––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Il 19 settembre 2013 alle ore 18.30, presso la Stazione Marittima di Salerno – Punto Mare Manfredi, l’Associazione per il Meridionalismo Democratico, con il patrocinio della Salerno Stazione Marittima Srl , presenta il libro Made in Naples. Interverrà all’incontro Angelo Forgione.
L’evento si aprirà con un breve intervento dell’Avv. Orazio De Nigris il quale porterà i saluti della Salerno Stazione Marittima Srl. Durante il corso della serata sarà offerto un drink e un rinfresco. L’ingresso è libero, ma è consigliato prenotare via email, inviando al seguente indirizzo i nomi dei partecipanti: guglielmogrieco@libero.it
Organizzazione generale:
Associazione per il Meridionalismo Democratico
Responsabile del progetto: Avv. Guglielmo Grieco
Torna la festa di San Gennaro accanto alle cerimonie religiose della liquefazione del Sangue che si terranno a via Duomo. Tre giorni di moda, musica, arte e spettacolo, sostenuti e promossi dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo e dall’Assessorato al Lavoro e alle Attività Produttive del Comune di Napoli, organizzati dall’associazione culturale Jesce Sole, fortemente voluti dai commercianti della zona di via Duomo e dal Comitato Civico di via Duomo che hanno istituito un comitato promotore della festa che è interamente autofinanziata.
“Il ritorno della Festa di San Gennaro”, con la direzione artistica di Gianni Simioli, inizierà il 19 settembre alle ore 21 con la musica della Banda della N.A.T.O., simbolicamente voluta per sancire un gemellaggio virtuale con la festa americana di New York. Il 20 settembre alle ore 18 spazio gli artisti di strada, tra i tanti anche le esibizioni di capoeira del “Balanço do Mar”, e poi dalle 21 una sfilata di moda presentata da Rosanna Iannaccone, con spettacoli di tango e break-dance. Il 21 settembre, dalle 18, via Duomo sarà animata da artisti di strada e, alle ore 19, sul palco si esibirà Sal Da Vinci che presenterà in anteprima il Musical Carosone – l’americano di Napoli”. Alle 21.30, un Gran Galà con ospiti come Clementino, Liliana De Curtis, Maria Mazza, Tony Tammaro, Serena Rossi, Mario Trevi, Enzo Fischetti e Nando Mormone di Made in Sud, Pietro Treccagnoli, Federico Vacalebre, Salvatore Misticone, Gigi Savoia, Donatella Vergara e gli Spaghetti Style. Saranno premiati anche gli autori del film di animazione l’Arte della Felicità e Angelo Forgione per il libro Made in Naples – come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo), tutti con un’opera di Lello Esposito, l’artista che ha realizzato Gli occhi di San Gennaro, il busto gigante in bronzo alto più di 4 metri è stato collocato sul sagrato del Duomo di Napoli proprio stamane.
Nei giorni della kermesse i musei della zona saranno eccezionalmente aperti fino alle ore 22, con promozioni ed eventi speciali. Un’occasione imperdibile per visitare alcune perle del patrimonio artistico della città come il museo del tesoro di San Gennaro, Il museo Madre, il Pio Monte della Misericordia, il Monumento Nazionale dei Girolamini, il museo Diocesano, il museo Filangieri e la chiesa di San Severo al Pendino. E poi, gioia per i bambini, con torroni e caramelle fino alla Galleria Principe di Napoli.
Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.
Angelo Forgione per napoli.com – Non dimentico quando Paolo Villaggio disse che “la cultura meridionale borbonica è la piaga di tutta l’Italia”. Entrai in polemica con lui in un confronto telefonico su Radio Marte (guarda video) e poi scrissi in Made in Naples un capitolo/”mattone” dedicato per intero a “LA PROTEZIONE CIVILE E IL GOVERNO DEL TERRITORIO” in cui descrissi come Napoli e il Sud borbonico primeggiassero nella stesura e nell’applicazione, tra le varie cose, di leggi antisismiche all’avanguardia, e di tutto ciò che concerne la difesa attiva del territorio (guarda video).
Ora arriva il CNR a dimostrare scientificamente che le norme antisismiche dei Borbone sono ancora all’avanguardia, parlando del primo sistema antisismico pensato per fronteggiare i terremoti e della costruzione di edifici con “una rete di legno all’interno della parete in muratura”. Questa stessa tipologia di struttura è stata riprodotta in laboratorio e sottoposta a una serie di test per una serie di prove meccaniche, con risultati eccellenti. E ciò dimostra che il sistema ideato dagli ingegneri borbonici può indicare la via all’edilizia moderna, a più di duecento anni di distanza. Il comunicato stampa del CNR non mostra il nome di questi particolari edifici, che è possibile invece apprendere proprio dal mio libro, da cui estraggo un breve stralcio: “… le cosiddette case baraccate, ideate dal fisico di corte Giovanni Vivenzio e perfezionate dall’ingegnere Francesco La Vega. (…) Restarono in piedi anche dopo il fortissimo terremoto calabro del 1905 e ne sopravvivono alcuni esempi ancora oggi, testimoni del merito degli ingegneri borbonici, i primi a ritenere che la risposta sismica di una struttura dipendeva in primo luogo dal suo comportamento d’insieme, concetto prioritario ripreso dal Regno d’Italia solo dopo il terremoto di Messina del 1908. (…)
Il CNR non scopre nulla ma fa bene a certificarlo scientificamente. Tutto era già chiaro dopo l’ecatombe calabrese del 1908, quando il giornalista Olindo Malagoli evidenziò l’evidenza tra le macerie, scrivendo sul quotidiano “La Tribuna”: “C’era, nella vecchia legislazione borbonica, una provvida legge edilizia che imponeva uno speciale tipo di casa. Le case costrutte secondo questo tipo hanno resistito mirabilmente anche in questo nuovo disastro; noi abbiamo potuto constatarlo in ogni paese.”
Con l’Unità d’Italia, tutte le efficaci normative per la prevenzione e la gestione delle catastrofi, di ogni tipo, furono spazzate via dall’estensione ai territori del Sud dello Statuto Albertino, adottato dal Regno di Sardegna nel 1848. L’ordinamento sabaudo non prevedeva norme edilizie antisismiche perché commisurato al territorio piemontese, che non era interessato da rischio sismico, e neanche misure di contrasto alle calamità naturali. Così, con incredibile miopia, fu estesa al Meridione una legislazione totalmente inadeguata in sostituzione dell’efficace ordinamento borbonico. Persino la legge sulle acque e sui lavori pubblici, adottata dal Regno di Sardegna nel novembre 1859, era insufficiente, non contemplando normative per bonifiche e sistemazioni montane. Il Sud, che certamente aveva ancora gran bisogno di importanti opere pubbliche, fu coperto dalla sola tradizione ingegneristica idraulica sviluppatasi nei territori settentrionali che garantiva unicamente il controllo dei fiumi.
Il dissesto idrogeologico del territorio nazionale ha un’origine e parte dal tempo della piemontesizzazione d’Italia, epoca in cui iniziò il disboscamento degli Appennini. L’avanguardia borbonica in tema è molto più complessa e completa, ed è tutta nel mio saggio. In pochi la riconoscono, ma il tempo è sempre galantuomo, soprattutto per chi conosce la verità e la racconta. E per fortuna la scienza non conosce pregiudizi.
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno: «L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
Angelo Forgione – «È mai possibile che nella città più laica e repubblicana d’Italia si identifichino con il nome di un Re, che peraltro non ha mai amato la nostra città, alcuni tra i suoi luoghi più significativi e caratterizzanti? Cambiamo denominazione al corso legato prima a Francesco Giuseppe I e poi all’allora Re del Piemonte Vittorio Emanuele, che voleva a sua volta ricordare la “conquista”. Rispettiamo l’iconografia e la storia popolare della nostra città e la nostra antica via di Nord Est ritorni a chiamarsi con il suo nobile ed antico nome di Corsia De’ Servi».
Il dibattito non riguarda chiaramente il corso Vittorio Emanuele di Napoli ma quello di Milano e la proposta è di Franco D’Alfonso, assessore comunale ai Servizi Civici del capoluogo meneghino. Lì ci ridono su, soprattutto perché i tempi moderni non consentono l’approfondimento culturale e perché per i milanesi, anche per loro, le priorità sono altre; ma la questione non è mica tanto da ridere!? Una replica piccata è giunta da Stefano Di Martino, già consigliere comunale di Alleanza nazionale e fervente monarchico, che ha sfidato a duello l’assessore, ritenendo che Casa Savoia sia stata “insultata” dalla proposta. «lo sfido a duello all’alba, in corso Vittorio Emanuele II, invitandolo a scegliere l’arma che più gli aggrada, dai secchi d’acqua alle sciabole».
Insomma, uno spiffero revisionista raggiunge anche Milano con un assessore che ha avuto il coraggio di proporre quello che nessun collega napoletano con delega alla toponomastica ha mai sollecitato affinché si ritornasse alla denominazione originale, cioè corso Maria Teresa. Eppure, quella strada aperta per alleggerire il traffico di carrozze nel centro urbano, collegare i due punti estremi a oriente e a occidente della città e raccordare la zona bassa col nascente quartiere collinare del Vomero, distaccato dal nucleo cittadino storico, meriterebbe di ritrovare la sua storia, perchè non è una strada qualunque. È la prima vera tangenziale urbana, un primo esempio di viabilità cittadina a scorrimento veloce, capace di catturare l’ammirazione e l’apprezzamento di tutta l’Europa proprio per la velocità di esecuzione e per le soluzioni adottate che la resero un’elegantissima strada panoramica di costa, definita nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”. Fu voluta da Ferdinando II che, dopo l’iniziale denominazione di strada delle Colline, la intitolò alla consorte regina Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il toponimo corso Maria Teresa fu mutato subito dopo l’Unità d’Italia e sostituito col nome di corso Vittorio Emanuele. Non basta questo per restituire identità e storia a Napoli? Aggiungiamoci allora che il progetto originale di Errico Alvino, in collaborazione con gli architetti municipali Cangiano, Saponieri, Francesconi e Gavaudan, prevedeva un tracciato misto a mezza costa che avrebbe ricalcato l’orografia dei terreni alle pendici della collina di San Martino, estendendosi fino a Capodimonte; l’arteria, allacciandosi dal complesso monastico di Suor Orsola Benincasa con la via dell’Infrascata, l’attuale via Salvator Rosa, si sarebbe inoltrata a Materdei, congiungendosi alla strada interna realizzata durante il decennio napoleonico della città, l’odierno corso Amedeo di Savoia, per poi versare proprio a Capodimonte. Ciò avrebbe consentito di mettere più facilmente in comunicazione le due colline e la riviera, favorendo inoltre uno sviluppo più logico e ordinato della zona alle spalle del Museo. Ma l’estensione del corso fu realizzata solo parzialmente dopo le vicende risorgimentali e, nel 1873, fu portato a compimento solo il tratto da Suor Orsola Benincasa alla zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, cancellando l’approdo alla strada per Capodimonte, lo sviluppo dell’area di Materdei (oggi tra le più degradate dell’area urbana) e tutti i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. Già, perché Ferdinando II, con un lungimirante rescritto reale in materia di tutela e difesa paesistica, aveva infatti decretato il divieto assoluto di edificazione sul lato panoramico della nuova strada affinché fosse preservata la vista d’insieme del golfo, del Vesuvio e della città bassa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada di oggi. Ma che quella “superstrada” sia stata considerata il più bel loggiato del mondo prima di essere deturpato e stravolto in corso d’opera, solo la storia può insegnarlo… e magari qualche assessore coraggioso.
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
L’opera prima scelta per inaugurare la 28esima Settimana Internazionale della Critica di Venezia è L’Arte della felicità, opera prima di Alessandro Rak, un lungometraggio d’animazione interamente made in Naples, colonna sonora compresa. Prodotto da Luciano Stella con la factory Mad Entertainment, il film, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, sarà in sala a fine ottobre. Stella, ad ADN Kronos, ha dichiarato che “la crisi è un’opportunità soprattutto per noi napoletani che conosciamo l’arte di arrangiarsi”. Ecco perché ha voluto che a lavorare con lui fossero tutti giovani talenti napoletani.
Nello scenario di una Napoli dalle atmosfere cupe, surreali e pre-apocalittiche, L’Arte della Felicità racconta la storia di Sergio, un ex pianista, ora tassista. Sergio ha abbandonato la musica quando suo fratello maggiore Alfredo, con il quale condivideva questa passione, ha lasciato Napoli per trasferirsi in India.
La scoperta della vera ragione della partenza di Alfredo condurrà Sergio a rinchiudersi nel suo taxi, che diviene un microcosmo in cui la sua storia incontra quella dei passeggeri, testimoni di una quotidianità per lungo tempo allontanato da sé, grazie ai quali il protagonista del film troverà una nuova strada per la felicità.
Domenica 25 agosto andrà in onda una puntata di “Speciale Tg1” che rivisiterà i drammatici eventi del colera a Napoli del 1973, a quarant’anni dall’epidemia che colpì non solo la città partenopea ma anche altre città del bacino del Mediterraneo. «Dopo quarant’anni Napoli si ritrova nelle medesime condizioni di allora, se non peggio». Il giudizio tranchant sarà espresso del regista napoletano Francesco Rosi nel documentario curato dal vicedirettore della testata, il napoletano Gennaro Sangiuliano. E in effetti le condizioni igieniche di Napoli sono ancora oggi al di sotto degli standard europei e indegne di una città di grandissima storia e cultura. Nessuno lo neghi e lo nasconda, ma c’è da chiedersi quali siano gli intenti nel “celebrare” quegli eventi a otto lustri di distanza, riproponendo presumibilmente le inchieste realizzate all’epoca dei fatti che non furono certamente obiettive ed equilibrate. Quell’epidemia, infatti, non fu causata dalle pur precarie condizioni igieniche della Napoli degli anni Settanta, non dalle cozze coltivate nel mare napoletano cui furono attribuite le colpe, ma da una partita di mitili provenienti dalla Tunisia, da cui transitò la pandemia proveniente dalla Turchia via Senegal, cozze che furono sdoganate anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona, colpite anch’esse dal vibrione del colera. A questo proposito, si legge dalle pagine online dell’Espresso che lo speciale del Tg1 racconterà “una pagina cupa della storia di Napoli, troppo presto dimenticata, decine di morti e migliaia di contagiati, con casi che si estesero a Bari e ad altre località del Mezzogiorno”. Scritto così, sembra che le altre città furono contagiate dal focolaio di Napoli. E del resto, in quei giorni, fu proprio L’Espresso a titolare in copertina “Bandiera gialla”, schiaffeggiando la città insieme a tutta la stampa, nazionale e internazionale, che perse il senso della misura, speculando sulla città partenopea con racconti di fantasia sui napoletani e diffondendo notizie non verificate. Una biologa inglese, ricoverata al Cotugno per altri motivi, scrisse un reportage per il Times ricco di ricami sulle condizioni igieniche dell’ospedale, in cui parlò di un’esperienza da incubo. Poi ritrattò.
Il presidente dell’Ente Porto e l’Ufficiale Sanitario vennero indiziati di epidemia colposa dalla magistratura, per poi essere scagionati proprio dalla cozza tunisina. L’epidemia, a Napoli, fu debellata velocemente, e l’emergenza fu ufficialmente dichiarata chiusa in meno di due mesi dall’OMS, a tempo di record grazie alla più imponente profilassi della storia europea e ad un’ammirevole compostezza della popolazione nelle operazioni di vaccino, mentre le altre città, Barcellona compresa, ci misero due anni per liberarsene completamente. Tutto questo è raccontato con grande precisione ed equilibrio da uno speciale de “La storia siamo noi” del 2011 (guarda il video), a cura di “Village Doc&Films” di Sergio Lambiase e Aldo Zappalà, in cui anche Paolo Mieli dichiara che “la criminalizzazione di Napoli fu davvero sproporzionata”. I media dell’epoca alterarono la realtà, consegnandola al pregiudizio, rompendo le ossa all’immagine della città. Solo quando dopo trenta giorni a Napoli tutto finì fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Nessuno però descrisse più l’epidemia che perdurava altrove, mentre Napoli si ritrovò orfana di turisti, ormai convinti che fosse una Calcutta italiana. Negli stadi d’Italia, luogo di crescente calciocentrismo nazionale, il Napoli di Vinicio fu da allora accolto al grido di “colera”, e fu proprio in quel momento storico che nacque quel coro/slogan razzista ancora ben radicato e mai contrastato dagli ipocriti organi preposti al contrasto dei fenomeni razziali negli impianti sportivi. Baresi, palermitani, cagliaritani e catalani non sono apostrofati come “colerosi”, e neanche i tifosi delle squadre di Milano, Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Como, Bergamo, Brescia e altre città del Nord non bagnato dal mare ma colpite nell’Ottocento da diverse pandemie di colera per le scarse condizioni igieniche e non per delle cozze importate.
Bisogna augurarsi che “Speciale Tg1” sia equilibrato e corretto quanto “La storia siamo noi”, evitando di calcare la mano sulla cassa di risonanza che da sempre Napoli offre ai romanzieri dell’informazione ma, al contrario, cogliendo l’occasione per ricostruire la realtà dei fatti del settembre 1973 e riattribuire a Napoli quanto in quel periodo fu tolto sotto il profilo dell’immagine. In caso contrario, il documentario produrrebbe il solo risultato di alimentare stereotipi e pregiudizi, danneggiando nuovamente l’immagine di una città che faticosamente sta di nuovo intercettando il turismo internazionale, dando tra l’altro ulteriore fiato al volgare razzismo anti-Napoli negli stadi. Che poi la Napoli di oggi abbia più o meno gli stessi gravi e irrisolti problemi, come sostiene Rosi, non c’è alcun dubbio; ma questa è un’altra storia, che anche all’epoca dei fatti del colera fu strumentalizzata per vendere giornali, quotidiani e inchieste televisive.
La carente igiene di Napoli e del Sud-Italia esposto al mare di certo non aiutò a respingere il colera, che partì nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi e travolse un po’ tutto il Globo (vedi immagine in basso tratta da “Principi di Microbiologia Medica” – La Placa XII edizione). Si auspica che il vicedirettore Sangiuliano, napoletano, vorrà descriverlo.
Pausa di Agosto, dopo un altro anno di intenso lavoro identitario, culturale e sociale speso per la Napoletanità, per la valorizzazione della cultura, dei monumenti, della storia di Napoli e per la sua rispettabilità in ogni ambito. È il momento di prendere fiato, ma solo per un po’. Il blog, nel corso del mese, potrà comunque portare alcuni aggiornamenti e notizie importanti. Grazie a tutti per la partecipazione e la condivisione… e buon Ferragosto!
Breve reportage di Marco Rossano sulla commemorazione dell’eccidio di Pietrarsa del 6 agosto 1863, a 150 anni esatti dai sanguinosi fatti che segnarono per sempre la storia del Sud. Interventi di Marco Esposito, Angelo Forgione e Gennaro De Crescenzo.
Intervento di Sergio Puglia (Movimento 5 stelle) al Senato