solo per la Campania, feudo di tifo napoletano, ma per tutto il Sud, interamente “colonizzato” dalle tre big del Nord.

Agnelli e De Laurentiis, esempi opposti di approccio al tifo deviato

Angelo Forgione Giunge la sentenza del Tribunale nazionale della Federcalcio nel processo ad Andrea Agnelli per i rapporti non consentiti con gli ultrà: un anno di inibizione per il presidente della Juventus e ammenda di 300 mila euro per il club bianconero. Solo parzialmente accolte le richieste del procuratore della FIGC Pecoraro, in quanto il Tribunale ha ritenuto che il patron bianconero era inconsapevole del presunto ruolo malavitoso dei soggetti incontrati. Strano, però, visto che in un’intercettazione telefonica del marzo 2014 qualcuno disse ad Alessandro D’Angelo, addetto alla sicurezza allo Juventus Stadium, «Il problema è che questo ha ucciso gente», riferendosi al milanese Loris Grancini, capo dei Viking, personaggio vicino ai clan siciliani e calabresi. Gli inquirenti informarono che quel qualcuno era Andrea Agnelli, ma poi si è fatto complicato capire se si trattasse del presidente o di Francesco Calvo, ex responsabile del marketing bianconero. In ogni caso, di dirigenti della Juventus si trattava.
Intanto sappiamo che le risorse derivanti dal bagarinaggio favorito da Agnelli e Calvo sono andate alla criminalità organizzata. Chissà se un giorno riusciremo a sapere anche perché Raffaello Bucci, capo del gruppo ultras bianconero dei Drughi, assunto dalla Juventus come consulente esterno ufficiale di collegamento tra la tifoseria e il club, in contatto con la Digos e servizi segreti, si suicidò dopo l’interrogatorio dei piemme che indagavano sulla ‘ndrangheta allo Stadium.
Atteniamoci però alla sentenza del Tribunale federale. Agnelli sapeva che erano ultras ma non sapeva che erano mafiosi. Ma la Juventus, in ogni caso, si segnala ancora una volta per violazione delle norme federali, stavolta quelle che vietano ai dirigenti delle società sportive di intrattenere rapporti con gli ultrà. E prosegue la non edificante tradizione della famiglia Agnelli, soprattutto quella del ramo di Umberto, il padre di Andrea, che avviò nel 1994, non appena conquistata la presidenza del club e dopo 8 anni di digiuno del club, l’era più macchiata della storia juventina, tra scandalo doping (prescrizione) e calciopoli.
Alla luce delle certezze fornite dalla sentenza, vale la pena ricordare quel che accadde più a sud nel 2004, quando Aurelio De Laurentiis si mise alla guida della SSC Napoli e tagliò ogni laccio con i rappresentanti degli ultrà delle curve dello stadio San Paolo. Dopo poco più di due anni, nel dicembre 2006, la prima ritorsione eclatante. Campionato di serie B: nel bel mezzo di Napoli-Frosinone improvvisa pioggia in campo di potentissimi petardi “cobra”, lanciati dal settore Distinti. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. La giustizia sportiva inflisse poi una giornata di squalifica al San Paolo. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli [di Ferlaino] per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile. Tutto finito? Neanche per idea. Col Napoli in crescita, iniziarono a verificarsi strane rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne. Un collaboratore di giustizia rivelò che le incursioni avevano un’unica matrice: gruppi di ultrà intenzionati a punire i giocatori che non partecipavano alle manifestazioni organizzate dai tifosi.
L’Antimafia, chiaramente, ha interrogato anche De Laurentiis nel corso delle indagini a tappeto sull’intero movimento calcistico italiano, contestandogli la presenza a bordo campo del rampollo del boss della camorra Lo Russo, ma esponendosi a una figuraccia con l’interrogato, che gli ha puntualmente ricordato che il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aveva già chiarito illo tempore che quell’uomo non era un latitante al momento dei fatti, che accedeva regolarmente sul rettangolo di gioco con pass da giardiniere procuratogli dalla ditta che curava il prato, e che la SSC Napoli aveva offerto la massima collaborazione alla Direzione Investigativa Antimafia, dimostrando la sua totale estraneità.
E poi la querelle tra De Laurentiis e Reina, col presidente che, alla cena sociale dello scorso maggio, invitò pubblicamente la moglie del portiere a controllarne “le distrazioni”, e pochi giorni dopo furono arrestati tre fratelli imprenditori in odor di camorra, amichevolmente disponibili nei confronti di Pepe.
Racconto tutto questo perché i buontemponi del tifo cieco continuano ancora oggi a citare a sproposito fatti di cui il Napoli è stato esempio e di cui Napoli è stata vittima in ambito mediatico.

Loris Grancini parla ai microfoni di Fanpage nel marzo 2017

Parte della tifoseria contesta De Laurentiis, l’uomo che ha portato il Napoli al top

 

Angelo Forgione Finisce (finalmente) il calciomercato e piovono voti alti all’operato del Napoli da parte di direttori sportivi e addetti ai lavori. Mugugna invece una fetta di tifoseria partenopea, e spunta anche un vistoso striscione in città: “non si era mai visto… fai passare un rinnovo per un grande acquisto… ADL buffone”. Dove sta la verità? In questo caso non nel mezzo, perché l’ottica degli esperti di finanza calcistica non è la stessa dei tifosi, che vogliono vincere, non vogliono vedere le sfumature gestionali se non per fare i conti in tasca al conducente, e non vogliono entrare nei dettagli vivi… e più la loro squadra del cuore va vicino al grande traguardo più pretendono che lo faccia. Guai se l’attesa dura troppo.
La verità, dunque, è che la SSC Napoli ha raggiunto davvero l’apice delle sue potenzialità economiche e sta spremendo tutte le proprie risorse. È un club, uno dei pochi in Italia, che fa affidamento sulle sue energie economiche e non si indebita con banche e fondi internazionali, garantendosi il futuro. Insomma, ciò che il Napoli incassa il Napoli spende. Il club si è attestato a 130 milioni di fatturato strutturale da qualche anno, e il problema, ora, è aumentare le entrate per alzare l’asticella. Questo può passare solo attraverso uno stadio di proprietà con strutture ricettive, che ad oggi, ahimè, in una città difficile di teatrini, è solo una chimera. Bisogna dunque abituarsi a questo standard continuo raggiunto, che poco non è, visto che si tratta di uno dei club mai così assiduamente al vertice, un club tra i più in vista in Europa anche grazie al suo progetto tecnico. Ma non ci si può attendere di più.
I rinnovi? Certo che sono cosa grossa, anzi grossissima, quelli di Mertens e Insigne, i cui ingaggi pesano per circa un settimo del bilancio del club, ed è davvero tantissimo! Gli sforzi economici, il Napoli, li sta facendo, certamente commisurati alle proprie possibilità, e quest’estate li ha fatti anche rischiando qualcosa, perché non aveva la certezza ma solo la convinzione di passare il preliminare di Champions League. I diritti tivù e quelli della Champions sono proprio la linfa vitale del Napoli ad alti livelli, e l’alto standard è subordinato al raggiungimento della massima competizione continentale. Ad esempio, se il club non dovesse raggiungerla il prossimo anno dovrebbe certamente rinunciare a parte del patrimonio tecnico. Si può allora discutere di scelte tecniche, non di scelte economiche. Si può discutere di mancanza di una vera alternativa a giocatori fondamentali come Callejon, o di un ricambio in porta che faccia riposare Reina, ma qui entra in gioco la volontà di Sarri, che non ha voluto alterare l’equilibrio perfetto raggiunto lo scorso gennaio, ovvero da quando il Napoli è diventato un meccanismo svizzero. Il resto sono chiacchiere da bar, ma la gestione di un club è una cosa complessa, che va ben al di là del carattere di un presidente e coinvolge anche la realtà territoriale. Ecco, appunto, ve lo ricordo sempre, stiamo parlando del Napoli, Sud Italia, Mezzogiorno, Meridione o che dir si voglia.

L’euforia tricolore di Napoli raccontata alle Americhe da ESPN

Angelo Forgione Fuera de Juego è un programma televisivo prodotto per la catena ESPN che da quindici anni si occupa di storie di calcio, ed è trasmesso in tutto il continente latinoamericano e negli Stati Uniti. Lo scorso 11 agosto, la fortunata trasmissione ha dedicato uno speciale al primo scudetto del Napoli del 1987, a 30 anni dallo storico traguardo, con ampio dibattito in studio sui risvolti di quel periodo vincente del club partenopeo, compresi quelli sociali legati alla contrapposizione Nord-Sud. A indirizzare il tema è stato il giornalista argentino Daniel Martínez, corrispondente di ESPN, anche sulla scorta della condivisione del mio Dov’è la Vittoria (Magenes). Martinez ha confezionato a Napoli un racconto di quegl’indimenticabili momenti con le voci di Corrado Ferlaino, Giuseppe Bruscolotti, Salvatore Carmando, José Alberti, Antonio Corbo, Romolo Acampora, Gianfranco Coppola e, appunto, il sottoscritto. La mia “riflessione” a 8:18 utile a capire perché un club marginale come quel Napoli potè avere in dote dalla politica il più grande calciatore del mondo.

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Una chiacchierata tra storia di Napoli e futuro del Napoli

Michele Sibilla intervista Angelo Forgione a ‘Fuori Gara’ (Radio Punto Zero) del 7/8/17

Maradona “el napolitano” metafora di Napoli

maradona_sancarloAngelo Forgione Un fortunato poster di Napolimania, l’idea commerciale di Enrico Durazzo che vende centinaia di gadget, ripropone il Cenacolo di Leonardo in chiave partenopea, coi grandi napoletani dello spettacolo che hanno onorato la cultura della città nel Novecento. Sophia Loren al centro, a degustar leccornie made in Naples in compagnia di Totò, Eduardo, Peppino e Luca de Filippo, Vittorio de Sica, Nino Taranto, Massimo Troisi, Massimo Ranieri e Pino Daniele. A quel tavolo può ora sedersi a pieno titolo anche Diego Maradona, che diventa ufficialmente cittadino napoletano. Lo era già formalmente, ma da oggi anche de facto.

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Nella tipica ridda di opinioni che accompagnano gli spostamenti dei personaggi controversi e geniali come el pibe de oro, il conferimento della cittadinanza onoraria al più grande calciatore del Novecento appare un gesto dovuto per chi ha portato nel mondo il nome di Napoli nel periodo forse più buio della sua storia. Sì, perché manca, nel racconto della favola degli scudetti, la contestualizzazione di quei trionfi nel momento contingente vissuto da quella Napoli, all’apice di un decadimento amministrativo, economico, sociale e culturale senza precedenti, che aveva portato la città a toccare il fondo e ad essere considerata tra le più degradate e abbandonate metropoli d’Europa. Quando la città esplose di gioia non era certo quella di oggi, capace di vivere un interessante slancio turistico e culturale. Nel 1987 mancava il flusso turistico verso il Golfo, da un quindicennio e completamente, per via del danno d’immagine causato dalle cattive narrazioni del colera del 1973. Il territorio era continuamente proposto sui media per gli effetti più incancreniti dell’insanguinata guerra tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri. Il terremoto del 1980 aveva portato in dote la gestione scriteriata degli stanziamenti per la ricostruzione, gestiti dalla politica per acquisire consenso elettorale, e i tempi si erano dilatati incredibilmente, lasciando incompleti molti progetti finanziati. Per il polo siderurgico di Bagnoli erano deflagrate le conseguenze delle sbagliata localizzazione in un’area inadatta all’esercizio di un impianto siderurgico moderno, e, impossibilitata a espandersi e modernizzarsi, era piombata in una crisi irreversibile che l’IRI “risolse” stabilendo la chiusura progressiva degli impianti a partire dal 1985. L’Alfa Romeo di Pomigliano, con la casa milanese in rosso, aveva lasciato a casa i suoi operai, e solo alla fine del 1986 lo Stato aveva ceduto tutto alla Fiat per salvare capra e cavoli. Tutto il malcontento degli anni Ottanta fu lenito da Maradona, sbarcato a Napoli in cambio di un gruzzolo pesantissimo che fu proprio la politica democristiana a mettere insieme, non il Napoli di Ferlaino, e lo fece per dare a un popolo ormai irrequieto e ribollente le giocate funamboliche del più estroso calciatore del mondo, quello che avrebbe potuto donare distrazione e felicità. Maradona fu una medicina sociale, e sortì gli effetti sperati col principio attivo della classe cristallina. Generò euforia, gioia e spensieratezza, facendo il Napoli campione nel campionato più importante dal mondo di quegli anni, e non vi fu appassionato di calcio al mondo che non associò il nome della città al nome del fuoriclasse universale, quando una delle capitali più ricche di storia e bellezze d’Europa era dimenticata da tutti.
Era probabilmente nel destino di Diego il matrimonio con Napoli. Non poteva starci certamente 
la Torino dell’industria, e neanche poteva sbocciare l’amore per l’altera Barcellona, la città chiusa e silenziosamente discriminatoria che condusse al riparo nella droga un ragazzo di Buenos Aires che era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Nonostante le difficoltà ambientali e personali, l’amore sbocciò per la deindustrializzata e infamata Napoli, della quale fiutò la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle in Catalogna, quella contro i sudaca, individuando nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare. Le sue intenzioni di fuggire da Napoli erano in realtà voglia di scappare all’estero, non in altre città d’Italia e non in squadre blasonate e pressanti. Era voglia di separarsi da Ferlaino, che non poteva separarsi da lui, pena il linciaggio. Per i napoletani non vi fu mai mancanza di amore, perché Diego sapeva che erano come lui. Con la città, la sua città, ha fatto pace dopo aver risolto la dipendenza dalla droga, nella sua seconda vita, e stando lontano dai suoi eccessi. Era giusto così, in fondo, lontano dalle folle asfissianti e dalle reclusioni, ma mai col cuore. La riconciliazione con Diego junior e ora l’abbraccio con la madre del figlio napoletano sono l’affresco di un uomo che ha fatto pace col suo passato e con la città dalla quale ha sempre ricevuto amore, ricambiandolo.
In fondo, la storia di Diego è anche la storia di Napoli: bellissima, incantevole, problematica, in procinto di mollare ma sempre capace di rialzarsi. Persino nel momento più basso della sua storia recente Parthenope ha fatto ben parlare di sé, grazie a Diego “el napolitano”, il Caravaggio del football, uno che mai sarà normale, proprio come Napoli.

Sconto di pena in Appello per l’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione 16 anni di condanna in Appello per Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito nella tragica notte della finale di Coppa Italia 2014. 10 in meno rispetto alla sentenza di primo grado, più dei già temuti 6 richiesti in sconto dal pg. Antonella Leardi, mamma di Ciro, sconvolta e delusa, ma con la consueta pacatezza, dichiara: «Me l’hanno ucciso di nuovo, mi vergogno di essere italiana!».
La riduzione della condanna a  De Santis è motivata, secondo la prima Corte d’assise d’appello di Roma, dall’assoluzione dall’ulteriore reato di rissa contestato, nonché dall’esclusione dell’aggravante dei futili motivi e della recidiva. Tutto è rimandato all’ultimo grado di giudizio della Cassazione.
Ma cos’è accaduto davvero a Ciro Esposito, si domanda la testata spagnola PlayGround? Gliel’ho spiegato: di fatto, il ragazzo fu vittima di una caccia al napoletano coordinato dalla estrema destra romana. Si deve uscire dall’equivoco dello scontro tra tifoserie. L’omicidio di Ciro ha sfumature razziste, di matrice neofascista, ed è qualcosa che avrebbe potuto avere conseguenze ancora peggiori se Ciro non fosse intervenuto per difendere un autobus che trasportava bambini e famiglie all’indirizzo del quale venivano lanciati petardi. Lo ribadisco nuovamente, si trattò di tentata strage.

clicca qui per leggere l’articolo di Inacio Pato per PlayGround

Corteo per dire no alla riduzione di pena dell’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione Il 17 giugno, sotto un torrido sole e in un’umidissima aria di fine primavera, si è svolto un corteo nel centro di Napoli per chiedere la riconferma di pena di 26 anni a Daniele De Santis, assassino di Ciro Esposito, condannato in primo grado di giudizio. Nel corso processo d’appello, il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha chiesto una riduzione della pena a 20 anni, confermando l’accusa di omicidio volontario ma escludendo l’aggravante dei futili motivi, nonostante vi siano video e audio che testimoniano come De Santis abbia messo in atto un vero e proprio agguato nei confronti di un pullman pieno di tifosi napoletani.
La famiglia di Ciro Esposito e l’Associazione Ciro Vive, promuovendo il corteo, hanno voluto chiedere verità, giustizia, e conferma della pena, in vista del prossimo appuntamento del 27 giugno. La manifestazione ha preso il via da via Toledo per giungere in Piazza Plebiscito, dove Antonella Leardi ha consegnato una lettera al Prefetto di Napoli, mentre chi scrive invitava a riflettere sull’accaduto e sulle omissioni in sede processuali. Si trattò di agguato a sfondo razzista, di matrice neo-fascista, rivolto alla gente di Napoli, che avrebbe potuto avere conseguenze maggiori se Ciro Esposito non fosse intervenuto a intralciare il lancio di petardi all’indirizzo di un pullman pieno di famiglie con bambini e donne, e se l’autista non avesse avuto il sangue freddo di tenere chiuse le porte del veicolo, evitando così l’introduzione di materiale esplosivo. De Santis avrebbe meritato anche l’accusa di tentata strage, e invece ora si rischia persino la riduzione della pena per assenza dell’aggravante dei futili motivi.

Riprese del corteo: Mauro Cielo

Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

È il Napoli “più” di sempre la grande bellezza del calcio italiano

Angelo Forgione Napoli ai preliminari di Champions League. Così impone la classifica a una squadra che ha sgretolato tutti i suoi record, e non solo i suoi. Inutile snocciolarli, valga per tutti il punteggio in classifica: 86 punti. È stato il Napoli più produttivo della storia, con una media punti di 2.26 a partita, la più alta di sempre, superiore anche a quella del Napoli scudettato 1989/90, a quota 2.11 nella conversione dei tre punti per vittoria, e a quello del 1986/87 (1.90), ma anche al primissimo Napoli di Sarri (2.15).
Al traguardo, il Napoli degli 86 punti e della grande bellezza non ha vinto il tricolore, non la Coppa Italia, e neanche ha centrato la qualificazione diretta in Champions. Ma non si può non evidenziare che la prima Juventus di Conte, nel 2012, ha fatto bingo con 84 punti, il Milan di Allegri, l’anno prima, con 82, come l’Inter del triplete di Mourinho. Ad alzare la quota scudetto, evidentemente, è stata la fame dell’ambiziosissimo Andrea Agnelli, voglioso di dimostrare ai cugini Elkann di essere manager all’altezza (e loro replicano ora con la Ferrari) e assatanato nel voler cancellare ogni concorrenza, nel voler battere il record di tricolori consecutivi, compreso quello conseguito dal nonno Edoardo. Sì, la Juventus ha messo in bacheca l’ennesimo tricolore e la Roma ha tamponato, di riffa o di raffa, la rincorsa azzurra. E tutti a chiedere a Sarri e ai suoi cosa sia mancato al Napoli. È mancato in autunno l’assetto trovato in inverno. È mancato qualche punto delittuosamente perso per strada. È mancata la forza economica della Exor e forse anche il debito che la Roma, assai spinta dagli arbitri lungo tutta la stagione, ha con Goldman Sachs. Ma il gruppo napoletano sente di non essere inferiore a nessuno, e vuole riprovarci dall’inizio, ripartendo da dove è rimasto, con gli equilibri trovati, per giocarsi lo scudetto davvero.
L’Olanda di Crujiff insegna che non è necessario essere vincenti per lasciare il segno nel football. Questo Napoli, la grande bellezza del calcio italiano, un segno lo sta lasciando. «È la squadra che gioca il miglior calcio d’Italia, tra le più spettacolari d’Europa», dicono i più titolati, da Guardiola a Capello. Ma alla banda-Sarri il bollino HQ non basta più.
Intanto cala il sipario su una stagione iniziata col grande tradimento, mitigato dall’immediato impatto di Milik. Una quadratura subito trovata e presto persa, con la necessita di trovare rimedio al traumatico infortunio del polacco in nazionale. Gabbiadini dentro, a Crotone, ma immediatamente espulso per una follia a centrocampo. Opportunità fallita, e Sarri convinto che la soluzione non poteva essere il poco sereno attaccante in cui non credeva. C’era Mertens a scalpitare, che già dalla primissima doppietta di Pescara aveva lanciato sguardi fulminanti al mister. Un po’ di rodaggio, con la squadra ad applicarsi attorno al suo tecnico, e poi il sangue si è sciolto: da Gennaio in poi, il Napoli ha iniziato a crescere, fino a diventare una vera e propria macchina da guerra. Milik, uscito da indispensabile a ottobre, è rientrato da comparsa a febbraio.
Gioco spumeggiante e meccanismi perfetti, palla nascosta a occhi chiusi, goal a raffica a rendere meno gravi quelli subiti di troppo, e Mertens, il rimedio, più goleador di Higuain in bianconero. Quasi tutti gli avversari asfaltati e Napoli campione di primavera, cioè primissimo nel girone di ritorno, coperto di complimenti e consensi. Ma non può finire qui.
Per il sodalizio azzurro si tratta pur sempre del diciassettesimo podio della sua vita sportiva, il quinto nelle ultime sette stagioni, che vale l’ottava partecipazione consecutiva alle competizioni europee, record nazionale in fieri. Si tratta di un club ben assestato nell’élite del calcio italiano ma anche in quello europeo, molto più saldamente del Napoli di Ferlaino sotto il profilo finanziario. Eppure la piazza è divisa, in una sterile diatriba oppositiva nei confronti di uno scorbutico presidente che opera in un territorio in cui è improbo fare impresa ad alti livelli, un imprenditore tronfio proprio perché consapevole di cosa voglia dire fare Calcio d’alto livello al Sud. Una parte della tifoseria pretende di più, nella convinzione che siano solo la passione e l’ampiezza di seguito a determinare le opportunità di un club e non le condizioni territoriali, che invece generano i più importanti vantaggi e limiti, a seconda di dove si operi. Un altro presidente, quello degli scudetti nati da sacrifici insostenibili, sollecita il rischio d’impresa, quello stesso rischio che egli prese non sulla sua pelle ma su quella di un club e di una tifoseria che avrebbero poi pagato i trionfi con tre lustri di anonimato e un doloroso fallimento. Provare a vincere è intento nobile per un club del Sud, ma è giusto provarci con la certezza di non uscire mai dal Calcio che conta. Il Napoli di De Laurentiis vi è entrato di prepotenza, vi resterà senza rischi, e ora si è messo pure in testa di trionfare.
Se dipendesse dalla banda-Sarri, il campionato potrebbe cominciare domenica prossima. Bisognerà invece attendere agosto per dare il via alla nuova stagione, difficile e stimolante. Altro giro, altra corsa. Ci sarà da sabotare il potere, da inceppare il meccanismo sportivo-finanziario che regola la Serie A. La torta è davvero dolcissima. Manca la ciliegina. Il meglio deve ancora venire.